L’incredibile hulk

L’avevo comprato una vita fa. La vita prima dei figli, che nel mio caso spesso prevedeva di compare cazzate immani che inutilmente mettevo da parte in attesa di un utilizzatore che non arrivava. Fingevo fossero per me, ma sapevo anche io che era una scemenza. Ognuno fa quel che può, e alla me stessa di allora voglio molto bene, per cui le perdono molte cose: so che stava soffrendo molto.

Ma dicevo un’altra cosa.

Da tempo, in un cassetto del bagno, tenevo del cerone teatrale verde, comprato per un costume da carnevale mai alla fine realizzato: il pescatore verde di Pinocchio.

Lo avevo dimenticato, fino a ieri mattina, quando il piccolo ha emesso un grido di giubilo.

MAMMAAAAAAAAA!!! COS’È QUESTA COSA BELLISSIMA???? UN TRUCCO DA HULK!!!

Accidenti…

Non ci avevo mai pensato.

Il vecchio, intonso cerone del pescatore verde era un perfetto trucco da Hulk.

Certo che sì, lo vuoi provare?

Ho detto tenendo la mano alla me stessa di allora (vedi che ce l’hai fatta? Vedi che c’è qualcuno alto un metro che trova questo oggetto una ganzata? Vedi che è andato tutto bene?)

Abbiamo aperto la confezione.

Era secco e duro come un sasso.

Ma c’era scritto “asportabile con acqua” quindi doveva essere anche rianimabile, con l’acqua.

Ho bagnato un indice, l’ho passato sulla verde pasticca, ottenendo una crema dall’aspetto pisello.

Gli ho truccato prima la punta del naso.

Un verde bellissimo.

La fronte, le guance, il mento.

Un Hulk di quindici chili e di 105 centimetri si è materializzato nel mio bagno.

Abbiamo riso come matti.

“Presto! Andiamo a fare paura a babbo!”

“Un attimo, mi lavo il dito…”

Ma sotto l’acqua il dito è rimasto verde. Verde come hulk, verde come la speranza, verde come un prato, verde come la faccia del mi’ figliolo.

Gulp…

Ho pensato.

Ho finto serenità e ho accompagnato il novello Avenger a combattere Thanos (su pa’).

Bada bello! Ha esclamato HDC mentre rideva sorpreso.

Ma va via?

Penso di sì…

Ho mentito.

Te lo ricordi vero che alle tre c’è la videoconferenza con la psicologa dell’associazione per la relazione post-adozione da mandare al governo armeno?

Me l’ero scordato.

Ogni famiglia adottiva non deve solo essere sottoposta a mille interrogatori prima di poter abbracciare il loro bimbetto, no, devono essere controllati per alcuni anni anche dopo, per scongiurare che se li siano mangiati al forno con le patate.

E io avevo un figliolo verde.

Di un bel verde eh. Per carità.

Ma verde.

Ahem.

Senti piccolo…

Ora giochiamo al barbiere. Io ti metto tanta schiuma in faccia e faccio finta di farti la barba. Poi ti sciacquo.

Non voglio!

Sì che vuoi.

No!

Sì!

Io sono hulk!

E io la su’mamma! Fila nel bagno!

L’ho strusciato tanto che adesso ha di nuovo la pelle di quando aveva sei mesi.

La psicologa lo ha trovato in forma smagliante.

Io ho buttato la verde pasticca.

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Mascherina

Mercoledì mattina, videolezione sui moti millenari della terra.

Mentre mi produco in mirabolanti simulazioni con un appuntalapis a forma di mappamondo con dentro infilato un lapis a simulare l’asse terrestre, suonano alla porta.

Nella foto il sussidio didattico a distanza

Io, neanche fossi la Gruber in diretta, non sono stata pronta a dire ai ragazzi “scusate, mi suonano alla porta” e HDC era col dimonio ad ascoltare canzoni in fondo alla casa.

Hanno suonato una sola volta e poi hanno smesso.

Ma era il postino, anche se dovrebbe suonare sempre due volte.

Con una raccomandata.

Che ha, giustamente, mollato lì.

HDC l’ha recuperata andando a buttare la spazzatura.

Sabato mi sono decisa ad andare alle poste. Non esco mai di casa, dal 9 marzo sono uscita una sola volta, per venti minuti e non più.

Vuoi una mascherina? Ce ne sono un paio, devo solo trovarle!”

Mi fa HDC.

E il piccolo:

No! Aspetta! Ce l’ho io! Ti prego! Usa la mia! Così ti protegge!”

Corre in camera e torna fiero e con le stelle negli occhi.

Me la porge.

Tieni, non la perdere, ci tengo tanto, è un ricordo.

La guardo e mi commuovo.

È vero.

È una mascherina.

E davvero è sua.

E davvero è un ricordo.

È la mascherina della prima operazione, intubato di corsa per un blocco respiratorio all’inizio dell’anestesia.

L’ho presa come il più grande dei tesori.

Certo che te la riporto amore. Stai tranquillo.

Mi ha sorriso. E salutato.

E io sono uscita con una mascherina in testa e una in tasca, preziosa come la vita.

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Wie geht’s?

Mi ha chiamato La Bionda.

Da Berlino, dove vive adesso, con la sua famiglia.

Voleva sapere come stavamo, se eravamo in buona salute, se eravamo sereni.

Abbiamo parlato un’ora.

Di ogni cosa, come avremmo fatto a Dresda, la casa lontana di ognuna delle due.

Le sue nipoti, diventate donne.

I nostri amici, che vediamo troppo poco.

Dresda, che è scampata alla vittoria della destra.

L’italia, che ha bisogno di un’Europa diversa da quella nella quale ognuno guarda in casa sua e il resto crepi, un’ Europa diversa che farebbe bene anche alla Germania, se solo lo capisse.

E mentre parlavamo e parlavamo risentivo nella sua voce il profumo dell’Elba, della neve ad Altmarkt, del trammino giallo.

La nostra Europa era all’inizio della fine, quando ci siamo conosciute.

Parlavamo della crisi, nel 2008, e ci chiedevamo cosa avrebbe portato con sé.

Adesso che abbiamo i figli, che sua nipote non va più alle elementari ma all’università, adesso vediamo le macerie del sogno che entrambe avevamo da una parte e dall’altra di un muro: entrambe quattordicenni quando cadde, io in Italia, lei in DDR.

Quante cose abbiamo perso, una dopo l’altra.

A che punto è sbrindellata la nostra povera unione.

Però noi ci siamo, siamo sempre lì, io e la bionda, come quel primo maggio a Moritzburg, come la Pentecoste in Turingia, come il progetto “trova un marito a Dresda”, o come quando riuscimmo ad aprire la peggiore bottiglia di vino del mondo con un ombrello (“sono stata giovane Pioniera, posso aprire una bottiglia con qualsiasi cosa!” Mi disse).

Noi ci siamo.

Resistiamo.

Ci vogliamo bene.

E ci preoccupiamo l’una dell’altra.

Come dovrebbe essere.

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Un uomo, solo

Ho guardato, invitata da un Caro Amico, la preghiera e la benedizione del Papa.

L’ho fatto per capire.

E non lo so se ho capito. Sinceramente.

Ecco cosa ho visto: ho visto un uomo solo, vestito di bianco, sotto una pioggia torrenziale, rivolgersi a un crocifisso silenzioso, lo stesso che avrebbe fermato la peste.

Mi sono immaginata i suoi pensieri, mentre chiedeva al suo dio di fermare l’epidemia, mentre chiedeva consolazione, conforto.

Mi sono immaginata il suo dubbio, umanissimo.

Se non mi ascolta?

Se non lo ascolta?

Se non succederà, se continueranno i morti, i contagi, le sofferenze, cosa potrà pensare quell’uomo che pare così saggio, sotto la pioggia che il suo signore non gli ha risparmiato, come a dire “che vuoi da me, lo vedi che non riesco, non voglio, nemmeno mandarti un raggio di sole?”

Se niente cambierà, se l’uomo solo resterà tale, cosa dovrà pensare di quel suo dio, che non fa nel 2020 quello che ha fatto quattrocento anni prima?

Ho assistito alla dispensazione dell’indulgenza plenaria, che mi ha drammaticamente messo in mente una universale unzione degli infermi.

Ho guardato l’uomo, che pareva voler svuotare il mare a cucchiaiate, che faceva quello che lui sapeva fare, quello che lui poteva fare.

E la voglia è stata quella umana, umanissima, di andarlo a cercare e di abbracciarlo, per consolare la sua fatica, sussurrargli ci hai provato, non è colpa tua, non è colpa sua, solo succede, e nessuno sa perché.

Lascia in pace dio, lui non c’è, prega l’uomo, affinché resista, affinché sopravviva, affinché ricordi.

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bentornato

il mio sindaco è tornato a casa sua.

e io sono un pochino più felice.

mi conoscete, sono una romantica delle istituzioni, sono una romantica della politica.

la strada della convalescenza sarà lunga, ma saperlo a casa, lo voglio dire senza temere piaggerie, è per me un bel motivo di gioia.

in questi giorni così strani il sindaco, ma i sindaci in generale, sono i simboli di una comunità, sono il punto di riferimento, sono il contatto politico, umano, giornaliero fra la cittadina e il mondo, fra la città e le leggi.

mi sentivo un po’ chiusa con lui, fino a oggi.

non che adesso si sia fuori, né io fuori di casa, né tantomeno lui fuori dalla sua stanza.

ma si vede il piccolo bagliore che va al di là del quotidiano triste conto dei morti e dei colpiti.

si vede un simbolo sulla via della guarigione, un uomo gigante e forte, dalle mani più grande del regolamentare, che si rialza un passo per volta.

e così forse accadrà, prima o poi, se saremo saggi, se saremo giusti, se saremo attenti.

se saremo insieme, se non fisicamente, almeno negli intenti di comprendere che ci si salva solo insieme.

solo se restiamo una comunità.

e la comunità saluta il ritorno del suo Sindaco.

bentornato. forza, avanti!

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bandiere

I miei contatti Whatsapp vedono che sul mio profilo è rimasta la bandiera tedesca, fotografata una notte mentre passeggiavo davanti al Bundestag deserto.

Uno dei posti più belli di Berlino, è maggiormente cari al mio cuore.

Un posto dove la storia ha avuto la mano pesante del nazismo prima e della divisione est ovest dopo.

Un posto che ha rappresentato tanto per il popolo tedesco, al quale l’edificio è dedicato, “dem deutschen Volke” sta scritto sulla facciata.

Il dativo, l’orrendo caso che non ricordavo mai.

Un posto dove prima del terrorismo, prima del coronavirus, quando il mondo pareva più innocente di adesso (e, figurarsi che già non lo era) i tedeschi aprivano tovaglie e coperte, facevano il picnic e si godevano il loro parlamento, sormontato dalla spettacolare cupola di vetro.

La bandiera di un posto che tanto tempo fa è stato casa.

Adesso vedo qualche tricolore, girare sui social anche in modo un po’ peloso, a volte sventolare da un balcone, a volte usato nei profili.

Fratelli d’Italia.

Ho letto sul post di un’amica che è stato suo marito, italiano dal nome e dalle radici marocchine, a attaccarlo fuori da casa sua.

E lo capisco.

La tenerezza che si prova verso il paese nel quale abbiamo conosciuto la felicità è quello che rende quel paese patria, poco importano i confini, i passaporti, il suonare del cognome.

E al di là di tanta, troppa, stucchevole retorica, c’è solo da sperare che questo terribile momento passi prima possibile e che al risveglio dall’incubo ci si ritrovi tutti, uguali, nelle nostre fragilità, nelle nostre paure e nelle nostre speranze.

C’è solo da sperare che si impari a mettersi nei panni dell’altro, dell’anziano, del disabile, del runner, dello straniero, della donna chiusa in casa col suo aguzzino, dei bambini che si attaccano ai lampadari, dei medici che muoiono e degli incoscienti che si salvano. Ho smesso di vedere colpevoli, ho iniziato a vedere vittime.

Non so voi. Ma io vivo quasi narcotizzata.

Faccio le videolezioni, sorridendo ai ragazzi.

Faccio disegni coi pennarelli, collage col vinavil, buccellati e pane in forno e aspetto ogni giorno che passi al successivo.

Darei qualsiasi cosa per abbracciare uno sconosciuto.

Bisogna che me lo ricordi quando tutto questo finirà.

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alle sei di mattina

Sono sempre stata una gallina, alle sei con gli occhi spalancati e alle nove con la voglia di dormire.

Vado col buio e con il sole, come i pulcini di Santina di quando ero piccola.

In tempi di quarantena, quest’ora, ora e mezzo di solitudine si fa preziosa.

Le videolezioni al mattino (sono molto felice di farle e di parlare ai ragazzi, ma sono veramente invasive della propria casa e della propria intimità, cercherò di parlarne con calma), e il piccolo a casa, impediscono di avere un momento di silenzio, di calma, di libro letto.

Paradossalmente in casa tutto è frenetico.

Fare le lezioni, prepararle, rispondere alle mail e ai messaggi dei ragazzi, intrattenere il piccolo che ancora fatica a giocare da solo.

Mamma, se tu fossi stata un fratellino…

Mi ha detto l’altro giorno spezzandomi il cuore.

Che ci faresti con un fratellino ma senza mamma?

Ci ha pensato un po’ su.

Va bene, resta mamma. Io chiamo l’Armenia per capire perché non ce lo mandano.

Alle sei di mattina sono sola con la gatta, mi faccio un caffellatte più grande del solito, scrivo, aspetto sia il momento di accendere la radio, faccio piani di diete che non rispetto e programmo pulizie che non faccio.

Prima dell’inizio del giorno tutto è silenzio e tutto è per me.

Buongiorno a tutti!

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