Festa

L’isola ha un paese in cima al cielo, che si chiama Panaghìa, “tutta santa”, e non poteva che essere la sua festa.

Il paese è fatto di una strada, alcune case, molti gatti, bouganville, tavolini e sedie in cortile, trattori arrugginiti e mille altre meraviglie.

Per la festa la chiesa dalla cupola azzurra suona le campane, le icone più belle vengono portate in processione e alla fine sul sagrato si mangia capra e riso e si beve retsina e si vede il sole e il lenzuolo azzurro del cielo come se fossimo assunti anche noi.

Bambini sventolano come bandiere, facce olivastre che ricordano un po’ la Sardegna, un po’ l’Armenia, li tengono per mano, con dolcezza.

Intorno a noi campi riarsi scendono al mare.

Tutto profuma di storia.

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Scappa Maria

Fuggi ragazza, scappa.

Dalle teche fiorite e illuminate al neon.

Dagli altari barocchi, sormontati di croci e dolore.

Dalle spade nel cuore, dalle lacrime e dai ceri accesi di chi ti ama addolorata.

Fuggi dai santini colorati all’anilina, dalle preghiere stantie, da chi ti vuole vergine, immacolata e imprigionata in una statua, in una nicchia, in un rosario.

Scappa e sii quello che sei sempre stata: donna coraggiosa, madre dell’ultimo, esule in Egitto, centro di sapienza, distrutta dal dolore, speranzosa di un miracolo.

Togliti il velo, scorcia la veste, per correre più veloce di chi ti lega a un giuramento falso, sulla pelle di uomini fragili come era il tuo.

Scappa.

E torna una di noi.

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Meltemi

È un vento dolce che non smette mai, che la sera fa mettere un foulard sulle spalle, che di giorno le fa bruciare perché non ti accorgi del sole che scalda.

Ma soprattutto, quando soffia un pochino più forte, crea le onde più belle che un bambino possa desiderare.

Muraglie di vetro smerigliato sormontate da candida schiuma si succedono una dietro l’altra, aruciolandoti verso riva mentre ridi come un matto.

Entrano nel naso, infilano sabbia dove non dovrebbero, frullano, masticano, rotolano, sommergono e si ritirano lasciandoti ridicolmente con l’acqua alle ginocchia.

E esci che sei tutto rimescolato per cercare un po’ di requie, ti avvicini al bagnasciuga e pensi ma che diavolo esco a fare?! e rientri con un sorriso beota sulla faccia fingendo di dover badare a tuo figlio, che è alto meno assai di un’onda ma che dalle dieci di mattina è lì che si fa maciullare ridendo come un matto.

Peccato che il figlio in questione sia già per mano al babbo che si dà il contegno che volevi darti tu…

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Mi chiamo Lucia ed ho un problema…

Benvenuta Lucia!

Ripeté a mo’ di benvenuto il cerchio di sedie.

La sede dei golosi anonimi era una piccola palazzina che rispettava il suo nome: i muri color crema, gli infissi color cioccolata e i vetri che ricordavano lo zucchero, come la casetta di Hänsel e Gretel, in un quartiere lontano dalla vista, ultima fermata di un tram chiamato desiderio.

Ecco, sono stata in vacanza, quest’estate, mi pareva una cosa del tutto innocua, lo avrei dovuto capire dal disegno e dal numero scritto sulla confezione, quell’ 8% così insolito e diverso da quello che si legge nei nostri supermercati dove si cerca di pubblicizzare il meno, il senza, il basso…

Senza colesterolo, senza grassi, senza lattosio, senza glutine, senza olio di palma, 2%, 1%, percentuali da canarino depresso…

Ecco… quando ho visto quel numero ho pensato che non poteva riferirsi alla materia grassa… che poi perché chiamarla così? Posso chiamarla “falsa magra”?

Se ti aiuta…

La voce della ragazza che gestiva il gruppo cercava di essere più accogliente possibile, ma era impossibile non sentire la sottile nota di biasimo che percorreva ogni lettera sul filo delle parole tenute assieme dall’ autocontrollo che era necessario in un gruppo come quello.

Insomma, l’ho comprato. E l’ho assaggiato a colazione il mattino successivo.

Una spessa coltre di silenzio calò sulla stanzetta. Un raggio di sole obliquo fece brillare un moscerino che si sentì improvvisamente abbagliato come una étoile del balletto imperiale di San Pietroburgo. Tutti aspettavano il resto del racconto.

Un paio di cucchiai colmi nella ciotola, una pesca matura e…

Il moscerino cercò nell’ombra un rassicurante anonimato.

Un cucchiaino di miele greco.

La stanza respirò all’unisono. Nonostante quello che si ripetevano ogni giorno sulla sospensione del giudizio, ogni caduta dell’altro era un sollievo perché era la riprova che non era successo ad uno di loro.

Va bene. È in effetti esagerato. Ma un paio di cucchiaiate non possono aver fatto alcun male…

Tentò bonaria la psicologa.

Era un barattolo da un chilo.

La rivelazione scosse i vetri zuccherini.

Ci abbiamo fatto colazione ogni giorno della vacanza, e quando è finito lo abbiamo ricomprato. Ma il problema non è tanto quello…

E quale pensi sia il problema allora, chiese la psicologa affranta.

IL PROBLEMA È CHE IN QUESTO CAZZO DI PAESE NON LO TROVO!!!

Lucia si alzò urlando, scappò verso la porta e si diresse verso l’uscita, facendo perdere le sue tracce.

L’ultima volta che è stata vista pare fosse a cavallo della bandiera greca, sulla prua di un traghetto brandendo un cucchiaino a mo’ di scimitarra.

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Festa di paese

Ogni anno gli ateniesi dell’isola (coloro che, originari dell’isola, sono andati a vivere ad Atene) organizzano una festa.

Capra stufata e insalata greca, tanto, tanto, tanto vino e tanta, tanta, tanta musica: dalle dieci di sera fino al sorgere del sole.

Il piccolo non si è fatto pregare e mostrando tutti i suoi meravigliosi geni armeni ha ballato fino al crollo, per mano a chiunque, felice e spensierato.

I nostri, di pensieri, si sono fatti trasportare dalla musica fino a Yerevan, alle taverne dove ascoltavamo musica dallo stesso nostalgico accento, arricchita dal suono dolce del duduk, scavato nel legno di albicocco e portato con sé nelle mille peripezie del loro genocidio.

La musica greca: sorella della musica armena, sorella della musica turca, sorella della musica curda.

Che ci piaccia o no, le musiche tradizionali dei popoli tengono per mano il pianeta: se partiamo dal mediterraneo possiamo arrivare in oriente un passo dopo l’altro, seguendo le antiche strade dei mercanti, dall’oriente al vasto oceano, da lì balzare nelle Americhe, risalirle fino in cima e di freddo in freddo tornare nella vecchia Europa passando per la steppa siberiana.

E noi, che un po’ ci sentiamo armeni, per il dono più bello che quella piccola terra ci ha dato, ci siamo sentiti in un luogo consueto, dove le donne ballano armoniose e gli uomini ammirano, difendono e mostrano forza senza violenza.

Grazie, ateniesi, per questa bella serata che avete voluto offrire alla vostra isola e ai suoi ospiti di passaggio, bentornati a casa.

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Una pista per le palline

Ci giocavo con mio cugino, che mi pollava sempre perché era di tre anni più grande di me e gli piaceva vincere facile.

Per questo, delle palline sulla spiaggia, sono sempre rimasta a metà fra il ricordo e il fastidio, fra il fascino e la fuga, fra l’amore e la delusione.

Ma ieri ci hanno pensato i babbi, un paio di babbi bastano, di solito, per fare una pista magica, con trappole, buche, paraboliche, ponti, sterrati di ciottoli e cigli di sabbia franosa.

Poi, dopo la prima partita, la spiaggia va da sé: altri bimbi si uniscono, grandi e piccoli si mescolano, e i babbi si possono allontanare e chiacchierare del più e del meno.

E da lontano è bello guardarli, questi bimbi che diventano grandi, che si danno regole, che discutono una mossa un po’ azzardata, che si disperano per un lancio fallito o esultano per un sorpasso miracoloso.

E viene da pensare che i bimbi si assomiglino tutti, su una spiaggia, con un sacchetto di palline in mano.

Teste more, bionde, grandi, minute, braccia nere di sole o pallide e incremate da mamme preoccupate, costumi colorati e piedi ben piantati in terra.

I bimbi.

Che vedono il mondo a un metro da terra ma hanno lo sguardo più alto di noi.

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Ma non era “prima gli italiani”?

È ormai più di un anno che questo governo si occupa dei richiedenti asilo.

Col decreto sicurezza prima, con quello bis adesso.

Pare che il problema nel paese, l’emergenza da risolvere, il tumore da guarire, sia l’arrivo di 40, 150, 60 persone ogni tanto.

Il ministro delle interiora da mesi fa campagne ininterrotte su questo tema, al grido di prima gli italiani.

Ma a parte prendersela con dei numeri ri di co li di arrivi o con la presenza nelle nostre città di chi è già arrivato da tempo (ricordo sommariamente che si parla di DUE richiedenti asilo ogni MILLE abitanti), a parte rendere un inferno la vita di queste persone, criminalizzandone la stessa esistenza in vita, come se essere al mondo fosse un reato, a parte scatenare la rabbia e il livore becero di un popolo che ormai non sa più leggere e comprendere un testo scritto che sia più lungo e articolato di un tweet, a parte far licenziare tanti ragazzi della generazione più giovane facendoli pure passare da ignobili parassiti, a parte dividere il paese, portarlo alla barbarie civile, trascinarlo nella melma dei pensieri più animaleschi, a parte tutto questo, se proprio vogliamo provare a fregarcene di tutto ciò: adesso stiamo meglio?

Siamo più ricchi? Anche solo meno poveri? Siamo meno disoccupati? Siamo meno frustrati?

Adesso che abbiamo da più di un anno un nemico, una categoria da odiare, da sognare di vedere annegare in mare (c’è gente che pure lo scrive), adesso stiamo meglio? I nostri salari, le nostre pensioni, le nostre scuole, i nostri ospedali, le nostre biblioteche, gli impianti sportivi, le fabbriche, le aziende, stanno meglio?

I nostri migliori giovani, hanno smesso di migrare altrove?

I nostri enti locali ricevono gli aiuti necessari per tirare avanti bilanci sempre più complessi da chiudere? (Questo ve lo dico io: no. Riceviamo semmai sempre MENO capitoli in entrata per far fronte ai problemi sociali, altro che abolizione della povertà).

Questi al governo cosa hanno fatto davvero per il proprio paese, a parte renderlo più cattivo?

Sono al governo ormai da un anno e mezzo e l’unica cosa che stanno facendo è cercare su una barca il responsabile del proprio fallimento nelle politiche sociali, economiche, di sviluppo del paese.

Usciamo dall’ipnosi.

Chiediamo davvero che ci si occupi del paese e si lascino in pace quei poveracci che cercano di raggiungerlo.

Non è colpa di qualche migliaio di miserabili, lo stato delle cose.

La colpa è di chi punta il dito su di loro per togliere lo sguardo da se stesso.

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