La grandine della nuvolina di Fantozzi

La cerimonia dei diplomi del piccolo all’asilo è stata rimandata causa…

Grandine.

Ha iniziato con un piccolo ticchettìo sui vetri della finestra di cucina.

Cosa è stato?

Ho chiesto pensando a un merlo curioso.

Grandina?!

Mi ha risposto incredulo HDC.

Dopo pochi secondi la giornata calda e assolata che ci aveva fatto temere i gavettoni a scuola è diventata una tempesta in mezzo al mare.

Grandine fitta, a folate, mista a pioggia e a vento, tuoni, fulmini.

Siamo andati a controllare che le finestre fossero tutte chiuse e sul tetto della casa di fronte rimbalzavano i bianchi chicchi senza tregua, come una cascata di biglie uscite di colpo da un sacchetto.

Le cipolle da nonna ida!

La fioritura del cedro…

I gigli appena fioriti.

Oddio, e le ortensie? E i pomodori? E gli zucchini?

Finita la bufera siamo andati a prendere il piccolo e ci siamo precipitati a vedere.

Aveva piovuto, molto, ma niente grandine.

Ho sentito mia madre.

Com’è andata con la grandine a Farneta?

Perché, da te ha grandinato? Qua non ha neanche piovuto…

Pubblicato in Uncategorized | 7 commenti

Siate felici

Oggi ci siamo, è l’ultimo giorno di scuola.

Di un anno complicato, che poteva andare meglio ma in effetti poteva andare molto peggio.

Siamo riusciti a vederci in presenza quasi ogni settimana, ci siamo sentiti in dad per tante, troppe volte per pensare che abbiate capito davvero le lezioni radiofoniche.

Ci avete anche messo del vostro.

Quante volte siete caduti dal pero se chiamati all’improvviso?

Quante volte avete messo un avatar simpatico e siete andati a prendere uno yogurt, a lavarvi i capelli, a studiare per l’interrogazione di latino?

Non lo so di preciso, ma so che l’avete fatto, so che non va bene, ma che mi era impossibile impedirvelo.

Avete usato WhatsApp per suggerirvi risposte lette col piglio degno dell’actor studio, avete avuto schede clandestine, cellulari doppi, ogni genere di aiuto telematico compreso qualche mamma dietro un paravento.

Eppure vi ho visto così fragili.

Come se la facilità di cavarvela, della quale eravate fin troppo consapevoli, vi avesse tolto l’adrenalina della sfida, dell’amor proprio, della voglia e del bisogno di dimostrare una preparazione.

Vi ho chiesto meno di quello che avevo previsto, per questa fragilità così evidente.

Ma mi chiedo se abbia davvero fatto bene.

Per alcuni mesi ho avuto la chiara sensazione che meno vi si chiedeva meno rendevate, che a scontare voti, interrogazioni e compiti non vi si regalava serenità ma abulia.

Adesso siamo arrivati.

Gli ultimi giorni sono stati più scanzonati, ho avuto modo di conoscervi più rilassati, già scrutinati, a destino compiuto.

Adesso a pensarci mi auguro che passiate l’estate che ognuno di noi si merita, fatta di vita reale, senza schermi, di tramonti e bevute con gli amici chiacchierando di quella bella che vi ha sorriso o del fusto che si crede chissà chi e infatti ha ragione perché vi garba da morì.

Adesso vi auguro di scoprire il mondo, di conoscere persone che vi mettano in corpo la voglia di imparare una lingua straniera, una ricetta esotica, un dolce marocchino, un vino francese, una frittata spagnola, una birra tedesca.

Vi auguro di volare in alto e di vedere la scuola da lontano, nel mezzo di questa piccola città circondata da mura, una scuola piccola e bellissima, che per essere amata ha bisogno, ogni tanto, anche di essere guardata da lontano.

E vi auguro di ritrovarci, cresciuti e bellissimi, fra tre lunghissimi mesi, pieni di mare, di cielo e di sabbia fra le dita dei piedi, perché anche i piccoli problemi esistono e tutto sta a saperlo scuotere via.

Buone vacanze, sciamannati del mio cuore.

Pubblicato in Uncategorized | 1 commento

la famiglia…

Fredo, sei il fratello maggiore e io ti voglio bene. Ma non ti azzardare mai più a schierarti contro la famiglia, è chiaro?

Mai più.”

