Roma caput mundi…

E Capandori vien secundi!

Diceva mia nonna di San Gennaro (provincia di Lucca).

Serata bella bellissima, ieri sera, ai Diavoletti di Camigliano.

Un porta e condividi per iniziare a pedalare per le elezioni a Capannori della prossima primavera.

Sinistra con Capannori è la sorella della nostra Sinistra con Tambellini, nata a lucca due anni fa.

Perché c’è bisogno di sinistra, della sinistra del dialogo, dell’inclusione, del ragionare, dello studiare, del capire.

In questi tempi dove l’ignoranza non è più una condizione dalla quale si deve uscire tutti insieme, ma una medaglia di cui essere orgogliosi, credo che ci sia tanto, tantissimo bisogno di una sinistra che studi.

Che studi e racconti, che metta in comune le conoscenze e le idee.

Come una zuppiera piena di riso freddo, come una torta portata al volo, come una bottiglia di vino aperta, come le canzoni cantate tutti insieme.

Questo vuole fare sinistra con… in tutte le sue declinazioni, mettere le diversità a ragionare a un tavolino, a camminare lungo un fiume, a guardare le città, i paesi, i luoghi del lavoro, le scuole, gli ospedali.

Si ragiona.

È il verbo lucchese per dire si parla.

C’è bisogno di ragionare, c’è bisogno di parlare, c’è bisogno di sinistra.

In bocca al lupo ragazzi!

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Grilli

La finestra spalancata, un tempo sospeso, su un autunno che non ce la fa a imporsi sul cielo azzurro di questo ottobre tiepido e asciutto.

Fuori, lontano, su qualche tetto di lucca, un grillo canta alle stelle, la gatta lo ascolta seduta sul davanzale.

Un grillo, minuscolo, ma potente, aiutato dal silenzio della sera.

I grilli, da bambina, mi facevano paura.

Ricordo la finestra di farneta, spalancata nelle calde notti d’agosto.

In cielo stelle straordinarie.

Nei prati un concerto ansiogeno di grilli innamorati.

Io avevo paura di quasi tutto, in effetti.

Della finestra aperta, dalla quale passavano i mostri.

Del buio della notte.

Dei fili dell’erba.

Dei grilli nascosti.

Allora leggevo e leggevo, senza mai smettere, lasciavo la luce accesa, ascoltavo le storie dei grandi nelle stanze di là, che parlavano di scuola, di politica, di lavoro.

Mi piacevano le storie dei grandi perché a volte coprivano il frinire dei grilli.

Perché mi dicevano, col loro parlare, che erano lì, che non ero da sola.

Nessun mostro mi avrebbe mangiato, se loro chiacchieravano in sala.

Nessuna paura poteva arrivare, se i grandi continuavano a discutere sui mille volti del partito comunista italiano.

Nessun cielo blu mi poteva divorare, fino a che le voci degli amici continuavano a interrompersi.

Farneta, i grilli, gli amici, mio fratello, in un colpo solo sono entrati dalla finestra col canto di un grillo.

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Un mondo di leprotti

Sabato passata al convegno AISMEL.

I medici dei migliori centri italiani si sono dati appuntamento a Pisa per confrontarsi, raccontare, visitare bimbi a nastro continuo.

Sorrisi di tutti i tipi, bimbi di tutte le età, dal pancionissimo di una mamma agli adolescenti con la felpa.

Anche il principe è stato guardato, rigirato, coccolato, tutto è come deve andare, la strada è lunga ma abbiamo tanti, ottimi, compagni di viaggio.

Le infermiere del reparto, che ancora si ricordano di lui, il mago gattone, i suoi aiutanti e il suo sorriso, i bimbi grandi e piccoli che giocavano felici.

Per noi la labiopalatoschisi fu una bella notizia: era la notizia che lui sarebbe arrivato, insieme al suo naso smontato e il sorriso a quadrifoglio.

Per molti è un fulmine a ciel sereno, una nuvola di pioggia nel cielo di una gravidanza cercata, desiderata, rincorsa.

Chi lo viene a sapere durante un’ecografia deve imparare a fare i conti con la paura di spaventarsi davanti al proprio, amatissimo, bimbo.

Ricordo che anche io mi chiedevo che cosa avrei provato, nel vedere il suo sorriso così particolare.

Ma per noi quel sorriso era solo per mano, alla notizia del suo arrivo.

Allora un gruppo di famiglie, che, come accadde a noi, dica state tranquilli, andrà tutto bene, non sarà semplice ma ci siamo passati e siamo qui, diventa fonte d’acqua fresca, carezza per il cuore ed i pensieri.

E quando tutte quelle famiglie si ritrovano, coi bimbi cresciuti, i sorrisi cuciti, i fratellini arrivati nel frattempo, allora è festa, festa di piccoli guerrieri, che non si fermano davanti a nulla.

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Un sorso d’acqua

Alla Perugia Assisi eravamo in tanti.

Tantissimi.

Più di quanto mi sarei immaginata.

Noi abbiamo un po’ barato, col piccolo dietro ci siamo fatti scendere a santa Maria degli Angeli, ma alla fine della fiera anche lui si è fatto i suoi bravi 15 chilometri, allegro come un passero.

Tante scuole, tanti ragazzi, tante persone, di tutti i tipi, di tutte le forme, età, colori.

In cima al corteo i ragazzi di uno SPRAR di Caserta, a indicare la strada, a chiedere alla coscienza di ognuno di noi tu da che parte stai? a farsi guardare in faccia, stringere la mano, sorridere, ballare e cantare insieme.

Lo striscione, grande come la piazza della basilica, chiedeva apriti mare e lasciali passare.

Apriti mare.

Apriti.

Apri le orecchie e i cuori di questo paese chiuso sottochiave dall’odio e dall’ignoranza.

È stata una giornata utile, terapeutica direi.

Non per l’opinione pubblica, che, temo, verrà a malapena raggiunta da un trafiletto di giornale, che farà passare 100.000 persone e un corteo lungo 15 chilometri come un raduno di boy scout di paese.

Ha fatto bene a noi che c’eravamo.

È servito a farci sentire meno soli, meno pazzi, meno contromano.

È servito a dare una boccata d’aria nell’apnea di questi mesi, un sorso d’acqua nel deserto, a farci tornare a casa pensando e no, cazzo, allora non sono matta io, allora siamo tanti, siamo tantissimi, allora non sono rimasta l’ultimo giapponese dell’umanesimo nella jungla della barbarie, non hanno davvero spazzato via tutto

Da quel germoglio di speranza devo ripartire, da quei sorrisi, quelle magliette sudate, le scarpe fangose, le bandiere arcobaleno sulle spalle.

Guardateci, siamo ancora qui.

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Cara Rosa

Ho conosciuto una donna, una intelligentissima e bellissima donna.

Suora scalabriniana, brasiliana, colta e laureanda.

Fa una tesi di laurea su migrazione, giornalismo e comunicazione e, mio dio se ce n’è bisogno.

Mi ha intervistato ieri.

Voleva conoscere il modello italiano, le leggi, la situazione politica, come la conunicazione e la politica si influenzino a vicenda.

È stata una lunga, triste, intervista.

Non sono riuscita a vedere speranze, per questo imbruttito paese.

Una legge disumana, una politica fatta di proclami, un’opinione pubblica rozza e violenta, l’opposizione che dopo sette mesi ancora si guarda l’ombelico.

Mi sono vergognata, quando le ho descritto il nuovo decreto immigrazione.

Mi sono vergognata quando le ho dovuto confessare che secondo me no, questo paese non ha futuro.

Mi sono vergognata quando le ho dovuto dire che ormai la politica segue la propaganda e la propaganda amplifica la politica, così da alimentare una spirale che vedo peggiorare ogni giorno di più.

Ciechi e sordi alle idee nelle quali sono cresciuta.

Diritti.

Giustizia.

Uguaglianza.

Rispetto.

Sembrano brutte parole di cui vergognarsi.

È successo tutto così in fretta, come se questo orrore covasse da tempo sotto la cenere e non aspettasse altro che una folata di vento per divampare.

Cara, carissima Rosa, che ricchezza è stata conoscerti.

Porta con te il racconto di questo triste paese, che ha mandato nel tuo, a cercare fortuna, migliaia di emigranti, che vive di memoria corta, di illusioni e di gratta e vinci.

Portaci con te, nei tuoi grandi occhi neri, nel tuo sorriso spalancato, fra i tuoi capelli intrecciati.

Portaci via da qui.

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Cicerone

Sono andata a prendere il piccolo alla scuola dei grandi, come la chiama lui.

Stava giocando con la maestra e altri compagni, mi sono divertita a spiarlo.

L’ho visto grande, grande come si può essere grandi con un grembiule addosso alla scuola materna.

Grande come un bimbo.

Grandissimo.

Quando mi ha visto mi è corso incontro.

Ciao! Vieni! Ti faccio vedere una cosa!

Ed è scappato lungo il corridoio.

Il corridoio della sua scuola, che lui già conosce e io no.

Il suo mondo, che non mi contiene.

Arriva all’ultima aula, dove ci sono i bimbi più grandi.

Lo salutano, ricambia felice.

Non è questa la sua meta.

Gira a destra, mi aspetta, arrivo di corsa.

Andiamo nella stanza delle meraviglie.

Il bagno.

Guarda! Ci sono due lavandini! Due!

Mi dice indicando due grandi lavabi, con i rubinetti ad altezza di bambino.

Gira la manopola.

Vedi? Posso aprire e chiudere l’acqua da solo!

È felice.

Felice di padroneggiare una tecnologia fantastica, quella che gli permette di avere tutta l’acqua che vuole.

Andiamo ai minuscoli water.

Fa la pipì.

Lo aiuto a sistemarsi e ci avviamo fuori.

Lui mi indica ogni cosa, felice di farmi vedere il suo mondo.

Lui sa cose che io non so.

Lui mi disegna il panorama, mi spiega quello che vedo, qui dentro siamo a parti invertite e la cosa gli piace.

E piace anche a me, farmi raccontare la vita dal mio piccolo maestro.

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Come te, come tanti

Sono stata a sentire belle storie, al convegno SIPS di Milano.

Perché una bella storia merita di essere raccontata, così da volare lontano, incontrare gente, farsi accarezzare da mani sconosciute, posarsi a terra e mettere radici.

La giornata di ieri era dedicata al racconto delle buone idee.

E siamo andate, Pippi ed io, (Pippi non la conoscete, non ancora) a fare il tifo per una bella idea, nata dalle chiacchiere di due mamme nella sala d’aspetto della neuropsichiatria infantile e volata in alto fin sopra il Duomo di Milano.

La neuropsichiatria infantile è un posto che conosco, un posto che molta gente frequenta.

Io me la immagino, la dolce e determinata Rossana, ascoltare le confidenze dell’altra mamma e pensare anche a me è successo, anche io ci sono passata.

E poi magari pensare e se ci mettessimo insieme, noi che ci siamo passate, noi che ci stiamo passando, se ci facessimo forza, se ci ascoltassimo, se ascoltassimo chi ci sta per passare, se potessimo farlo sentire meno solo…

Così è nato Come te, gruppo d’incontro per genitori con figli con disabilità.

È nato ed è fiorito, al Centro per le Famiglie, che è la casa di tutti noi dalle famiglie strampalate, come se ce ne fosse una che non lo è, e infatti è la casa di tutti.

E il gruppo è cresciuto, come i bimbi, ha organizzato gite, giornate, momenti comuni di riflessione.

Si è fatto forte e robusto.

E ieri, si è timidamente, ma fieramente raccontato.

E noi lì, ad applaudire commosse come due zie contente.

Prima di loro una psicologa ha raccontato l’esperienza di Pisa con le famiglie che adottano un bimbo all’estero (uhm…. dove l’ho già sentita questa storia?) e un’altra dottoressa ci ha spiegato l’influenza (o meno) del genere nello sviluppo e nell’apprendimento.

Dopo di loro abbiamo sentito studi interessantissimi sulle infermiere che hanno avuto aggressioni in ospedale, sugli adolescenti e l’insorgenza della pubertà, sulla salute spiegata a scuola e su un gruppo di ragazzi di Bergamo che fanno fare esercizi per la mente agli anziani della loro città.

Perché le storie, se non si raccontano, pare quasi che non esistano.

Invece esistono, e hanno il dolce sorriso soddisfatto di Rossana, in una mattina milanese di cielo blu.

(Chi volesse informazioni su Come te può trovarle qui).

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