ranocchi in ammollo

al corso di nuoto per bambini ci sono pesci di tutte le salse.

secchi e lunghi, tondi e agili (conosco la storia, alle bimbe in carne il nuoto riesce meglio della danza, mamme, tenetelo presente!), furbi e scattanti, tonti e giocherelloni, abbronzati come il cuoio e bianchi color “non mi va di uscire, leggo un libro”.

le bambine, niente da fare, più avanti, i maschi ancora citrulli.

il maestro di nuoto sembra divertirsi quanto loro, mentre li fa saltare in un cerchio, fare le bolle, far nuotare quelli più avanti e far prendere confidenza quelli più piccini.

quando escono dall’acqua è tutto uno sgocciolare di costole e culi, gambe lunghe e teste pendoloni, pelle d’oca e ciabatte nei piedi dinoccoluti.

sono la luce della piscina, i ranocchi del corso, chissà se diventeranno come la signora dalle bocce d’acciaio, o quella con le labbra a canotto, o come la signorina makeup, che entra in acqua col rossetto e la messa in piega e non mette mai la testa sotto.

i bambini della messa in piega se ne fregano, perde di senso stare in acqua se ogni secondo non ti diverti, non fai una bolla, un tuffo, una capriola un salto.

in questo, forse, non invecchierò mai.

da lontano ho guardato i bambini fare i tuffi “degli ultimi cinque minuti”, con la sana invidia di chi non fa più il corso di nuoto, ma che ancora si diverte, a bordo vasca, a affogare HDC con una mossa a sopresa.

(o almeno a provarci… ehm…)

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ortica

seduta su un sasso per allacciarmi le scarpe la sento.

sul gomito, il bruciore istantaneo e rabbioso dell’ortica.

senza voltarmi capisco che è lei.

me lo raccontano gli anni passati a cercarci il pallone, a rincorrere un gatto, una gallina, un sogno da bambina da acchiappare d’estate, nel campo a farneta.

capisco che è lei per il salto immediato alla stessa sensazione di mille anni fa, quella “del bischero” che provi quando è troppo tardi, quando ti ha fregato, quando hai pensato che ci saresti passata lontano e invece ti ha preso, medusa di campagna, infida cartavetra acida.

capisci che è lei per tutte le volte che hai tentato riti magici e inutili, come passarsi le mani fra i capelli, dire una filastrocca, pensare “no, è quella che non punge” e invece accidenti a lei se punge.

e allora, coi ponfi sul braccio creati dal troppo grattare, andavi in giro come un martire mostrando a tutti l’increscioso incidente. e ognuno a dire “mettici il sale”, “mettici l’olio” “mettici il latte di gallina”… tutti buoni a dar consigli con l’ortica degli altri.

e il trionfo del giorno in cui si impara che la foglia, dal sopra, mica punge, punge solo sotto, dove ha i pelacci e non sopra. così ci si poteva lanciare in prove di coraggio con altri bambini che non conoscevano il trucco e fregarli, fino a che non lo imparavano anche loro e ti guardavano come a dire “non me la fai”.

ho finito di allacciarmi le scarpe, mi sono girata e l’ho vista, pelosa e spettinata, tenera e quasi imbelle.

mi sono data una grattata al braccio, ma non ho fatto molte storie, non volevo darle soddisfazione.

 

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sulla pista

qui passano gli aeroplani, è di notte che li senti, quando non puoi dormire…

per anni gli aeroplani sono stati la mia seconda casa.

dentro gli aeroplani volavo via lontanissima e dentro gli aeroplani tornavo a casa.

rimbalzavo in mezzo all’europa divisa fra le mie due vite, pisa-monaco-dresda, dresda-monaco-pisa.

conoscevo gli aeroporti, il migliore caffé, la birra più buona.

seduta al finestrino guardavo la terra scorrere sotto ai miei piedi, il po, le alpi, le grandi praterie tedesche.

sotto la pancia metallica della fusoliera rotolava il mondo intero, a est fino al giappone, a ovest fino all’america.

quando ero quasi a casa me ne accorgevo dal mare che incontrava la pineta del tombolo di san rossore.

allora perdevo il torpore, iniziavo a preparare il cuore, chiudevo il libro e lo zaino, e aspettavo di sentire i piedi vibrare dell’impatto col terreno.

le luci della pista si avvicinavano velocemente, quando toccava a loro la campagna diventava aeroporto e il volo diventava atterraggio.

HDC mi ci ha portato.

mi ha portato esattamente lì.

dove i campi, le canne, il cielo, la strada ghiaiosa e bucata diventa pista, un secondo prima che lo faccia.

le luci come strani uccelli che spuntano dal folto delle canne, le montagne subito dietro, a dire che sei a casa, il cielo lavato dal temporale e steso come un lenzuolo al sole.

