Paure notturne

Sono stata una bimba molto paurosa.

Di paure assurde, immotivate, spesso ridicole.

E per questo le mie paure avevano scarsa cittadinanza.

Via! Ma ti pare! Spegni la luce e dormi!

E io tentavo di addormentarmi con mostri che vivevano sotto il letto, scheletri dietro la tenda, assassini in agguato dietro la porta.

Così, quando il piccolo mi ha chiamato stanotte e mi ha detto di avere paura di Shere Khan, la tigre del libro della jungla, ho cercato di avere tutto il rispetto possibile di questa piccola, spaventosa, paura.

Gli ho detto che era di carta, e che faceva solo finta di essere cattiva, e che viveva lontano lontano.

Ma soprattutto gli ho detto che lui era più forte di Shere Khan, e che, se voleva, le poteva fare le coccole e la tigre avrebbe fatto le fusa come il gattonero.

Ha riso, si è messo un dito in bocca, vestigia di quando in bocca ne metteva cinque (quattro di una mano e una dell’altra) e si è riaddormentato.

E io ho coccolato questo bimbo, che sta crescendo, e da girino diventa ranocchia, in quest’estate che corre come un treno.

E ho ripensato alle mie vecchie paure, così inconsolabili, terribili, notturne.

Le ho coccolate tutte, una a una, l’assassino, lo scheletro, i mostri bavosi sotto il letto, e mi sono addormentata accanto a Mowgli.

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Sotto a un pino gigantesco

Abbiamo cenato sotto a un pino gigantesco, uno di quei pini borbonici, domestici, da pinole (a Lucca i pinoli sono pinole, o metteteci un toppino), dal tronco largo e lungo, i rami come dendriti, la chioma come una testa ricciuta di ragazzo.

Le cicale impazzite di caldo, la corteccia ruvida di chi si può permettere un brutto carattere, la luce del tramonto che lo rendeva leggendario.

Amo i pini così.

Starei ore a guardarli, a leggere ogni nodo, ogni ramo, ogni frattura; a guardare come il sole li cambia ogni minuto.

Sono alberi gentili e generosi, sotto si possono raccogliere pinole nere di caligine, da cercare impeciandosi senza rimedio e da spaccare con un sasso sopra a un muretto, insieme a un nonno, un cugino, un complice insomma.

Sono gli alberi della Toscana profonda, spersa, a sud, fra il mare e Roma, che tolgono il fiato ai nobili e longilinei cipressi, sono gli alberi da buoi, da lavoro polveroso, da bicchieri di vino e da pane e cipolla.

A guardare la loro bellezza, che nasce dal trasformare la morte in sostegno per la vita, viene da pensare che le brutture del mondo passeranno, sotto la loro chioma altissima, che sarà difficile, duro, ingiusto, ma passeranno.

E un giorno questa terra di Toscana ritroverà il suo spirito perduto, ricorderà chi era e chi è stata.

Ricorderà i suoi figli partiti, le loro grosse mani da lavoratori, i folti baffi e i cappelli di paglia.

E ci ritroveremo, sotto un pino così, ad ascoltare musica, a chiacchierare e a litigar su Dio.

Sarà bello.

Sarà di nuovo bello, come te.

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Tiferò Francia

Difficilmente ho tifato Francia.

Come con fatica e raramente ho tifato Germania.

Il motivo è molto semplice: sono i paesi dove vorrei vivere, che per tante cose ammiro e che, quando critico, mi rendo sempre conto che c’è qualcosa da imparare.

Per cui, per una sorta di sciovinismo irrisolto da migrante o da aspirante tale, sono calcisticamente antifrancese e antitedesca, come certi film di Alberto Sordi in bianco e nero.

Vivrei mai in Croazia?

No.

Mai sognato di vivere in Croazia in vita mia.

Da piccina, la Croazia, neanche esisteva.

Un croato, una volta, mi ha fatto battere il cuore, Goran Ivanišević, era il tennista più bello della mia adolescenza, ma non mi basta per sentirmi croata.