(Michael Corleone)

quante ragazze e ragazzi (ma soprattutto ragazze) sono state uccisi dalla loro famiglia?

prima di Saman mi ricordo di Hina e di Sana, di origini pakistane e marocchine, mi ricordo di Sarah di Avetrana, mi ricordo, della mia esperienza di assessora, i racconti di padri e fratelli violenti, di madri spaventate o conniventi, di ragazze e ragazzi scappati lontano, per sfuggire a un coltello, a una pistola, a una cinghiata data bene.

ne ho conosciute tante, di persone scampate alla famiglia.

ne conosco ancora, alcune, che non riescono a liberarsi dalla paura, dalla violenza subita, da quella minacciata.

l’idea, tossica, di possedere un essere umano, di considerarlo proprietà, di decidere per la sua vita e di arrivare al punto di desiderarlo morto se i suoi desideri non coincidano con i propri.

meglio morto che finocchio.

meglio morta che vestita in quel modo.

meglio morto che drogato.

meglio morta che con un negro.

meglio morta che con la fidanzata.

morta.

Non ce la faccio neanche a realizzarla, questa parola.

Mio figlio l’altro giorno sì è quasi strozzato con un pezzo di totano e non ci ho dormito per due notti.

Come si possa immaginare la morte di un figlio e metterla in atto, il dolore di un figlio e procurarlo, non riesco neanche lontanamente a immaginarlo.

Eppure questa roba cresce nel ventre molle delle famiglie, dei genitori padroni, nelle famiglie dabbene e in quelle “dammale”, in quelle dei quali i vicini commentano al cronista sembravano persone tanto ammodo…

Che rabbia che provo.

Per quella ragazza, per il fallimento di chi doveva proteggerla, per la mano che l’ha uccisa, per la bocca che ne ha ordinato la morte.

Quanta disumanità ci vuole per una cosa del genere?

Quanto ci vuole prima di levare un figlio a genitori incapaci e violenti? Nel nome di quel maledetto diritto di natura per il quale lo hai fatto tu e quindi è tuo.

Quante denunce? Quanta sofferenza?

Per quanto ancora tollereremo padri e madri violenti, mariti violenti, fratelli violenti?

Perché non l’abbiamo tolta da quell’inferno?

Quante ragazzine stanno vivendo il medesimo incubo?

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Davanti a un caffè

I ragazzi si conoscono, giorno per giorno, a scuola.

Ma nell’aula, nelle poche ore durante le quali devi inzeppare programmi che sulla carta permetterebbero di saltare l’università, ma che devi ridurre al minimo per farli entrare nel poco tempo a disposizione, mentre loro cercano di mostrare il meglio di sé e tu pure, mentre hai presente perfettamente le facce della prime file ma già dalla terza (col covid quest’anno abbiamo avuto anche le seste file) brancoli nel buio, nell’aula, dicevo, è difficile conoscerli davvero.

Senza il covid avremmo avuto gite scolastiche, cene di fine anno, momenti nei quali conoscersi a telecamere spente.

Ma così tutto l’anno è trascorso ingessati, loro e io nei nostri ruoli, serissimi e in alcun modo trascurabili.

Così, con la quarta sciamannata, complice i loro scrutini già fatti e che fosse la nostra ultima ora dell’anno in presenza, e che fosse pure l’ultima ora della mattina, siamo andati a prendere un caffè al bar poco lontano.

Abbiamo invaso i tavolini con un sorriso, abbiamo preso una piccola cosa da bere, e abbiamo finalmente chiacchierato.

Mi hanno raccontato le loro paure, i loro entusiasmi, le loro piccole grandi soddisfazioni.

Ho visto i loro bellissimi sorrisi senza mascherina, ho visto il loro essere ragazzi, ho scherzato, mi sono divertita, e credo di aver saputo più cose di loro in un’ora davanti a un caffè che in un anno da dietro la cattedra.

L’estate sta arrivando, alcuni di loro resteranno in contatto, altri faranno le loro esperienze, cresceranno ancora, come è giusto e bello che sia.

A settembre saranno tutti più grandi e più belli, come succedeva a noi quando eravamo come loro.

Una vicina sulle scale incrociandomi mi ha detto ha fatto bene a scegliere di stare coi ragazzi, non si invecchia mai!

Mi auguro che abbia ragione.

Pubblicato in Uncategorized | 2 commenti

“giù le mani dai nostri figli”

quante volte abbiamo letto, sentito, o forse anche pronunciato questa frase?

e quante volte abbiamo davvero capito il significato di quell’aggettivo: “nostri”?

io l’ho sentita dire migliaia di volte.

da difensori della famiglia tradizionale, spaventati che facendo giocare il figlio maschio a stirare e stendere i panni gli confondessimo i ruoli.

dai difensori della religione, spaventatissimi dalle richieste di un minimo di laicità nei luoghi pubblici, nelle scuole, nei centri ricreativi, negli ospedali.

dai difensori di qualcosa che, guarda caso, non riguardava tutti, i figli, ma solo alcuni figli, come se, alcuni figli, fossero più nostri degli altri.

