Con gli stivali

Il piccolo ha un paio di nuovi stivali di gomma.

Gialli come un canarino.

Ne va molto fiero. E anche io.

Da bambina i miei stivali erano rigorosamente rossi, e mi regalavano un senso di onnipotenza fatto di fango, erba bagnata, pozzanghere, piccoli ruscelli avventizi che si formavano nelle canale scavate da Santina lungo le strade ghiaiose di farneta.

Erano il simbolo della libertà, della possibilità di passare da qualunque posto senza bagnarsi, senza sporcarsi, senza incorrere in alcuna sanzione dei grandi.

Pioveva molto, quando ero piccola, o forse, più banalmente, me la godevo di più. La pioggia non era un inconveniente, ma una possibilità, un gioco, una promessa.

Così vorrei fosse per lui.

Il prato, il bosco, la strada, diventano un mondo diverso, con gli stivali.

Diventano lo specchio nel quale guardarsi, nel quale entrare, nel quale perdersi per qualche tempo.

Un mondo di verde senza ostacoli, fatto di lombrichi e chiocciole e fiori e fili d’erba e mani di bimbi.

Con un paio di stivali ai piedi si può fare tutto.

Pubblicato in Uncategorized | 7 commenti

Come salmoni

La porta dell’asilo era chiusa, e le bidelle non sentivano il campanello.

I bimbi al doposcuola al piano di sopra.

Un’altra mamma è arrivata poco dopo di me.

Possiamo provare a passare dalla scuola elementare, basta fare il giro!

E siamo andate, insieme, sotto la pioggia.

I due edifici sono collegati, così ci siamo avviate nel giardino delle elementari cercando di superare la selva di ombrelli dei genitori.

L’orario è diverso: l’asilo finisce alle 16 e ha l’ora di doposcuola, la scuola elementare alle 16.30.

Erano le 16.25. E tutti i bimbi del regno erano, con le loro maestre, sulle scale in attesa del suono magico e liberatorio della campanella.

Ci siamo arrampicate, dietro a due maestre che dovevano anche loro salire su.

E abbiamo letteralmente nuotato in un mare di bambini, di ogni modello e cilindrata, di ogni colore e finitura, di ogni tipo di marca e di accessori.

Trecce, code, frange, rapate, biondi cenere, nero d’ebano, occhi a mandorla, grandi occhiali, denti in fuori, labbra rosa, piccini, grandi, intermedi.

E in mezzo a loro un vociare da uccellino, un caos di decibel da voliera impazzita, di chiacchiere, grida, risate, voci, mille voci di mille bimbi diversi.

Ho sbirciato le maestre, per leggere nei loro volti il giudizio sulla situazione e sono rimasta felice dei loro sorrisi, che capivano lo scalpitare dei puledri, lo starnazzare delle anatre, il pigolare dei pulcini sull’orlo della libertà di uscire, della libertà di correre.

Così, come salmoni, scalino dopo scalino, ci siamo arrampicate, a cercare i più piccini, per far uscire anche loro, liberare i passeri, aprire le finestre.

E mi sono immaginata il piccolo, in mezzo a quella masnada di grembiuli, in mezzo alle cartelle, ai libri, alle penne e alle matite.

Credo che vorrei per lui delle scale così: colorate e felici, che lo accolgano e lo accompagnino, per mano al compagno di banco.

Pubblicato in Uncategorized | 1 commento

Usignolo

Capita a primavera.

Che ci si svegli troppo presto e non ci sia più verso di riprendere il filo del sonno.

E che, verso le cinque, l’usignolo che vive nell’arancio racconti a tutti la sua nottata.

E a me ricorda farneta, il cinguettare chiassoso degli uccellini sugli alberi davanti casa, l’odore della legna a bruciare nel forno di Santina che prepara il pane per la settimana, il sole che fa brillare le foglie nuove del cachi, il cielo che si scalda, la strada sassosa, il grembiule pulito, la strada verso scuola.

La maestra, in quaresima, controllava il contenuto dei nostri panini con l’occhio dell’imam: se contenevano carne (e io avevo SEMPRE il panino con la mortadella, tagliato al volo dai grandi prima di uscire e messo in un fazzoletto di carta, che poi toccava cercare i pezzi in giro e ricomporlo) faceva gli occhiacci seri e ricordava a noi bimbi i rigori necessari per il periodo di penitenza e dispiaceri dopo il carnevale e prima della cioccolata dell’uovo.

E si facevano ritratti a tempera di rami di pesco fioriti, portati a scuola da ognuno di noi per competere per il sorriso della maestra, e si usavano per il lavorino di pasqua e il pensierino che ci andava sopra si scriveva prima in brutta che non si sa mai.

Adesso finalmente l’usignolo dorme, e quasi quasi ci riprovo anche io.

Pubblicato in Uncategorized | 1 commento

Fragole e vecchi cavicchi

Cara nonna,

Dopo l’asilo siamo venuti a piantare le fragole.

Abbiamo scelto un grosso vaso, dove metterle tutte insieme, riempito di nuova terra grassa e scura.

Il bimbo ha voluto i suoi guanti, la sua carriola, i suoi attrezzi.

E a me ha fatto molta tenerezza.

“Ti prendo il cavicchio di tua nonna”

Mi ha detto mio marito.

L’ho guardato con aria interrogativa.

Lo aveva ritrovato in capanna, fra la legna, liscio di tempo, di terra e di mani.

Quante volte lo avrai usato per i trapianti, per i bulbi da fiore, per le cipolle, gli agli, le piante piccoline cresciute grazie alle tue cure.

Quante volte ti sarai curvata, sorridendo lievemente, su un fiore, su un germoglio, su un seme nascosto e silenzioso.

Quante volte avrai sbirciato, trattenendo il respiro, lo spuntare di una nuova vita, un nuovo ciclo, un nuovo mondo fatto di verde, di linfa, di clorofilla.

Quante volte avrai studiato l’affondare delle radici, l’allargarsi dei rizomi, il propagarsi dei fittoni.

E noi, come le piante, lì curvi insieme a te, a continuare la storia, a girare la pagina del libro, la ruota della bici, il sentiero della vita.

E così ho parlato al bimbo come tu avresti fatto a me.

Ho detto i nomi, delle piante che accarezzava, ho fatto annusare gli odori, sentire la ruvidezza degli steli, la tenerezza delle foglie.

E rivedevo le tue ciabatte, le tue gambe dalla pelle di carta velina, la vestaglia, le mani, gli occhi azzurri come il cielo.

E te lo posso proprio dire: questo bimbo venuto dallo spazio, chino su un filo d’erba, con lo sguardo pensoso, ha molte cose che ha preso da te.

Pubblicato in Uncategorized | 1 commento

Due sorrisi e una bicicletta

Siete arrivati alle spalle, allegri e divertiti della sorpresa.

Io correvo da una riunione alla successiva, una giornata complicata, iniziata alle nove di mattina e finita alle undici di sera, senza il modo di vederci, stare insieme, raccontarci un po’ di cose.

Così mi avete beccato, in transito, di corsa, con la testa piena di pensieri io, piena di vento voi.

Un centauro a due teste, voi e la bici, una grossa dietro, con la barba e gli occhiali da sole, una piccina davanti, col cappuccio in testa e gli occhi sgranati di chi beve il mondo per merenda.

Un minuto di voi, prima di scappare, un minuto di senso del reale, prima di tornare nella teoria delle cose.

E il cielo era blu e il poggio delle mura verde e tutto pareva più pulito, spolverato dal vento.

E in un secondo tutto ha avuto senso.

Grazie.

Pubblicato in Uncategorized | 1 commento

La freschezza dei ragazzi

Mi hanno invitato a vedere quello che hanno fatto e a fare un saluto.

È stato emozionante, vederli felici, orgogliosi e timorosi.

È stato bello vedere le loro insegnanti fiere del lavoro svolto.

È stato un onore raccontare loro le storie di un’italiana in Germania.

I ragazzi del liceo artistico hanno raccontato l’Europa secondo loro.

Il sogno e l’amaro, la voglia di viaggiare e di conoscere, l’ideale e la realtà, la Germania, l’Italia e l’Ungheria, i paesi che hanno partecipato ai loro scambi.

Hanno raccontato i pregiudizi incontrati, le speranze coltivate, la voglia di stare insieme.

Lo hanno fatto come degni allievi del liceo artistico: con musica, video, storie, teatro.

Lo hanno fatto con la disarmante sincerità dei diciottenni.

Lo hanno fatto e io, una volta di più, ogni volta che incontro i ragazzi, divento meno pessimista, meno cupa, meno amara.

Ho raccontato loro che la notte del crollo del muro di Berlino comprai tutti i giornali, li ritagliai e misi tutto in una cartellina di plastica rigida.

Non avevo Facebook.

A dire il vero non avevo neanche internet.

Le lettere avevano bisogno di francobollo e di molti giorni di dubbi sul loro arrivo.

Incredibile ma vero.

E mi hanno ascoltato, e mi hanno applaudito e mi hanno commosso.

E in prima fila, accanto a me, avevano invitato dei ragazzi richiedenti asilo, per dire loro che avevano capito.

Avevano capito cosa vuol dire pregiudizio.

Cosa vuol dire non capire la lingua nella quale tutti parlano e tu no.

Cosa vuol dire essere lontani da casa.

Cosa vuol dire essere un cittadino del mondo.

Perché le radici non sono solo quelle dove nasci, ma ogni posto dove vivi felice.

Grazie ragazzi, di vero cuore.

Pubblicato in Uncategorized | 1 commento

Passeggiando per Livorno

A Livorno tira vento e bisogna mettersi i sassi in tasca.

A Livorno una lucchese si perde.

Dov’è il dentro e dove il fuori?

Il cerchio delle mura non c’è, al suo posto la linea infinita del mare.

A Livorno si cammina e improvvisamente si affaccia il mare, inatteso, inaspettato, spettinato come un livornese.

A Livorno si mangia il pesce da fischietto, al confine di un parco, nella vecchia sede del rugby Livorno e a un metro dal parco la città è di nuovo città, con la strada, le macchine, le case dagli avvolgibili verdi e i davanzali di travertino.

A Livorno l’elegante terrazza confonde i pensieri, porta lontano, a guardare il mare sotto i piedi e pare un miracolo di trasparenza e baruffa.

Un cane peloso rincorre la padrona in tuta e culo ritto, un altro più asciutto tira un occhialuto signore senza avvenenza.

Anche i cani paiono più liberi, a Livorno.

Pubblicato in Uncategorized | 2 commenti