una lucettina e una su’mamma

ci sono altri pianeti abitabili nell’universo.

lo ha detto la NASA ieri e iobono, se lo dice la NASA!

lo aveva già detto Margherita Hack, quando le chiesero degli ufo (da leggere immaginando di sentir parlare lei):

“essendo l’universo infinito, la probabilità che ci siano altre forme di vita intelligenti è praticamente certa, ovviamente, che queste vite intelligenti non abbiano niente di meglio da fare che venire a cercare noi e trovarci, mi pare altrettanto improbabile!”

però è bello pensare, sognare, immaginare mondi lontani, così lontani che anche viaggiando velocissimi ci vorrebbe tutta la vita anche solo per avvicinarsi.

pensateci: homo sapiens è “nato” in africa, e a piedi ha colonizzato il mondo. generazione dopo generazione è andato un pochino più in là, ogni volta dietro forse a qualche mandria, e in millenni è uscito dall’africa per vivere su tutto il pianeta.

poi ha dimenticato la sua origine unica, e ha creato villaggi, città, civiltà, che hanno a loro volta esplorato, studiato, navigato, camminato, cavalcato, hanno fatto di tutto per vedere “cosa ci fosse più in là”.

come alessandro magno in india, marco polo nel catai, cristoforo colombo oltre le colonne d’ercole.

chissà chi andrà di noi, chissà se sarà all’altezza, chissà se sarà bravo.

la mia mamma al telefono mi ha fatto sorridere.

“ci potrebbero essere anche un’altra luci e un’altra mamma…”

mi ha detto con l’entusiasmo di un bambino.

“sì, e visto quanto è grande l’universo, anche più di una!”

le ho detto soddisfatta.

chissà quanti blogghini, chissà quante storie, quanti gattineri, quanti principi ci sono nell’universo, chissà se in questo momento uno di loro sta facendo lo stesso mio pensiero, chissà se dopo esserci scannati sulla terra riusciremo a vivere una dimensione così grande come quella infinita del cielo sopra di noi e capendo quindi lo stupido e inutile affanno al quale ci sottoponiamo ogni giorno.

alla fine della fiera, se siamo tutti un mega mondo, qui, a dresda o sul sistema di trappist-1 (che poi perché “1”? pensano già di trovare il 2?) forse dovremmo iniziare a piantarla, con le piccole meschinità quotidiane.

pensate a come diventa piccolo salvini che pensa alla lombardia, in un universo dove ci sono almeno sette pianeta terra…

 

 

 

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verso il mare

era andata che alla millesima curva mi aveva guardato.

“senti, oggi non ci si va al lavoro”.

e aveva accostato a una piazzola, aveva fatto una manovra veloce, di quelle che si vedono nei film e aveva, come si suol dire, girato il culo.

poi, con le unghie laccate di blu come i piedi di una sula, aveva aumentato le marce una alla volta, fino a recuperare la quinta con la quale aveva preso la decisione di invertire la rotta.

“non ci pensi mai che potrebbero esserci anche altre soluzioni? altri mondi, altre cose da fare?”

mi aveva detto thelma sorridendo.

senza neanche avere il coraggio di chiudere la bocca per lo stupore avevo annuito e mi ero lasciata docilmente trasportare, come facevo ogni mattina, in direzione contraria a quella consueta.

thelma sorrideva.

io l’ho cominciato a fare dopo qualche curva.

“e dove andiamo?”

ho chiesto, come un bambino.

“al mare, che discorsi, non sei stufa di andare in montagna tutte le mattine?”

in effetti lo ero, ma non avevo pensato di avere scelta.

“hai sempre la possibilità di scegliere”.

mi aveva letto nel pensiero thelma senza che avessi detto una sola parola.

tornammo indietro, fino alla città, superandola e prendendo l’autostrada.

