il primo post del principe

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amabili conversazioni col frigorifero

il principe è un gran chiacchierone. deve aver preso da me.

io discendo da una famiglia di robustissimi chiacchieroni.

celebre una passata di mio nonno che, in macchina fermo al passaggio a livello, cercò di attaccare bottone a una signora in bici, che altezzosamente si rifiutò di chiacchierare e avanzòdi mezzo metro per non doverci stare accanto.

e mio nonno si rivolse alla bimba seduta sul sellino dietro.

“bimba! la tua mamma ha poca voglia di discorrere?”

queste cose succedevano prima di facebook e di whatsup, quando per parlare con la gente occorreva esserci vicino.

io sono come il mio nonno.

io discorro con la televisione, per esempio, facendo sempre imbufalire HDC che sostiene di sentire, del telegiornale, solo una notizia ogni due.

parlo con me stessa dei miei triboli giornalieri.

e ora parlo col principe, rincoglionendolo a giornate sane.

gli faccio la cronaca della giornata, gli dico cosa facciamo, cosa faremo, come mai si fa e gli spiego, ascoltando le notizie su radio 3 come mai i renziani siano simili ai craxiani, solo meno intelligenti, ma forse più convinti.

e il principe ha capito, ha capito che parlare è molto, molto importante.

anche se si blaterano cose senza senso come la mamma.

così parla col frigo, col gattonero, con giorgio curioso, col pupazzo armeno (che anche lui parla se gli stringi la manina) e ci sta per un sacco di tempo, a discorrere in cucina col frigorifero.

ora cerco di insegnargli a scrivere, almeno con la tastiera.

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allarme rosso, mamma in fuga!

ore 13:30, a tavola, lucettina si fa prendere da un’idea brillante.

“in casa manca un sacco di roba, occorre che IO vada alla ‘oppe!”

“e come ci vai?”

“con la macchina!”

“tu? devi essere proprio disperata…”

“sì.”

e così, alle 13:45 aveva messo a letto il bimbo, dato un bacio sul naso al marito che doveva preparare una cosa supercazzolissima serissima non mi disturbate ciò da fà e correva giù per le scale con in mano le chiavi della macchina parcheggiata poco lontano.

la fame leva il lupo dal bosco, avrebbe detto la su’nonna.

in macchina aveva acceso radio 3.

e aveva messo in moto.

e poi era partita.

gnek!

cazzo, il frenammano…

dopo poco era arrivata alla ‘oppe, aveva una lista super smart, fatta col cellulare, di quelle cose così smart che ti mancano un casino una penna e un foglio.

ha preso le verdure, la frutta, la carne, il pesce… ah, già, fammi tornare indietro che col pesce ci vuole il prezzemolo…

poi i formaggi, il latte, le uova…

aspetta… vediamo se in cima al corridoio ci fossero gli yogurt che cercavo l’anno scorso in vacanza…

poi la pasta, i pelati, lo zucchero, scatolame vario…

e la minestrina? siamo senza minestrina dice il telefono.

vabbeh, torno un pochino indietro…

poi le cose per il principe, che vanno intanto capite tutte, poi scelte, poi posate e cambiate con altre, poi si torna sulle scelte iniziali e poi ci si ripensa.

poi un po’ di saponi variegati, da capire però anche lì… vanno soppesati nitrati, biodegradabilità, buste riciclabili, numero di lavaggi… mica facile…

poi non restava altro da fare.

per cui lemme lemme si è avviata verso il salvatempo.

ha pagato con la carta e la macchina ha detto:

“attendere intervento della commessa!”

quando la commessa è arrivata lucettina speranzosa ha chiesto:

“è il riconteggio vero? sono proprio sfortunata!”

“no, è che ha pagato con la carta invece che col bancomat e deve firmare, ecco, firmi qui. bollini? li vuole? arrivederci!”

e lucettina ha firmato, i bollini diamine che li voleva e piano piano si è avviata all’uscita.

presa da un vago senso di colpa ha chiamato casa.

“sto uscendo, fra poco sono lì, come va?”

“umpf”.

è stata la risposta.

non deve ave’ dormito granché…

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contatto riuscito

gatta e bimbo si addomesticarono definitivamente.

lei capì il rischio che un pugnino di bimbo chiuso di scatto sul suo pelo può essere forse doloroso, ma sicuramente dolce, talmente dolce da correrlo, il rischio.

lui capì che al gatto piaceva l’odore nauseabondo di latte stantìo delle sue ditina perennemente bagnate di bava.

la gatta mostrò al bimbo di saper saltare in alto come nessuno e velocemente come solo il fulmine.

lui rise e disse “iaiaiaiaiaia!”

lei fece le fusa.

dei giochi la gatta fu chiara: non voleva nulla che fosse di plastica e che facesse luce.

lui le propose un cane di peluche.

del tappeto decisero le zone d’influenza: lui avrebbe regnato al centro, lei avrebbe protetto i confini e lo avrebbe aiutato a scappare ogni volta che fosse stato possibile.

per quanto riguarda la gestione degli umani di casa gli accordi furono presi facilmente.

per il bimbo erano papà e mamma.

per la gatta erano suoi.

 

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prospettive

il principe A contemplava l’orizzonte davanti a sé.

i quadrotti colorati di un tappeto per aspiranti gattonatori, cuscini poggiati alla bell’e meglio solo per far uggia a lui e alla sua voglia di avventure (cosa ci sarà stato mai dietro quell’ammiccante pietra del camino?) il sotto del mobile della televisione, quello del divano, i feltrini impolverati di qualche sedia.

sparsi da un destino beffardo, qua e là senza costrutto, i suoi giochi, a volte così vicini, a volte così lontani.

meditò sulla volubilità del desiderio, che lo faceva strisciare in adorante bramosia verso una maracas di plastica e distrarsi, al tempo stesso, alla vista di una papera blé.

a volte era riuscito perfino a superare le colonne d’ercole del tappeto, certo, se non veniva scoperto dalla tipa dedita alla sua sorveglianza, quella balbettona che lo guardava sillabando senza senso: “mam-ma! mam-ma!” ripeteva come un pappagallo, forse non conoscendo molto altro.

giunto al bordo del tappeto, riuscendo a fuggire dallo sguardo fisso della strana signora, aveva guardato.

Sollevando il tappetone aveva guardato.

per capire.

per capire cosa c’era sotto.

e l’aveva visto.

sotto il tappeto colorato c’era lo stesso pavimento che c’era alla fine del tappeto stesso, come se il tappeto ne rappresentasse una crosta, un rattoppo, un rammendo.

prese george, la scimmia dalla maglietta rossa e la strinse a sé.

gli ciucciò una mano.

e si chiese se mai avesse avuto una vita prima di lui, la scimmia dalla maglia rossa con la scritta gialla, se fosse esistito anche prima che i suoi occhi si posassero sul suo peluche.

 

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coccole

io, quando sono malata, ho bisogno di coccole.

ma non di coccole qualsiasi, coccole di cui la mia mamma sia assoluta titolare.

ecco il podio delle mie coccole preferite.

  1. vedersela arrivare in camera con qualcosa: che so, un topolino (nel senso del fumetto) o una “busta”, ve le ricordate? quelle truffaldine buste sorpresa che si trovavano in edicola con dentro personaggi minori, soldatini senza una gamba, fumetti a episodi e figurine di album che non esistevano, io le adoravo. sia io che mio fratello ci andavamo matti. adesso che sono grande non posso più chiedere un topolino o una busta, ma la mi’mamma ieri è arrivata con: una bottiglia di brodo, uno sformato di zucchine, tortellini (per il brodo), stracchino, prosciutto, pane, focaccia, cinque uova delle sue galline e verdure di ogni risma per fare il brodo al cucciolo. direi che come coccola ci siamo, no?
  2. farmi guardare la gola. la posizione ufficiale del guardare la gola è in mezzo alla cucina, sotto al lampadario giallo che si tira (era modernissimo quarant’anni fa, si può far scendere e risalire, non è una ganzata?) e che viene usato come lampada per gole profonde. adesso per fortuna la mi’mamma gira sempre con una torcia a led in tasca così me l’ha guardata a casa mia.
  3. una volta sotto al lampadario, con la luce piantata come durante un interrogatorio poliziesco dire AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA con la mia mamma che aguzza la vista e nel bel mezzo dell’AAAAAAAAAAA pronuncia la sentenza: ellapeppa! ma che gola rossa! bada lì e bada là! ma è tanto se non hai la febbre a quaranta! eh! è perché te sei robusta (non vuol dire “grassa”, vuol dire di robusta costituzione immunologica, mostri voialtri che lo avete pensato) ma bada che placche! ah, ma ci credo che ti faceva male! bada lavori!

e io mi sento un’eroina di guerra.

e posso anche prendere il clavulin senza fare tante storie.

oddio… magari dietro promessa di una busta, o di un topolino…

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aria pulita

fra i piaceri della vita c’è quello che riguarda il giorno dopo una grande sfebbrata.

fin da quando ero piccola mi piaceva, dopo una nottata passata a sudare, il rito “del giorno dopo”: cambio di pigiama, cambio di lenzuola, apertura di finestra a far entrare aria pulita.

era un passaggio ufficiale dalla malattia alla convalescenza, dopo quello veniva il togliersi il pigiama e mettersi abiti da casa, poi uscire sull’ “ora calda” e infine tornare a scuola, con la sbornia dei giorni passati lontano dai compagni che avevano vissuto senza di te.

stamani ho cambiato il pigiama, cambiato le lenzuola e aperto le finestre mentre stavo in altre stanze.

il vento forte ha permesso un ricambio in pochi minuti, e rientrare in camera con un letto nuovo, aria nuova e un nuovo pigiama mi ha decisamente messo di buon umore.

auguro la stessa cosa al mio paese.

ho visto una brutta piazza ieri sera ai telegiornali.

non esistono giri di parole.

gente che scende in piazza per negare diritti di altra gente.

gente che usa la religione (religione che usa e che si fa usare) come una clava da battere in testa agli altri.

gente che parla dei “nostri figli” e delle “nostre famiglie”.

ma non parla a nome mio.

gente che ha paura, gente che non conosce e che invece di conoscere preferisce discriminare.

ho visto al telegiornale che uno degli organizzatori ha adottato sette bambini.

immagino che li abbiano messi al mondo degli eterosessuali.

io spero solo che presto si apra questa benedetta finestra, che cali la febbre, che passi la notte e che aria fresca e pulita spazzi via questi meschini pensieri.

questo affermarsi negando gli altri, questo proteggersi aggredendo il prossimo.

per quale arcano motivo i diritti degli altri dovrebbero minare i miei?

chi lo pensa me lo vuole spiegare?

o anche chi lo dice in realtà sa che sta dicendo una bugia?

o sciocchi o in malafede.

non vedo altre alternative.

aprite la finestra.

lasciate entrare l’aria.

che qui non si respira.

 

 

 

 

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