Primi giorni

Ci sono stati già tanti primi giorni.

Il primo giorno che ci siamo incontrati.

Che è lo stesso giorno del tuo primo, enorme, sorriso.

Il primo giorno che siamo arrivati a Lucca.

Il primo giorno di nido.

Quello della materna.

E adesso eccoti alla primaria, col quaderno a quadretti e quello a “righe di prima”.

Col grembiule blu, con lo zaino (semivuoto), con i capelli tagliati e le unghie no.

Con gli occhi che brillano, il cuore che batte e la voglia di capire cosa c’è dentro questo nuovo, enorme, regalone che la vita ti ha fatto.

Perché questo sei tu.

Un bimbo sempre disposto a entusiasmarsi, sempre felice di esserci, sempre curioso di quello che la vita può riservargli.

E così ti guardo da lontano, mentre cammini verso le scale, e guardi indietro solo per un ultimo saluto, un sorriso felice e un ciao con la mano.

Così è la vita, e così sarà alle stazioni, agli aeroporti, alla laurea, al matrimonio e chissà cos’altro.

Ti girerai un momento, per una coccola per me e per te, e poi proseguirai dritto, e io ti guarderò orgogliosa come mamma tacchina e pure un po’ commossa come una scema.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

La religione e i bambini

Ho portato il piccolo a vedere la Luminara.

E la processione.

Siamo per qualche giorno soli a casa, con HDC via per lavoro.

E la festa di Santa Croce è la festa cittadina.

Il frate(*) in Piazza Grande, il giro a vedere i palazzi illuminati, la processione composta da gran parte delle diverse anime della città (non tutte, non tutte, vostro onore).

Mentre aspettavamo l’arrivo dei preferiti del piccolo (tamburini, balestrieri e sbandieratori) ho faticato non poco a rispondere alle sue domande, cercando di tranquillizzarlo affinché a casa si potesse addormentare sereno.

Dall’altoparlante voci che si alternavano parlavano di umiliazione, morte, flagellazione.

Sugli stendardi di alcune antiche confraternite teschi e scheletri.

La croce come esaltazione della morte, non della resurrezione.

Il piccolo è nato in un paese dove delle croci e delle loro esaltazioni si è fatta arte sublime.

Dettaglio del Monastero di Novarank, Armenia

I Kashkar armeni sono la raffigurazione più raffinata della croce. Spesso “fiorisce” letteralmente dall’albero della vita e ha le radici nel globo che raffigura la Terra, è decorata in ogni dettaglio ed è, meravigliosamente, vuota.

Vuota perché ricorda non la morte, ma la resurrezione.

Non è un Cristo appeso, quello che lì viene esaltato, ma un Cristo altrove.

Ho passato la serata cercando di proteggere un bambino spaventato, sperando che non vedesse, non sentisse, non ascoltasse tutto quel parlare di morte e di disperazione.

Mi ha chiesto chi era stato, mi ha chiesto se avesse sofferto molto, mi ha chiesto se davvero si poteva sopportare una cosa del genere.

E mentre cercavo le parole mi sono chiesta che religione fosse, questa dalla quale occorre proteggere un bambino.

Poi il bimbo si è distratto, ha incontrato alcuni amici dell’asilo futuri compagni di classe, la processione è passata, ci siamo avviati verso casa e piano piano tutto è tornato sereno.

Da lucchese brontolona (lo scopo per il quale il lucchese medio va a vedere Luminara e processione è fare commenti, lo sanno tutti) auspico una cosa per il prossimo anno.

Meno chitarre e più serenità nella liturgia.

Inutile battere le mani e suonare roba sanremese per incorniciare parole di morte e disperazione. Piuttosto mettete Bach e poi parlate di cose belle.

(*) il resto del mondo le chiama, credo, ciambelle? Per noi lucchesi hanno la stessa sacralità del buccellato e della mamma.

Pubblicato in Uncategorized | 1 commento

Carissimo Pinocchio

Paleomichi e il neomarito ci sono venuti a trovare e abbiamo pensato di portarli a Collodi.

Insieme ad altri cari amici, e insieme al piccolo, grande amante del burattino.

E a camminare sulle salite assurde del paese pareva quasi di vederlo, il burattino, incontrare il gatto e la volpe, vendere l’abbecedario per andare al circo, saltellare da una pietra alla successiva incontro alla vita, ai tanti sbagli che si fanno per diventare adulti, per diventare Veri.

E io guardavo il mio pinocchietto, dal naso piccolissimo, bere il cielo del tramonto come una gassosa e scarpinare per mano ora a un adulto ora a un altro, parlando senza tregua, rimbiscarendo chiunque gli stesse incontro, raccontando di mille cose, di mille mondi, di mille bambini, tutti dentro uno solo.

Davanti alla grande quercia, vecchia di storie e di secoli mi ha chiesto

Perché quando Pinocchio diventa un bimbo vero poi guarda se stesso burattino appoggiato al muro?