Mi sono sentita spesso francese invece.

Ho amato e amo quella loro lingua barocca, dai boccoli come il re sole, amo Parigi e amo il nord, e amo, alla follia, il sud della Francia.

Ho passato tutte le estati della mia infanzia nell’est, sulla montagna più verde del mondo, con les vaches sotto la finestra.

Amo pure le chiocchiole col burro e il prezzemolo. Figuratevi.

E domani, tifare Francia, sarà un pochino come tifare il mondo, per la gamma dei colori dei polpacci, per le acconciature dei capelli, per dire al mondo intero che chi è diverso e si mette insieme è più bello, più forte, più popolo.

Perché signori miei, un popolo non ha un solo colore.

E poi, diciamocelo, con quelle maglie a quadretti sembrano lo scaccopardo.

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Amatissima

Sto leggendo, con colpevole ritardo sul regalo ricevuto per i miei quarant’anni, amatissima, di Tony Morrison.

Un libro molto bello, dal periodare sincopato come certi brutti ricordi, quando salgono alla mente come singhiozzi, e saltano da un incubo al successivo.

È ambientato nell’America dallo schiavismo, quando le persone erano oggetti, comprati, venduti, uccisi, torturati.

Non nasconde nulla, perché nulla c’è da nascondere.

A volte fa tremare le gambe.

A volte racconta cose lontane e tremendamente vicine.

Mi chiedo se l’unica sponda che sia rimasta, non alla sinistra, ma al buon senso, in questo paese, non sia uno sforzo culturale.

Leggere.

Far leggere.

Leggere a voce alta.

Scrivere.

Studiare.

Imparare.

Insegnare.

Ho comprato sulla spiaggia due libri, a un ragazzo senegalese.

Nel comprarli mi sono sentita quasi una resistente.

Per i due biscotti mangiati insieme all’ombra.

Per aver comprato libri.

Per aver ascoltato i suoi consigli su quali leggere.

Uno è per bambini.

L’ho preso al piccolo.

Glielo ho letto.

Già una decina di volte.

Lui mi ferma, mi chiede cosa vuol dire “di soppiatto”?

E io penso che ogni parola che gli insegno è una piccola difesa da questo barbarico mondo.

Penso che a leggere Facebook prenda male.

E che fuori sia pure peggio, perché almeno, su Facebook, quasi tutti gli amici che hai li conosci e li scegli.

Penso che se c’è una via d’uscita a questa tragedia, la via passa per le righe stampate di un libro, di un articolo di giornale fatto bene (come sono rari, mio dio, quanto sono rari).

Regaliamo libri.

Lasciamoli dentro ai bar.

Leggiamoli a voce alta in treno.

Leggiamoli ai figli, ai mariti, agli amici.

Studiamo.

Tanto.

Di più.

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Uccellini

Il piccolo vuol sapere tutta la storia.

Allora tocca raccontargliela cento volte, perché quando una storia a lui piace, la vuole sentire a nastro continuo.

Gli uccellini fanno il nido.

E poi?

La mamma fa le uova e ci si mette sopra delicatamente, si chiama “covare”.

E poi?

Quando gli uccellini sono pronti per nascere, rompono l’uovo col becco ed escono.

E poi?

Poi appena nati non sanno fare nulla, solo mangiare, e così gli portano da mangiare, loro mangiano e crescono.

E poi?

Poi quando sono pronti per volare prima provano un po’ a saltelloni, poi spiccano il volo.

E poi?

E poi, dopo un po’ costruiscono il loro nido, ci fanno le uova e così via.

So ist das Leben, dicono i tedeschi.

Così è la vita, gli dico io.

E camminiamo per mano, io e il mio uovo arrivato da un’altro nido, cucula al contrario, io e il mio innesto di vita, io e il mio soffio d’aria.

Sta imparando a volare, per fortuna i piccoli di uomo crescono molto più lentamente degli uccellini, e io mi godo le sue gambe secche scalcagnare per la strada polverosa e la sua mano nella mia.

