…io mi dico è stato meglio lasciarsi…

che non essersi mai incontrati

(Fabrizio de André)

Ho sempre ritenuto una frase perfetta, la citazione qua sopra. È pure vero che difficilmente de Andrè scriveva frasi imperfette.

Ma quella mi ha sempre colpito, riassumendo in pochissime righe il senso dell’amare.

Perché quando vale la pena rischiare la tristezza della perdita, nel nome dell’amore vissuto, allora niente rimpianti, allora si è percorso la strada giusta.

Perché il dolore nel lasciarsi andare è meno forte, se si comprende che ci ha permesso di godere della reciproca compagnia.

Perché perdersi vuol dire, prima di tutto, aver fatto un pezzo di strada insieme.

Dal primo dicembre, la Maestra del nido di Leo andrà in pensione.

La Maestra della quale ha imparato a dire il nome prima di imparare a dire il suo, la Maestra che, il primo giorno, non ha accolto solo i bimbi, ma anche i genitori, facendoci tornare tutti un po’ piccini.

La Maestra che non ho mai visto senza un bimbo in collo come si dice a Lucca.

Quella che ci ha sempre invitato a rispettare i tempi dei nostri figli, le loro emozioni, le loro piccole parole, i loro gesti insicuri.

Quella che ha preso in braccio mio figlio quando era un minuscolo ragnetto e gli ha insegnato a mangiare per bene, ad apparecchiare la tavola, a rispettare gli altri.

Non mancherà solo ai bimbi, la Maestra, mancherà anche e soprattutto a noi, che sapevamo che una sua parola poteva essere sufficiente a rassicurarci.

Ma così è la vita, tutto scorre e il tempo del riposo e dei nipotini è arrivato anche per lei, che ha tutto il diritto di goderne.

E come disse la volpe, al piccolo principe, noi tutti ci abbiamo guadagnato il colore del grano.

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Nuovi lucchesi

Ieri il sindaco ha dato la cittadinanza simbolica ai bimbi lucchesi nati da genitori stranieri.

Aspettando che lo ius soli renda questa cerimonia inutile.

Aspettando che la gente impari.

Impari che essere cittadini non è questione di origine ma di percorso.

Impari che, come l’amore, certo, il primo sarà importante ma quello che conta veramente è l’ultimo.

Impari che un bambino è un bambino, e che se conosce un signore emozionato con la fascia tricolore che gli dice benvenuto e gli appunta sul petto una coccarda che neanche il libro cuore, quel bambino se lo ricorderà, e magari, un giorno, quando sarà grande, avrà in tasca un ricordo dolce delle istituzioni e magari si impegnerà per la collettività non per un piccolo conto personale ma per qualcosa di alto, che pensi al Noi.

Impari che chi è diverso, sia perché maschio o femmina, ateo o religioso, lontano o vicino, non è mai un problema in sé, ma una risorsa e che il problema è dentro di noi, se non lo si riesce a capire. Il problema sono i nostri piccoli giardini senz’aria, dai cancelli chiusi e dai palloni forati.

Impari che la città si nutre di bambini, e li trasforma in uomini.

Sta a noi decidere se vogliamo concittadini o nemici.

Benvenuti bimbi, benvenuti a casa vostra.

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cioccolata

Se si chiede al principe quale sia il suo cibo preferito, risponderà con gli occhi a cuore: ACIOCCOLATA.

se gli si chiede cosa chiederà a babbo natale, risponderà ACIOCCOLATA.

Se si va al supermercato e gli viene chiesto cosa desidera comprare, non avrà dubbi: ACIOCCOLATA.

La cioccolata è una scoperta tardiva, di impossibile gestione fino a poco tempo fa, ma è un amore senza fine, senza remore, senza sensi di colpa.

Gli piace fondente, al latte, perfino quella dell’ovinokinder che in effetti da bambini abbiamo amato tutti.

Siccome è piccolo, non ne può mangiare molta, ma siccome è piccolo, quando accade questo lo rende molto, molto felice.

Non la tollera nel gelato alla stracciatella, per lui una bestemmia mescolare cose di diversa consistenza e gusto.

(Ieri per mangiare una torta millefoglie crema e cioccolata me l’ha fatta prima smontare e dividere neanche linneo).

L’ACIOCCOLATA gliel’ha fatta conoscere nonno Burberoni, com’era giusto che fosse, ogni cosa bella diventa veramente goduriosa se a dartela è un nonno amato.

E io me li immagino, nascosti da qualche parte, fra un paio d’anni, a dividersi di nascosto una tavoletta fondente, magari sotto a un tavolino, o dietro una porta, o in cima al filare della vigna, lontano dagli occhi degli altri, me li immagino farsi segno e capirsi al volo, furbi e golosi, e ritrovarsi in un posto qualsiasi concordato fra loro, me li immagino scartare i quadretti, prenderne uno per uno con religioso rituale, e, alla fine, rientrare dagli altri, facendo finta di nulla, traditi alla solo da un bel paio di baffi color ACIOCCOLATA.

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Passeggiando con un principe

Dall’asilo fino a casa piano piano si impara ad andare a piedi.

“Si impara” perché anche i grandi hanno qualcosa da imparare.

