Quasi una persona seria

Le mie colleghe di scuola sono sempre impeccabili.

Una piega elegante, gli orecchini intonati, truccate con gusto.

Io sembro sempre arrivata con la piena.

Complice la preparazione e il lancio con la catapulta del piccolo all’asilo, io arrivo sempre con gli occhiali appannati, un elastico in testa a trattenere capelli decisamente poco curati, maglioni neri (santi subito) e zaino.

Ieri ho deciso che, a ben quattro mesi e mezzo di distanza dall’ultima volta che c’ero stata, era l’ora di tornare dal parrucchiere.

Ho preso l’appuntamento e mi sono avviata a passo deciso.

Un parrucchiere di città, uno di quelli che chiami e bona, che al volo ti pigliano, perché se non vado da chi mi prende nell’attimo immediato, ci sta che ci metta altri quattro mesi per decidermi.

Sono entrata e una ragazza gentile mi ha fatto accomodare nello spogliatoio.

Ho visto i sacchi per le borse e ci ho messo quindi lo zaino.

Se vuoi lo zaino puoi lasciarlo lì, prendi pure solo la borsa…

Mi sono guardata intorno e ho sorriso. Come spiegarglielo? Per fortuna ha capito da sola.

Ah, è questa la tua borsa… Ok…

Gesù…

Cominciamo male…

Comunque mi fa sedere.

Finalmente tornerò quasi decente.

Mentre decide il da farsi usando termini che conosco il giusto mi chiede che lavoro faccio.

Insegno scienze…

Che bello! E dove?

Qui in città, al liceo classico…

Davvero?? Non ti ci facevo…

Eh lo so…

Ma sono qui per rimediare bimba!

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Il mondo visto dal buco della serratura

Ieri sera HDC mi ha detto che voglia che avrei di Isola d’Elba!

E io gli ho risposto a questo punto avrei voglia di ovunque.

Mi manca il mondo fuori.

Mi manca viaggiare, mi manca parlare altre lingue, mi manca l’aereo, la nave, il treno, la macchina, l’autostrada.

Mi manca fare le valigie, mi manca avere una meta e un biglietto di controllare più volte l’esistenza mentre si passano i controlli del check in.

Mi manca conoscere altre persone, sedermi a cena, chiacchierare senza tregua, e dire la frase che dico in ogni posto dove vado.

Sarebbe bello avere una casa qui.

Mi manca fantasticare camminando verso la Senna, o verso la Spree o verso l’Elbe.

Incontrare il fiume e immaginare il mare.

Mi manca tanto, tantissimo, volare via.

Così cammino, naso in aria, fra piazza San Martino e corso Garibaldi, notando che anche quest’anno le magnolie sono impazienti.

L’anno scorso non seppero attendere e il freddo le bruciò.

Io sarò saggia.

E mi accontenterò di guardarlo dabbasso, il cielo un po’ più lungo di qualche settimana fa, un po’ più chiaro, un po’ più lento.

E aspetterò che sia il momento, di partire, di rinascere.

All’asilo del piccolo hanno spiegato gli animali migratori e quelli che vanno in letargo.

Me l’ha raccontato.

È per resistere al freddo. Se resti dormi, se puoi te ne vai.

Io dormo.

Aspettando di volare.

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Futuro

Sono gli ultimi giorni per iscrivere il piccolo alla scuola primaria.

E fa un po’ effetto, che sembra ieri quando le tutine coi bottoni sul sedere gli stavano troppo grandi e ci chiedevamo crescerà? Camminerà? Parlerà?

La storia ha dimostrato che crescere è cresciuto, camminare ha camminato, parlare… Beh… Che devo dì?

E ancora sono qui che cincischio e tentenno, fra una montessori sperimentale nella scuola accanto all’asilo, un tempo pieno standard nella stessa scuola, il tempo normale nella scuola più vicina a casa.

E lo so, che la differenza, alla fine, la fanno le maestre o i maestri, chi c’è, ogni giorno, in classe coi pulcini, e che non è dato saperlo.

Ma come una qualsiasi mamma ansiosa cerco notizie, visito scuole, faccio domande, chiedo ad altre mamme.

E ancora non ne sono a capo.

Quale sarà quella giusta per lui?

Cercare la continuità coi compagni dell’asilo?

Provare nuove amicizie?

Una sperimentazione interessante ma che c’è ancora da pochi anni per capirne le potenzialità?

Una scuola classica, forse più noiosa, ma adatta a chi cerca di mettere regole nella testolina matta di un bimbo che sembra assai poco standard (nel bene e nel male)?

Nel frattempo vedo il cucciolo crescere indipendentemente da me, e questo forse è l’esercizio mentale da fare.

Possiamo preoccuparci, cercare, capire, conoscere, sperare il meglio per i nostri figli.

Ma alla fine saranno loro a portare lo zaino su per le scale, a sedersi al banchino, ad aprire il quaderno, ad appuntare il lapis.

Loro.

Non noi.

Ricordiamocelo bene, ogni volta che avremo la tentazione di fare i compiti con loro, ogni volta che prenderemo le loro difese prima ancora di capire, ogni volta che ci verrà la voglia di infilarci, fra quei banchi, fra quelle sedie.

Il nostro posto è alla finestra, a spiare in silenzio i nostri figli diventare grandi.

Mordendosi la lingua ogni volta che sarà necessario.

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I ragazzi

Da bambina detestavo quando mia madre parlava in continuazione dei suoi bimbi.

Era quell’aggettivo, miei, a darmi noia, noi eravamo suoi, non gli alunni, volevamo un posto speciale, riservato, da non dividere con nessuno.

Adesso so che non c’era motivo di essere gelosa.

Ma so anche quanto sappiano farsi amare questi filibustieri.

Che alla verifica devi minacciarli di morte per non farli copiare.

Che scrivono scempiaggini sperando nella clemenza della corte.

Che sono secchioni, dilinguenti, ambientalisti, cazzari, bravi ragazzi, timidi, spacconi, bellissimi, vivi.

Dovremmo farla finita di compatirli.

Anche per evitare che si rinchiudano davvero nelle gabbie che temiamo per loro.

Dovremmo trattarli da grandi, dovremmo smettere di blandirli, accontentarli, scontando loro pagine da studiare, concetti da capire, domande da sapere.

Questi ragazzi sono molto di più di quello che i giornali scrivono.

Sono meglio di come li immaginiamo, sono in grado di fare grandi cose, se solo gliele facciamo fare.

Vale per noi professori e vale per noi genitori.

Smettiamo di chiedere sconti per i nostri figli.

Comprendiamo la luminosa grandezza che sta dietro alle loro felpe, comprendiamo l’incredibile potenzialità che sta dietro i loro sorrisi timidi.

E diciamo loro, ogni giorno, che sono in grado, che possono farlo, che possono fare e dare di più, che la scuola è potenza, vita, amore.

Bentornati a scuola. Mi siete mancati. Bestiacce.

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Muta di cuccioli

E così il piccolino ha fatto il suo “patto” per entrare nella muta dei cuccioli.

Non sono mai stata vicina al mondo scout, di solito vi si appartiene quasi familiarmente, da genitori scout vengono fuori ragazzi scout e così via.

Questi scout qui li ho conosciuti nella vecchia vita da assessora, mi piaceva l’idea di un gruppo aconfessionale, aperto e libero.

Così l’ho iscritto e gli è piaciuto.

E un po’ voglio vivere questo come un mattoncino, che sarà libero di resistere o meno, nel muro dell’esistenza, per quando sarà più grande, per quando si potrà sentire solo, per quando potrebbe aver bisogno di un gruppo di pari.

A me, senza dio e senza parrocchia, ha salvato la politica, il partito, la sinistra giovanile, i compagni vecchi e giovani.

Io avevo un posto dove andare, fatto proprio di muri e di sedie e di ciclostile e fotocopiatrice e Sergio ad ascoltare.

E io la politica l’ho incontrata presto, quindici anni e la seconda liceo in corso, tante cose da dire ma tutte arruffate nella testa.

E vedo che invece a tanti ragazzini manca, un posto dove sentirsi a casa, un gruppo, fatto di ragazzi veri, relazioni vere, stimoli, frustrazioni, gioie, conflitti, veri.

Qualcuno fa sport, o musica, ma pochi stanno davvero insieme.

E a me piacerebbe regalare a questo bimbo, per quando crescerà, un gruppo di amici con i quali avere freddo ai piedi e fumare di nascosto e raccontarsi segreti, e camminare in silenzio se si ama il silenzio o parlando senza tregua in caso contrario.

Vorrei regalargli la diversità delle relazioni, la ricchezza dei nuovi amici, la voglia di confronto e di racconto.

Magari non sarà il suo mondo, lo sapremo solo più in qua, o magari sì, ma è una possibilità, e con le possibilità non si sa mai cosa può accadere.

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Il frullatore

Siamo tornati a scuola e ne sono felice.

Metà e metà.

Che vuol dire che abbiamo un orario (la collega che quest’anno ha fatto l’orario ha in corso la causa di beatificazione) che prevede metà classi a scuola e metà a casa, a ruotare su due settimane.

Che vuol dire che può capitare (anzi, capita) che si ha una lezione in DAD seguita da una in presenza, poi DAD, poi presenza e così via.

L’unico modo per non impazzire è entrare nella classe giusta all’ora giusta. Se ci sono i figlioli dire buongiorno e fare lezione normalmente, se non ci sono aprire il PC e cercarli on line.

Anche per i ragazzi è un frullatore, siamo a fine quadrimestre e appena li vediamo non diciamo neanche buongiorno.

Interroghiamo, verifichiamo, chiediamo, valutiamo come è possibile.

E siamo sballottati tutti, confusi tutti, in alcune classi qualche ragazzo è in attesa di tampone, per cui anche se gli altri sono in presenza comunque devi collegare l’alunno a casa, metterlo in modo che ti veda, te, o la lavagna, o magari tutte e due.

E ci sono lezioni che hanno senso di persona e che lo perdono completamente in DAD, per cui se hai le stesse classi ma una in presenza e una no devi inventare comunque due cose diverse e alla fine della mattinata ti senti bollita.

E il registro è elettronico.

Ma devi compilare anche il cartaceo.

E il materiale va su classroom, ma i ragazzi implorano di sapere le pagine del libro, quello di carta, quello con le pagine, e segui il libro, ma on line viene male, tornano meglio le slide, ma poi si perdono, non si rinvengono e anche tu non brilli di lucidità.

Spieghi le piante e vorresti far toccare foglie e radici e fusti, e fiori.

E invece non si può.

Mandate a scuola una tanica di vaccino per favore, vorrei farci il bagno come Obelix, i gavettoni come a ferragosto, il tuffo come Paperone.

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Il piccolo aspirante crucco

Da un po’ di tempo sto riuscendo un una piccola ma significativa vittoria casalinga.

Il piccolo, entro le otto e mezzo di sera, deve andare a letto. Possibilmente dormire.

Ha bisogno di dormire, molto, è sempre in movimento, e la mattina, quando lo svegliavo alle sette ed era andato a dormire alle nove e mezzo (addormentandosi alle dieci) era un tormento.

Non ce la faceva ad alzarsi, era nervoso, noioso, pigro, faceva resistenza passiva a tutto. Ci voleva più di un’ora per averlo pronto, vestito, sulla soglia di casa.

Il risultato era che la mattina eravamo tutti nervosi, chi doveva portarlo e poi lavorare, chi doveva convincerlo a fare le cose, e pure lui.

Così ho deciso che ci organizziamo un pochino tutti, alle sette e mezzo al massimo si cena, alle otto e mezzo va a letto.

E da quando facciamo così la mattina collabora, è pronto presto, prima del dovuto, si gode dieci minuti di Curious George in TV prima di uscire e siamo tutti più rilassati.

Riesce a mangiare qualcosa a colazione, riesce a prendersi del tempo per vestiesi-quasi-da solo, le cose vanno molto, molto meglio.

Con il vantaggio, non secondario, per noi, di poter iniziare a vedere un film a un’ora decente che permetta anche a noi, di dormire il giusto.

Viva i bimbi crucchi (che vanno a letto pure prima) viva il mago sabbiolino!

(se non conoscete under Sandmännchen cercatelo!)
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Io lo detesto

Attenzione: post carico di livore, astenersi sensibili.

Scrivo questo post di sera, mentre aspetto l’esito della giornata politica.

Non sono una fan entusiasta di questo governo, ritengo i 5 stelle un popolo di matti pericolosi e il PD non ha mai fatto nulla per piacermi.

Ma mi ricordo, molto bene, gli anni terribili del capitan 49, i decreti della vergogna, gli immigrati trattati come il male in terra, le donne massacrate da Pillon e compagnia, le minoranze, tutte, che vedevano allontanarsi rispetto e tutele.

E ricordo anche, molto bene, anche se di qualche anno indietro, l’occupazione militare e militante del PD da parte dell’omuncolo, seguito, adorato, osannato, imitato perfino, dai suoi fedelissimi (molti dei quali hanno pure fatto presto a far finta di non averlo mai conosciuto).

Adesso, il medesimo omuncolo sta decidendo se portare via il pallone, come un Mastella qualsiasi, dall’alto del suo due per cento.

Non esattamente in un momento sereno per il paese, anzi, in un momento dove chi ha da dare un contributo forse deve darlo, invece di sgonfiare il lavoro degli altri.

Soprattutto senza indicare cosa vuole invece.

Perché se non indichi cosa vuoi invece di quello che stai smontando, tutti capiscono che non sei interessato al bene del paese, ma piuttosto a una non bene comprensibile voglia di vendetta.

E so anche contro chi ti vorresti vendicare.

Noi.

Noialtri che abbiamo creduto tu mantenessi la parola all’indomani della sconfitta referendaria, vicenda che hai condannato al fallimento proprio legandoci il tuo destino politico.

Noi, che non ti voteremmo mai.

Noi, che, puoi fare quello che vuoi, mai, mai, mai, saremo come te.

Consegnare un paese alla destra più schifosa, ricattare, pretendere, sbruffoneggiare, racconta molto di quello che sei.

Un vorrei ma non posso continuo.

Uno di quelli che al liceo lo prendevano per il culo perché sembrava Pupo quando quello ganzo era Bon Jovi.

Uno di quelli che faceva il ruffiano con quello di filosofia col risultato di farsi prendere sul culo anche da lui.

Ti ci vedo, a scartare merendine e a giurare vendetta a ricreazione.

Un giorno vi farò un dispetto che neanche ve lo immaginate!

Ti sarai detto.

Ci pensi che ironia?

Comunque nessuno, nessuno, si ricorderà di te, come quando guardi vecchie foto e ti chiedi sempre chi diavolo fosse quello con la faccia cretina e che ricordi solo che stava sul cazzo a tutti.

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Fiera di voi

Siete arrivati alla spicciolata, vestiti come per andare sull’Himalaya, la scuola chiusa da troppo tempo era una ghiacciaia.

Mascherina, disinfettante, il vostro banchino.

Uno di voi a casa, positivo senza sintomi, abbiamo messo il mio tablet sul suo banco, connesso, e, in qualche modo, c’è stato anche lui.

Siete stati attenti, avete preso appunti, fatto domande e chiesto spiegazioni.

Neanche una volta vi ho visto calare la mascherina.

Neanche una volta vi ho sentito lamentarvi.

Di nuovo insieme, emozionati quasi quanto a settembre.

A settembre speravamo in qualche mese prima della DAD, stamani abbiamo vissuto godendoci il momento, perché non sappiamo cosa accadrà da adesso alla fine della settimana.

Ma è stato bello lo stesso.

Anche a metà, anche con la folle sensazione di chi è un po’ in presenza un po’ a distanza, le seconde in presenza, la quarta a distanza, un’ora in un modo, la successiva nell’altro.

Ma che ci importa. Eravamo a scuola, di nuovo, e vi vedevo ridere gli occhi perfino all’ultimo banco.

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libertà

screenshot preso da lucca in diretta

qualcuno mi ha anche scritto.

“hai visto cosa fate a lucca? Bravi! era ora di ribellarsi!”

ho dovuto riflettere molto sul da farsi, come rispondere, cosa dire, come dirlo.

perché chi scrive cose del genere tenta di supportare quello che dice dandoti del bigotto, del reazionario, anche a sinistra eh, si badi bene, fra i fantastici “libertari” che “intanto diteci se il vaccino evita i contagi o meno, altrimenti si parla di nulla”…

io sono quelli che sopporto meno.

come se non fossimo tutti nella stessa, maledettissima, barca.

gli stufi delle limitazioni, gli stanchi dei dpcm, che si sentono oltraggiati dalle zone rosse e dalla impossibilità di fare quello che preferiscono perché “secondo loro” non ci sono problemi, perché “ho un amico che mi ha detto che” perché il loro ombelico è l’osservatorio internazionale sul covid, campioni di benaltrismo postumo, che evitano con cura di dare suggerimenti PRIMA, mentre danno sempre giudizi DOPO.

che vivono come se le regole fossero dispetti, cercando le eccezioni, esasperando gli animi, i loro e quelli altrui, come se dodici mesi di coronavirus non fossero già abbastanza provanti.

ricordo quando l’anno scorso spiegavo ai bimbi di prima la progressione geometrica per mostrare la velocità del contagio.

a nessuno di loro sarebbe mai venuto in mente di rispondermi “la smetta, moriranno dei vecchi, perché dovremmo smettere di vivere per loro?”

queste persone lo dicono, lo pensano e fra pensarlo e il dirlo non scatta il filtro della vergogna.

le regole sono confuse?

ci sta.

il calendario è susseguirsi di rosso, giallo e arancione?

ce la possiamo fare…ci siamo laureati, riusciremo pure a capire cosa si può fare e cosa no a seconda dei giorni.

e se in un giorno dove è possibile andare per negozi si vedono troppe persone in un centro commerciale, esattamente, quale neurone dovrebbe mancarci per comprendere che c’è differenza fra quello che si “può fare” e quello che è “sensato” fare?

nessuno ci vieta di andare in inverno senza calzini, ma non lo facciamo perché sennò ci viene il raffreddore, e se lo facciamo e ci viene il raffreddore mica poi diamo la colpa a chi non ce lo ha impedito.

i miei ragazzi di là dal vetro sono stanchi di DAD.

vogliono tornare a scuola.

non è il lupo cattivo che li tiene distanti.

e non sono le leggi.

è un virus.

pericoloso per gli anziani ma non solo.

per sconfiggerlo occorrono distanze, mascherine, igiene delle mani e il vaccino.

e nel frattempo pensare che se ne esce soltanto mostrando un po’ di senso del collettivo.

senso del collettivo che mi fa veramente specie manchi perfino a sinistra.

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