questa casa è vuota senza te

Per una serie di allineamenti fra pianeti, mentre HDC ha un congresso di scEnziati io parto presto per Bruxelles (poi vi racconto con calma) e quindi il piccolo sta sperimentando la sua prima tre giorni dai nonni.

E così stiamo vivendo queste ore con uno strano senso di irrealtà, la casa silenziosa, un po’ di tempo per noi, prima del mio aereo e del suo congresso.

E niente.

Mi fa strano.

Dov’è andato il bebè con la tutina troppo larga?

Dov’è finito il piccolino che voleva imparare a camminare, tignoso come Gattuso ma coi piedi troppo piccoli per stare in piedi?

Fra un mese e mezzo arriveranno i quattro anni, per il giovanotto.

Va a dormire dalla nonna.

E casa rimbomba di silenzio.

Di spazi troppo vuoti.

Di vita troppo quieta.

Tenere a bada della dinamite è un bel daffare.

Ma stasera che non lo devo fare non smetto di pensare a lui.

Alle sue assurde picche, ai suoi riti, al suo voler sempre avere l’ultima parola.

Ai baffi di cioccolata.

Al moccio sotto al naso.

Alla voglia di una, dieci, cento, mille storie.

Alla sensazione di sfinimento che ti lascia addosso alla fine di una giornata.

Uno sfinimento pieno di senso.

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Il bisogno di studiare, il bisogno di capire

Di questi tempi sento il dovere civile di studiare.

Di vivere la consapevolezza quasi come un valore rivoluzionario.

Il dovere di capire, il dovere di non fermarsi al titolo, al post di Facebook, al sentito dire.

Il dovere di fermarsi, di chiedere a chi ne sa più di me, di aprire il quaderno e far scattare la penna.

Così ho deciso di organizzare questa giornata di approfondimento.

E di farlo con un professionista serio e competente come Luigi Tessitore.

Perché le cose, per parlarne davvero, vanno conosciute.

Perché vanno raccontate.

Perché solo conoscendo ci si sa opporre a quel che non va bene.

Solo conoscendo ci si difende dal mondo.

Stiamo diventando il paese col maggior numero di analfabeti funzionali, un paese di allenatori in tribuna, ingegneri da tastiera, strateghi del barino, che non sa leggere un articolo di giornale o comprendere un concetto complesso.

Allora l’atto di resistenza migliore che possiamo fare è studiare, aiutare chi ci sta accanto a farlo, da chi ci sta accanto farsi aiutare a nostra volta.

Costruire, ricostruire il senso della comunità attraverso la consapevolezza di quello che la governa.

Vi aspetto venerdì, a cercare di capire con me lo stato delle cose, a cercare di capire cosa sta succedendo nelle nostre città, cosa succederà da qui a poco.

Io porto il quaderno e la penna.

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Candelora

Se piove o se gragnola, dell’inverno siamo fora.

Diceva nonna Narcisa.

Stando a questo detto credo che possiamo iniziare a mettere le infradito visto il fine settimana appena trascorso.

Domenica mattina, ai primi raggi di sole, una dolce sorpresa.

Due natali fa, dei Cari Amici, venuti per un Feuerzangenbowle come si deve, mi regalarono una decorazione di Natale con dentro due bulbi fioriti di giacinto.

Profumati e colorati, erano un anticipo di primavera dolce e delicato.

Odoravano di affetto e di voglia di far festa.

Una volta sfioriti, tornarono nei loro bulbi globosi, silenti, nascosti, dimenticati e dimenticabili.

L’anno successivo non dettero alcun segno di vita.

I mesi trascorsero, la decorazione rimase sul tetto del mettituttino di Dresda.

E dopo tanto tempo, tante stagioni, tanta polvere e tanti giorni, eccoli, ieri, mettere fuori la punta vedastra, come il becco di un pappagallo sui generis, come il segno della ripartenza, come il via di cui avevo bisogno.

Primavera non bussa, lei entra sicura.

E quel germoglio coraggioso mi ha fatto pensare a tutti loro, alla gioia di quella sera, ai loro sorrisi di benvenuto nella loro vita.

Grazie, perché regalare un bulbo è una gioia che si scopre all’improvviso, un segnale che tutto può e deve ripartire, rinascere, ricominciare.

Forza, coraggio, ci sono tanti altri bulbi sotto la terra che spunteranno presto.

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gratitudine

Ogni volta che mettiamo piede al Meyer, ogni volta che usciamo da una giornata del percorso labiopalatoschisi al Santa Chiara, il senso che mi rimane addosso è quello di una profonda gratitudine.

Intanto alla vita, che attraverso mille assurdi percorsi, mi ha fatto incontrare nostro figlio, un bimbo dal sorriso contagioso e dall’ entusiasmo di un petardo.

E poi, diciamocelo, una buona volta, nei confronti del sistema sanitario nazionale.

Che certo, sarà perfettibile, ma ha preso un bimbo sottopeso, scucito, in pericolo e lo ha trasformato nel bimbo che è, e ancora molto ci sarà da fare.

Nei corridoi del Meyer si impara a relativizzare i propri problemi, anche solo a vedere le scritte degli ambulatori specialistici sulle porte.

Passano bambini gravi e gravissimi, in braccio a genitori combattenti e preoccupati.

Passano medici col naso rosso dei pagliacci, violinisti che acconpagnano bimbi in carrozzina, famiglie di ogni tipo e provenienza.

Il giudice armeno ci chiese di prenderci cura di lui. Non so se poteva immaginare quante persone ci avrebbero aiutato a farlo.

Quante energie, quanti soldi, sì, soldi, tantissimi, che a noi non sono mai stati chiesti.

Da quando è arrivato ha subìto due operazioni in anestesia totale, sul suo viso hanno lavorato per ore due chirurghi, su di lui ha vegliato un’anestesista, e di lui si sono prese cura infermiere dolci e professionali.

È seguito da una dentista, da un otorino, da una neuropsichiatra, da una logopedista.

È stato studiato da dritto e da rovescio da un genetista.

Ieri ha fatto due ecografie, esami del sangue e delle urine, per controllare tutto il sistema endocrino e metabolico. Sono esami lunghi e costosi.

Abbiamo pagato in tutto 5 euro di parcheggio.

Io penso siano cose che vanno raccontate. Penso siano cose di cui essere riconoscenti a uno stato sociale sempre più sotto attacco.

Penso che i cittadini onesti che pagano le tasse permettono ai bambini di essere curati.

E che gli evasori invece no.

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Con un passero

Siamo a Firenze, per tutto il giorno il piccolo sarà sottoposto a vari controlli gentili, in vista delle prossime operazioni che dovrà fare.

Abbiamo deciso di dormire qui, per non diventar matti e quindi siamo in una tripla d’albergo, con un bimbetto in pigiama che non si cheta, HDC che cerca un suo calzino da venti minuti e io cerco di fare finta di essere su un altro pianeta per avere due secondi per scrivere in pace.

Ma il piccolo è troppo felice della strana serata, di avere un letto enorme tutto per noi (avevamo chiesto una tripla, abbiamo una quadrupla) di avere una serata di vacanza, tutti insieme, di fare a lotta, di morire di solletico, di avere il bagno in camera e la saponetta nella bustina, tutto gli pare fantastico, pure la prospettiva delle dottoresse (ignoro perché dia per scontato siano donne) lo attrae e lo incuriosisce.

E io, lo voglio proprio dire, sono orgogliosa come un tacchino di avere un bimbo per le mani, che il destino mi ha dato e che vive la vita come una giostra bellissima e straordinaria, trovando ogni giorno e in ogni cosa un motivo di felicità, di salti incredibili, di risate a bocca aperta, di occhi sgranati e braccia aperte.

Sono felice di questo passero, che mi ama a dismisura e che me lo dice a ogni occasione, che ama quello che lo circonda, che ama la vita, dalla formica alla sequoia.

Sono felice e so che andrà tutto bene.

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Dieci anni fa

Dieci anni fa, scrivevo su questo blogghino che avrei partecipato alla “kebabbata di protesta”.

Non so se qualcuno di voi se lo ricorda, ma a Lucca abbiamo avuto anche questa parentesi incredibile: le mie frau venivano da me col giornale in mano e mi chiedevano perché ce l’avete col kebab? È così buono! E poi è TIPICO TEDESCO!

Il vecchio sindaco aveva vietato l’apertura di kebab o altri negozi di cibi che non fossero collegati “alla tradizione locale”.

Una risata spazzò via quella scemenza, e mi chiedo non senza preoccupazione, come andrebbe adesso se qualcuno la riproponesse.

Quella sciocchezza finì presto, ma io, in qualche modo, ne devo essere un poco riconoscente.

Sugli scalini di via San Paolino infatti, davanti al kebabbaro che svenne per l’imprevisto afflusso di gente e iniziò a farfugliare non ho abbastanza patatine per tutti… (perché i kebab nel centro storico dei quali si temeva l’invasione erano ben 2 e solo uno in una piazzetta e fu quindi scelto e benedetto) sugli scalini, dicevo, furbescamente installato su un gradino sopra il mio, conobbi uno stranissimo geotrogolo sorridente, che adesso è di là che prepara la colazione.

Anzi, scusate, è arrivato!

Buongiorno a tutti!

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Neve

L’abbiamo incontrata per strada, durante un breve viaggio di lavoro.

Vorticosi, bianchi coriandoli di gennaio.

Gli alberi tinti di bianco, i prati uniti da un solo colore.

Ipnotica.

In un secondo mi rivedo sull’autobus a Frankfurt Hahn, direzione Luxembourg.

Subito dopo sono in ufficio di Frau Magò, a Dresda, fuori nevica e io non capisco cosa sta dicendo, e il pensiero vola fuori, catturato dai fiocchi magici.

Fraudelciaro! Ma mi sta ascoltando???

Allora il ricordo scappa via lontano, oltre la finestra di una scuola elementare di campagna, fuori nevica, i bimbi elettrizzati non ci sono abituati, chissà quanto durerà.

Durerà tantissimo, perfino la scuola resterà chiusa qualche giorno, la ruota del mulin di mezzo gelerà in spettacolari stalattiti di ghiaccio, e si sbriciolerà al disgelo, i contadini si lamenteranno e ti faranno sentire un po’ in colpa della tua inarrestabile gioia, mentre scivoli sul pendio della collina col sedere su un sacchetto di plastica, slittino abborracciato ma efficace.

E di nuovo salti a un pomeriggio di Gioia Vera, con tuo fratello, sul tetto seppellito dalla neve de La Fuve, in Francia, la Francia di famiglia, quella dove sei cresciuta, quella del rustico est, montanaro e ricco di vacche e di formaggio.

Il primo pomeriggio di una intera settimana di sola neve, di sci da fondo, di stufa accesa.

Le scuole medie sospese nelle vacanze di Natale possono aspettare ancora, nessuna voglia di tornare in quel parcheggio esistenziale.

Con me la prima cassetta di De Andrè, registrata da un disco di Mimma.

La voglia di diventare grande e la consapevolezza di essere ancora piccola, su quel tetto innevato, circondata dalla bufera felice della neve, un fratello da seppellire di pallate e ogni possibile pagina dal scrivere.

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