Senza passeggino vuole dire, soprattutto, imparare per i grandi a sorvegliare un furetto che scappa in ogni direzione, che chiede a ogni passante chi è lui? e che a ogni negozio schiaccia il naso contro una vetrina.

Vuol dire concedere autonomia con le conseguenze del caso: si va più piano, si va non solo dove si vuole noi ma anche dove vuole lui, non più prigioniero dei nostri ritmi e dei nostri programmi.

Ieri è stato facilissimo prendere un gelato, impossibile uscire dalla gelateria.

Sulla soglia prima di uscire: un bacio!

E via indietro a baciare le gelataie.

Di nuovo sulla soglia: un abbaccio!

E via indietro a abbracciare entrambe le signore.

Sui saluti c’è da lavorare, potrebbero durare delle mezz’ore.

Ma in generale è un cambio per me incredibile.

Col passeggino siamo una monade, ho spinto quel trabiccolo per ogni dove, per le vie di Lucca, sulle colline fra i filari e gli uliveti, sulle strade calde di mare e quelle gelide di Berlino.

Al passeggino è attaccato il nostro piccolo mondo, cambi, libri, coperte, borse.

Su quel passeggino si addormenta e con quel passeggino andiamo dove vogliamo.

Ma il tempo passa, adesso corre, salta, frulla via come un passero tenuto per troppo tempo fra le mani.

E io gli corro dietro, ridendo, per via santa lucia, pensando a quando era un bruco adesso che gli spuntano le ali di farfalla.

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Figurine

Alla ‘oppe per qualche settimana hanno dato le figurine.

Ogni volta quindi le mettevo al volo in tasca, in borsa, in macchina, ovunque.

Poi al volo, sono riuscita a recuperare l’album (grazie Carlo!) e adesso, da qualche sera, il gioco (confesso, credo che quella veramente entusiasta sia io) col piccolo è sfogliare, cercare, appiccicare.

Grazie anche a Matteo, che ci ha dato tanti doppioni, l’album è quasi finito.

Ma il bello è raccontare la figurina, per il piccolo ogni carta è una storia, della quale chiede conto.

Chi è?

Che pa?

E pecché?

È suo amico?

Ha paura?

E pecché?

E dove va?

Sulll’album ci sono le storie dei cartoni Disney più classici, Pinocchio, Biancaneve, il libro della giungla, Cenerentola, Peter Pan…

E lui vuole la storia nella storia, ogni fotogramma va raccontato, espandendo quello che succede in quel momento raffigurato dalla singola figurina.

Così l’album diventa di mille pagine, mille storie, mille mondi uno dentro l’altro.

Ce ne è una, della carica di 101, dove un personaggio cade nel fuoco acceso del camino.

Casca?

Eh sì…

Nel puoco?

Eh sì…

E si brucia?

Sì, ma poco.

E pecché?

La figurina in questione ha settecentoventitré doppioni, per cui la serie di domande avviene ogni volta, con la medesima sequenza. Viene aggiunto un solo commento, serafico.

È uguale.

Intendendo, uguale alle altre settecentoventidue.

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Un gatto sullo stomaco

Niente. Non ne vuole sapere.

Nero come certi pensieri.

Ostinato come un masso di montagna.

Frida la gatta non scende dalla mia pancia.

E mentre scrivo spuntano da dietro il telefono delle orecchie nere, si sente il trattoreggiare periodico e due occhi gialli mi guardano come a dire: hai me, cosa puoi desiderare di più?

E così me ne sto immobile, per non disturbare sua felina maestà, percependo il calore attraverso la coperta, ascoltando in silenzio i suoi gorgoglii.

E sua felinità è felice di questo trono, che rivendica con maggiore vigore, ora che il piccolo di casa non è più un infante pressoché immobile ma una furia della natura e quindi ogni spazio è rosicchiato a lui, che tutto prende e tutto assorbe.

Adesso dorme, la piccola furia, e la gatta approfitta per stabilire di nuovo il suo regno.

Un congresso di Vienna temporaneo, costretto al suo ridimensionamento al risveglio del piccolo Napoleone.

Ma intanto sulla pancia dorme placida lei, nera e felice, pazza gatta di casa.

Ora che il gioco si fa duro, i gatti neri iniziano a giocare.

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Buonanotte

Lucca, notte.

Piuttosto freddo direi.

Vado verso casa, un po’ incerta sui tacchi portati troppo a lungo.

Calpesto foglie gialle di un glicine che tanto amo.

Arrivo alla fontana, seminuda e infreddolita, dai vestiti di marmo.

Buonanotte glicine, buonanotte fontana.

La piazza, le panchine, la via deserta di fronte.

Buonanotte strada, vetrine spente, muri grigi di pioggia sottile.

Buonanotte a tutti.

Casco dal sonno, la vecchia città scorre sotto ai miei piedi.

Buonanotte città.

Vado a letto, il piccolo dorme da ore e non ero lì.

Capita, alle mamme indaffarate.

E forse va anche bene così.

O forse niente vale quel tormento di bimbo che non vuol dormire, voglio babbo, voglio l’acqua, voglio la camomilla, voglio iaia!

O forse lo vale, ma solo sapendo che alla fine della strada, in cima alle scale, dall’altra parte della porta, c’è un bimbo addormentato dal quale tornare.

E sul resto si vedrà.

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