Cara nonna

Eccoci qua.

Nove nipoti, le loro famiglie, il tuo grande albero.

Trenta persone, a mangiare, bere, chiacchierare, a ricordare.

Soprattutto a ricordare te.

La tua casa, il tuo giardino, la tua cucina.

Il posto dove ognuno di noi è cresciuto, ha imparato a leggere il mondo, a crescere, a camminare.

Abbiamo deciso che dovevamo rivederci, che dovevamo rivederci qui, da te.

E che dovevamo festeggiare la bellezza dello stare insieme.

Ognuno ha portato qualcosa, come al solito c’è stato in abbondanza di tutto, come al solito c’è stata la torta di mele, l’ha fatta la zia Aurora, quasi come l’avresti fatta tu, e il latte alla portoghese, il dolce più buono del mondo, senza nemmeno una bolla d’aria dentro, liscio come si deve.

Saresti stata fiera.

E felice.

E forse intimidita dalla masnada di gente festante.

Avresti fatto il conto dei nipoti per calcolare le giornate di lavoro per fare a ognuno gli asciugamani di Natale.

Avresti preso in braccio il piccolo, Camilla e Chiara, che non hai visto arrivare, avresti sorriso e li avresti amati, come hai fatto con ognuno di noi.

Poi a una cert’ora saresti andata a letto, e avremmo cercato di fare piano, per non svegliarti, ma non ci saremmo riusciti.

Buonanotte nonna, e grazie di tutto.

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Quasi come loro

La segretaria ci aveva provato.

Devi andare col sindaco? Allora gli segno sull’agenda che venga in macchina, di solito, sennò, usa la vespa…

Poi in coda a un consiglio comunale mi aveva fermato.

Oh bimba, ma ce l’hai un casco?

no…

Te lo presto io. Fa troppo caldo, si va in vespa.

A posto.

Certo, va benissimo!

Ho affermato sicura e serena.

E dentro di me pensavo al colore della cassa da morto. Mi sarebbe garbata rossa o verde acido. Le faranno, pensavo.

A che pensi? Non avrai mica paura?

Io? Sie…

Così stamattina mi sono presentata, borsa a tracolla, jeans e un gran sorriso.

Pronta?

Certo.

Via.

Siamo usciti di città che ancora non avevo capito se un sindaco si può afferrare per le lonze, che mi pareva poco consono.

Poi ho trovato delle maniglie sotto al sellino e ho fatto la vaga.

Che poi io c’ero già stata, sulle colline lucchesi dietro a uno, ma era il Citti, mica il sindaco.

E il Citti, se avevo paura, lo potevo anche mandare in culo, il Citti.

E infatti lo facevo.

E il Citti rideva e accelerava. Si fa per dire, che c’aveva una specie di scarabeo, il Citti.

Il sindaco in vespa è invece un’altra cosa.

Lui va in vespa con la stessa liscitudine di quando cammina, che non lo senti, come se fosse su un filo d’aria, poi arriva e lo senti tutto in colpo.

Il sindaco, in vespa, ti racconta di ogni casa che passi, chi ci stava prima, chi ci sta ora, che lavoro faceva su pa’di lu’ e su ma’di le’.

Forse essere sindaco è anche questo, soprattutto questo, sentirsi a casa in ogni strada, conoscere ogni ciglio, sapere le storie dei posti che attraversi.

Vecchi lavatoi, bifore quattrocentesche nascoste in case di campagna, oliveti eleganti come vecchi brizzolati, panorami mozzafiato, cimiteri che raccontano la Storia, chiese che odorano di muffa circondate da ortensie meravigliose.

Alla fine siamo andati e ritornati, io felice come una bambina, lui compassato con la giacca e i pantaloni con la piega.

Se mi ci riporta ci ritorno.

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“Noi” e “loro”

Lucca, le 13 del pomeriggio, alla fontana pubblica una piccola coda.

Ci sono vari rubinetti: 2 di acqua liscia a temperatura ambiente, 2 di acqua gassata e fresca.

Siamo tutti lì per quella gassata.

Arriva il mio turno, con sei bottiglie.

Il caldo picchia duro, non vedo l’ora di finire.

Accanto a me, all’altro rubinetto, una signora sta quasi finendo.

Arriva un ragazzo che, con due bottigliette, salta la coda, chiedendo se può, e arriva alla signora.

Mi fa prendere l’acqua? Ho il treno fra poco.

