U.P. Ultimo Panettone

Eccoci qua, sul divano, il piccolo che dorme, il gatto acceso, albero e presepe già smontati e in soffitta.

Sono state feste memorabili, le prime veramente “presenti” del piccolo, con Babbo Natale e la Befana aspettati con amore e curiosità, coi nonni e con gli amici, con le stelle alle finestre e negli occhi.

Addento l’ultima fetta di panettone, pensando alla settimana frenetica davanti, alla dieta che dovrò rassegnarmi a riprendere, ma anche alla voglia di ritagliarmi il tempo per andare in piscina e in bicicletta.

La casa tornata normale, le carte dei regali in parte buttate in parte tenute “che non si sa mai”, i giochi sistemati, i cesti di leccornie ancora da smaltire con qualche cena ad hoc.

Le giornate sono già più lunghe, il carnevale è ancora lontano, ma l’aria ha già cambiato colore.

È un nuovo anno, da scartare come un cioccolatino, schivando il carbone e godendo dell’uvetta.

Felice ripartenza a tutti.

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Un presepe

Sono andata a vedere un presepe, fatto, come ogni anno, mi hanno detto, da un signore che lo fa da cinquant’anni.

È un ospite dei servizi sociali, e crea il suo sogno di natale dentro la Pia Casa, una struttura per anziani.

Inizia a lavorarci un mese prima, mi racconta, e compra di tasca sua le piccole luci, i pezzettini che gli servono, un po’ di materiale.

È un sogno complicato, fatto di mille dettagli, paesaggi, visioni, diorami, meccanismi, giochi di luce e stelle di carta.

È dolce e insieme un piccolo universo, mille vite raccontate in una stanza, mille vite intorno a una culla, come del resto dovrebbe essere davanti a ogni culla di bimbo, ogni volta che ne nasce uno.

Mulini, cascate, pastori, villaggi, animali, boschi e colline.

Un piccolo mondo che a ogni natale esce dalla testa e dal cuore di un signore per prendere forma in una stanza magica.

Un piccolo mondo che fra pochi giorni tornerà nelle scatole e negli imballaggi, aspettando un anno intero prima di uscire di nuovo, prima di raccontare di nuovo a tutti le sue mille storie di donne e di uomini.

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sacchetti di plastica: my two cents

Poteva mancare il blogghino alla pippa del momento?

Naturalmente no.

Soprattutto sulla pRastica, soprattutto sui consumi.

In fin dei conti lucettina è, e resta, una biologa.

Vorrei partire dalla cara krukkonia e rivelarvi un diabolico segreto: lì le verdure non si mettono nei sacchetti se proprio non ce ne sia un vero bisogno.

Ad esempio: se compro fagiolini sì, se compro un popone, maremmaimpestatadiavola, no.

In Italia mi sono fatta rimproverare un sacco di volte al supermercato perché mi rifiutavo di usare UN sacchetto per UNA melanzana o per UN peperone o per UN cavolo.

Mi direte: dove si appiccica il prezzo sul cavolo?

Ok. Col cavolo è difficile, ma dove si può non vedo perché no, in ogni caso in krukkonia l’ortofrutta si pesa alla cassa quindi niente appiccichino.

Altro segreto tremendo: in krukkonia non c’è l’orribile guanto.

Niente preservativo per le mani zozze del prossimo, perché tanto, quello che si compra è stato un posti BEN PEGGIORI della mano di quello prima di te.

Un supermercato non è una sala operatoria e tutti, in ogni caso, le verdure le sbucciano o le lavano.

Noi no. Noi abbiamo bisogno di credere che siamo i primi a toccare un mandarino, abbiamo lo jus primae palpatae che impera, da noi la verginità della banana è fondamentale, non sia mai che l’abbia toccata qualcuno prima di me.

E intanto, ogni supermercato offre lo spettacolo orrendo di bidoni che traboccano di guanti usati, sacchetti presi in sovrannumero e poi buttati, plastica, biodegradabile o meno, che qualcuno ha fatto, trasportato e organizzato e che qualcun’altro dovrà poi smaltire.

Ecco quindi i miei due centesimi di pensiero, equivalenti a due sacchetti:

Il sacchetto ecologico è quello che hai già, quello che non usi, quello che risparmi.

Una scelta ecologica è ridurre, ridurre, ridurre.

Non usarli quando possibile, non usarli se non serve.

E facciamola finita di metterci quei guanti del piffero che non servono.

Alé.

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Come i grandi

Da qualche giorno il piccolo ha deciso che può dormire come i grandi.

Come i grandi vuol dire sotto le coperte col pigiama invece che col sacco nanna in giro per il letto.

Non è stato facile: lui mal sopporta sentirsi coperto da alcunché e scalcia come un cavallo ogni tentativo di copertura, di ogni tipo e materiale.

Quindi per far sentire la mamma ansiosa al riparo dalle fobie bronchitiche, ho sostituito il sacco nanna con pigiami di pile che facevano scintille, canottiere degne di Giovanna d’Arco e calzini che avrebbero tenuto i piedi di Ötzi al caldo.

E poi lo coprivo.

E la mattina lo ritrovavo a 220°C, pronto per la colazione.

Da un paio di giorni, dietro la solenne promessa di stare sotto il piumone, ho iniziato a togliere strati.

Adesso siamo al pigiama che fa scintille, ma senza calzini e col solo body sotto.

E mentre ieri sera, contando sul sonno pesante, lo avvolgevo come un salame nel piumone, mi è tornato in mente quando quella piccola ero io e mio padre, a farneta, mi infilava le lenzuola sotto il materasso, con me dentro, che mi sentivo una mummia imbalsamata e mugugnavo e mi divincolavo come un serpente fino a che non riuscivo a riallargare tutto.

Così è là vita, avrebbe detto Frau Patata.

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Budapest

A Budapest tira vento.

Un vento gelido, che mi ricorda Dresda e che secca le labbra e la voce.

Fa notte presto, d’inverno, a Budapest.

E di notte compaiono le luci che raccontano i monumenti, le strade e le piazze.

Si sente parlare italiano a ogni angolo di strada e larghe signore venete, o russe o forse lombarde, girano con improbabili pellicciotti intorno alla testa e il trucco delle grandi occasioni.

Anche Budapest pare truccata, a volte.

Quando sembra troppo bella per essere vera, quando i ponti splendono senza pudore, quando passano ragazze bionde dal culo alto e il passo veloce.

Si cammina nascondendo il naso nella sciarpa e le mani in tasca.

La sinagoga racconta lunghe storie di vita vissuta e persa.

Il vetro e l’acciaio dei nuovi edifici specchiano le facciate liberty di quelli più antichi e un profumo dolce di vaniglia e zucchero si sente da lontano, camminando verso il mercatino in piazza santo Stefano.

Budapest, ebraica, austroungarica, letteraria, ottocentesca e novecentesca, carrozze e carrarmati, cuochi e romanzieri, fiera come una leonessa, bella come un tramonto sul Danubio.

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Un anno

È stato un anno incredibile.

Il Principe si sta trasformando in un bellissimo ranocchio, acuto, intelligente, allegro. È un fantastico compagno di giochi e di vita.

Quando a primavera Daniele mi telefonò per convincermi a candidarmi nella campagna elettorale cittadina, mai avrei pensato che a luglio il sindaco mi avrebbe chiamato per chiedermi se volevo fare l’assessore. Che si diceva assessora lo capii ad agosto.

Da quel momento in poi sono stata risucchiata in un vortice di cose bellissime e dure.

Il confronto quasi quotidiano con chi viene a raccontarmi la sua vita è insieme quanto di più umano e terribile esista al mondo.

Per me, che credo fortemente che la Storia sia l’insieme delle storie, ascoltare tutta questa gente diventa un allenamento all’umanità per il quale non ero preparata.

Allenamento al quale ho dovuto, alla fine, contingentare i tempi, pena non averne più per cercare di risolverli, i problemi, invece che ascoltarli e basta.

Ma allenamento di cui ho bisogno, per capire, per restare nel mondo, per camminare insieme.

Ho imparato che al mondo, come in città, c’è molto più cinismo di quello che dovrebbe essere consentito.

Ho imparato che ci sono calcoli che non sarò mai in grado di fare e mi va bene così.

Ho imparato che ci sono persone sulle quali potrò sempre contare e direi che questo è quello che conta davvero.

Per fare tutte queste cose, cosi diverse dal mio mondo di prima, c’è voluto l’aiuto di un bel po’ di gente, nonni gentili, amici pazienti, ma, sopratutto, un marito con la A. maiuscola e anche con la H, la D e la C.

E adesso che in questa fredda e lontana città, bellissima e ventosa, che si chiama Budapest e che ci vede a zonzo di giorno e in una stanza d’appartamento di notte, mentre li sento dormire entrambi come trattori bielorussi come avrebbe detto una Frau d’altri tempi, mi viene da pensare che quest’anno, come ogni anno, siano loro, lo scorrere dei mesi e dei giorni, siano loro la misura delle cose, siano loro il battere del tempo.

La lancetta piccola e la lancetta grande del mio orologio.

Per cui auguro a ognuno di voi di trovare e riconoscere le proprie lancette, ascoltarne il ticchettìo e assaporare insieme a loro il battere del tempo.

Felice 2018 a tutti.

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Ljubljana

A ljubljana si cammina sotto l’ombrello e la pioggia diventa di colpo una fitta nevicata.

C’è il fiume, ci sono i ponti, gli edifici eleganti.

Potrei essere al grund, a Lussemburgo.

E ricorda anche certe piccole città tedesche di ovunque in Germania.

Potrebbe essere Heidelberg, ma anche Görlitz.

In alcune strade mi ricordava certe passeggiate con la mia amica C a Arlon, in Belgio.

Praticamente Europa.

E mentre camminavo sotto la neve, pensando che quello era il posto dove tutto era cominciato, che quello era stato l’inizio di tutto, non ho potuto fare a meno di chiedermi cosa sia davvero questa Europa, così simile a se stessa oltre le Alpi, così ardesia e novecento, così nuvole basse e Jugendstil, così fatta d’acqua e di fiumi e di ponti e donne alte con l’ombrello e i polpacci larghi.

Noi, gli italiani, i portoghesi, gli spagnoli, i greci, un pezzo di francesi, ospiti e insieme padroni di casa, simili e diversi da questo mondo di burro e birra, noi, quelli del vino e dell’olio.

Insieme a questo mondo abbiamo fatto l’Europa, che niente fece per fermare il disastro allora e adesso mette i muri alle frontiere.

Forse è il momento di tornare a passeggiare tutti insieme sotto la neve, per capire se esiste ancora una speranza da far brillare, e se questa speranza, come io non smetterò mai di credere, vale ancora la pena di stare insieme.

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