radici

Serata a Arsina, per un progetto molto bello con fondazione casa Lucca.

Parlare nella chiesa di Arsina (no, state tranquilli, le acquasantiere non hanno preso fuoco…), e chiarire che sì, ero venuta perché assessora ma che già che mi presentavo in paese ero la nipote di Guido, mi ha un po’ rotto la voce in gola.

La più bella litigata alla quale si sia assistito in famiglia fra mia nonna Ida e mio nonno Guido ebbe per argomento andiamo al camposanto di Arsina o di San Concordio di Moriano?

Le due posizioni parvero per qualche tempo inconciliabili, mio nonno pro Arsina, mia nonna pro San Concordio.

Alla fine fu nonno Guido a cedere:

“Via, sian istati insieme tutta la vita, bisognerà sta insieme anco doppo, mi toccherà venì a San Concordio!”

Mio nonno Guido a Arsina era parente di mezzo paese.

Arsina è un posto dolce, capisco nonno Guido, in cima a una salita di vigne e di campi, ora abitata da impiegati, professionisti, pensionati.

Ancora ci sono i contadini, certo, è piena campagna, ma il senso della parola contadino è diverso da allora.

È diverso da quello stile di vita ispido, scomodo, duro, faticoso.

Chissà se la notte dormiva più di me, nonno Guido, stremato da una giornata di vanga, o chissà se invece i pensieri tenevano sveglio anche lui, che alla fine i pensieri stanno nella testa e se ne fregano della stanchezza delle braccia.

Chissà cosa pensava, dietro ai suoi spessi occhiali da vecchio, quando mi vedeva piccina aspettare che la befana tirasse una caramella dal camino.

Ci ho parlato troppo poco per saperlo, troppo piccola io, troppo timido lui.

Ma ieri un numero di persone che non avrei immaginato è venuto con gli occhi lucidi a dirmi “io conoscevo il tuo nonno”.

E allora quel pezzo di me che viene da Arsina esiste, e molta gente lo conosce.

Mi sa che ci torno, a Arsina.

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Le foglie del cachi

Le ha colte, con la nonna, una per una, scegliendo le più belle, le più colorate, le più variopinte.

In corte, a farneta, ci sono due cachi, uno fa frutti buonissimi e foglie banali, l’altro fa foglie incredibili e piccoli frutti sciapi.

Nessuno è perfetto.

D’autunno il ghiaino davanti al forno si veste per la festa, da sempre, da ogni mio ricordo.

Ho delle vecchie foto, della R4 rossa dei miei genitori, o forse dovrei dire mia, perché le macchine dei ricordi sono dei bambini che si addormentavano sul sedile posteriore, con le foglie del cachi colorate come un tramonto sul mare.

Foto di quasi quaranta anni fa.

Ogni anno le ho guardate, stupendomi di quella bellezza sfrontata, indiscreta, da regina spettinata e felice.

Quest’anno le ha viste lui, grazie allo sguardo da bambina di una nonna che ancora, da qualche parte, sa coccolare se stessa piccina.

Da qualcuno dovevo pure aver preso.

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Dillo all’ assessora

Fa un certo che.

No, non il femminile di “assessore”, che altro non è che la scarsa abitudine a chiamare le cose col loro nome, no, a me fa ancora specie che l’assessora in questione sia io, che la gente mi riconosca in strada, che ogni tanto una mia foto o una mia frase o entrambe le cose appaiano sulla piccola cronaca della mia piccola città.

Piccola, come piccola ero io, il primo giorno che entrai alla scuola elementare Augusto Mancini di Maggiano, il paese dei matti accanto a Farneta, il paese del manicomio di Tobino, per me, per sempre, il paese della scuola elementare, della maestra che assomigliava alla signora del dado Star, dei miei compagni di classe, ora uomini e donne e per me ancora bambini col grande fiocco al collo.

Da ieri ho un piccolo ufficio nella scuola elementare Augusto Mancini, una stanza, ricavata nel tempo accanto a quella che era la mia classe quinta, in fondo al lungo corridoio, appena dopo il bagno “delle femmine”.