2015-07-25 15.06.05

e, naso all’aria, ho guardato la pancia degli aerei, uno dopo l’altro, in educata fila indiana, mentre portavano a casa la gente come me.

non ho resistito a fare ciao con la mano, sapendo che nessuno poteva vedermi, ma salutavo un mondo che è stato mio e che un po’ mi manca e un po’ no.

atterrare, rimbalzare e ripartire, fino alla prossima città, fino alla prossima vita.

 

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carta per il pesce

“la notizia di oggi serve per incartare il pesce di domani” è un vecchio detto del giornalismo.

a volte mi pare che anche il giorno stesso, sia meglio incartarci il pesce, col giornale, invece che aspettare ventiquattr’ore.

succede soprattutto quando la carta è immateriale, quando il sito è repubblica.it e quando si parla di scEnze.

guardate questa foto in home page col suo titolo:

boiatache sensazioni vi provoca?

delle margherite mutanti, trovate in una città teatro di un disastro nucleare.

la natura violentata, storpiata dalla violenza della tecnologia e dell’inquinamento, un fiore così tenero, innocente, simbolo della semplicità e della purezza ridotto a un mostro a due teste, (teste, si badi bene, non corolle, c’è scritto proprio “teste” come cerbero).

le margherite a fukushima hanno quattro gambi e due teste.

innervosita clicco sul link che manda alle immagini (facendo probabilmente l’unica cosa che interessa a chi ha messo lì questa foto: ottenere un click che porti a entrate pubblicitarie…) e leggo la prima didascalia, che è la stessa per tutte e cinque le foto.

boiata2ecco.

la didascalia spiega che la foto è stata scattata a 100 chilometri dalla centrale, e che la preoccupazione è OVVIAMENTE legata all’ipotesi che le mutazioni siano una conseguenza del disastro nucleare.

alla fine della didascalia arriva la spiegazione:

“ma le anomalie di queste piante, spiegano gli esperti, sono dovute al fenomeno della fasciazione e possono essere provocate da cause diverse, come parassiti e virus e non necessariamente da contaminazioni radioattive”…

ecco.

gli “esperti” queste persone senza nome e senza volto, ai quali viene concessa una spiegazione di due righe, fumosa, difficilmente comprensibile, e sicuramente poco convincente.

per capire cosa sia la fasciazone occorre andare almeno su wikipedia (non dico su un trattato di adorno eh, basta wikipedia, basta google, bastano due minuti):

https://en.wikipedia.org/wiki/Fasciation

ma vuoi mettere il fascino dell’allarmismo?

come si fa a attribuire a qualcos’altro una cosa mostruosa trovata a fukushima?

soprattutto, come si fa, dopo che in copertina scrivi “le margherite di fukushima”?

come si può fare ad avere giornalismo decente in italia invece che schifezze degne di novella duemila?

per chi volesse approfondire, qui si trova un pipponcino scritto molto bene, (e per il quale un po’ mi rodo dalla gelosia) da qualcuno che dovrebbe insegnare qualcosa a certi giornalai.

 

 

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fa caldo

fa caldo e via fillungo è costellata di stranieri impreparati.

fanno tenerezza e, nel caso dei tedeschi, anche una certa sadica soddisfazione.

sempre così tecnologicamente attrezzati per il freddo, con calzini termici, paravento per la testa, pantaloni tecnici, giacconi perfetti, li vedi sudare in improbabili abbinamenti pantaloni-canottiera che non si portano più dal 1984, che magari è l’ultima volta che sono venuti in italia…

ieri ho nuotato in un banco di turisti dai mille colori, improbabilmente vestiti senza un minimo di raziocinio.

ho visto spalline cadute, tette sfrante, reggiseni inutilmente allentati, cosce dondolone e facce stravolte dal sole.

gli uomini non erano da meno, cappelli degni di crocodile dundee, pantaloncini con improbabili fantasie floreali, alcuni con i bastoni da trekking.

tutti, tutti, tutti, divorati dalle zanzare.

in fila alle gelaterie come durante una distribuzione della protezione civile.

pareva che nessuno di loro fosse abituato a quei vestiti, come quando ci si mette qualcosa di speciale per andare a un matrimonio, scomodi dentro i loro stessi panni, demodé perché di almeno una decina di stagioni precedenti, improbabili e incredibili.

quello che mi ha colpito di più sono stati i “completini”.

solo le straniere portano “completini”: pantaloncini e canottiera identici, ritagliati nella stessa stoffa floreale e sintetica delle vestaglie delle nonne.

forse esiste, negli armadi degli stranieri, un cassetto speciale, di vestiti altrimenti inutilizzati, chiamato “vacanze in italia” e che viene riesumato dalla carbolina a ogni valigia.

fate un’opera di bene: regalate a un tedesco un paio di bermuda e una polo di un colore decente!

