Febbre di crescita

Lo so che non esistono, ma nel nostro caso esiste invece la febbre CON crescita.

Il piccolo ha passato un giorno da pila atomica ieri.

Svegliato con 38.5, ha passato vari gradi di calore fino a 39.6 verso le otto di sera.

HDC via per lavoro, mi sono presa un giorno intero da stare con lui.

E l’ho visto crescere, con la velocità con la quale germoglia un fagiolo e si trascina dietro i due cotiledoni avvizziti.

L’ho visto ragionare, chiedermi quale fosse la lettera “A” di mAmma, e la “E” di lEo.

L’ho sentito addosso, quando la febbre saliva e lui, spaventato mi è salito in braccio e non mi ha più mollato, e io mi sono messa la medaglia di mamma e ho gonfiato il petto.

Ci ho parlato, ci ho giocato, abbiamo fatto le cose insieme.

Non sono grande, mamma. Sono piccolo!

Mi ripete spesso orgoglioso.

Ieri se ne è accorto anche lui.

Non sono piccolo piccolo. Non sono grande.

Sono… (e ci ha pensato un po’ su) …grandino.

Siamo insieme sulla palla di cannone del barone di Münchhausen e la terra, sotto ai nostri piedi, scorre veloce.

Veloce da far girare la testa.

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Mao

C’è un bambino, che si chiama Mao.

Questo bambino fa alcune cose che non si possono fare.

Per esempio tirare il cibo in terra.

Oppure un gioco.

Oppure giocare col telecomando.

Se accade una di queste cose e si vuol sapere chi è stato, basta chiedere al principe.

Chi è stato?

… Mao!

Sei sicuro?

Sì!

E chi è Mao?

Un bimbo!

E quanti anni ha?

Due!

E dove vive?

A casa sua!

Mao sembra proprio dispettoso, dovete sapere che Mao non ha fratelli, sua madre si chiama Iacopo (O_o) e suo padre Philipp, ha un gatto nero che si chiama Frida (e qui casca il Mao…) e non va all’asilo, perché è piccolo, sta a casa tutto il giorno a bere latte.

Un bel tipo sto Mao…

Ci aspettano anni duri ma divertentissimi…

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La strada verso scuola

Per andare all’asilo del principe ci vogliono dieci minuti a piedi.

È bello, la mattina, prenderseli, questi dieci minuti.

Lui sul passeggino, io dietro, il mondo intorno a noi.

Chiasso Barletti, scuro e stretto.

una curva e siamo dietro San Michele.

si intravede il pollo penzoloni del caffè del mercato, si curva intorno alla piazza, si gira nella minuscola strada che porta da Puccini.

E eccolo, il maestro, seduto, comodo, il sigaro in mano, pare che aspetti il caffè.

Poi via San Paolino, già brulicante di gente, di possibili incontri, amiche, conoscenti, passanti, che regalano uno sguardo a me e un sorriso o una carezza a lui, ancora mezzo addormentato, o comunque assorto, in una mano un martello di plastica e nell’altra una pallina, oppure due biscotti, da portarsi dietro perché non si sa mai, possono sempre tornare utili.

Ho sempre amato le strade consuete, amavo alaunstrasse da casa mia fino al trammino, amavo la strada ghiaiosa per andare alle elementari, amavo il percorso dalla fermata del bus alla porta del liceo, amavo la strada per andare da thelma e le sue unghie laccate di blu.

Amo affezionarmi a un dettaglio e ritrovarlo ogni volta.

Mi sento tradita se cambia qualcosa.

I miei dieci minuti di Lucca al mattino sono il modo per controllare che sia sempre tutto a posto, che la strada sia, ancora una volta, lì per me.

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Ius soli

Mi perdonerete se mescolo pubblico e privato, io sono fatta così, non posso fare a meno di partire da me stessa.

Ho portato il piccolo a farneta ieri.

Troppo bello il cielo e troppo caldo il sole per restare lontana.

L’ho portato sulle strade mie, che io a farneta mica ci sono nata, avevo tre anni quando ci sono piovuta.

Così dicono i vecchi di qui, piovuta, come cade la pioggia, come cade un sasso scagliato da un piede, come fa un seme di tarassaco portato dal vento.

piovuta.

Eppure farneta è casa mia, lì ci sono le mie ginocchia sbucciate, la mia bici con le ruote piene, i pianti per non andare all’asilo, le bambole da pettinare, i fichi mangiati fino a scoppiare, la chiesa del catechismo di sabato, la strada per la scuola e quella per il panaio.

La guardo da lontano, farneta, da sotto i campi di Magazzeno, dove si stende la Certosa addormentata, dove la chiesa gialla si impone sopra al burrone, dove piccolissima si vede casa mia.

Io sono di questo posto.

Io sono questo posto.

Da qui sono partita per misurare il mondo e ogni scoperta era in relazione a lei. Al paese dove sono cresciuta.

E il piccolo imparerà anche lui a essere di farneta, a tenere sassi e castagne nelle mani dalle unghie sempre troppo sporche per essere mostrate, imparerà a cadere e a rialzarsi, a tirare calci a un pallone e a farlo rimbalzare contro il muro.

E alla fine anche lui sarà di farneta, sarà di questo cielo e di questi campi immensi, pieni di fili d’erba e di libertà.

E come lui tutti i bambini smetteranno di essere di chissà dove e saranno semplicemente del posto che li ha amati, del posto che li ha visti crescere, del posto che li vedrà, una volta uomini, tornare indietro, prendere un pochino di terra fra le mani e sentire che quella è casa loro.

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In tasca

Da qualche giorno giro con dei semi in tasca.

È granturco, rosso e rotondo, una varietà speciale che ho rubato alla mia mamma.

Sono sette o otto semi, che voglio seminare col piccolo per vedere cosa pensa a veder nascere una pianta.

Mi piacerebbe che capisse, che sognasse e che magari come me amasse le piante e con loro la vita.

Come con i fagioli magici che portano sulle nuvole, io cammino per la città sentendo in tasca con le dita i chicchi duri del granturco e sogno la pianta alta e baffuta che diventeranno.

Immagino lo stupore e le domande, penso alle storie da raccontare, sogno manine sporche di terra, stivalini e annaffiatoi.

Per ora il mio campo di granturco sta ancora in una tasca, ma come tutti i sogni che si rispettino è destinato a uscire e diventare grande.

Ieri sera, dopo una lunga giornata, il piccolo, già guarito e uscito, mi ha portato una castagna matta.

Mamma! Tagna! Metti tasca!

Mi ha detto con un gran sorriso.

Promette molto molto bene.

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Un gruppetto di amici

Il piccolo si è svegliato con la febbre alta ieri, niente asilo e San babbo se ne è preso cura.

I nonni sono passati a trovarlo la mattina e siccome lo sapevo, quando sono arrivata la sera gli ho chiesto un po’ di cose.

Ciao piccolo! So che qualcuno ti è venuto a trovare!

Sì! Gagik!

(È un suo amico nato in Armenia come lui)

Ah sìi? Sei sicuro?

Sì!

E che avete fatto?

Giocato! Poi sono venuti anche Diletta e Arturo, Arturo piccolo piccolo.

(Sono due cuginetti)

Ah… pensa te…

E Arturo che faceva?

Aveva un ciuccio, perché era piccolo.

E voi invece?

Noi abbiamo giocato con la palla.

Amore, ma mi stai raccontando delle bugie?

E lui, fiero come un tacchino:

Sì!

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Elenco degli odori dell’autunno

La nepitella odora di funghi e di bosco.

La salvia respira, dopo il caldo dell’estate e rilancia dalle foglie spesse e pelose.

L’osmanto fiorisce, piccolo e coraggioso.

La terra sa di bagnato, le foglie sfinite odorano di lombrico.

Si sente l’odore di legna bruciata e subito mi porta a fare i compiti delle prime settimane di scuola.

Il cavolo nero brilla contro il cielo come un ricciolo barocco e profuma di farinata mangiata con gli amici.

I poggi sanno di erba stanca, di terra smossa, di sassi infreddoliti di guazza.

Torno in città e perdo le tracce da cane che ho.

Il fumo di una sigaretta si mescola al profumo volgare di una passante.

Un’auto sfreccia veloce, i muri di Lucca sanno di sabbia e di fiume.

Torno al lavoro.

In ufficio mi accoglie il profumo di un gesto gentile, di un regalo fatto col cuore e di cuore gradito.

L’autunno inizia a profumare di amicizia e mi fa stare bene.

Grazie.

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