Belle cose 2

Ci hanno invitato a cena.

In una serata strana, alla fine di una giornata estenuante di montagne russe politiche e emotive.

Ci hanno invitato a cena al Villaggio del Fanciullo, storica istituzione lucchese, dalla quale sono passati, dal dopoguerra ad oggi, centinaia di ragazzi.

Un gruppo di volontari cattolici, preti che a quel posto hanno dedicato tutta una vita, una città che ogni volta che avanzava una cassetta di frutta, una teglia di lasagne, un vassoio di paste le porta al villaggio.

Il Villaggio è una casetta, che tanto etta non è, su un baluardo delle mura cittadine, unica abitazione del cerchio murato, dove vivono ragazzini di dodici, tredici anni… fino al diploma, fino a un lavoro, fino a che non puoi volare da solo come un grande.

Ragazzini e le loro storie, i loro successi scolastici, raccontati con orgoglio da chi li segue e vissuti con un sorriso dolcemente imbarazzato di chi è felice di aver compiuto tutto quel cammino.

Ragazzini con quell’accenno di baffi sotto al naso, che li rende tutti così ridicoli, siano nati in Marocco, in Albania, in Romania, in Algeria o a Lunata.

Ragazzini.

Con un tetto sulla testa e parole dolci dentro al cuore.

Ragazzini con l’aula studio, la biblioteca, la sala coppe, la televisione, il computer e il biliardino.

Ragazzini con i quali la vita ha giocato pesante, ma che lì si leccano le ferite, si rimettono in piedi, ricominciano a camminare.

E intorno a loro un gruppo di adulti, che cerca di riscattare ai loro occhi la figura del “grande”, perché non tutti i grandi sono cattivi, non tutti i grandi sono persi, non tutti i grandi ti lasciano per strada.

Così, alcuni di quei ragazzi, ora che sono grandi, sono rimasti volontari ad aiutare i nuovi, a restituire al grande cerchio della vita un po’ dei sorrisi ricevuti.

Siamo stati bene.

Il piccolo si è imbrancato subito, felice di avere a disposizione così tanti fratelli maggiori.

Io a chiacchiera a tavola con loro.

HDC, assessore ombra, che già immaginava quante cose poteva fare insieme a loro.

Una serata bellissima.

Che non dimenticherò mai.

Grazie.

Di tutto.

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Belle cose

Ho alcune belle cose che vi voglio raccontare da assessora, ve ne scriverò una per volta, scegliendo quelle che non dipendono da me, che mi sono trovata a vivere grazie al mio ruolo, ma soprattutto grazie a chi ci ha lavorato.

Ve le racconto perché questo sciagurato paese ha bisogno di amore, rispetto, solidarietà, sorrisi.

La prima storia che vi racconto parla di più di un centinaio di giovani delle scuole superiori.

Ho conosciuto questi ragazzi a settembre scorso, assessora da pochissimo, ancora scalza, ancora incredula di quello che mi era capitato di fare.

Era l’inizio dell’anno scolastico, avrebbero, ognuno di loro, aiutato un bambino più piccolo a fare i compiti, per due ore la settimana, a casa di questo bimbo.

Lo avrebbero conosciuto, supportato, consigliato, aiutato.

Tutor.

Si chiama.

Amico.

Si legge.

Ieri, per la fine dell’anno scolastico, abbiamo fatto una grande festa, con la merenda, e i giochi, e i diplomi, coi loro nomi, e quello dei bimbi.

E io li ho consegnati, uno a uno, leggendo a voce alta i loro nomi, vedendomeli arrivare tenendosi per mano, ragazzine con l’apparecchio che facevano coraggio a bimbe con le codine, giovani nerd che scortavano piccoli aspiranti tali, bimbe e bimbi dai nomi esotici accanto a ragazzi e ragazze che si chiamavano Elisabetta, Gianluca, Massimiliano.

Leggere i loro nomi e vederli arrivare insieme, felici come passeri, complici come fratelli, cugini, amici, è stato commovente.

E non so perché, ma forse, se Elisabetta avrà veramente conosciuto Aisha, e se avranno parlato, un pomeriggio, oltre che dei compiti di scuola, anche di un ragazzino che piace a una di loro, o di una lite coi genitori, o di come sarebbe bello avere un motorino, forse, più difficilmente da grandi saranno nemici, come qualcuno pensa di farli diventare.

Grazie ragazzi, di avermi scaldato il cuore, di avermi fatto palpitare, di avermi ricordato com’era, avere a dieci anni, un’amica di quindici che mi narrava il mondo che non conoscevo.

