Un quaderno e una penna 

Ogni volta che devo iniziare a fare o a imparare qualcosa di nuovo ho un rito.

Un nuovo quaderno e una penna.

La penna non deve essere per forza nuova, ma deve diventare quella dedicata a iniziare quel quaderno lì, quindi deve essere scelta con cura nei cassetti di casa, deve avere un colore che mi convinca (sono stucca perfino sui toni del blu), deve avere una scrittura grassa, rotonda e serena. 

Mi piacciono le stilografiche, non occorre che siano costose, vanno benissimo quelle da liceo, che mi compravo in francia ad ogni vacanza, per rendere settembre più accettabile.  

ma amo anche le biro, purché a punta grossa e solo se blu. 

I quaderni invece li amo a quadretti, perché i quadretti fanno anche da righe, ma le righe non fanno da quadretti. 

E li amo coi fogli tutti attaccati, possibilmente rigidi, possibilmente a tinta unita. 

E quando  inizio il quaderno è una grande responsabilità. 

La prima pagina, introduzione e aruspice di quello che verrà, è curata con attenzione da liceale, spazi studiati, maiuscole ad hoc, sottolineature precise e dritte.

Da bambina pallosa qual ero, quando venivano “i grandi” (amici dei miei genitori che avessero più di vent’anni) a cena, prima o dopo mi presentavo in cucina, “vuoi vedere il mio quaderno?”

Chiedevo orgogliosa.

E aspettavo fremente che il giudizio sul mio quaderno si trasformasse nel giudizio su di me.

“Bellissimo questo tema! Brava!”

E io tornavo a giocare con la mia bella medaglia sul petto.

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Sassi

Ho ereditato da mio padre la voglia e la pazienza di cercare sassi sulla riva del mare.

In quanto a lanciarli era ed è invece mia madre la regina di famiglia, mancina e amante dei rimbalzi infiniti.

Così, mentre il piccolo tira, lancia, scopre, soppesa e valuta, io amo sedermi e cercare, frugare, setacciare e dividere, dandomi ogni volta uno scopo diverso.

Ora la ricerca di vetri levigati, ora quella di quarzi traslucidi, ora miche iridescenti.

Ieri avevo deciso di cercare dei sassi “tutti uguali”, dello stesso identico materiale, dello stesso colore, della stessa liscia superficie. 

Ogni volta che ne trovavo uno lo mettevo sull’asciugamano, al riparo dal lanciatore seriale duenne.

Mi piace cercare i sassi uguali, cogliere quel particolare che li distingue dal resto dell’incredibile zuppa di sassi portata dal mare, che prende e rimescola tutto, facendo incontrare la montagna e il piano, in un unico viaggio rimuginato, arrotolato, acciottolato.

Mi piace concentrarmi su un colore solo, e, una volta visto, agguantarlo prima che l’onda rimescoli e nasconda, confonda e porti via.

Dopo poco ne avevo una decina, di sassi tutti uguali.

Come un bimbo col suo tesoro mi sono allora messa a guardarli, per scoprire, con un sorriso, che anche loro erano tutti diversi. 

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Mattina

Le sei di mattina, sveglia da un pochino, rimesso il principe nel suo letto (in vacanza dorme senza sbarre al lettino e lo trovo di solito in mezzo al pavimento della camera), davanti a me il mare e il solito pitale di caffellatte.

Da bambina, al mare, ogni tango mia madre mi svegliava prestissimo, facevamo il bagno all’alba e poi colazione a un barino sul porticciolo di Cavo, all’Isola d’Elba.

Penso manchi poco a passare il testimone, ieri il cucciolo ha preteso e ottenuto maschera e boccaglio del babbo, se li è messi ed è partito, coi braccioli, verso i fatti suoi.

Senza sapere esattamente come usarli, ma è stato stupefacente.

Due anni, novanta centimetri, dieci chili di determinazione.

A volte penso che tutta la forza del popolo armeno mi sia stata regalata insieme a questo figlio speciale, che affronta la vita con amore e determinazione, che morde le occasioni, che non lascia passare treni senza salire per vedere dove vanno, che non dice mai di no (in senso metaforico, naturalmente…) che non rinuncia mai a un sogno. 

Guardo il mare e penso che sia arrivato il momento di imparare qualcosa, da questo bimbo. 

Buongiorno a tutti!

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Mimetizzato

Il bimbo ha i colori e la pelle della gente di qui.

La sua testa nerissima, i grandi occhi scuri, la pelle che si abbronza al primo alito di sole lo fanno assomigliare ai bambini sardi.

In più è il miglior nuotatore della spiaggia, vorrebbe vivere di pecorino, melone e cocomero, appena sente la musica sarda inizia a ballare e fa amicizia con le signore dalla grande gonna nera, essendo in crisi di astinenza da nonni.

Tutti iniziano a parlare con lui e poi, ascoltando me, ci guardano e ci chiedono: ma di dòve ssiéte? Fiutando l’inganno. 

Al che tocca confessare che siamo forestieri, che questo mare qui non è nostro, è solo in prestito per qualche giorno, che ce ne andremo prima o poi, salutando ogni roccia, ogni onda, ogni filo d’erba. 

