25 aprile

celebrare il 25 aprile a lucca ancora ha il sapore della provocazione, e questo, sinceramente, rende l’idea di qualcosa che va storto, nella mia odiata e amata città.

passo per via fillungo, una bandiera italiana sulla spalla e mi vergogno di incrociare lo sguardo dei ragazzi che vendono accendini, perché penso “oddio, mi crederanno una di quelli del banchetto di fratelli d’italia che c’è davanti a san cristoforo?”

nello stesso tempo non voglio lasciarla a loro, la bandiera della festa.

mi rifiuto categoricamente di lasciar loro anche un millimetro di stoffa.

è la bandiera dei partigiani, quella che porto sulla spalla, la bandiera del riscatto di una nazione, della sua rinascita, della sua voglia di non affondare nella fogna fascista.

è la bandiera del mio presidente di bambina, e della sua pipa.

è la bandiera che sventolo cantando bella ciao.

perché vent’anni di becera ignoranza hanno generato mostri, ma io ancora resisto.

e sabato, a lucca, con me c’era tanta gente, tanta come non mi aspettavo di trovare, tanta e tutta insieme, felice di vedersi, di ritrovarsi, di riabbracciarsi.

come se ci fosse ancora, nonostante tutto, fra noi, ancora una brace sotto la cenere.

e la festa di sabato la dedico a due signori, che si sono timidamente avvicinati alla mia bandiera, per chiedermi se parlassi inglese e che giorno fosse.

due signori della nuova zelanda, l’altra parte del mondo, con la bisnonna di campiglia marittima, che ogni anno vengono in italia e a lucca e girellano per le nostre strade, in cerca di non saprei che cosa.

gli abbiamo bisbigliato che cosa stava succedendo in piazza, man mano che le celebrazioni andavano avanti.

“sta passando il gonfalone dei comuni medaglia d’oro della resistenza…”

“sta passando il gonfalone di sant’anna di stazzema…”

“sta passando il rappresentante dello stato….”

e a un certo punto, i miei occhi umidi di lacrime, hanno incrociato i loro, bagnati anch’essi, ci siamo sorrisi, e ci siamo sentiti parte della medesima umanità, la stessa umanità che ora giace in fondo al mare.

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un bimbo tutto nuovo

al lavoro è nato un bimbo nuovo, tutto nuovo nuovo, con un nuovo naso, dei nuovi occhi socchiusi, una bocchina tutta nuova, nuove manine, nuovi piedini, una pancina e due chiappette nuove di zecca.

è color panna e fragola, ne mangerei una tinozza, e ha due fratellini felici che non vedono l’ora di sciuparlo un pochettino.

ma con attenzione.

i bimbi nuovi infatti ancora non sanno un sacco di cose, che i fratellini dovranno spiegare.

dovranno insegnargli quasi tutto.

quanto è buono il profumo della mamma, quanto punga la barba del babbo, e quanto siano splendenti i loro sorrisi.

e poi gli insegneranno a leccare gelati, a cogliere fiori, a guardare palline di vetro contro il sole, ad accarezzare peluche, a spiare gatti addormentati, a calciare palloni, a ritappare pennarelli, a ritagliare figurine, a fare buche con uno stecco (questo lo metto solo perché era una mia specialità e spero così che anche altri bimbi ci si appassionino, sa dare molte soddisfazioni, fare buche con uno stecco).

i fratelli maggiori infatti servono proprio a spiegare come gira il mondo a quelli più piccoli, li proteggono, li aiutano, li aspettano un secondo (non troppo eh, che non se ne approfittino!) e possono, in cambio di questo, vantare alcuni piccoli privilegi.

è privilegio assoluto e imprescindibile dei fratelli maggiori infatti grattugiare il parmigiano per primi, avere un posto a tavola già scelto da anni, e poter leggere a voce alta storie al fratello minore che ancora non sa leggere.

quindi… benvenuto andrea, e un bacio enorme ai tuoi fratelli e alla tua mamma e al tuo babbone!

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anche questa è primavera

tardo pomeriggio, uscita dal lavoro, mi avvio verso la macchina.

improvvisamente una folata di vento spettina gli alberi vicini.

e di colpo l’aria di riempie di pezzettini di minuscoli amenti, di petali sfioriti, di polline, di briciole di vita.

sono gli alberi, che fanno l’amore.

è primavera e anche loro sono innamorati, lasciano al vento tutto quello che possono, in un’ orgia senza confini se non quelli segnati dalla direzione del vento, lasciano andare al viaggio granelli di polvere pieni di niente che non sia DNA, per incontrare un fiore, lasciarsi agguantare e rimanere attaccato alla punta di un pistillo.

nel cielo volano senza alcun riguardo, senza mutande, senza castighi, senza pudore, alla ricerca dell’altro pezzo di seme.

mulinano contro il cielo azzurro, perché gli alberi, quando si innamorano, sanno essere romantici e amano i cieli limpidi e caldi della primavera, amano le nuvole del tramonto, il fresco del sole che piano piano torna basso nel cielo a fine giornata, i cani e i gatti dal pelo coperto dalla loro intemperante incontinenza.

e sorrido, di fronte all’irrefrenabile lussuria del mondo, sorrido ai gatti innamorati, agli alberi impazziti, ai glicini scoppiati, ai fiori improfumati, al lillà vestito per la festa.