Guarda, sto finendo l’ultima bottiglia, prendi quella calda e liscia se hai fretta.

Il ragazzo è albanese, la signora un po’ stronza ma davvero ha quasi finito.

Perché quella calda? Che ci voleva, facevo in un secondo!

Protesta il ragazzo, senza capire che alla signora mancava di prendere meno acqua di quella che doveva prendere lui.

Guarda, prendila da me, la signora ha quasi finito e a me mancano tante bottiglie, prendila dalla mia.

Il ragazzo riempie le bottiglie, ringrazia di cuore e corre al treno.

Io sono pronta alla selva dei commenti della gente in coda, preparandomi al peggio.

E invece no.

Invece inizia una signora sulla settantina.

Con questo caldo abbiamo tutti fretta, sa quanti gradi ci sono?

Sorrido.

Mi piace quel tutti. Che scusa il ragazzo permaloso e include anche la signora accanto a me.

Chiacchieriamo del tempo e del solleone, a nessuno viene in mente di “noi” e “loro”, siamo tutti alla fontana e abbiamo tutti fretta.

Vado alla macchina, davanti la farmacia c’è un posto per disabili, una ragazza pottina su una cinquecento arriva, ci parcheggia e esce di corsa.

Scusi, quello è un posto per disabili…

Sto via poco!

E se ne va.

E mi viene in mente che a nessuno, in effetti, verrebbe in mente di pensare che tutte le ragazzine ricche non hanno rispetto per i diritti dei disabili, solo lei è stata scorretta.

Come non tutti gli albanesi non capiscono che se manca meno di mezzo litro alla signora davanti non occorre chiedere di passare avanti.

Il noi e il loro non esiste, esistono mille noi e mille loro.

I giovani d’oggi.

Le pottine.

Gli albanesi.

I gay.

I genitori adottivi.

Gli atei.

I vegani.

Quelli coi capelli blu.

I pelati.

A quanti noi appartenete?

Quanti altrettanti loro avete?

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Razzismo?

stanno accadendo molti episodi bruttissimi.

Gente che scatena la rabbia e la frustrazione per la propria, piccola, meschina, triste vita, verso un bersaglio facile: facilmente identificabile, facilmente feribile.

Lasciare a piedi dei passeggeri di un autobus, offendere chi si ha davanti protetti dal vetro di uno sportello, lanciare uova da un’auto in corsa.

Atti vili, che fanno scopa con le frasi sputate dalle tastiere sgrammaticate che girano su Facebook, dove si pensa di poter vomitare fiele senza pagarne mai le conseguenze.

Poi senti dire che non c’è un’emergenza razzismo.

E più ci penso più, forse, sono d’accordo.

Perché siamo, purtroppo, addirittura sotto la soglia del razzismo.

Il razzismo, riconducendosi all’idea (scientificamente inesistente ma vabbè) di un mondo diviso in razze, ne ritiene una (solitamente quella alla quale appartiene la maggioranza delle persone) superiore rispetto alle altre e attua meccanismi conseguenti: segregazione, violenza, sopraffazione.

E in effetti i sintomi sembrano proprio questi.

Ma temo non sia questa l’emergenza.

L’emergenza di cui stiamo soffrendo non è quella del razzismo, che mi pare solo la rozza manifestazione esteriore di quello che sta accadendo.

La vera emergenza è l’emergenza ignoranza unita all’emergenza egoismo.

Il mix può essere mortale.

C’è gente che non vaccina i propri figli e gli altri si fottano, e nella vita non hanno mai aperto un libro di igiene.

C’è gente che pensa che il problema dell’Italia siano gli stranieri richiedenti asilo e non ne conosce il numero, la modalità di gestione, la loro vita.

C’è gente che non ha mai letto un libro e no, non perché non ne ha i mezzi, ma perché ha sempre conprato altro, e se ha comprato libri lo ha fatto per coordinare le copertine al colore del divano, ma discetta di finanza, spread, politica estera, relazioni internazionali.

Abbiamo portato il fenomeno per il quale allo stadio siamo tutti allenatori a livelli di politica nazionale.

Il parlamento è occupato da gente che non sapeva la differenza fra le cariche dello stato fino a che non si è trovata a ricoprirne una.

Lenin diceva che per cambiare il mondo si deve studiare, studiare, studiare.

Qui la strada mi pare lunga.

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Col fucile vero

Il piccolo gioca con qualsiasi giocattolo, anche armi giocattolo.

E finora non mi ero fatta molti problemi sul concetto di arma.