Che siamo qui solo per un pochino, non siamo dell’Isola, no, siamo del continente, che pare così lontano e diverso. 

Eja.

Commentano con un sospiro di chi ci comprende.

Eja, avrei voglia di dire anche io.

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Mare 

Il mare è un cristallo celeste, il bimbo fa i “buffi” lanciandosi come un razzomissile dal bagnasciuga.

Io mi godo il primo bagno veramente sereno, senza antibiotici sul groppone, senza febbre, senza tonsille impazzite. 

I veleni post elettorali lucchesi arrivano attutiti fino qua, un uomo che non sa perdere ha sputtanato altri due che non sanno vincere.  Peccato per loro. Io guardo l’orizzonte che si confonde col cielo, penso ai “buffi” del piccolo e mi dico che a volte la meschinità umana raggiunge vette inimmaginabili.

Appena tornerò ci sarà da lavorare più di prima, per l’unità del centrosinistra, per la serenità del sindaco e della sua maggioranza, ma soprattutto per una città incarognita da una campagna elettorale brutta e che pare non finire mai. 

Adesso però ci siamo io e il mare, metto la testa sotto e riemergo più fresca, più felice, più serena. 

Forza sindaco, ti auguro un bagno fresco nell’acqua azzurra, che lavi via tutta la fatica e che ti faccia partire per i prossimi cinque anni con la forza di un razzomissile.

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diego

diego ha otto anni e i denti davanti appena rimessi, due bellissime palette di quelle che ti rendono la faccia simile a un grande criceto, nell’attesa che anche il resto del viso si adegui alla nuova dimensione.

so come si chiama perché è il nome che più si sente sulla spiaggia, pronunciato dai due esausti genitori.

e, devo essere sincera, da mamma di principe maschio, un po’ temo il triste futuro di un ottenne indomabile e palloso, come solo gli ottenni sanno essere. ma staremo a vedere.

sarà perché ne temo il comune destino ma non riesco a farmi stare antipatico né diego, lo sfrantumapalle da spiaggia né, tantomeno, i due poveri genitori.

diego ha un problema: si annoia. e si annoia perché ha otto anni, energia di un razzo atomico, un inutilizzabile fratellino di quasi due e due genitori, nessun cugino, nessun amico.

e diventa difficile anche farseli, gli amici, se si è un caterpillar che prende i giochi di tutti, se si parla a macchinetta senza mai smettere, se non si lascia lo spazio per respirare in una spiaggia lunga come una quaresima.

diego si tuffa in acqua e finge di annegare, diego ruba le palette ai bambini, diego conosce e spiega, non richiesto, tutti i fiumi del nord italia, diego fa la verticale, la capriola, il salto mortale, le divisioni a due cifre e estrae radici quadrate anche dai sassolini del mare.

diego desidera solo una cosa, ardentemente, bramosamente, senza tregua.

un applauso, scrosciante e duraturo di tutto il bagnasciuga, che parta dai suoi genitori, coinvolga le vecchie dai sottanoni neri, i vecchi col cappello e i baffi, le mamme puppute, i babbi con la pancia, i danesi in vacanza, le bambine coi braccioli, i neonati spalmati di crema come un bigné, i tedeschi con la pizza all’ananas del ristorante di fronte, i venditori di teli da spiaggia con i quattro mori fatti in cina, le signore del bar, la signora con la settimana enigmistica ferma, da una settimana, a pagina 12, i due gemelli col cappello uguale comprato a decathlon e la signora incinta che non vuole bagnarsi.

quello vorrebbe.

che tutti, per un minuto, dicessero “ooohhhh, che bravo diego!”

e credo sia umano, chi non lo vorrebbe? anche a me piacerebbe.

domani glielo organizzo io, a diego, un applauso come si deve, vediamo se dopo sta buono per un pochino.

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Pìopo

(Non ce la potete fare, io all’inizio telefonavo a HDC “Che diavolo sarebbe il piopo?” Ve lo dico, è lo scivolo, nel senso dello scivolino, quel gioco che ha dietro le scale e davanti un piano inclinato per scivolare, appunto).

Scrivo per fare una grande denuncia.

Non ci sono più i pìopi di una volta.

Quelli altissimi, ripidissimi, di lamiera arroventato d’agosto e gelata a dicembre.

Di fatto, quelli di adesso, non piopano una segaccia nulla. 

Ma ve le ricordate le culate immancabili in fondo allo scivolino? I decolli, i salti nel vuoto, gli atterraggi sulla terra polverosossima che c’era sempre davanti, resa brulla da mille culi prima del vostro?

Ho anche pensato che il principe non scivolasse  abbastanza perché peso piuma, non arriva a 11 chili e io in effetti 11 chili non so neanche se sono mai stata in vita mia. 

Così, per amor di Galileo e su grande richiesta del principe stesso “mamma! Vieni pìopo!” ho provato di persona.

Mi aspettavo di essere proiettata verso Saturno e invece niente, una discesa calma, lenta, noiosa.

E no, non mi si era semplicemente incastrato il culo.

È che questi nuovi pìopi di plasticona saranno più belli, più colorati, più friendly ma non c’è verso. 

Fanno attrito. 

Ridateci  gli scivoli spaccaossa, qualcosa da bambini bisogna pur rischiare!

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