così fin dall’asilo si permette che fra bambini ci si appelli finocchio, bastardo, puttana, negro, mongoloide, ritardato, e molto altro.

provate a rileggerli con calma, questi paroloni.

immaginate vostro figlio.

ognuno immagini suo figlio, un bambino, una bambina che ama, sentirsi appellare da un branco.

immaginate che questa cosa inizi da piccoli e non smetta più.

immaginate cosa possa essere, fin da piccoli, sentirsi “meno”, “peggiori” degli altri per qualcosa che si capisce fino a un certo punto.

immaginate che sia vostro figlio.

il finocchio.

la troia.

il mongoloide.

il negro.

immaginate il peso delle parole sulle spalle gracili di un bambino, immaginate il dolore, che cresce, insieme alle gambe, insieme ai peli sulle braccia, insieme al sorriso che cambia e diventa quello, triste, di un ragazzo troppo annichilito per vivere.

e immaginate che sia vostro figlio.

cosa fareste per lui?

come consolereste il suo pianto notturno, il suo immenso dolore, la sua immane fatica di vivere?

cosa dareste per salvarlo?

salireste con lui su una barca in mezzo al mare?

uccidereste con le vostre mani chi gli ha fatto del male?

cavereste gli occhi a chi lo ha guardato con disprezzo?

combattereste come una tigre furiosa, se fosse successo a vostro figlio?

Notizia recente è che non sia stato il razzismo a spingere al suicidio il ragazzo di Nocera.

Notizia sempre da tenere a mente è che non sappiamo mai davvero, cosa spinga, un ragazzo, con tutta la vita davanti, a preferire di morire.

Ma resta il fatto che ognuno di noi debba farsi la domanda se davvero facciamo il possibile, affinché tutti si sentano davvero accolti, parte del mondo, parte della scuola, parte della società.

I bimbi adottati, i bimbi con disabilità, i bimbi che mostrano fin da piccoli orientamenti sessuali o identità sessuali diverse, i bimbi più sensibili degli altri, quelli che piangono davanti a una storia d’amore, quelli che non sanno fare le somme, quelli che non mettono mai le doppie.

Sarebbe andata allo stesso modo, se lui e tanti, troppi altri, avessero trovato un’accoglienza diversa?

Il ciccione.

La grissina.

Il quattrocchi.

La brufolosa…

io non smetto di pensare ai suoi genitori.

e non posso fare a meno di pensare che i figli sono quelli di tutti.

E che dovremmo imparare a gestire i figli degli altri come fossero tutti figli nostri.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Countdown

A scuola le ragazze e i ragazzi di quinta arrivano ogni giorno vestiti diversi.

Da mestieri, da sportivi, da stereotipi, (ad oggi i miei preferiti) da sera, da personaggi famosi, da decadi del novecento…

E la scuola profuma di ultimi giorni, i ragazzi delle classi più piccole guardano i compagni sapendo che un giorno toccherà anche a loro, i grandi sono in quell’alba esistenziale nella quale si è felici di chiudere un’epoca e nello stesso tempo consapevoli che ci mancherà.

Mi cercano per una foto, rido con loro e mi rilasso, utilizziamo le ore per provare com’è parlare da grandi, com’è mettere quello che si è studiato in un contesto, come mai dovrebbero essere utili le nozioni sulla replicazione, sulla trascrizione e sulla traduzione del DNA in un dialogo sul secolo trascorso, secolo nel quale non c’erano e che già ai loro occhi odora di Storia.

Li guardo, immagino ognuno di loro sul treno per Pisa, o a dividere una casa a Milano a Roma o, magari, a Parigi o a Berlino.

Li immagino davanti a un professore a sostenere un esame universitario, o a bere un caffè dopo mensa in Piazza Torricelli, e so che ognuna di queste cose, dalle grandi alle piccole cose, la sapranno fare.

Auguro loro di coltivare i propri sogni come si coltiva un bellissimo giardino, dal quale uscire per andarli a realizzare.

Pubblicato in Uncategorized | 2 commenti

Ciliegie

Le ciliegie sono bellissime.

E in qualche modo parlano all’antenato quadrumane che ci portiamo nel cuore.

Il rosso, contro il verde delle foglie, doveva farlo impazzire il nonno frugivoro, perché ancora oggi, che una strana mutazione nel piede ci fa camminare su due sole zampe, la sola vista delle ciliegie mi manda in visibilio.

E così, dopo una giornata di scrutini passata nel frullatore, scappati a casa di nonna ida per passare la notte nel sogno di rifare casa, mi sono ritrovata a piluccare ciliegie mentre il sole scendeva, mentre l’aria si raffreddava, mentre il cielo si scuriva.

