il matto e la pistola

l’europa da anni è scossa da attentati di varia risma che mietono vittime innocenti (non che esistano vittime colpevoli, ma pare si dica così “vittime innocenti”) in tanti stati diversi e con modalità molto diverse fra di loro.

quando mia madre mi chiamò in vacanza e mi disse che un pazzo aveva sparato a un campeggio in svezia pensai che a quel campeggio c’ero stata anche io, pensai che lui sarà stato anche un pazzo ma pensai anche “come diavolo fa un pazzo a trovare un fucile?”

lo penso ogni volta che in america qualcuno spara in una scuola, in un  supermercato, in un museo, in una piazza.

l’ho pensato dopo nizza.

l’ho pensato dopo monaco di  baviera.

la triste aria che respiriamo da quando il terrorismo islamico è entrato nelle nostre città (dopo, non dimentichiamolo mai, aver fatto mattanza dei musulmani stessi) ci porta a considerarci tutti meno al sicuro.

ma c’è anche da dire che se ai tempi di mia nonna  un matto era un matto e al limite si tirava giù le brache in pineta, adesso un matto sale su un tir, o entra in un centro commerciale e apre il fuoco, perché tutto, tutto, è salito di livello.

è salita di livello la follia, l’alienazione, la solitudine, l’emarginazione, il bullismo, il razzismo, la violenza, verbale e fisica.

ed  salita di livello la necessità di fare morti, di finire su un  giornale o in paradiso, di farla finita portando con sé i passeggeri di un aereo intero o gente in un ristorante.

“un matto è una persona che non sa dove andare” scriveva tanti anni fa stefano benni in uno dei suoi primi capolavori.

adesso i matti vanno in paradiso, portando con loro chi non ne aveva la minima intenzione.

forse dovremmo provare a scendere di livello, abbassare la scala dell’odio, alzare le braccia invece dei muri, includere senza abdicare ai valori fondanti delle nostre società che non sono, mi spiace, le radici cristiane, ma sono i valori dell’illuminismo, i valori che ci rendono umani, i valori della democrazia, del diritto e dell’uguaglianza.

e infine, forse, dovremmo chiederci  davvero dove le hanno trovate, le armi, coloro che hanno ucciso le vittime innocenti di monaco, di nizza e di tutti gli altri posti del mondo dei quali nemmeno ci rendiamo conto se un amico lontano non cambia per tre giorni l’immagine del suo profilo su facebook.

 

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due gemelli

due gemelli, dai capelli spettinati e le unghie nere di giochi all’ombra dei cedri del giardino, il grembiule sempre un po’ storto.

la scuola elementare era un grande giardino, punteggiato di alberi e di bimbi in bianco e nero, bianco il grembiule delle bambine, che non dovevano sporcarsi, nero quello dei bambini, più liberi di fare quello che volevano.

la ricreazione era eterna, infinita, bellissima, faceva parte delle ore di didattica, durante la ricreazione si imparava a stare al mondo.

i gemelli avranno avuto otto anni, forse meno.

uno picchiava mio fratello e l’altro lo difendeva.

cuccioli come tutti gli altri, solo con una violenza nelle mani per noi inconcepibile, strana, lontana.

ieri, a 38 anni, li hanno arrestati entrambi.

per rapina.

la loro foto sul giornale, in primo piano, in modo che tutti guardino il ladro in faccia.

non solo “il ladro”.

il violento, il criminale, il fuorilegge, il fuoritutto.

e a me fa impressione, sapere che una volta sono stati bambini.

tutti, in effetti, siamo stati bambini.

e i due gemelli porteranno per mano, in carcere, i bambini che sono stati, e che forse non immaginavano di diventare rapinatori.

 

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bon ton

lucca, pomeriggio solatìo ma ventilato.

mamma e biNbetto (citazione da 4ngel0) se ne vanno a spasso per la città.

un gelato alla frutta è stato appena felicemente diviso fra i due e divorato, quindi, si dirigono lietamente verso una gioielleria.

dovete sapere che da quando l’ha morsa il polpo dell’elba, a lucettina è gonfiato l’anulare sinistro e non acccenna a sgonfiarsi.

ha quindi saggiamente tolto gli anelli che portava come la madonna di loreto e ha pensato di farli pulire e lucidare nell’attesa che si sgonfi il ditone, in modo da poter essere portata in processione più bella e più brillante che pria.

la gioielleria è un posto ovattato, di stoffa bianca e oro, ha una porta dotata di campanello, commesse dai capelli perfetti e dalla french impeccabile.

il centauro composto da mamma sgrendinata e passeggino rosso con passeggero suona il campanello e viene accolto con aurea benevolenza.

dopo un grande sorriso le commesse, che saranno subito da lei, finiscono di confezionare un pacchettino per una cliente coi pantaloni con la riga e i mocassini rossi, che a lucettina ricorda tanto certe professoresse di latino.

gli specchi rimandano in ogni direzione il brillare dei diamanti e dell’oro.

lucettina parla al suo scimmiottino:

“hai visto che bel posto?”

lo scimmiottino non se lo fa chiedere due volte.

“B U R P!”

e fa un rutto che spettina le commesse, fa tintinnare il lampadario, appanna le vetrine e incrina gli orologi.

le commesse si girano immediatamente e commentano:

“ma che bel bimbo!”

“e che bella voce!”

vorrebbe aggiungere lucettina.

che invece borbotta soltanto una specie di

“ahrn, ogr, mmmm, gru gru, sgranfagnaschi!”.

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mentre il mondo…

ho visto sui giornali foto di prigionieri nudi e umiliati, gente che muore al ritorno da una festa, l’america a metà strada fra il far west repubblicano e il far west vero, paesi in fiamme, guerre sante e kamikaze, femminicidi, violenza fisica e verbale e ignoranza, superficialità e qualunquismo imperare.

e mi ostino a raccontarvi la vita di un piccolo principe, che fa un dramma enorme per un taglio di capelli, o che ha imparato a passarmi la gallina di plastica quando gliela chiedo, che ha qualche dente in più e che incanta la gente per strada sorridendo come un pazzo.

mi ostino perché non ho più parole per raccontare il cordoglio, la rabbia, la tristezza.

mentre riesco sempre a trovare in tasca, facilmente, la gioia delle piccole cose quotidiane, che sicuramente non cambieranno il mondo, ma che mi aiutano a pensare e a tenere sempre a mente che il mondo esiste ancora, che il mondo è fatto di bambini, di genitori, di single, di coppie, di gente che si ama, di gente che va avanti, ogni giorno, sui treni, sulle strade, al lavoro, al mercato, a scuola, in ospedale, in carcere, ovunque il mondo è fatto da persone e dalle loro personalissime storie, e io, raccontandovi la mia, cerco soltanto di lasciare quella briciola di pane che dica “non siamo persi del tutto, non ancora”.

per cui non credetemi rimbambita se non vi parlo della triste turchia, dell’amara america, della cupa italia, della colpita francia.

immaginate che vi parli di maria.

Maria la libertà
Maria la rivoluzione
Maria il Vietnam, la Cambogia
Maria la realtà.

 

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resort

La giornata, al resort per bambini che non devono chiedere mai, inizia con una gita d’istruzione al giardino zoologico, che comprende:

un canegiallo

due gattoni

una gattaluna

priska la gatta

conigli

galline.

I conigli sono oriundi, perché della vicina.

Sotto il leccio, i bimbi che non devono chiedere mai, possono poi esercitarsi al volo da astronauta con l’altalena biologica: un’altalena perfettamente biodegradabile, in vimini, cotone e cinghia da tappezziere costruita a mano da un’esperta puericultrice che risponde al nome di “nonna”.

A mezzogiorno, pastasciuttina con pomodoro e legumi, frutta e pane rosicchino.

Il pomeriggio ronfata megagalattica di quasi tre ore, e al risveglio tuffo nella piscina comprata l’anno scorso alla ‘oppe, un po’ co’punti, un po’ co’soldi.

La piscina è dotata di ogni confort: un salvagente giallo, un coccodrillo verde, una sistola d’acqua con attaccato un doccino che fa la cascatella, una sdraio, un ombrellone e un metro quadro di sabbia, dove però sta quasi sempre il canegiallo.

Dopo la piscina una doccia di fronte al pollaio, con le belle di notte che fanno da tendina e le galline che guardano incredule e merenda col gelato, sempre della ‘oppe, sponsor ufficiale della nonna.

Poi prove tecniche di camminata, gite organizzate a trovare altri bambini e cena, stavolta con la minestrina di verdura e il pollo.

Alla fine addormentarsi in macchina è il minimo che possa succedere.

Si ringrazia ufficialmente il farneta resort per la bellissima giornata e si fa sapere che torneremo, implacabili come cavallette.

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il filo dei panni

il filo dei panni di mia nonna è un grosso cavo elettrico, che dalla capannina delle legna va fino a un palo piantato sul poggio.

per tenerlo teso usava una forcella di ramo d’albero, e così ho fatto anche io, prendendo un ramo che andava potato del nocello del giardino, quello accanto al pozzo.

così, ieri, tornando dalla piscina, ho messo sul filo le nuove bandiere.

asciugamani, costumi, accappatoi grandi e piccini.

a sventolare in giardino e a dire: “questa casa vive”.

i panni al vento sono la cosa più bella che si possa vedere in un campo.

file di mutande e calzini, lavatrici a tinta unita, lenzuola di campagna a fiorellini che sfiorano i fili dell’erba.

per anni ho steso i panni in casa.

a lussemburgo avevo un piccolo giardino condominiale ma pioveva sempre.

a dresda neanche quello.

a lucca stendere i panni su un filo è vietato dal garbo cittadino. si sa che a lucca i panni si lavano in famiglia.

solo a farneta ho sempre steso i panni fuori.

e adesso, ogni volta che potrò, anche da nonna, tenendo il filo teso con una forcella di nocciolo, davanti a un melograno, e con la lavanda che inizia finalmente a crescere.

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la luna sopra berlino

ieri ho conosciuto luna.

che è una bimba.

molto, molto bella.

e che vive a berlino, col suo babbo krucco e la sua mamma pisana (interessante, no?).

ha la stessa età del principe e si assomigliano molto infatti.

lei bionda e lei bruno, lei chiarissima e lui color caffellatte, lei prudente e lui scavezzacollo, lei che dice “babbu” e “ciao!” e lui che parla solo con gli occhi mentre con la bocca dice “tagatanganatagna!”

luna

si sono tenuti per mano, si sono guardati, si sono scambiati bave, sguardi e sorrisi.

due bimbi a cavallo sul mondo, che impareranno a sentirsi a casa ovunque, che impareranno le lingue degli altri, che sapranno che è la diversità a rendere la vita interessante, che, se lavoreremo bene, saranno aperti, senza pregiudizi, senza facili parole d’ordine.

 

auguro al piccolo principe e alla piccola luna di crescere come cittadini del mondo, sogno un giorno nel quale lui e luna si guarderanno indietro, magari sorridendo davanti a vecchie foto in altalena e, ragazzini fra ragazzini, uomini fra uomini, non dovranno pensare mai di dover temere di viaggiare, conoscere, scoprire.

in questo istante leggo di nizza.

e non cambio idea.

 

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