Grazie e buone vacanze, ci vediamo a settembre!

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Pulizie

Stiamo sistemando casa di nonna ida.

Che vuol dire sistemare il giardino, tagliare l’erba, rinvasare piante, togliere erbacce, ricominciare a vivere in ciabatte e a cenare sotto il nocello.

Davanti casa ci sono sempre state due ortensie rosa, enormi, bellissime.

Che le mie maldestre potature e cure hanno reso più piccole e malconce.

Ma le ortensie sono piante generose e poco permalose, si stanno riprendendo bene, hanno di nuovo i fiori e l’anno prossimo saranno di nuovo grandi.

A far loro compagnia ho comprato delle rose e una nuova ortensia, blu, dai fiori irregolari e affascinanti.

La soglia di casa è un rettangolo di pietre tenute insieme da un cordolo che fa il giro.

Amavo, da bambina, quella soglia.

E la amo ancora.

Fra le righe delle pietre l’inverno ha fatto crescere muschio e erbacce.

Così una mezza mattinata è stata spesa, spazzola e coltello alla mano, a far tornare la soglia di casa come deve essere.

E mentre pulivo le pietre che portavano da lei pensavo che il culto dei morti è anche questo, accudire una soglia di casa, ripulire il ricordo, per farlo brillare, per pensare alla sua vestaglia perfetta, le ciabatte, la pelle sottile.

Pensare a lei, mentre faceva forse gli stessi gesti con una sapienza diversa.

Potare le ortensie.

Pulire la soglia.

Travasare una pianta.

Seminare basilico e prezzemolo per non restare mai senza.

Guardare, soddisfatta, la lavanda fiorire.

Buongiorno nonna.

Siamo tornati anche quest’anno.

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Buon compleanno

Sono stata invitata a un doppio compleanno: quello di Silvana e quello del gruppo anziani oltreserchio.

Il gruppo anziani oltreserchio si ritrova in un pezzettino dei locali di quello che una volta era il manicomio di Maggiano, la struttura che domina, da un piccolo colle, la piana di dove sono cresciuta.

L’oltreserchio.

Dove ci sono campi, vacche, trattori e bar.

E, naturalmente, contadini.

I lavori che si facevano qui erano quelli della terra, ma tanti lavoravano anche proprio al manicomio, che era un piccolo, enorme, villaggio indipendente.

E ieri sera si festeggiava un gruppo che da 32 anni organizza gite, serate danzanti, cene, bisbocce.

Un gruppo fatto da bella gente, che crea occasioni per stare insieme, che serve ai tavoli le buone cose che ha cucinato, che beve vino e mangia tordelli.

Un gruppo di volontari che dedica a se stessi e agli altri la voglia di fare cose belle, per la comunità tutta.

A fare questo nuovo mestiere scopro spesso cose alle quali magari, prima, davo minore importanza.

Ma provate a togliere dalla loro routine 98 anziani, fateli uscire di casa, fateli incontrare e fateli parlare.

E quello che verrà fuori sarà una serata allegra, scanzonata, felice.

Per un sacco di gente.

Grazie dell’ invito, mi ha scaldato il cuore.

Felice compleanno!

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Ciliegie

A farneta sono maturate le ciliegie.

Ce ne sono a centinaia, rosse come corallo, come le labbra di Biancaneve, come le unghie di una bella donna.

Ce ne sono di basse, da lasciare ai nipoti, che si servano da soli, i piccoli mostri amori della nonna, e di alte, per i grandi che allunghino le braccia verso il cielo.

E se ne mangia fino a scoppiare, fino a che uno ne ha voglia, una dopo l’altra, senza fiatare, meticolosamente, senza perderne di vista nessuna, una in bocca, una in mano, la terza sul ramo che aspetta.

Alle lezioni di evoluzione umana ci spiegavano che i nostri antenati, arboricoli, frugivori, erano stati oggetto di selezione per la visione dei colori: verde=lasciami stare, rosso=mangiami mangiami.

E anche io, sento qualcosa di forte, a scorgere, fra il verde delle foglie il rosso scarlatto della ciliegia.

In mezzo ai rami mi sento un po’ scimmia, come i nostri cugini, un po’ bestia felice dell’ inaspettato banchetto, che sa di zucchero, di sole, di cielo e di terra.