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Di nasi, sorrisi scuciti, mamme ansiose e vecchi ricordi

Faccio parte di un gruppo on line dove i genitori di bimbi con la labiopalatoschisi si raccontano.

A noi aiutò molto all’inizio, vengono messe le foto dei bambini prima e dopo l’intervento (è un gruppo riservato), vengono raccontate ansie, gioie, dolori, dubbi.

Stamani una mamma ha raccontato di piangere di notte, perché i bulli a scuola prendono in giro suo figlio, per l’aspetto strano che ha.

Diversamente da quello che molti si immaginano, i bimbi con la lbs non hanno la bocca storta e forti cicatrici, ormai la chirurgia estetica fa davvero miracoli.

In realtà, quello che continua a sembrare strano, innaturale a volte, comunque fuori standard è il naso.

Il piccolo in particolare non aveva quasi setto nasale, per cui gli hanno veramente fatto un capolavoro per costruirgli un nasino che assomigliasse a un naso vero, ma è evidente che la strada è ancora lunga e che ci sarà da ritornarci sopra, così come per le gengive e i denti anteriori che, ahimè, stanno latitando.

Il risultato è che molti pensano sia andino, messicano, marziano, e anche i bambini adesso iniziano a chiedergli dove sia nato, perché ha davvero un aspetto peculiare (secondo me bellissimo, ovvio, è il mio scarrafone…).

Ho cercato di trovare le parole per consolare quella mamma sconosciuta, preoccupata delle scuole medie, dei bulli e dell’idea che suo figlio può avere di se stesso, ho cercato di trovare le parole raccontandole di me.

Anche io sono cresciuta con uno strano naso in mezzo alla faccia.

Anche io pensavo che quel naso fosse il centro del mondo, il meridiano zero e l’equatore in un solo viso, anche io pensavo che quel naso raccontasse tutta me stessa, mi racchiudesse e mi descrivesse.

Vedevo solo lui.

E come potevo chiedere agli altri di guardare qualcos’altro?

Ho smesso (quasi) crescendo, invecchiando, amando, essendo amata, e aggiungendo ogni volta un pezzo al mio naso di parti di me.

Come un albero di Natale ci ho aggiunto gli occhi, il sorriso, la fronte, i capelli.

Le orecchie, il collo e le spalle.

Le tette, oh, le tette!

E poi la pancia, i fianchi, la schiena, il culo, le gambe e i piedoni.

Tutto attaccato al naso.

Poi, un giorno, quell’ insieme di pezzi sono diventati me.

Caro bimbo sconosciuto, tu non sei il tuo naso, sei un universo di cose bellissime delle quelli essere fiero.

E ti rivelo un segreto: un giorno, sarai fiero anche del naso, perché sarà un pezzo di te.

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Da solo

O quasi.

Spiato, da lontano, senza farsi vedere.

Il piccolo gioca in cortile, con altri bambini arrivati per le vacanze.

Senza pannolino, con la maglietta impataccata di melone, fa, anche lui, parte del branco di cuccioli.

E la bambina che mi è rimasta dentro lo guarda invidiosa, lei, incapace com’era di fare nuove amicizie, guarda questo alieno arrivato dal cielo, che parla senza sosta, gioca senza tregua, si difende dai prepotenti, fa il bischero con le bambine, ama la vita come un cocomero maturo.

Grida come un uccello, esulta come a un mundial, si gratta il sedere senza pudore.

A volte mi piace immaginare cosa avrei detto, pensato, fatto, se invece di quaranta, gli anni fra noi fossero stati due, se lo avessi conosciuto all’asilo, a fare un disegno, in biblioteca, a leggere un libro.

Forse sarei fuggita lontano.

Forse l’avrei guardato ammaliata.

Sicuramente avrei taciuto.

Tanto ci sarebbe stato lui a parlare per tutti e due.

Sai mamma che c’è un cavaliere imbranato che conosce i leoni e le zebre? Vuoi sapere la sua storia?

Chi te l’ha raccontata?

Io, da solo.

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