Rivoltante

Il decreto immigrazione e sicurezza è rivoltante.

Non ci sono altre parole.

Come rivoltante è la disperata situazione nazionale, che ci vede penultimi in Europa (dietro di noi solo la Turchia) per analfabetismo funzionale.

Vuol dire, che pur sapendo leggere e scrivere, non sappiamo davvero decifrare, interpretare, comprendere un testo.

Il risultato, ha spiegato a una atterrita platea la dottoressa Maria José Caldés, direttrice del centro di salute globale della Regione Toscana, è una popolazione facilmente manipolabile.

Fate una prova.

Chiedete in un bar qualsiasi cosa ne pensano del decreto immigrazione.

So già cosa vi risponderanno.

Che la pacchia è finita.

Che prima gli italiani.

Che tornano a casa loro.

Che hanno 35 euro al giorno e i cellullari.

Eccetera eccetera eccetera.

E ancora nessuno di loro ha capito che:

Si tratta di esseri umani.

Che lasciano tutta la loro vita.

Che affrontano l’inferno del viaggio e della Libia.

Il rischio del mare.

Il lutto delle perdite.

La paura di non capire.

Che col nuovo decreto molti di loro semplicemente si ritroveranno per strada, senza possibilità di accedere al servizio sanitario nazionale, senza alcun tipo di protezione, prede della follia o della malavita.

Quanti? Molti. In Toscana si stima saranno 4-5000 le persone proiettate verso l’irregolarità, vaganti per il territorio, incapaci di difendersi, integrarsi, sopravvivere.

Come si può chiamare sicurezza questo decreto?

Come si può chiamare immigrazione?

Quello che fa male, male davvero, non è una classe dirigente vergognosa che per assicurare la propria esistenza in vita non esita a trasformare l’ospite in un nemico, ma un’opinione pubblica incapace di reagire, perché incapace di capire.

Usciamo dall’ipnosi, accendiamo il cervello, la barbarie è arrivata e ci sarà bisogno dell’ intelligenza di ognuno di noi.

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Su Marte

In casa non potevamo non vedere l’ammartaggio della NASA.

I cugini ammeregani, quando buttano soldi nello spazio invece che nell’esercito sanno fare grandi cose.

La diretta è stata seguita in pigiama, con curiosità da me, bramosia e invidia da HDC (la “sua” sonda partirà nel 2020) assoluta inconsapevolezza del piccolo, interessato molto di più a creare incidenti stradali fra macchinine e triceratopi.

Io ho guardato i volti di tutta quella gente, vestita uguale, nella sala controllo della NASA, uomini e donne, maturi e giovanissimi, chi con un cappello in testa, chi con lunghi capelli biondi, chi grasso, chi magro, chi alto, chi basso.

Li ho guardati esultare e abbracciarsi, alla notizia che tutto era andato alla perfezione, che la sonda era arrivata, che funzionava a dovere, che l’umanità aveva fatto un nuovo, importante, passo avanti.

Sono stata felice per loro, felice con loro.

Sarebbe così bello se umanità intera fosse stata in quella sala di controllo.

Se ci fossero stati i disperati della terra, i bambini, le donne tutte, i sinceri democratici e pure gli stronzi, i pazzi e i sapienti, i politici e gli scrittori, i contadini, gli operai, gli avvocati, i piastrellisti, i rifugiati, i palombari, gli eremiti, i cuochi, i maestri e tutti i loro allievi, i nonni, gli amanti, gli amici, gli avversari.

Sarebbe stato bello si capisse che siamo davvero tutti lì, nella sala controllo della Terra, che su questa navicella azzurra così piccola, che gira intorno al sole, e col sole va a giro per l’universo, ci si salva solo tutti insieme, nessuno escluso.

Vi abbraccio, scienziate e scienziati della NASA, grazie di avermelo ricordato, buon lavoro.

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La famiglia waterini

Si chiama sindrome da scuola materna: il bimbo arriva a casa che ha raccattato qualche virus terribile, sta male un paio di giorni poi guarisce.

In quel paio di giorni però riesce a attaccare il teRibile virus alla mamma, al babbo, alle nonne e pure al postino.

E nei grandi i sintomi si amplificano, si potenziano, si spettacolarizzano.

Il bimbo, guarito, riprende la sua vita di sempre: deve andare a scuola, tornare a casa, (e ce lo porta il babbo sfidando il tempo e il percorso senza bagno) giocare, cenare, fare tutte le cose da bimbo.

Mentre babbo e mamma sono sul divano, con le occhiaie e le mani sulla pancia.

E il bimbo non capisce granché quell’immobilismo e ti chiede balli, mamma? Mentre lui suona cacofonico una pianola e una latta di pomodori, mandando la testa al manicomio.

A cena ci guarda con una certa pena mangiare patate lesse e finocchi lessi, lui, il soldo di cacio, l’untore, il lestofante del mio cuore.

Stamani va meglio, ma siamo ancora troncolati e nauseati, sento il gatto se all’asilo ce lo porta lui.

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Davanti al mare

Siamo passati dal mare, per mettere aria nei pensieri e vento nei capelli.

Era grigio, come il cielo, come la sabbia e come le nuvole aggrottate come la fronte di un vecchio.

La mareggiata era stata inclemente.

Gigli di mare strappati dalle dune, spugne portate a riva dal fondo del mare, stecchi di legno lucidati dalle onde, conchiglie.

Ogni tanto un punto di colore.

Un tappo di plastica rossa.

Una bottiglia verde di detersivo per piatti.

Taniche blu legate insieme da una corda sfilacciata.

Un colino da tè, un coltello, una vecchia scarpa.

Altre vite, mescolate, raccontate dal mare.