Non saprei amore… Forse è come le cicale, che quando fanno la muta sono una cosa diversa ma quello che erano prima resta nel guscio che lasciano sul tronco degli alberi…

Uhm. Forse è così. Forse Pinocchio era già un bimbo vero, dentro la sua anima, doveva solo uscire…

Forse è così, mio saggio e terribile figliolo.

Forse è davvero così.

Pubblicato in Uncategorized | 1 commento

Una collana di peperoncini

Era uno dei miei compiti da bambina, un rito di fine estate, al quale mi prestavo volentieri sfidando la paura di sfregarmi gli occhi sovrappensiero.

La collana di peperoncini permetteva di seccarli adeguatamente, in cucina, di solito, per poi usarli in inverno, non in moltissimi piatti devo dire, ma il grande classico erano gli spaghetti allo scoglio.

Era stata mia madre a insegnarmi come fare.

Un ago e un filo, i peperoncini infilzati con molta attenzione nella parte verde e più resistente.

Mi piaceva, anche perché usavo sempre l’ago e il filo che mi padre usava per rilegare i libri.

Anche stavolta col pensiero sono andata a quell’ago e a quel filo, sempre pronto a ingarbugliarsi, arricciolarsi, fare dispetto, far perdere bussola e pazienza.

Mi sono accontentata di un ago e di un filo trovati in un set da cucito made in China, che tengo sempre a portata di mano.

Ma mi sono concessa il lusso di tornare in cucina, a casa mia, a Farneta, con le prime pioggie fuori, qualche libro residuo di compiti del pomeriggio, la radio accesa, l’odore di cucinato, magari l’ultima pomarola della stagione.

Perché i ricordi sono a disposizione di chi li vuole tirare fuori, come fazzoletti un po’ ingialliti sulle piegature, ma ancora profumati del giorno in cui li abbiamo messi nel cassetto.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Cresci

Ti sei addormentato in macchina, dopo una giornata di gloria allora fine della quale non avevi più voce da quanto avevi chiacchierato.

Ti ho preso, come un tempo, per portarti a letto, su per le scale.

Ed eri troppo peso.

Tu, che giri coi sassi in tasca quando tira vento.

Tu, che porti i pantaloni corti “36 mesi”.

Tu che mangi a targhe alterne.

Sei cresciuto.

Stai diventando troppo pesante per essere portato in braccio fino a letto.

E non lo credo possibile.

Mi sforzo di dirmi che è normale.

Crescere.

Cambiare.

Diventare grandi.

Aspetta ancora un pochino.

Gli ultimi cinque minuti, dai!

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

L’evoluzione e il cemento dei romani

Sono incappata su fb in questo articolo che mi è sembrato subito perfetto in questi tempi di dati, percezione dei dati, senso dei dati.

Il cappello che cerca di coinvolgere il lettore è di una logica ferrea.

C’è una foto del Pantheon, del quale tutti conoscono la cupola in calcestruzzo, e una frase ad effetto sicuro.

“Il cemento dei romani dura millenni, quello moderno si sgretola in pochi decenni..”

Urca! Vero! Il Pantheon dura da secoli e a noi crollano ponti, accidenti!

Questo è quello che accade sempre quando parliamo di evoluzione, ma, ho percepito, anche quando parliamo di covid, di vaccini, di dati e di statistiche.

Chi metterebbe mai in discussione la frase a corredo della foto?

Il Pantheon è lì, sotto gli occhi di tutti.

Il Pantheon ha la cupola di cemento.

Il Pantheon è stato fatto dai Romani.

Ergo il cemento dei romani dura millenni.

C’è un bug in questo ragionamento.

Che si potrebbe riassumere così:

Tom è un gatto, i gatti sono felini, le tigri sono felini, Tom è una tigre.

Il cemento del Pantheon non è, il cemento dei romani.

È UN manufatto in cemento, il più famoso, ma ignoro, confesso, quanti altri ce ne siano.

Ho tentato una ricerca, ho trovato qualche cupola, qualche tempio, in diversi stati di conservazione.

Se, davvero, tutto il cemento dei romani durasse millenni, come mai non siamo circondati da queste opere? Perché non abbiamo la quasi totalità degli edifici romani costruiti in cemento?

Perché questa, sarebbe la prova di quanto viene affermato, non il Pantheon, ne convenite?

Ecco, con l’evoluzione facciamo lo stesso errore.

Guardiamo quello che c’è qui ed ora e attribuiamo a quel suo esistere un significato generale, una legge eterna, un fine da raggiungere e perseguire.

E lo stesso facciamo col covid.

Prendiamo un dato e lo stiriamo, lo commentiamo, lo sposiamo nella sua particolarità.

Invece dovremmo, sempre, ricordarci del contesto, del contorno, dell’intorno di un dato.

Ma lo facciamo con difficoltà, accecati e ammaliati dalla bellezza travolgente del Pantheon che abbiamo in testa.

Pubblicato in Uncategorized | 1 commento

In una piazza

Piazza San Francesco è la nostra piazza, quella delle cene, delle feste, dei concerti.

Non è al centro della città, è al centro di in quartiere particolare, popolare, curato un tempo dai frati e dalla sezione del PCI.

Tornarci, col Green pass, seduti, a parlare, mangiare, e bere vino mi è parso un sogno.

Un sogno stupendo, che mescolava vecchi amici e vecchi ricordi insieme a nuovi sorrisi, pance di ragazze bellissimamente rotonde, bambini impegnati a giocare, camerieri volontari e cuochi storici.

Un sogno che pensa alla città, da un punto della città eccentrico, in senso geometrico del termine.

E la città che vorrei è un pezzo più in là della città che anche io, nel mio piccolo, ho cercato di costruire.

Giusta, attenta, accogliente, democratica.

Chiedo a Francesco di portare avanti questi sogni, con la determinazione che gli riconosco, ascoltando, tendendo l’orecchio a chi chiede di essere compreso, alle minoranze, tutte, ai marginali, ai soli, ai fragili.

Perché ieri sera ho avuto di nuovo, dopo due anni di pandemia, il senso di una comunità che si ritrova, di una città che cerca una via comune e collettiva.

Buon viaggio France, io, per quel che serve, ci sono.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Aria di settembre

Nella mia città il settembre offre un sacco di motivi per farsi perdonare.

L’odore di frati e di zucchero filato, le luci struggenti sulle mura, l’aria che si fa fresca senza raffreddarsi, le giostre.

In campagna fichi e uva.

La sera la notte lecca le braccia e si dorme con un copriletto.

La gatta inizia a sentire il freddo e torna a volerci bene.

I libri sanno di buono e di nuovo, il lapis profuma di mina e la gomma di plastica nuova.

Mi piace comprare penne a settembre e pure quaderni e colla, senza motivo, a ben guardare.

E mine 2B per portamine 0.7, che quelle invece servono sempre.

A settembre si cammina volentieri, si sente l’aria cambiare e viene voglia di cambiare anche a noi.

E allora va fatto, prima che ottobre inizi a pioverci addosso.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Sogni

Me lo ricordo bene, quel momento pieno di cose, a cavallo fra la maturità e i primi corsi.

A Biologia poi facevano i precorsi quindi non avevamo le vacanze eterne degli amici di scienze politiche o giurisprudenza o lettere i cui corsi iniziavano a novembre.

A settembre Pisa era accesa, per noi matricole confuse e spaventate, dallo zaino e dai quaderni che ancora sapevano di liceo.

Mi hanno scritto, alcune ragazze, dei loro pensieri prima della nuova vita, e mi ha fatto enormemente piacere.

Come un nuotatore che lascia la riva ma ogni tanto guarda indietro per ricordare da dove è venuto e quanta strada abbia fatto.

Stamani torno a scuola, ci sono gli scrutini per i rimandati, e anche se a scEnze non è stato rimandato nessuno il consiglio di classe deve essere perfetto.

Sono contenta di tornare, sono contenta, fra poco, di rivedere i piccoli diventati grandi, le ragazze diventate donne, i ragazzi… Chissà, loro sorprendono sempre agli ultimi cento metri.

Settembre è tornato, i ragazzi crescono e se ne vanno e i professori restano sempre a scuola, eterni rimandati, a percorrere gli stessi corridoi con la testa e il cuore sempre nuovi.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Sulle mura cugine

Le mura di Grosseto sembrano quello che quelle di Lucca hanno o rischiato o mancato di essere.

Rischiato perché in alcuni tratti il degrado è evidente, come è evidente la sovrapposizione di stili epoche e urbanistica senza senso.

Mancato perché là dove le mura ci sono mi pare che facciano più parte della città di quanto non accada con le nostre.

Le case si mescolano ai mattoni delle mura, le strade si confondono le une nelle altre e la minore sacralità permette spesso di viverle più da vicino, più intimamente.

Le nostre mura sono bellissime e intonse.

E un po’ ci assomigliano.

E assomigliano a quelle camere da letto con la bambola sopra il letto rifatto perfettamente, la bambola con la quale non si può giocare, perché si sciupa.

Siamo quelli che fanno venire la polvere sui sacchetti di spezie avuti in souvenir da qualche amico perché sennò si sciupa, o che non aprono i biscotti offerti se la padrona di casa non li apre, che non mettono il vestito buono fino a che non si diventa troppo vecchi per portarlo.

Sulle mura di Grosseto crescono bouganville e pini e cipressi e palme e tutto sembra un po’ sciamannato e disordinato, come la cucina di una zia lontana piena di caos e di odori interessanti.

Le nostre sono diverse.

Sono bellissime.

E perfette.

Come una bambola sul letto.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento