Si sente

La prima cosa che mi colpì atterrando in India fu l’odore. 

Un odore che non mi abbandonò neanche tornando a casa, per settimane. 

Un misto di fiori, smog, cardamomo e cane bagnato. 

Anche dresda ha il suo odore, d’inverno odora di neve e ghiaia, d’estate di spezie per kebab e birreria, mescolando, così, sacro e profano senza porsi il problema. 

Lucca anche odora.

Di intonaco e pietra, di polvere e di deodorante, di fontana e di alberi lontani. 

E gli odori arrivano quando cambia la stagione, l’aria ha un suono diverso, è più morbida e gentile. 

Odora il cielo, di rosso e di blu, e le bici, e i bambini. 

Odorano le magnolie, le gemme, i prati delle mura. 

Onorano i negozi, di detersivo e cuoio di scarpe. 

Odorano le stade delle vetrine dei verdurai seduti fuori a godersi i giorni che si allungano. 

Io cammino dopo aver fatto un parcheggio da maestro a passi lenti verso casa, il cielo è ancora acceso e profuma di primavera. 

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Mare

Ho sognato il mare, tartarughe marine e grandissime onde. 

Facevo cose senza senso, come nei sogni migliori, avevo una zattera di pietre di scoglio e ci andavo veloce dalla costa fino all’isola d’elba.

e le tartarughe facevano centinaia di uova, in piccole buche ricoperte di sabbia. 

Ed ero circondata da gente felice, entusiasta del mare e della zattera fatta di pietre pesantissime. 

E le onde mi portavano dove volevano loro, forti e impetuose e io non avevo paura. 

Non avevo paura di nulla. 

Solo che le uova delle tartarughe fossero ben protette, mi pareva che fosse importante. 

Allora uscivo dal mare, come una di loro, e mi sedeva vicino alle uova ad aspettare. 

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compagno di giochi

ieri sera ho giocato col principe.

non che prima non ci giocassi, però diciamo che c’è stato un salto quantico non indifferente.

prima io ci giocavo per far divertire lui.

e mi piaceva, per carità.

ma ieri sera abbiamo giocato e mi sono divertita anche io, quanto e, forse, più di lui.

a memory prima, (sta imparando, ancora non ha molta strategia… ma credo sia questione di giorni), a montare i pezzi di un trenino di legno dopo.

è successo di tutto, il trenino è finito sotto al letto, abbiamo cercato i pezzi con la torcia e li abbiamo recuperati con una scopa.

in pigiama io, in tuta lui, come due bambini.

mi ha ricordato i tempi ai quali era piccolo mio fratello, che potevo “pollare” forte dei miei roboanti 4 anni di differenza, i suoi pigiamini, le sue pantofoline, il suo viso intelligente e furbo.

mi ha ricordato quanto poco tempo fa sono stata piccola, piccola da guardare mia madre aggiustare un braccio rotto di una barbie fondendolo sul fornello e pensando “da grande anche io voglio saper fare tutto come lei.”

ci siamo guardati e ci siamo intesi, abbiamo riso, abbiamo corso, abbiamo pensato insieme a una soluzione per i pezzi che non tornavano del trenino.

le sue soluzioni erano sempre, per quanto sbagliate, le più divertenti.

adesso ho un complice per i giochi, mondo trema.

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Italiani curdi, una faccia una razza 

Il tassista è allegro e ottimista. 

“Non abbia paura di perdere l’autobus! Questa città è piccolissima e la conosco come le mie tasche! In dieci minuti vado da una parte all’altra!”

Ha gli occhi chiarissimi, quasi trasparenti, color vetro. Come i miei. 

È in su con gli anni e ha corti capelli bianchi. 

Non la smette di parlare. 

Come me. 

“Sa che oggi è la festa della donna? Al mio paese avremmo fatto enormi sfilate!”

“Da dove viene?”

“Dal kurdistan”.

“Davvero? Pensi, mio figlio viene dall’Armenia!”

Esclamo come si trattasse di Lammari e Porcari. 

“Con gli armeni dividiamo tristi storie, noi curdi…”

Mi dice un pochino commosso. 

“Noi e loro… tutti hanno cercato di cancellarci, un pochino ci sono riusciti, ma mica del tutto, sa? Adesso faranno degli scavi, dalle mie parti e ritroveranno quello che hanno cancellato, allora sarò felice, ah sì, sarò felice!”

Annuisco e guardo questo curdo, che guida il taxi a heidelberg, e mi parla tedesco, e un pochino mi somiglia. 

“E lei di dov’è?”

“Italia.”

“Lo sapevo! Era chiaro! Siamo troppo uguali! Ma lo sa che se fa un cerchio che passa dal kurdistan e fa il giro della terra tocca esattamente l’Italia? Siamo la stessa gente! Abbiamo la stessa faccia!”

Mi viene da sorridere a pensare quanta gente, di tutti i paesi, mi abbia detto che abbiamo esattamente la stessa faccia.

Popolo bastardo e mescolato, biondo, moro, scuro, chiaro, normanno, greco, lombardo, etrusco, romano, spagnolo, arabo…

Quanta gente tutta insieme nel nostro viso. 

L’India, l’Armenia, l’Iran, la Turchia, la Grecia, il magreb, la penisola iberica, persino la Germania e la Danimarca sono stati in Italia. 

E il risultato è la mia faccia, uguale a quella di un curdo che ad heidelberg mi accompagna all’autobus per l’aeroporto. 

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Heidelberg, di notte

cammino senza fare rumore, per le strade di heidelberg di notte.

i sanpietrini assomigliano ora a quelli di lucca, piccoli, gentili, borghesi, ora a quelli di dresda, feroci pietre distanti e spaccamuscoli.

la città è piccolissima, case colorate dalle finestre svelate senza pudore si susseguono una accanto all’altra, nel corso principale che porta al castello distrutto da luigi XIV.

“il faut brûler le Palatinat..”

mi mormoro fra un orecchio e l’altro questa frase terribile che la guida ci ha raccontato attribuita al re sole, pensando a quanti disastri conduca la voglia di bruciare gli altrui castelli, da una parte all’altra dell’europa.

passo dalla piazza dell’università, guardo il vecchio ponte illuminato e un po’ kitsch, come tanta architettura tedesca color gelato.

cammino, di notte, e in qualche modo mi sento a casa.

una città attraversata da un fiume, dalle grandi finestre scoperte e dalle bici che sfrecciano nel freddo della notte, odore di cucina orientale per strada, ragazze dalle gambe possenti da terzino sinistro che si affrettano per rientrare, negozi chiusi alle sette di sera, che qui domattina si lavora e non si ha certo l’intenzione di restare svegli fino a tardi.

spio il dentro delle case, salotti, televisori, scrivanie, divani, cucine, le vite degli altri sono aperte come un libro da scrivere, famiglie, amici, studenti, amanti.

tutto si vede, si immagina, si sogna dalle finestre senza tende di heidelberg.

sono in germania, anche se una germania lontanissima dalla mia, una germania che, anche se quasi francia, della francia non ha nulla, forse soltanto la pioggia sottile che ogni due ore viene a farmi sapere che non mi abbandonerà.

durante il giorno non ho tempo di fare nulla, ma di notte eccomi qui, in silenzio, per le strade, a pensare a come sarebbe vivere qui.

a pensare che ho immaginato di vivere per sempre in ogni posto dove sono stata, fino al momento di prendere un aereo per tornare, come sempre, da dove sono partita.

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auguri a tutti

a tutte le migranti, che pagano sempre il biglietto più doloroso.

a tutte le lavoratrici donne in una società di uomini, incalzate dalle giornate, dagli orari, dal bisogno di fare tutto bene, tutto meglio, tutto prima degli uomini.

a tutte quelle che hanno deciso di fare altro, di cambiare mestiere, marito, vita.

alla ragazza che vende orchidee sotto casa mia, per aiutare i figli a crescere.

alle donne che amano mangiare, bere, leggere libri e fare l’amore.

alle donne che amano gli uomini, alle donne che amano le donne.

a chi sceglie di essere madre, a chi rincorre la cicogna con la fionda, a chi insegna ai nostri figli, a chi vuole vivere da sola, a chi di figli ne fa tre o cinque o uno o nessuno.

auguri a tutti coloro che sentono che i diritti delle donne sono i diritti anche di tutti gli altri.

auguri a chi ha capito che una società che tratta bene le donne tratta bene chiunque.

auguri quindi anche ai maschi corretti, che non battono i pugni sul tavolo per nascondere che hanno torto, o che non sono preparati.

auguri a chi cerca un mondo più giusto, con più diritti, che si sia donne in un mondo di uomini, gay in un mondo etero, neri in un mondo bianco, laici in un mondo confessionale, stranieri in terra d’altri.

auguri a tutti i fuori posto, auguri a chi lotta per affermare se stesso.

auguri a tutte noi.

 

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mixed feelings

all’aeroporto di bologna non tira forte il vento come a firenze, dove ci hanno caricato sotto una pioggia sottile per metterci su un autobus e farci partire da un’altra parte.

l’aeroporto di bologna è un posto un po’ speciale.

è da dove siamo partiti per andare a prenderci il principe, che la cicogna, rincoglionita, aveva depositato in armenia, invece che so, a farneta, dove sarebbe stato assai più facile recuperarlo.

così, sullo sgabellino girevole del tavolino “ricaricatelefoni” guardo fuori, gli aerei addormentati e il cielo marmorizzato che si colora delle smagliature del tramonto precoce.

una ragazza parla al telefono della sua storia d’amore, lui è un cretino, che la tratta da donna pallosa e pesante ogni volta che lei prova a parlare di letteratura, politica, femminismo. lei se ne lamenta con l’amica e si chiede cosa farne, di un uomo del genere.

sono tentata di darle un suggerimento, ma poi mi sforzo di fare la persona adulta che non si immischia nelle telefonate degli altri e torno a guardare gli aerei addormentati.

quando proprio mi annoio di guardare il cielo faccio un giro di giostra sullo sgabello, posso sforzarmi quanto voglio, ma uno sgabello girevole sarà SEMPRE un giro di giostra da non perdere.

guardo il meteo di Heidelberg che annuncia pioggia ininterrotta per tutti i giorni che sarò lì.

pazienza.

sono via di casa, senza gli altri due, da poche ore.

sono via per lavoro ma sono anche curiosa di vedere dove sia finita la lucettina degli aeroporti, la lucettina delle valigie, quella del blogghino scritto in una camera d’albergo, quella che guarda i tedeschi come se fosse al cinema, divertita e innamorata e ancora incredula che esistano e che esistano “così”.

sono venuta a cercare la lucettina giramondo, per dirle che ha una casa, e che a casa va tutto bene.

 

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