Un lunedì ogni due, la mattina, sarà lì che riceverò chi abbia voglia di parlarmi, di raccontarmi cose, di protestare per quel che non va o per dire “bravi” se qualcosa, lo volesse il cielo, andasse anche bene.

Ieri è stata la mia prima volta.

Il cancello, una volta immenso e adesso minuscolo, il viale, le scale per entrare.

Chiudendo gli occhi avrei ancora potuto vedere la Opel corsa della mia maestra parcheggiata sotto l’abete oggi tagliato (pare che le conifere facciano più paura dell’isis…) e la Ford escort di quella di mio fratello parcheggiata proprio di fronte.

Dentro, la stanza delle bidelle, sancta sanctorum di ogni bambino, non si apre più al comando di un mal di pancia e poco dopo, lungo il corridoio, le aule sono piene della vita di altri. Libri, strumenti musicali, sedie e scaffali, raccontano il passaggio di testimone: finiti i bambini la scuola è un posto per adulti, vecchi perfino, di cui quei bimbi di un tempo sono i figli, anche loro invecchiati.

Ma lo stesso odora di scuola.

Anche senza la coccoina sulla cattedra, anche senza l’alcol per i banchini, anche senza le lavagne pulite come se sopra avessimo dovuto mangiarci invece che fare di conto.

E io ho pensato alla lucettina col fiocco, mentre prendevo appunti di quello che mi diceva la gente, ho pensato ai temi, ai problemi, agli esami.

E ho pensato che tanto, moltissimo, della donna che sono, è nato ed è cresciuto in quelle mura, di una piccola scuola di paese, a Maggiano, il paese dei matti.

Per cui, nel bene e nel male, sono di certo nel posto giusto.

Ci vediamo fra due lunedì.

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Aria e terra e gente

Disclaimer: post “vecchio”, non si riferisce certo a stamattina! :-)

La mattinata era stata pesante, ruvida, brutta, grigia.

Coi polmoni intasati di polvere e di amarezza mi sono avviata verso il posto dell’appuntamento.

La macchina è partita e dopo qualche chilometro, in mezzo a strade di campagna, alberi vestiti di rosso e di giallo, il cielo azzurro come gli occhi di una bambola e le Apuane lontane e scolorite, siamo arrivati.

Un’azienda agricola, che fa lavorare venti ragazzi disabili, che semina, sarchia, annaffia, cura e raccoglie.

Fiori, piante, ortaggi lussureggianti come il giardino prima del peccato.

Cavoli fieri e grassi, cardoni dalle penne al vento come bersaglieri, finocchi cotonati, insalate tentatrici, terra arata e rovesciata pronta per un altro giro di giostra.

Passeggiando insieme al responsabile ho piano piano ricominciato a respirare, a pulire l’aria che usciva dal naso, a ogni sbuffata meno nera, più leggera, più mia.

La terra sotto i piedi, il cielo sulla testa, ero di nuovo una persona, ero di nuovo io.

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Ho fatto pppasch!!!

ovvero, di quella volta che il principe cascò nella fontana.

La fontana di piazza Antelminelli è uno dei miei ricordi più dolci di bambina.

Prima che farneta mi rendesse una bimba di campagna, fino a tre anni sono stata una bimba di città.

E la fontana era un mare rotondo e bellissimo, con uno spruzzo di balena al centro, e un anello basso esterno dove camminare in equilibrio sotto gli occhi attenti di una mamma o di una nonna.

La forma circolare rendeva il gioco infinito e il colore ricordava l’acqua del mare più bello.

Anche il principe ama quel posto, trotterella intorno alla fontana e ogni tanto, ridendo, chiede se può entrarci, ma lo sa che la risposta è no.

Mercoledì mattina, nella Lucca baciata dal sole e colorata di maschere, una bambina, con dei bellissimi stivalini rosa, felice passeggiava nella fontana.