La maledetta plastica a ricordare il nostro assurdo stile di vita.

Camminando su quella riva di detriti ho cercato qualcosa dell’estate.

Ho sentito l’odore del mare, ma è diverso, in autunno: il mare sa di foglia e di acqua, non c’è odore di crema solare, asciugamani e ombrelloni.

Il mare d’autunno è bello come è bella una moglie al mattino, coi capelli disfatti e il pigiama sbiadito, bella perché lei, perché vera.

Il mare d’autunno non ha trucco, il mare d’autunno si ama per quello che è.

Il mare.

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Pronti? Via!!!

Sono passata a salutare i bimbi del progetto “pronti a correre”, pensato da un gruppo di mamme (e immagino anche di babbi, anche se io conosco solo le mamme!) di bimbi nati con la sindrome di Down e che imparano a fare da soli, a stare insieme, a orientarsi in una casa, in una cucina, in un bagno, un salotto.

E poi impareranno la strada, l’autobus, la spesa, e mille altre cose ancora.

A vivere insomma.

Perché a lasciar andare i propri figli, ci vuole coraggio.

Ci vuole coraggio a dargli un bacio in fronte il primo giorno di Nido, quello della materna, quello di ogni primo giorno di scuola che arriverà.

Ci vuole coraggio a fare la doccia, lasciandolo in camera sua che gioca col Didò.

Ci vuole coraggio, come quando mia madre mi mandò allo scambio scolastico a Montpellier che avevo 15 anni e mi disse cerca di sembrare più grande, sul treno, e non accettare caramelle.

Ci vuole coraggio a vederli crescere, così velocemente, lontano da noi.

Ci vuole coraggio a saperli bravi, anche da piccoli.

A vederli andare in bagno da soli per la prima volta.

A sentirsi dire ora sono grande.

A lasciarli correre.

E insegnar loro a farlo. Come i passeri, che insegnano a volare ai piccoli voloni, quando il gatto dorme sotto il platano.

Ma queste mamme qui, signore e signori, sono delle montagne di roccia e di speranza.

E i loro bimbi, beh, hanno preso da loro.

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La mammammodo e l’assessora

Accanto alla scuola del piccolo c’è una mateVna pVivata, dove vanno bimbiammodo figlioli di mammammodo.

Le vedo, la mattina, con la piega, lo shatush, vestite ammodo, truccate, precise, con la bici beige, i pantaloni beige, il paricollo beige, il fondotinta beige.

E loro vedranno me, immagino, pettinata come uno spinone, i denti lavati come unico momento di cura del viso, le unghie a zigzag, una macchinina in tasca e un paio di mutande dell’omoragno nello zaino (perché ho uno zaino, la mammammodo ha una borsa, beige) perché non si sa mai.

Mi vedranno di corsa posare la bici e scendere cercando di non far cadere un piccolo dal casco giallo, su un seggiolino verde, con un giubbotto rosso, praticamente l’incubo dei camaleonti, mentre loro scendono il bimbo beige dalla bici beige.

Non so dove vanno dopo, forse al lavoro, le vedo bene in tribunale, avvocatesse lanciate, o a casa, o in palestra o non so.

Ma invidio il loro andare piano.

Il loro non scomporsi, il loro tempo.

Io corro, sudo, mi scapiglio, mi scapicollo e mi scordo la merenda e torno a casa al volo e poi ricorro e poi scappo, verso le mille cose che aspettano.

Non sono una mammammodo, sono una mammassurda, che si porta dietro quel povero bimbetto per vederlo, ogni tanto, per stare un po’ insieme, in lunghe assemblee, in riunioni in ufficio, per mano, incapace di fare a meno di lui.

Sono una mamma sgrendinata, disordinata, stanca come un miccio la sera.

Ma contenta.

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Cittadini

Ho corso come una matta tutto il giorno, a piedi, in bici, in macchina, da una riunione alla successiva, ho pranzato in tre minuti infilandomi due etti di cecina direttamente nelle orecchie, poi nel pomeriggio una riunione seria seria, con gente seria seria e alle 17 sono arrivata trafelata alla cosa delle 16, ho salutato e sono corsa a quella delle 17, dove sono arrivata alle 17.20, dalla quale sono uscita alle 19.

Però, però, però…

Alla cosa delle 17 ho salutato un gruppo di anziani che erano a un corso per tenere il cervello in forma, e agli anziani sono stata felice di raccontare che ero di corsa perché andavo a salutare dei bambini.

Ho detto loro che i nonni sono una cosa seria, che potenzialmente loro sono i nonni di tutti e i bimbi i nipoti di tutti. Che avevano la responsabilità di raccontare, educare, guidare i bambini, loro, dalla lunga vita piena di storie, di strade, di posti.

Ho detto loro che andavo dai bambini.

E ci sono andata, di corsa, al consiglio comunale dei ragazzi e delle ragazze, da quelle teste bionde, more, ricce, lisce, con gli occhiali, la coda di cavallo e la frangetta.

E mi sono goduta i loro sguardi curiosi, emozionati, seri.

Abbiamo dato loro il benvenuto.

E dopo di loro abbiamo conferito la cittadinanza onoraria ai piccoli lucchesi figli di genitori di origine straniera.

Il piccolo è venuto a trovarmi, con HDC, e ha aiutato a consegnare le coccarde tricolore, felice di essere utile.

E come sempre è stato bello vedere che da bambina la specie umana è così bella, così normale, così vera.

Verso la fine qualcuno ha chiesto a una bimba dai lunghi capelli neri e la pelle color castagna:

e tu, da dove vieni?

Da Lucca!

Ha risposto.

Da Lucca.

Benvenuta a casa tua.

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