è primavera, innamoratevi, per carità!

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da san francesco a casa

capitava così, che si camminasse lentamente verso un posto, non casa  mia, allora la mia casa era farneta, fuori città e il mio mondo di ragazza era protetto da pareti scritte col pennarello, mausoleo di giorni passati, ricordi e memorie che come una vecchia, a vent’anni, custodivo gelosamente, convinta di stare vivendo alla fine del tempo.

camminavamo così, per le strade di lucca di notte, alla fine di una riunione dove eravamo riusciti a litigare su tutto, fra compagni si fa, sembra quasi ineluttabile, la divisione in otto posizioni se a chiacchierare fitto fitto siamo in sei.

capitava allora che si continuasse a discutere, per via mordini, per piazza del mercato, via sant’andrea, e giù giù, chissà dove, a qualche macchina parcheggiata lontano, per tornare a casa di notte, con un po’ di vino e di sigarette in corpo, appassionati alla vita e alle cose del mondo.

siamo sempre gli stessi, sempre appassionati, confusi, combattuti, il mondo è andato da un’altra parte, ma non possiamo farci niente più.

così si cammina e ci si vuol bene lo stesso, così come siamo, con il nostro diventare adulti e con il nostro rimanere eternamente bambini.

anche stanotte è andata così, niente più politica attiva, da tempo ormai non abbiamo una casa, non vogliamo una casa, io non voglio una casa, non so che farmene di un “circolo PD”.

fosse stato come allora ci sarebbero state le elezioni regionali a tenere banco, non è come allora, d’altronde niente quasi è come allora, a parte i sentimenti.

così si cammina, per lucca addormentata, si parla si parla e si parla, perché siamo quella gente lì, quella gente che di politica gioiva e soffriva.

siamo ancora quella gente lì.

 

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non luoghi

2015-04-19 13.53.47 (1024x742)ogni volta che passo davanti a questo posto la testa mi si riempie di storie.

è un luogo che non esiste e del quale rimane soltanto il fantasma delle sue scritte: “riparazione cicli” e “barbiere”.

adesso è un non luogo: un posto dove non accade nulla di quello che dice. non ci sono biciclette da aggiustare né uomini da radere, prima di riprendere la bici per andare al ballo del paese.

ma io me lo immagino, in bianco e nero, come una vecchia foto custodita dalla carbolina, riempirsi di gente, di contadini di ritorno dal lavoro, con la falciana sulla spalla, il fiasco del vino vuoto, i pantaloni troppo larghi perché sono quelli del fratello bonanima partito per l’america e del quale non si sa più nulla.

anche per quello uno di loro ha chiamato il figliolo amerigo.

per ricordarsi di quello sciagurato fratello, partito con la camicia buona.

e anche amerigo va spesso dal biciclettaio.

perchè amerigo ama le bici, le sa smontare un pezzo alla volta, quelle col cambio e quelle senza, sa come far cantare una catena, come attaccare un pedale, dove rimediare un toppino per la camera d’aria.

allora ha convinto suo padre a mandarlo a bottega.

amerigo così passa le giornate fra biciclette e barbiere, fra rotocalchi spinti con generose cosce di donna dell’italia del benessere e barattoli di grasso per ungere catene.

amerigo pare non essere molto attratto dalle cosce di donna, a dire il vero.

il barbiere ce lo prende sempre in giro, perché è l’unico che non entra di nascosto a guardare fra le pagine nascoste in mezzo alla gazzetta dello sport.

anche il prete, dice il barbiere, con la scusa di indagare sulla pubblica moralità, sbircia sempre fra le pagine rosa per trovare quelle verdoline con le donne sopra.

ma amerigo guarda dinamo, ruote, freni e sellini.

peggio del prete, amerigo.

le unghie nere, su mani precise, svitano e avvitano, tirano fuori camere d’aria come le donne svuotano i polli, riempie i secchielli, infila il gonfio budello nero nell’acqua e lo ruota fino a che non vede uscire le finissime bolle d’aria che raccontano dove sta il buco.

allora asciuga, prende la carta vetra sottile, una goccia di mastice e un pezzo ritagliato da una gomma che non ha più il diritto di essere riparata.

grattugia il buco, spalma un po’ di mastice, respirandone l’odore acido e irresistibile, poi appiccica il toppino così bene che la camera d’aria torna nuova.

la signorina bendettini sorride e ringrazia, paga quel che deve pagare e se ritorna via, con la bici del padre, ondeggiando le natiche sul sellino beige.

alla signorina bendettini piace amerigo.

a amerigo non piace la signorina bendettini.

ad amerigo piace gastone nencini, il leone del mugello.

e un giorno, sogna amerigo, gastone nencini forerà davanti alla bottega, entrerà spingendo la bici e amerigo la sistemerà fiero come un pioppo.

e gastone nencini finalmente si innamorerà di lui.

ma questo amerigo non lo può raccontare al barbiere.

 

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naufragio sirio“Furono gettate a mare le lance, ma si riempirono subito di tante persone che, per soverchio peso, le fecero affondare e così tutti i disgraziati che vi erano precipitati invece che la salvezza trovarono la morte. La costa era lontana 3 chilometri dal piroscafo e gli scogli che superavano l’acqua circa un chilometro e mezzo. Venticinque o trenta uomini si salvarono guadagnando a nuoto gli scogli dove rimasero per tutto quel giorno e la notte successiva, senza nulla da mangiare”

(cronaca del naufragio del “Sirio” tratta da l’Esare, giornale di Bagni di Lucca, 1906).

 

 

da bambina compresi che dio non esisteva perché mi faceva rabbia il suo assistere impotente alle miserie del mondo.

aveva creato un pianeta, affollato di gente, che si affannava a sopravvivere e a scampare a malattie, disastri, calamità e terremoti.

e lui, su una nuvola a mangiare noccioline e a guardare il film della nostra vita, solo per poterci dire un giorno, da morti, se ci eravamo comportati bene o male.

quella visione mi era intollerabile, mai avrei potuto immaginare mio padre guardare me cadere e rialzarmi senza provare un briciolo di apprensione, senza correre verso di me, prendermi in collo e dirmi qualche sciocchezza da bambina per farmi smettere di piangere.

decisi che di un padre che guardava i suoi figli morire mangiando noccioline seduto su una nuvola non sapevo che farmene e così ne feci a meno.

e così, adesso che ogni giorno arrivano notizie di morti, di barche rovesciate, di gente annegata e intrappolata nelle acque che speravano di attraversare, per arrivare in un mondo dove di loro non vogliamo sapere, dove si legge e si scrive che non li vogliamo, che ai gommoni occorrerebbe sparare, per fare il lavoro che ogni tanto perfino il mare si rifiuta di fare, un mondo da dove guardiamo, seduti su uno scoglio, compiersi il destino di centinaia, di migliaia di persone,  scorrendo distrattamente lo schermo di un social network pieno di spazzatura, così adesso sento addosso come un senso di svanimento ineluttabile, come se centinaia di bambini pensassero di me che non sanno che farsene, di qualcuno che li guarda morire mangiando noccioline seduto su una pagina facebook.

adesso sento di non esistere, mi sento quel dio odiato, detestato, giudicato con tanto fervore da me stessa bambina, perché, potendo, non faceva.

perché vedendo non reagiva.

perché aspettava, seduto, che la gente morta venisse da lui per potergli dire se era stata buona o cattiva.

settecento morti, ragazzi e bambini, tutti in fila in attesa di presentarsi davanti a dio, per sputargli in un occhio, per sputare anche a me, seduta come una povera vecchia demente dal cervello e dal cuore inadeguato ad agire.

mettete in fila settecento voistessi bambini.

metteteli in fila e ricordate i vostri pensieri davanti alle ingiustizie del mondo.

e poi resistete alla sensazione di svanire, come divinità inutili e immobili che non hanno senso di esistere.

io mi sento già evaporare come l’acqua di una pozzanghera in una giornata d’estate.

 

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frankfurt hin und zurück

sono stata a francoforte.

non me ne sono praticamente accorta: una riunione di lavoro e un viaggio dall’ andata al ritorno durato in tutto 36 ore.

ma ho fatto in tempo a sentire il sapore del tedesco, a correre in un supermercato per agguantare qualche sapore consueto e portarlo via con me, in valigia, per il ritorno a casa, con qualche seme per condire l’insalata, con del pane nero e croccante, con del terribile caffè filtro.

fiera come un tacchino ho mostrato ai colleghi il simbolo del “pfand” (il vuoto a rendere) e li ho portati a farsi ridare ognuno venti centesimi restituendo la bottiglietta.

ho provato a far assaggiare loro un matjesbrötchen (panino con aringa cruda) ma non ci sono riuscita. hanno preferito la pizza da “ciao italia” e gli è stato bene: gommosa e col gruviera.

ho mostrato con l’aria di chi la sa lunga la parte di marciapiede destinato alla pista ciclabile avvertendo che chi passeggia dal lato sbagliato rischia la vita.

ho sorriso vedendo i due piumoni singoli, nel mio letto d’albergo.

ho guardato il salmone, foderato di aneto, accanto al caffè della colazione.

ho annusato, con incredibile sorpresa, l’odore della carta da parati della sala riunioni, così simile a quella del mio ufficio.

ho visto i tedeschi dall’altro lato del tavolino fare quel gesto così familiare del chiudere velocemente entrambi gli occhi per salutare ed esprimere simpatia, come farebbe un gatto, e ho ricambiato come quando si vuol far sapere a qualcuno che si parla la sua lingua, senza farlo sapere a chi sta intorno.

ho di nuovo traccheggiato in un aeroporto, con die zeit in mano e un té a bollore nell’altra, aspettando l’ora dell’imbarco.

ho annusato un pochino della mia vecchia vita.

mi è piaciuta.

come succede sempre, d’altronde, ci si ricorda sempre solo quello che ci fa piacere.

ma mi è piaciuta davvero…

accidenti.

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