“le mimose sono già fiorite sulla via del mare, qua sulla costa tutto è più avanti.”

arrivammo al mare che erano le dieci.

un cappuccino e una polacca, a un bar steso al sole come un lenzuolo lavato di fresco, vicino al pontile.

gli occhiali da sole, il telefono spento, le chiacchiere da donne spensierate.

no, non è vero.

siamo sempre andate al lavoro, da brave.

fino a ieri.

perché thelma ha trovato un nuovo lavoro, in un’altra città, in un altro posto.

e a me mancherà moltissimo.

ma la penserò, ogni mattina, chiedendomi che colore delle unghie avrà scelto e sperando di trovarci, prima possibile, al mare davanti a un cappuccino e a una polacca.

e magari sì, mi aiuterà a pensare che alla fine, non è vero che non si può cambiare nulla, si possono cambiare un sacco di cose, l’importante è provarci, sempre.

un bacio thelma, ci vediamo al mare.

 

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fantasia al potere

il principe sta iniziando a parlare per prove e tentativi.

la bocca che ancora non è finita, il naso che si ritrova, un orecchio che ancora non ci sente al 100% un pochino mi mettono ansia, ma mi entusiasmo per una parola detta bene e cerco di non pensare alle tante parole dalle vocali scambiate come se fosse la settimana enigmistica.

le pecore fanno biiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii..

il papà si chiama mambu.

ultimamente abbiamo scoperto che “macco” vuol dire formaggio e da tempo si sa che “cocco” sta per biscotto.

per il resto mima con arte tutto quello che vuole, cosa che non lo aiuta a sforzarsi di trovare la parola giusta.

ansima tipo cane se ha sete, indica il pavimento e dice perentorio “MU!” se vuole scendere “giù”, mima il suonatore di violino se vuole guardare il maestro muti su youtube, indica se stesso quando vuole che una cosa sia data a lui.

e per il resto inventa.

l’altro giorno mi sono divertita a fargli leggere una frase di un libro.

si tratta di un libro, diciamocelo, bruttino, che non sa di nulla e che lui ama alla follia e che mi fa ripetere mille volte al giorno.

è la storia di un orso culone.

così, stanca di leggerlo ho proposto: “facciamo che me lo leggi tu!”

e ho preso a indicare ogni parola col dito e a fargliela ripetere.

“baba…” (nome dell’orso culone)

e lui:

“ba…ba!”

“è…”

“è…”

“un…”

“un…”

“orso…”

“osso…”

“speciale..”

“spsagglalllu”

“e…”

“e…”

“sempre…”

“empe…”

“disponibile…”

“dugoalandlamla…”

“ad..”

“DA!”

“aiutare…”

“mammlalallaa..”

….ehi! ma stai inventando?

“ballocoppo!”

un giorno lo so, mi dirà

“stinasti?”

“eh?”

“puppaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!”

 

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giornalai

nella mia città è morto un ragazzo di 23 anni (alcuni giornali dicono 24, ma non mi pare cambi molto), di cui non si sa quasi nulla, se non la nazionalità, il nome, qualcuno, forse, ne conosce la storia.

penso a come ero io a 23 anni, ero impegnata in politica, facevo tardi in riunioni interminabili, studiavo poco e rimandavo esami, ero innamorata, soprattutto della vita, soprattutto della primavera, soprattutto della passione.

gli amici, il cinema, la uno (sì, guidavo la uno bianca di mia madre, forse da allora odio guidare…) con patty pravo e de gregori nell’autoradio, la mia camera da ragazza che mi ospitava per gli ultimi mesi, prima di prendere il volo per un’altra casa, per un’ altra città, per un’altra vita a venti chilometri dalla precedente.

l’idea di andare a vivere a Pisa, come feci in effetti l’anno successivo, mi pareva incredibile come andare su Marte.

invece di questo ragazzo so che è arrivato, in qualche modo, dalla Nigeria.

tutti noi pensiamo di sapere dove sia la Nigeria.

fate una prova.

andate su google maps, e scrivete “Nigeria”.

poi con il tasto “indicazioni stradali” fatevi dire quanto dista la Nigeria da Lucca.

vedrete il viaggio che questo ragazzo ha forse fatto.

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poi provate a mettere una meta per voi “lontana” di dove vorreste andare a lavorare.

che ne so, Milano, Roma, Parigi, Dresda, Berlino.

e confrontate le due schermate.

schermata-del-2017-02-20-21-50-10

e immaginatevi ventitreenni a fare quel viaggio.

su un aereo, a destinazione Parigi, dove state andando a vivere e a lavorare.

chiedendovi se potrete tornare a casa una volta al mese, o per le vacanze di Natale o per quelle di Pasqua.

chiedendovi se troverete un wifi per mandare messaggi a tutti, una volta arrivati, o quale possa essere un provider interessante per restare “connessi” col vostro mondo di prima.

immaginatevi cercare un supermercato e non trovare al volo il vostro cibo consueto.

immaginate di non conoscere la lingua, di non sapere di preciso come muovervi.

poi guardate di nuovo google maps.

e fate le debite proporzioni.

mi sarebbe piaciuto leggere, sui giornali locali, qualcosa che raccontasse della vita, oltre che della triste morte di questo ragazzo.

ma forse non la sappiamo, forse non la conosciamo, forse non ci interessa neanche poi tanto conoscerla.

quello che ci interessa è la frase buttata lì, dal giornalista pescecane, “si dovrà anche accertare se il ventiquattrenne non soffrisse di qualche patologia che possa richiedere una profilassi per chi è venuto in contatto con lui” che ho trovato su un giornale locale, che serve solo a solleticare il panico da bar, dove fra una partita, una slot machine, un bicchiere di vino e una sigaretta, dei vecchi allezziti grideranno all’untore.

chissà come sei arrivato, ragazzo, fino a qui.

chissà che sogni avevi, che vita immaginavi, che gente hai conosciuto, che cose hai visto, di belle e di terribili, nel tuo viaggio disperato.

scrivono, i giornalai, che nessuno ti ha ucciso, nessuno ti ha fatto del male, escludono il suicidio e ipotizzano un attacco cardiaco.

io penso soltanto che forse eri solo quando è accaduto, e che nessuno merita di stare da solo in un momento come quello.

mio nonno amava dire: “un conto è parlar di morti, un conto è dover morire”.

io parlo di te che non so chi sei. penso a chi hai lasciato lontano, penso che forse già ti immaginavano perso, penso a chi, come te, arriva con un sogno in tasca, bagnato dalle onde del mare.

 

 

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Lucettina imbranatina

Erano giorni che ci pensavo. 

Ogni volta che ci passavo, ogni mattina, prima di andare da thelma, ogni sera quando tornavo a casa.

Dei lavori in corso in città, una ripavimentazione, nuovi sampietrini in fondo al corso pedonale. 

E un ragazzo, della mia età più o meno, che con mosse precise li posizionava con grandissima arte. 

Pensavo di raccontare la sua storia, di come aveva imparato, da dove veniva, quale tecnica usava, e pensavo di fare paragoni lontani, col tremendo pavé di dresda, che si mangiava impietoso le ruote della mia bicicletta, o col lussemburgo liscio e solitario ma da dove i cartelli stradali indicavano “Roubaix”.

Mi ero pure portata un taccuino e una penna, come una vera giornalista. 

Ma il taccuino è rimasto chiuso in tasca e la penna è rimasta tappata.

Troppi giorni ho aspettato, troppe mattine ho rimandato. 

Quando ormai mancavano pochi metri alla fine dei lavori mi sono fatta avanti. 

Ehm salve… mi chiamo lucettina, ho un blogghino, si chiama letteredalucca, vorrei raccontare la sua storia…”

“Anche lei? È su ‘il tirreno’ di stamani, la mia storia!”

“Ah… bene…capisco…”

Avrei voluto scomparire. La mia prima intervista, la mia prima volta a raccontare la storia di una persona vera, ed ero arrivata fuori tempo massimo.

Ma ormai c’ero e ero pure curiosa e volevo comunque scriverla, una storia, La storia.

E così ho preso fiato e ho fatto le prime domande, e ho avuto le prime risposte.

Immaginate di essere una donna, una giovane donna. 

Immaginate gli anni sessanta, e pure i settanta e immaginate Bergamo. 

E conoscete un ragazzo, un bravo ragazzo dal solido lavoro, è proprio il caso di dirlo. 

Lunghe passeggiate, chiacchiere, un bacio di nascosto, una mano nella vostra, i primi sogni, i primi progetti. 

Io così me la sono immaginata, con la gonna al ginocchio, i capelli sulle spalle e una grinta da leonessa. 

Chi le ha insegnato il mestiere?”

“Mio padre e mia madre, lo facevano entrambi”.

Una donna scalpellino, mi ha subito rapita.

“La mia famiglia è di Bergamo, anche se da tanti anni ci siamo trasferirti in Toscana, questo era il lavoro di mio nonno e poi di mio padre e di mia madre, l’ho sempre visto fare”

Mi spiega orgoglioso. 

E fa bene ad esserlo. 

Ci sono donne che sfidano il mondo, che si misurano in mestieri meno tradizionalmente “femminili” E per le quali facciamo fatica a trovare il nome in italiano. 

Avvocato, chirurgo, giudice…

Da qualche giorno so di una donna scalpellino.

Se trovo il coraggio, e se magari lo rincontro, magari, un giorno, leggerete su questo blogghino la storia di una donna che faceva un mestiere “da uomini”, e che l’ha insegnato al figlio.



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voglie

ho voglia di parigi, ho voglia di germania, una germania qualsiasi, ho voglia di vedere il baltico e danzica, ho voglia di spagna, di umbria, di liguria, di puglia, di terme, di roma.

ho voglia di un viaggio, in macchina, in aereo, in nave, in treno, ho voglia di volare un pochino via, con tutta la famiglia, con chi voglia avere voglia, con chi gli ci va.

vorrei una giornata lunga, un caffé al bar, un bimbo addormentato nel mezzo della visita di qualche rovina, un pomeriggio tiepido, una giornata senza piani, un pic nic a mezzogiorno, un valico di montagna, vedere il mare, gli occhiali da sole, vestiti più leggeri di questi, scarpe nuove, rosse, se possibile.

voglio le vacanze di pasqua, quelle che si torna bambini, quelle da andare a giro, quelle che le giornate si allungano a ogni tramonto, sempre più indulgente da una volta all’altra.

voglio spegnere il telefono, smettere di controllare la posta, leggere un bel libro, dormire in una casa non mia e invece mia per un pochino, un posto da rimpiangere andando via pensando “ah, ma tornerò” oppure “comprerò una casa così un giorno, e verrò qui ogni volta che vorrò”.

ho voglia di dormire un po’ di più, di svegliarmi indolente, con calma, facendo il caffè con la moka portata da casa e poi magari colazione al bar.

vorrei sentire la sabbia che si intiepidisce, il cisto che si apre, l’elicriso pronto per me.

vorrei parlare una lingua diversa dalla mia, vorrei ridere dei costumi altrui e farmi conquistare, comprare cose assurde per quando tornerò a casa e una tazza di ceramica blu per fare colazione.

vorrei andare via, per un pochino, un pochino solo, e poi tornare, felice di rivedere i luoghi consueti.

 

 

 

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Marketing comparato 

Mi sono capitati fra le mani insieme, per caso, dallo sportello di cucina. 

Due merende di quelle salvavita da tenere in borsa per quando la situazione precipita.

Una tedesca, una italiana. 

Mi hanno fatto pensare a quanto siamo diversi, in un sacco di cose. 

La tedesca:

opaca, monocromatica, con una faccina sorridente e dal gusto ignobile: ciliegia e banana, come una delle bevande preferite dei miei amici Ossi.

Il bollino “bio”, l’indicazione “senza zuccheri aggiunti”, e il gioco di parole audace fra “furchtbar”= “terribile” e “fruchtbar”= “fruttoso”. 

Una confezione scherzosa, che ammicca ai bimbi o che, insomma, ci prova. 

L’italiana:

Lucida, bicolore e con una giraffa dagli occhi grandi che annuncia la vitamina c come valore aggiunto (suona molto meglio mettere “con vitamina c” che “conservante: acido ascorbico” o “E 330”, non trovate?).

La frutta, banana e pera, un gusto al quale sono un po’ più abituata ma magari in Germania sarebbe considerato assurdo quanto ciliegia-banana, in foto.

Che ammicca, mi parrebbe, più alle mamme. 

E a voi? Quale ispira di più?

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