Ranuncoli e margherite 

Me lo ha porto così, come se non ci si fosse viste da due o tre giorni, in mezzo a via Elisa, quasi sotto porta san Gervasio. 

Ridendo, come chi sa di conoscermi molto bene. 

“I think you like them…”

In effetti. 

I miei fiori preferiti. 

La bionda sa il fatto suo. 

L’ultima volta che ci siamo viste era in Polonia, per il suo matrimonio, lei era felice e stanca e innamorata e anche io, devo dire. 

Lei aveva un bimbo, oltre che un marito, adesso ne ha due. Entrambi biondi biondissimi, come vuole la tradizione.

E il mio, moro, morissimo che li guarda e corre con loro in piazza napoleone, i bimbi dopo aver mangiato un gelato banana e fragola, lei, come sempre, al mango.

Che come fa, a una, a venirgli in mente di ordinare un gelato al mango lo sa il signore. Io non immaginavo neanche che ci fosse, il gelato al mango.

Insomma, se ancora non avete capito, la bionda è in città. 

Cappuccini col cacciucco, tisana al lampone e tomino al forno. 

Sembrano lontani i tempi del “trova un marito a dresda” eppure siamo ancora qui, a cercarci e a regalarci fiori.

La bionda e la mora di nuovo insieme.

tremate lucchesi!

Sono previsti esperimenti culinari d’alto livello (come quella volta che azzannò un weetabix e quasi moriva), arte sopraffina (come quando colorammo una trentina di uova di pasqua e poi non sapevamo più che farne), lunghe passeggiate (come quella sera che imparai la parola Mistel (vischio) e quasi mi ibernavo a Moritzburg perché secondo lei non era affatto freddo, o anche misteriosi incontri (come quella volta che mi accompagnò a un appuntamento al buio e fece, per fortuna,scappare lo spasimante) e altre roboanti avventure, come quando mi insegnò ad aprire una bottiglia di vino con l’ombrello e facemmo scoppiare il collo.

Insomma, siamo due tranquille madri di famiglia, che può succedere mai?

Mi vien da ride. 

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Coriandoli

A primavera l’aria è piena di vita.

Il vento porta in giro pollini e semi, petali di alberi da frutta, fiocchi soffici di pioppi e mille girandole di samare di olmo, frassino, carpino e acero.
In particolare, vicino a dove lavoro, un olmo è stato parecchio generoso e il vento ha accumulato i sottili coriandoli a corredo del seme in un corridoio all’aperto che devo percorrere più volte al giorno. 

E così, mentre penso a mail complicate, a progetti intricati, a scenari probabili e improbabili, a documenti da rileggere, controllare, rivedere, comprendere, magari, mi trovo a passare sulla pioggia di coriandoli leggeri lasciati dall’olmo.

E per un secondo mi ritrovo con la mente leggera, come i semi portati dal vento, scherzo con loro, spostandoli con i piedi e lasciando che volino in tutte le direzioni. 

Mi fingo bambina, mi credo tale per quei tre secondi che ci passo nel mezzo, piccolo segmento di bosco, di caos, di carnevale fuori stagione. 

Li ascolto fruscianti, li guardo volare per il tempo minimo di qualche passo. 

Che niente è rispetto alla lunga giornata, ma è tutto un mondo, per i secondi lievi che mi regala. 

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Da vecchia

Dal parrucchiere mi siedo col piglio della vecchia fra due signore dal piglio identico al mio. 

Siamo tutte e tre lì per lo stesso motivo: tingere i capelli per sembrare più giovani. 

La vecchia numero uno ha scelto un improbabile marrone caffè. 

La numero due un beige d’ordinanza. 

La vecchia numero me un castano dai riflessi rossi, il colore che ho sempre desiderato di avere naturalmente al posto del mio “topotalpa”.

Col pennello ci spalma della biacca gelida in testa.

e restiamo lì, come tre gatti bagnati, fingendo nonchalance mentre siamo imbarazzate peggio che nude. 

Perché quando ti tingono i capelli c’è uno stadio nel quale si deve stare qualche minuto, durante il quale hai i capelli vicino alla testa impastati nella biacca e gli altri, “le lunghezze”, ritte e sparate in ogni direzione. 

In quello stato parrebbe un cesso pure Naomi Campbell.

Figuriamoci noi tre vecchie. 

La vecchia numero uno attacca bottone. 

Non chiedo di meglio. 

“Bisognerebbe essere più coraggiose e tenersi quelli bianchi fino a che non sono tutti grigi uguali… sennò poi quando accade o li tagli a zero o devi aspettare che ci sia tanta ricrescita…”

Annuisco.

La parrucchiera intanto mi finisce di impiastricciare i capelli e mi mette una cuffia di plastica e una retina in testa. 

Devo ripeterlo?

Una retina, di quelle rosa, tutte traforate, che si lega dietro la testa, identica a quella che usava la mi’nonna per la piega. 

Mi sono tolta gli occhiali. 

Per non vedermi.

Ps: charlotte casiraghi potrebbe essere di nuovo incinta, ne vogliamo parlare?

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Welcome to lucca

(Foto valeria)

Benvenuti a Lucca, potenti della terra. 

Benvenuti nella provincia, nella cittadina, nel piccolo mondo. 

Voi, che arrivate dal Giappone, dagli Stati Uniti, dalla Francia, dalla Germania, sappiate che qui c’è gente che pensa che un pisano sia straniero, che un nero sia un pericolo, che un cinese puzzi e un francese sia finocchio. 

Voi, che potreste cambiare il mondo e invece il mondo vi va bene esattamente così com’è, feroce e perfettamente allineato con le vostre politiche meschine. 

Benvenuti nella città che da settimane bofonchia per il vostro arrivo. 

No, non perché siete i padroni del mondo. 

Quello ve lo hanno urlato in pochi, dalle grida soffocate da chi, tra di loro, cercava cinque minuti di tg5 e da chi ha come sempre risposto con la foga di chi tiene il manganello dalla parte del manico. 

No.

Il lucchese non bofonchia per cose senza importanza come il capitale mondiale, la crisi economica, le grandi migrazioni, le guerre, i traffici di armi e di esseri umani. 

Il lucchese bofonchia perché “ni date noia” come direbbe lui. 

Il lucchese bofonchia perché se bottegaio deve bofonchiare per contratto e se non bottegaio ha un amico, un cugino, uno zio bottegaio.

e perché sono andati a dormire in versilia?

(Mah… chissà! Che assurda follia, andare in un cinque stelle con vista sul mare…)

e perché non sono rimasti a cena?

(Come direbbe per altro la mi’nonna di qualche cugino lontano)

Ora sta a vede’ che un posso anda’ dove mi pare a casa mia!

Fatevene una ragione.

A Lucca il G7 dà fastidio. 

Andate, iobono, a Lamporecchio.

Però c’è una cosa che mi piace di questa mia assurda città. 

Guardate la foto scattata dalla mia amica valeria. 

È una delle strade del centro. Chiusa con granitica serietà poliziesca.

Chiusa usando le barriere del carnevale di Viareggio. 

Colombina e Arlecchino sono avvertiti.

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Un pugno di sabbia

Il bimbo è fatto così. 

Se si mette in testa una cosa la fa. 

E se non ci riesce o ha bisogno di aiuto riesce a convincere chiunque dell’assoluta necessità della cosa.

E il bimbo al mare ha i piedi nella sabbia calda d’aprile, cammina incerto e meravigliato, avendo forse dimenticato le volte precedenti. 

Si guarda intorno e la vede. 

La sottile striscia blu alla fine del grigio.

“MAE!”

Esulta.

“Mare!”

Confermo e correggo.

Mamma rompipalle.

Tuffa una mano nella sabbia, la solleva stretta a pugno.

Dentro la mano una manciata di sabbia. 

L’altra mano si protende verso di me. 

“MAE!”

Intima. 

“Mare!” 

Confermo. 

E per mano andiamo verso il mare, inciampando ogni tanto, ogni tanto pestando conchiglie o stecchi o patate di posidonia o misteriosi relitti di plastica sbiadita.

Camminiamo a lungo, per tutta la lunghezza della spiaggia. 

Fino alle onde, fino all’ombra bagnata di acqua che viene e che va. 

Lì si ferma. 

Mi guarda. 

Trionfante getta la sabbia nell’acqua.

Poi mi trascina indietro.

Fino a dove eravamo partiti.

e lì il ciclo riparte. 

Una mano di sabbia. 

L’altra con me. 

Si cammina e si arriva. 

Si getta la sabbia. 

E di nuovo indietro a cercarne di nuova. 

“Tesoro, ma la sabbia è ovunque al mare, perché andarla a prendere proprio laggiù?”

Mi guarda e decide che non merito una risposta. 

Mi trascina di nuovo all’inizio della spiaggia e di nuovo agguanta la sabbia. 

“MAE!”

Sentenzia imperioso.

“Signorsì!”

Sospiro felice. 

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Ripensandoci

Sono iscritta a un gruppo, parla di labiopalatoschisi, scrivono mamme che hanno scoperto durante la morfologica che il sorriso del loro bimbo non sarà come lo immaginavano. 

Sono spesso spaventate, chiedono come si fa, dove si va, quali sono i medici migliori, cosa si devono aspettare.

Così spesso mando loro un messaggio privato, con una foto “prima” e “dopo” e racconto loro del suo sorriso, delle operazioni, dico loro che andrà tutto bene, dico loro che, anche se adesso non lo immaginano, un giorno quel sorriso sgangherato gli mancherà. 

E ripenso a chi è stato vicino a me, a Francesca, a Fatima, alle altre mamme che ci sono passate per prime e hanno passato il testimone. 

E ripenso e lui, a noi, a com’era, a com’ero.

A quanto sia stato forte e tenace e coraggioso. 

E anche noi. 

A quanta paura abbia avuto. 

E anche noi. 

A come sia cresciuto in fretta. 

E anche noi. 

E il suo mondo e il nostro diventato un solo mondo, tutti e tre col sorriso sgangherato.

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A pallettoni

Sarà il cortisone, saranno i cinque giorni lontano dall’asilo, sarà che cresce, ma è carico come una mina. 

Come un cocainomane vive tutto amplificato, non smette mai di muoversi, di procurarsi guai, di imparare nuove parole e nuovi concetti.

Così la sera sveniamo alle 21.36, un minuto esatto dopo di lui, dopo aver letto libri, cantato canzoni, rincorso gatti e aver inscenato storie d’amore romantiche fra galline di legno (lo confesso, il mio gioco preferito).

Dice va bene così, dice che lo fanno tutti, dice che dovrei preoccuparmi del contrario.

Ma qui urge allenamento fisico e mentale, o questo qui, come dicono a Livorno “ci mangia e ci ricaa”!

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