Temendo l’emulazione, avevo tentato una mossa diversiva:

“Facciamo il giro nell’altro senso!”

Avevo suggerito diabolica.

Felice aveva accettato.

Ogni volta che, facendo il giro, arrivava vicino alla bambina, il saggio HDC, girando in senso contrario, lo incrociava e lo distraeva, facendogli fare il giro dall’altra parte.

Un gioco bellissimo.

I primi due giri.

Al terzo giro, il piccolo aveva iniziato a correre immaginando già l’arrivo del babbo e, distratto e deliziato da quest’idea, si era messo a correre cercando il padre con lo sguardo, trascurando la punta dei suoi piedi.

Che avevano, invece, inciampato sul bordo della fontana, facendolo cadere dentro, dalle scarpe alla sciarpa, inzuppandolo dalla tuta al pannolino.

Ciafff!

Preso al volo e portato a casa in lacrime, è stato asciugato, tranquillizzato e rivestito.

Finito di cambiarsi l’ho preso in braccio.

“Che è successo, amore?”

“Ho fatto ppppash!”

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Gente, ovunque

E così anche quest’anno è iniziata la festa più bella di lucca.

La pacifica invasione, la folle gioia che deriva dal sentirsi giustificati a essere felici facendo cose “da bambini”: leggere fumetti, girare mascherati, giocare a si fa che io ero…

…Spiderman!

…Doraemon!

… Lamù!

E tutti gli altri.

Il cielo è stato generoso, vestito anche lui col colore più bello possibile.

Col principe non è stato semplice girare, ma è stato bello, sfinente, divertente.

Ha avuto un cappello e una spada di palloncini, perché i guerrieri che ci piacciono sono finti e colorati come un fumetto.

È perfino caduto nella fontana di piazza Antelminelli, ma questo è un altro post.

La giornata è passata come una manciata di coriandoli, in un attimo è stata sera, poi notte, col sorriso degli amici intorno a un tavolo, con la voglia di non cedere subito al sonno.

La mia città è così bella quando si colora.

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Con Charles Darwin in consiglio comunale

Dedico questo intervento a paleomichi, a adblues, a valeriascrive, a mana, a Simona – la volpe, e a tutti gli altri pazienti lettori di mille anni fa, che pensavano forse che un giorno avrei smesso di parlare di Darwin.

Vi dedico questo mio intervento in consiglio comunale, perché ero emozionata ma determinata, intimidita dal luogo nna circondata da una squadra eccellente.

Il consiglio comunale era stato convocato sul tema della sicurezza.

La coesione sociale non è frutto del caso, ma si è evoluta nella storia delle società umane partendo sempre da un nucleo fondamentale e irrinunciabile: la condivisione, la conoscenza e il rispetto delle regole.

Rispetto di regole uguale per tutti ricchi e poveri, giovani e anziani, studenti e lavoratori, uomini e donne, senza distinzione alcuna è la base per la salute di una comunità, è la garanzia per i più deboli, in una società che, senza la vigilanza delle coscienze, tende sempre più spesso alla deriva verso la sopraffazione, la violenza, la minaccia, e alla violenza fisica.

L’acuirsi della crisi economica – ma anche culturale – che ha colpito in questi anni le classi medie europee, lo sdoganamento di temi che credevamo sepolti per sempre hanno deteriorato il clima sociale, portando vecchie e nuove povertà a contatto, spesso in assurda concorrenza e spingendo a posizioni estreme anche coloro che fino a qualche anno fa avrebbero provato vergogna a definirsi razzisti, violenti, omofobi.

Stephen Jay Gould, paleontologo americano scomparso troppo presto, in un suo geniale libro “Intelligenza e pregiudizio” spiega, in termini scientifici, come la paura, la diffidenza, il senso di insicurezza provocato da chi è diverso, sia causato per prima cosa dalla ristrettezza di risorse e che i rigurgiti maggiormente razzisti negli Stati Uniti si siano verificati proprio a cavallo fra le due guerre mondiali e soprattutto in seguito alla grande crisi del ’29.