E da perfetta maleducata, la soddisfazione piena e totale di sollevare leggermente il mento, chiudere la bocca e soffiare via lontano il nocciolo, come un razzo, come una meteora, come lo sparo di un fucile giocattolo.

A ogni nocciolo un cattivo pensiero, un cupo ricordo, una ragnatela spolverata via.

Il piccolo ha voluto fare a gara.

E la gara di sputo di nocciolo è fra le cose più divertenti al mondo.

I passanti non avranno visto uno spettacolo molto edificante.

Ma da tanto tempo non mi divertivo così.

Pubblicato in Uncategorized | 1 commento

Fuori

Le giornate iniziano a splendere e il profumo di vacanze entra dalle finestre nelle aule di scuola.

Mi hanno guardato con gli occhi dolci.

Non ho resistito.

Caccia botanica e siamo partiti.

Hanno cercato e trovato composite, labiate, crucifere, graminacee, leguminose, malvacee e un sacco di altre cose.

Ogni fiore, ogni foglia è stata una storia.

Ho avuto l’impressione che abbiano capito più di botanica ieri in un’ora sulle mura che in due settimane di libro di testo.

Le ragazze si sono messe margheritine fra i capelli, i ragazzi sugli occhiali.

Erano bellissimi.

Hanno sedici anni.

Se non ora quando?

Pubblicato in Uncategorized | 3 commenti

a farneta

non ricordo da quanto tempo non stavo qualche ora a farneta.

adesso siamo una tribù di vaccinati, ci siamo permessi un pranzo in giardino.

e il cielo era mutevole e instabile come certi anni per il mio compleanno, quando a maggio non si sapeva se ci sarebbe crollato sulla testa o se ci avrebbe arrostito come peperoni.

e il giardino era pieno di vento, e i nipoti dei vicini erano arrivati e il piccolo ha fatto quello che facevo alla sua età: giocare con qualcuno in corte, rendendosi un maiale.

l’aria profumava già di fine della scuola, quest’anno avrò gli esami di maturità per cui in realtà la strada è ancora lunga, ma da quando si smette di portare i calzini per me la scuola sta finendo.

ricordo ancora alle elementari quando si usciva col grembiule sotto il braccio perché troppo caldo per tenerlo ancora, quando si mangiavano le ciliegie del giardino, quando correre fuori ci rendeva accaldati e sudati come bestie.

era bellissimo.

e farneta, pur col tempo che passa, le cose che cambiano, io e il mio mondo che piano piano invecchiamo, il contatto fra me e la me stessa bambina regge, anche indebolito dal tempo, dal covid e dalle vicissitudini della vita.

così mi accompagno per mano a vedere le ciliegie mature, guardando divertita le galline arrivare di corsa e pensando a quante volte le ho osservate, strani bipedi gonfi, a quanto sia stato prezioso per me quello zoo insieme familiare e fantastico, fatto di galline, di capre, mucche, asini, anatre, cani e gatti.

a quanto della vita mi abbia insegnato piangere per la morte ingiusta di un cucciolo di papero, guardare crescere un capretto, vedere segare il fieno e crescere l’erba nuova, pestare a piedi nudi una cacca di gallina e scoprire che non ne sarei morta, sbucciarsi un ginocchio quando in casa per disinfettarlo c’era solo “quello che bruciava”.

adesso so che sono piccoli tesori, che mi porto in tasca come sassi colorati raccolti sulla strada sterrata che porta a Popolo.

adesso so di essere stata una bambina fortunata.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Il giorno della prima

Oggi è il grande giorno.

Le classi quinte della mia scuola metteranno in scena due tragedie greche e in una di queste ci sarà il piccolo, nelle vesti di Oreste, il figlio minore di Agamennone.

Non deve dire una parola e resterà sulla scena pochi minuti, ma è felice come un passero, e ieri mi ha detto una cosa bellissima.

Sono felice, perché un pochino “faccio” il teatro e il resto del tempo me lo godo perché “guardo” il teatro!

In pochi giorni è diventato parte del gruppo, chiacchiera con gli altri attori, si sente un pezzo del mosaico.

Ieri l’ho preso presto all’asilo perché aveva la prova generale, l’ho lasciato per mano a una ragazza e me ne sono andata in classe.

Lui ha fatto quello che doveva fare e cinque minuti all’una me l’hanno riportato in aula.

Sì è sentito grande, autonomo, importante.

E io non vedo l’ora di vederlo, il soldo di cacio, recitare insieme ai ragazzi che grandi stanno diventando davvero, che presto voleranno via da scuola, rincorrendo i loro sogni, scegliendo ognuno la propria strada.

L’inizio e la fine, l’alfa e l’omega, il bimbo che sta per andare alla primaria per mano ai futuri universitari.

Sarà bello applaudire, sarà bello godersi il teatro.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento