forchette

Tante delle nostre cose viaggiano con noi.

Alcune ci sembrano più significative di altre, solo così, senza un motivo apparente.

Le posate dal manico arancione facevano parte del kit di sopravvivenza regalato da mia madre il giorno che decisi di mandare in pezzi la mia vita e mi rifugiai in una cantina buia di piazza san giovanni.

Questo blogghino non era ancora nato, io non ero ancora partita, vivevo un po’ come un topo al buio in una casa che non amavo, in compagnia di me stessa, che amavo ancor meno.

Non lo rimpiango, è stato un brutto momento, senza il quale però non avrei mai pensato “posso andare anche a lussemburgo, non sarò meno sola che qui”.

Quando mia madre arrivò, con delle forchette e dei coltelli arancioni, mi parve un raggio di sole.

Li misi vicino all’acquaio, nel portaposate “in omaggio” e pensai che erano il primo pezzettino di una nuova vita, della quale ancora non sapevo nulla, e che, a ben vedere, non pareva molto interessante.

Così, quando scappai a lussemburgo le portai con me, nella casina di boulevard de la pétrusse, dove a volte cenavo con la Cara Amica, usando le posate arancioni e chiacchierando felicemente.

Avevano trovato un posto felice dove stare, non ero più triste al solo guardarle, erano pezzi della mia vita di scappata, si stavano anche un po’ rompendo, ma non importava, anche loro, come me, facevano quello che potevano.

A dresda, col trasloco, arrivarono anche loro.

Furono presto soppiantate da altre forchette, comprate ad ikea, di acciaio, perché quelle erano solo sei e io avevo manie di grandezza negli inviti a cena.

Così, tornando a lucca, finirono nel cassetto delle posate di scorta, quello che si usa quando non te la senti di buttare via cose ancora buone ma che sai non userai mai più.

Le ho prese, ieri, per portarle in una casa circondata dal verde dei ricordi, per metterle nella cucina da riavviare, da riempire di profumi e di amici che si accontentino “di quel che c’è”.

Mi è piaciuto.

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lucca alle sei

Ogni mattina il furgone della nettezza urbana passa vuoto e metallico sotto la mia finestra, svegliandomi con un frastuono insopportabile.

Così, ieri sera per fregarlo, ho dormito sul divano, che ha la finestra che si affaccia da un’altra parte.

Ma mi sono svegliata lo stesso alle sei, in punto, pronta per l’appuntamento col frastuono.

Ho aperto le finestre, mi hanno raggiunto le gatte, e abbiamo guardato la città addormentata.

L’arancio ancora dorme, nella conca spaziale fatta negli anni novanta, simile a un disco volante.

Dormono le pietre della strada, elefantemente grigie, in attesa dei mille sandali dei tedeschi al pascolo, che fra poche ore invaderanno la città seguendo una signora con una bandierina, dorme il gelsomino nei vasi dei negozi eleganti, dormono i giardini segreti nascosti dalle mura ostentatamente anonime.

Dormono perfino i gatti della colonia, sempre attenti a quello che gira intorno.

Dorme la signora che ha la finestra con le fioriere piene di petunie colorate, che le invidio.

Dormono i comignoli dei tetti e le antenne delle televisioni, lische ossute contro il cielo rosato dell’alba.

Il furgone però sta arrivando.

È enorme e sproporzionato per le strade minuscole che deve percorrere, cigola come una vecchia locomotiva, non è elettrico come quelle che girano più tardi, quando occorre far vedere che non si fa rumore e non si inquina.

È a gasolio e riempie l’aria di una puzza di piroscafo in partenza.

Svuota i rifiuti del ristorante, sbatacchiando lamiere e cassette di frutta, sacchi neri e il loro contenuto.

Poi riparte, usando l’arancio come rotatoria, e torna da dove è venuto.

Intanto sono quasi le sei e mezzo, il mondo inizia a svegliarsi, inziando dai gabbiani e dai gatti, il campanile di san michele si tinge leggermente di cipria e aspetta che la torre delle ore si scaldi con la luce del sole.

Io mi alzo pigra e preparo la colazione.

 

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pentolone

è tempo di nostalgia, ma di nostalgia sana, che fa sorridere senza far troppo piangere, che fa ricordare senza dolore, solo con la dolce consapevolezza di aver avuto vicino persone straordinarie e con la voglia di ricordarle e portarle con sé.

sotto l’erba alta tagliata di recente è spuntato, dietro casa di mia nonna, il fuoco fatto frai mattoni sopra il quale bolliva i pomodori, le pesche e le pere sciroppate.

un pentolone enorme, tinto di nero fumo e pieno di acqua, barattoli e cenci, per non farli sbattere insieme e chiudere, in vasi di vetro con la guarnizione arancione, qualche pezzo d’estate da riaprire nel mezzo dell’inverno.

il mio primo ricordo del pentolone fu di quella volta che si fecero le pesche sciroppate.

dico “si fecero” perché c’ero anche io, intorno al fuoco, ad aspettare, aspettare, aspettare.

non fui io a pelare tutte le pesche, a tagliarle a metà, a metterle stipate nei barattoli e a riempire tutti gli spazi di zucchero bianco, che sarebbe poi diventato sciroppo.

io guardavo, rapita, quella magia, che avrebbe trasformato delle cassette di pesche appena arrivate in barattoli da nascondere in cantina e da aprire ogni volta che uno ne avesse avuto voglia, un tesoro a orologeria, una caverna di dolcezza messa da parte per l’inverno.

poi i pomodori, tagliati, privati dei semi e forse sbollentati, non me lo ricordo, sicuramente pelati, a nessuno della mia famiglia piacciono le bucce del pomodoro, deve essere genetico.

e l’ultimo rito, della bollitura, come un sabba di streghe, nel pentolone acceso sul poggio dell’orto, fornello di orchessa, marmitta di gigante.

ho ritrovato i mattoni, smessi e anneriti, un passo più in là della salvia profumatissima, ho fatto una carezza a quell’altare perduto del tempo che fu, magari l’anno prossimo lo riaccendo.

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tre ritratti naturali

la merla

passava così, tracagnotta e inconsapevole, davanti a me.

zampe secche e petto in fuori, come certe vecchie di paese che in ciabatte guardano i ragazzini giocare a pallone mentre spazzano l’uscio davanti casa.

nera, ossuta e tonda. piumata senza grazia, una zampa avanti all’altra, il becco ad annunciare il resto della bestia.

mi sarebbe piaciuto parlarci, con la merla, chiederle cosa stesse andando a fare, sentire magari racconti di voli rapidi e di grassi lombrichi.

ma avevo da fare, e lei anche, così l’ho lasciata andare.

la lucertola

la lucertola l’ho incontrata poco dopo. bestia perennemente ansiosa, col cuore in gola a sbattere contro le pareti di pelle verde oliva.

le zampe elegantemente distese, sottili come fili di ragno, eleganti come quelle di un vecchio gay americano che beve martini e scrive a macchina una qualche storia d’amore per un film di hollywood.

la lucertola camminava come un cow boy quando l’ho vista e lei non ha visto me.

le lucciole

un prato di stelle, fitto e silenzioso. nel buio del campo galleggiano leggere e luminose, mandando segnali amorosi a noi incomprensibili.

lucciole dal culo acceso, ora qui ora lì, con imprevedibili angolature.

una volta promessa di facili soldi nel bicchiere, adesso lanterne della notte primaverile.

da piccoli si vince la paura del buio pur di stare con loro, da grandi si capisce che se si accende la luce ecco che tutto si spegne.

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ode al cameriere

serata fra amici, in un ristorante poco lontano.

siamo seduti in un modo che il cameriere, ogni volta che deve porgere un piatto al commensale alla mia sinistra, si deve chinare non poco davanti a me.

la prima volta non ci faccio neanche caso, presa dal bicchiere di buon vino, dalle chiacchiere, dalle risate, dai sapori e dal buon pane.

la seconda volta penso che deve essere stata una mia impressione.

la terza volta diventa una certezza:

il cameriere, ogni volta che mi passa davanti, mi guarda le tette.

diciamolo meglio.

il cameriere, ogni volta che mi passa davanti, infila quasi il naso in mezzo alle tette.

dicendolo ancor meglio.

il cameriere, ogni volta che mi passa davanti, infila quasi il naso in mezzo alle tette e non ci esce per un po’.

intanto le portate passano, si mettono piatti nuovi e si ritirano quelli vecchi, si raccolgono posate e si cambiano, ci si passano bottiglie e chiacchiere.

a me, ogni volta che il cameriere si avvicina, viene da ridere.

alla fine, incrociando lo sguardo incredulo di HDC, proprio mentre ridecolla dal mio reggiseno verso la cucina, il cameriere, imbarazzato, si gira e confessa:

“comunque non ho visto nulla”.

io mi volevo alzare e dargli la mano.

quarant’anni e non sentirli.

grazie ragazzino.

 

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l’elastico

lucca, mattina stanca di un giovedì che si annuncia faticoso.

in macchina thelma accende la radio e tenco inizia a cantare.

la voce scartavetrata mi arriva dritta al cuore.

in un secondo torno sull’autobus a lussemburgo, sono nella zona del parcheggio scambiatore, da dove passava per caricare i frontalieri.

guardo fuori, pioviscola e il mondo è in bianco e nero, l’asfalto, il cielo, perfino l’erba è grigia.

mi chiedo se ho fatto la scelta giusta, partendo così, senza un motivo vero, solo per non dover dire un giorno che avrei dovuto farlo.

tenco nelle cuffie canta ciao amore ciao.

ciao amore ciao.

e io guardo fuori, mentre dentro il bus salgono belgi con il cavallo dei pantaloni troppo alto, signore dalla zazzera tedesca bicolore, ragazzi.

ciao amore ciao.

sono di nuovo a lucca, guardo fuori la strada dove thelma passa veloce, maggio quest’anno è luminoso e stiamo andando al lavoro.

mi pare passata una vita e infatti lo è.

alla fine del prossimo anno questo blogghino compirà dieci anni, la cosa mi colpisce, e mi spiega molte cose.

mi spiega come mai io mi veda così diversa anche se mi pare passato un attimo.

il fatto è che non è vero che sia passato un attimo, è passato tanto tanto tempo e sono successe tante tante cose, quasi tutte raccontate qui.

chiudo gli occhi e sono di nuovo al parcheggio scambiatore, sto per riprendere lo svincolo per ripartire.

sul bus pieno di gente mi sento sola, come mai sono stata prima, sola e lontana da casa, dove non si può fare altro che ripartire. ormai ci sono, ho un lavoro una casa, una bici e presto conoscerò un’amica, anche se ancora non lo so.

imparerò ad andare da sola a teatro, al cinema, in piscina, in giro, imparerò a conoscermi meglio, a capirmi, ad ascoltarmi.

rieccomi con thelma, ci fermiamo a un bar, per far partire la giornata, siamo circondate da acacie fiorite e sovrastate da un cielo blu.

la lucettina scappata a lussemburgo è ancora con me, sorride delle mie rughe che non aveva e dei chili di troppo che ho promesso a vuoto di riperdere.

al bar le ordino un pain au raisins e un cappuccino fatto come dio comanda.

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piaceri della vita

arrivare a casa, dopo una passeggiata con thelma alla fine di una lunga giornata di lavoro.

slacciare le scarpe e tirarle al gatto nero.

togliere i pantaloni, scalciando come bruce lee.

togliere la maglia, finalmente, farne una palla e lasciarla sulla sedia della scrivania. in disordine, sissignori, in disordine.

lasciare che le righe lasciate dai vestiti sulla pelle piano piano si arrendano e scompaiano.

infilarsi la prima cosa che capita, purché sia morbida, piena d’aria e sventoli con entusiasmo.

infilare i piedi in un paio di infradito di gomma, immaginando di essere al mare.

prendere fiato, aprire le finestre, controllare con un dito la terra nel vaso del rosmarino per capire se ha bisogno d’acqua, no, non ne ha.

ciabattare con calma verso la cucina.

intanto il sole si rilassa, mentre il gatto nero, sul bordo della finestra aperta, borbotta acidulo a un gabbiano che è solo perché è prigioniero di un misero davanzale che non scatta a prenderlo, inutile che faccia il gagà sul tetto di fronte.

io sono stanca, stanchissima per essere esatti.

chiudo gli occhi.

accendo la radio.

e metto a lavare le fragole appena comprate.

 

 

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