 

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momento amaro montenegro

mutigliano, poco prima della salita delle suore, la strada passa in mezzo a bellissimi campi di girasoli, è notte e si sta tornando a casa.

ad un tratto vediamo una coda, una coda senza niente davanti, piccola, pelosa, di cucciolo di volpe.

o mio dio.

dall’altro lato della strada lui, il cucciolo, su un fianco, riverso dopo lo scontro con una macchina.

povera bestia penso, mentre la macchina si allontana.

guardiamo se respira, pensa, un po’ meglio, HDC.

cerca un posto per girare, torna indietro, sì, respira ancora.

apre la bauliera della macchina e con un grosso cartone raccatta il cucciolo senza coda e macilento con la delicatezza di un gigante innamorato.

il telefono non prende, ma sappiamo che c’è una clinica veterinaria aperta anche di notte, per cui andiamo lì.

dopo qualche chilometro riesco a chiamare, la dottoressa mi dà il numero del pronto soccorso per la fauna selvatica, sono loro quelli da chiamare in una situazione del genere.

(non metto il numero qui perché è il cellulare di un volontario, ma lo divulgo volentieri a chiunque di lucca me lo chieda).

sono a viareggio, verranno a prendere il cucciolo alla clinica veterinaria, ci vediamo lì.

arriviamo e consegnamo il cucciolo senza coda.

è piccolo, più piccolo di un gatto, la bocca aperta, il respiro affannato, fa una pena terribile.

non è possibile spiegare a un cucciolo di volpe che cosa stia succedendo, spiegare a un cucciolo che pochi minuti prima attraversava una strada e poco dopo la sua vita cambia per sempre. chissà se lo hanno cercato, chissà se lo cercano ancora, non esiste, in un cucciolo di volpe, il concetto di “ti sto portando qui per il tuo bene”.

le volpi si sa, non sono addomesticate.

ci chiediamo se si salverà.

mentre aspettiamo il pronto soccorso per la fauna selvatica la veterinaria ci spiega che ha sicuramente un trauma cranico e il sangue nei polmoni.

non voglio toccarlo, non voglio fargli più paura di quella che ha già. resisto alla tentazione di fargli una carezza, sarebbe un altro spavento in una già terribile notte.

capisco che il mio modo, umano, di relazionarmi alla volpe non è il modo della volpe.

quello che mi dispera è proprio questo muro di incomunicabilità.

HDC invece è pensieroso, teme per il cucciolo, teme di aver sbagliato qualcosa, teme di non aver fatto le cose al meglio.

anche HDC non capisce che, se avesse fatto come me, il cucciolo sarebbe morto sul serio, e che invece tornando indietro gli ha offerto una seconda possibilità.

il mattino dopo chiamiamo.

il cucciolo sta meglio, si è ripreso e starà presto bene.

HDC eroe di casa.

 

 

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come dinamite bla

imageslucca, esterno giorno, interno sonno.

le sette di mattina, apro un occhio e lo vedo.

il marito, in canottiera, che brandisce la “pistola” sgorga tubi.

la pistola sgorga tubi è un coso a aria compressa che “spara” aria nel tubo del lavandino intasato e lo stasa.

fu comprata un paio di anni fa e come capita a quasi tutti gli attrezzi di casa comprati quando sembrano indispensabili fu dimenticata poco dopo nel sottoscala.

novello janes bond del mattino, il marito sta caricando d’aria la pistola per idraulici con aria furibonda.

“sono morta?”

chiedo con la bocca impastata dal sonno.

“no… per adesso sei salva, sto cercando di mandare un messaggio alla vicina strombazzona”.

la vicina strombazzona mette la radio sveglia a tutto volume e poi.. se ne dimentica. gira per casa, si prepara per uscire, fa colazione, si trucca e si pettina e si veste, sonasega, ma nel frattempo tutta la piazza sente nek, biagio antonacci, laura pausini e altri mostri sacri della canzone italiana mandata a tutta valvola. ne avevo già parlato l’anno scorso, perché il problema si presenta solo d’estate, naturalmente, quando entrambi dormiamo a finestre spalancate.

lo guardo con aria interrogativa.

lui, attraversato dal lampo della follia o del sonno, non saprei, mi mostra un foglio A4, con su scritto “ABBASSA (PER FAVORE)”.

lo appallottola, ci carica la pistola e mira alla finestra.

cerca l’angolo perfetto, preme il grilletto…

il “pum” risuona sordo nella piazza, celato dal frastuono della radio.

la parabola della pallina finisce miseramente di lato.

ne prende una seconda, riprende la mira e fallisce di nuovo.

la terza finisce in terra, con la quarta si arrende.

nel frattempo la vicina spenge la radio.

le munizioni saranno recuperate, è stata persa una battaglia, ma non la guerra!

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