Da bambina Santina ci portava sotto al grande ciliegio appena fuori dal pollaio e poi, con una lunga scala saliva fino in cima, ne coglieva a manciate e ce le tirava, e noi, piccole galline felici, si correva a cercare quelle delizie, stando attenti a non perderne neanche una, mettendole nella maglia rovesciata, e macchiata per sempre, alle orecchie, approfittando dei piccioli attaccati, in mano, fino a che non erano completamente appiccicose, quasi viola, sporche come un maiale.

Allora, solo allora, si poteva dire di averne avuto abbastanza.

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Corpus domini

Farneta, le sette di sera, il piccolo sull’altalena non smette di parlare, i miei zii, in giardino, chiacchierano con me.

Si sta bene. È estate. Le ginestre, le rose, la camomilla.

Tutto fiorisce.

Anche la strada, la strada di sassi di tutta una vita, il viottolo sconnesso che si chiama strada di casa, coi ciuffi d’erba verde nel mezzo, come un pelato al contrario pensavo da bambina, si è ritrovata fiorita.

Mio padre e i vicini hanno sparso dei fiori, fra poco passerà la processione.

Me l’ero scordato.

A un tratto eccoli.

Come una cosa d’altri tempi, di altri secoli, di un altro mondo.

I lampioni in cima, portati dagli uomini con la cappa bianca della Compagnia, poi il sacerdote, con un portaostie in mano, protetto da un ombrellino damascato, ingenuo quanto improbabile.

Dietro di loro i parrocchiani, di farneta e non solo, oramai le parrocchie sono raggruppate fra vari paesi.

La mia gente.

Che mi ha visto crescere e allontanarmi.

Che ho visto incanutire e non cambiare.

Che rivedo, ogni volta, per sempre, con piacere.

Il corpus domini.

Che passa sulla strada di paese.

Chiuso in una teca, adorato, pregato.

In mezzo alla salvia, alle viti, agli uliveti.

Me lo immagino, il vero corpo e il vero sangue di Cristo, camminare in un posto come farneta.

Ma in una teca no.

Sotto un ombrello damascato no.

Me lo immagino spingere un bambino sull’altalena, mangiare una tinozza di ciliegie, discutere con mio zio su come tenere su un filare.

Ma dentro una teca no.

No davvero.

Ma così lo vogliono e così lo hanno.

Io li guardo passare e rispetto il loro passo, che non è il mio, ascolto quello che dicono, che non direi io.

E quando si allontanano resta, per terra, il profumo delle ginestre, delle rose e delle camomille.

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Sul banchino

Il piccolo ha iniziato il percorso di logopedia.

Una dottoressa dai grandi occhi e dal grande sorriso, per la quale ho sentito subito simpatia, lo sta sottoponendo a dei giochi per capire quale sia il punto di partenza.

E lui sta lì, al banchino, accanto a lei, e a me pare già a scuola, con gli stinchi di merlo, i gomiti sul tavolo, lo sguardo attento al gioco.

E mi trovo a tifare per lui, a gioire segretamente per ogni risposta corretta e a cercare di capire cosa sbaglia quando lo fa.

E mi sento sciocca.

Che non sono esami, che sono prove per capire, per conoscerlo, per descrivere com’è fatto, non giusto/sbagliato ma questo c’è/ questo ancora no.

E lo vedo così grande e mi chiedo dove abbia imparato tutte quelle parole che dice indicando col dito ora una spiga, ora una zappa, ora, un bozzolo.

Bozzolo non ho resistito e glielo ho chiesto in macchina, è nel piccolo bruco mai sazio, un librino molto bellino.

Il percorso lo aiuterà ad avere consapevolezza della sua bocca, delle sue labbra, del suo viso, dei suoi suoni.

A capire la differenza fra le penne e le pinne, fra la lettera l la lettera n, e molte altre cose.

E così un altro pezzettino lo si mette nel muretto della sua piccola ma densa esistenza.

E adesso concedemi una cosa.

Nella nostra così spesso criticata sanità, un bambino è stato già ricoverato e operato due volte, è seguito da una neuropsichiatra e una logopedista, recupererà il suo problema con tempo e pazienza, ha conosciuto chirurghi, anestesisti, infermieri, dottoresse e dottori straordinari, guardie mediche lo hanno visitato a casa di notte e di domenica quando è stato malato, sempre col sorriso sulle labbra e tutto questo senza mai dover pagare nulla, grazie al sistema sanitario.

Per favore, considerate questa storia, questa bella storia di sanità che funziona e che ha ridato il sorriso a un bambino nato scucito.

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