Negli Stati Uniti era in quegli anni molto diffusa l’equivalenza “italiano = delinquente” e chi arrivava a Ellis Island era sottoposto a test d’intelligenza pseudoscientifici ed ideologici che servivano a selezionare nuovi cittadini dal “cervello sano”. Spesso si valutavano i migranti chiedendo la conoscenza di quello che era ovvio, familiare o semplice per un americano, come ad esempio riconoscere un grammofono, ma che poteva essere incomprensibile e totalmente sconosciuto per un contadino nato della Basilicata di inizio secolo. Riflettere sulla storia e su un passato noi relativamente vicino è indispensabile per vedere i problemi in un contesto più ampio, con una prospettiva differente ma soprattutto ci serve a evitare di compiere errori simili.

Come assessore al sociale ritengo doveroso un mio contributo a questo dibattito e in generale al tema della sicurezza cittadina, ritengo che sulla sicurezza ci troviamo di fronte a due aspetti, uno repressivo e uno educativo/preventivo.

L’aspetto repressivo ha un’importanza fondamentale nel garantire il rispetto dei diritti di tutti ma non appartiene né alle mie deleghe né alle mie competenze. Chi si occupa di sociale deve sviluppare e curare l’altro aspetto, non so se più arduo, di sicuro meno visibile nell’immediato, di minor impatto mediatico, più bisognoso di costanza nel tempo ma altrettanto fondamentale: l’aspetto educativo/preventivo.

L’educazione e la prevenzione ti impongono di lavorare sulla costruzione e mantenimento di quei rapporti umani, culturali e di civile convivenza che sono alla base della società: la conoscenza e condivisione delle regole, la socializzazione dei quartieri, la costruzione di reti di buon vicinato e di mutuo aiuto, la conoscenza reciproca e la convivenza fra diversi, la cultura della risoluzione costruttiva dei conflitti.

L’aspetto educativo/preventivo impone di creare momenti di aggregazione e di scambio, luoghi sociali, da condividere e per condividere; luoghi fisici e metaforici dello scambio di esperienze di vita, dello scambio di opinioni, dello scambio di idee, opportunità, tempo; luoghi che educhino al rispetto, al vivere insieme, al passeggiare la sera. So che molti di noi pensano alla necessità di meglio illuminare alcuni luoghi pubblici in nome di un aumentato senso di sicurezza e condivido questa esigenza. Ma so anche che la città sicura è la città dove ci si sente avvolti e rassicurati dalle relazioni sociali, anche le più minime e banali, dove si vive, dove si passeggia per strada, dove si chiacchiera e ci si dice buongiorno, dove si compie un atto di gentilezza verso uno sconosciuto, dove il debole non debba temere il forte, dove le donne possano camminare a testa alta, dove i bambini non siano in pericolo.

Molte persone legano il concetto di “povertà” a quello di “sicurezza”. Io considero il rispetto della legalità come trasversale alle condizioni economiche, lede il mio bisogno di sicurezza un furto di appartamenti come un abuso edilizio fatto sull’argine di un fiume, ferisce il mio bisogno di sicurezza il rubare un cellulare come l’evasione fiscale che ruba risorse all’intera collettività.

Non penso quindi che ci sia un legame necessario fra “povertà” e “sicurezza”, ma penso, invece, che le povertà, l’indigenza, l’emarginazione delle persone le portino ad essere, proprio loro, meno sicure, meno protette, meno garantite, in parole povere meno cittadini degli altri.

Ho iniziato questo intervento con un paleontologo che ha segnato profondamente i miei studi universitari, lo vorrei concludere con una frase di un altro grandissimo scienziato, il cui contributo all’esplorazione della conoscenza è di grande vastità: Charles Darwin.

“se la miseria dei nostri poveri non fosse causata dalle leggi di natura, ma dalle nostre istituzioni, la nostra colpa sarebbe grande”.

Ecco, voglio lavorare insieme a tutti voi per fare in modo che questa “nostra colpa” possa diventare sempre più piccola.

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