Il piccolo adora le spade, da sempre, e l’arco e le frecce.

Non sa che possono far male davvero.

Nei giorni scorsi, giocando con altri bimbi, ha imparato l’espressione fucile vero, e la cosa mi ha fatto vacillare un pochino.

In realtà, non sapendo cosa significhi morire non sa nemmeno cosa faccia, di diverso, precisamente, un fucile vero.

Mamma, ma se nel buio vengono i cattivi, io li mando via col fucile vero?

No tesoro. Intanto non vengono i cattivi. E poi un fucile vero non si usa neanche con loro.

E perché?

Perché nessuno è abbastanza cattivo da meritare un fucile vero, non esiste uno cattivo così.

Mamma…

Dimmi.

Superman è buono?

Sì, certo, Superman è buono.

Allora senti mamma… se viene uno coraggioso come Superman e forte come Hulk, ma cattivo, uso il fucile vero?

Non esiste uno così…

Ma se viene?

Se viene uno così tu chiami me e io lo sconfiggo di discorsi. Ora però dormi.

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Lotteria!

alla fine abbiamo salutato i bimbi saharawi e le loro famiglie toscane con una bellissima cena a Antraccoli.

Tanta gente a mangiare, tanti volontari a cucinare prima, servire poi, pulire dopo.

Il piccolo che correva da un punto all’altro del prato come un moscone felice.

Una serata di bella, unita, umanità, di quelle di cui si sente così forte il bisogno di questi tempi.

Prima della cena il piccolo è andato a curiosare fra i premi della lotteria.

Non sapeva cosa fosse una lotteria, ma una cosa l’avrebbe tanto desiderata vincere: un cesto che conteneva un salvadanaio giallo dalle stelle rosse.

Così, fra il primo e il secondo, quando è passata la signora che vendeva i biglietti, ne abbiamo comprati un po’, per vedere se la sorte avrebbe accontentato il nano.

La cena è andata avanti, fra i saluti della gente, le risate, la serenità.

A me è venuto da pensare che l’ultimo baluardo contro la barbarie restano le serate come queste: fino a che esisterà qualcuno che ha voglia di cucinare per chi è più debole, più fragile, meno protetto, forse questo paese che invecchia come una vecchia carogna, si può ancora salvare.

Dopo cena l’estrazione.

Tantissimi numeri, tantissimi premi, nessuno fra i biglietti nelle manine del piccolo.

Come mai non abbiamo vinto, mamma?

Perché siamo stati sfortunati, cucciolo.

Oh poveri noi!

Ha commentato con aria tragica.

Dopo i saluti di rito, sotto una Luna sgonfia, dopo l’esibizione di venerdì, ci siamo avviati alla macchina.

Una ragazza si è avvicinata.

Due grandi occhi e un gran sorriso.

Ho vinto il premio col salvadanaio… quello che piaceva tanto al bimbo, glielo posso regalare?

Ho chiamato il piccolo, abbiamo finto una minilotteria supplementare, la ragazza gli ha consegnato il premio dei suoi sogni.

Lui lo ha accarezzato, prima con le mani e poi con la guancia.

Felice come un passero è andato fino alla macchina esultando.

Si è addormentato in un istante, felice.

E alla dolce ragazza, dal sorriso e i grandi occhi, dedico questo inizio di settimana, perché in un mare di oscena barbarie, la gentilezza è la barca che ci tiene a galla.

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Dalla finestra

La luna spunta dietro le foglie del leccio.

Lo sa che la stiamo aspettando e si fa bella ogni giorno di più.

La guardo sorgere, a casa di nonna, dalla finestra di camera di zia.

Nella stanza accanto il piccolo parla senza tregua, il babbo a volte ce la fa a trattenersi, a volte scoppia in una risata.

Una nuvola passa sottile, come il foulard di una diva del cinema di un tempo lontano.

Fuori abbaia un cane, molto più piccolo della sua voce, passa una macchina, più rumorosa che grossa.

Fuochi d’artificio lontani borbottano senza fare paura.

Intanto la luna si toglie il foulard e rimane nuda, così, senza pudore, non sfacciata ma serena, libera, quieta come una donna addormentata dopo un lunghissimo giorno di lavoro.

Se mi vedesse, come io vedo lei.

Se vedesse il mio naso stanco, i piedi posati, le ginocchia poggiate l’una contro l’altra.

Se mi vedesse, sarebbe mia amica, luce di notte, quando più serve.

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