tema: la ruspa

di principe A.

oggi, nel giardino della bisnonna ida è arrivata una ruspa.

non solo una ruspa, a dire il vero, è arrivato anche un furgone, ma il furgone non è interessante quanto una ruspa, specie se gialla e con benna escavatrice.

io e babbo siamo andati subito a guardarla, credo che babbo abbia usato me come scusa, ma non importa, anche se so dire soltanto “tatata” l’ho detto con buona convinzione e gli operai hanno creduto che l’interessato fossi io e non babbo, che invece sbavava come un bimbo piccolo.

dopo poco è arrivata anche mamma, e si è messa a guardare la ruspa anche lei, anche se, secondo me, ha guardato più il ruspista, della ruspa, ma babbo non ci ha fatto caso, perché quando c’è di mezzo una ruspa non capisce più una benna.

ruspa e furgone erano lì per aggiustare un contatto del telefono che era saltato per il temporale, non saprei dirvi cosa sia esattamente un telefono, ma pare che sia una cosa piuttosto importante, perché tutti si fermavano a chiedere quando sarebbe stato riparato.

io intanto mi godevo di stare in braccio a babbone, che a me, per ora, di una ruspa interessa il giusto, ma di babbone mi interessa assai, e ogni scusa è buona.

 

 

Pubblicato in Uncategorized | 3 commenti

atto secondo

e così è arrivata, col suo scanzonato accento pisano, anche la chiamata del vice gattone, per annunciare la seconda operazione del principe: ricovero 11 maggio, operazione il 12. chiusura del palato e, forse, seconda rinoplastica.

andrà tutto bene, ne sono più che certa, lui sarà bravissimo e soprattutto loro, i maghi micioni, saranno in gamba come sempre.

ma che vi devo dire… per un po’ mi ero dimenticata che sarebbe accaduto di nuovo.

il fatto è che adesso so di cosa si tratta. so delle notti, dei giorni, dei punti, del sonno, il nostro, e soprattutto il suo, rivoluzionato, incasinato, confuso, spaventato.

e forse sono matta, ma da febbraio ad ora mi pare di avere fra le braccia un bimbo cresciutissimo, consapevole, presente alle cose, non più un bebé che a dieci mesi ne dimostrava sei.

adesso il suo anno di vita è tutto lì, nei sorrisi, nei tentativi di parlare, di giocare, di stare con le persone e farsi valere, notare, coccolare.

ma poi penso anche al giorno che potrà mangiare un pezzettino di frutta, un biscotto, un pochino di pastasciutta della nonna, una polpetta, un pomodoro dell’orto.

e non le solite sbobbone frullate che gli devo propinare adesso.

penso che al nido dove andrà a settembre potrà mangiare quello che mangiano tutti, penso che potremo andare in piscina e al mare.

penso che passerà.

passerà.

 

 

Pubblicato in Uncategorized | 7 commenti

muratori

A me e al piccolo tamerlano piacciono i muratori.

Intanto perché mi piacciono le persone che sanno fare qualcosa, facendo comparire qualcosa che prima non c’era, mio nonno era un muratore, di quelli ammodo, di quelli col berretto di carta, le mani sporche e le soluzioni pronte per ogni problema, e poi perché sono di solito omacci tremendi e a me, gli omacci tremendi che mi dicono “bimbaaaa!” quando passo mi garbano da morì.

Al piccolo tamerlano piacciono perché a lui piace chiunque faccia qualcosa, specialmente con attrezzi della più svariata natura.

Così, ieri pomeriggio, ci siamo messi tutti e due come due bambini a guardarli, i muratori sotto casa.

Stavano preparando un muro per l’intonaco, nel palazzo di fronte.

Erano tre, credo albanesi, il preciso, lo zitto e l’artista.

Fra i muratori devono sempre esistere questi tre caratteri, il preciso e l’artista finiscono sempre per litigare e lo zitto, col suo saggio silenzio, interrotto solo da poche diplomatiche parole, spesso estrapolate da qualche canzone o proverbio popolare, mette di nuovo l’accordo nel terzetto.

Il preciso lo vedi costantemente con la scopa o un cencio in mano, a limare, livellare, spazzare, ripulire gli sbaffi suoi e quelli altrui.

Lo zitto nel mezzo, lavora, con la sigaretta in bocca e non rompe i coglioni.

L’artista, lui non sta zitto. E per questo mi sta simpatico.

L’artista fischietta. Costantemente. Quello di ieri in particolare fischiettava un medley assurdo e improbabile fra “The Rhythm of the Night” e “Toreador” dalla Carmen.

Aveva i pantaloni così bassi da mostrare l’elasticone delle mutande con scritto “Ugo” e metteva la calcina con l’aria di chi sta dipingendo, sovrappensiero, la Cappella Sistina.

Il principe era rapito.

Io anche.

Anche se, un vero artista muratore, dovrebbe cantare l’intramontabile canzone che cantava mio nonno:

“besameeeeee… besame el buchooooooooooo!!!!”

(mio nonno era lombardo).

Pubblicato in Uncategorized | 2 commenti

un angelo

volevo parlarvi del lavoro. del primo maggio e di due o tre cose che penso.

ma le ho ancora tutte ingarbugliate nel cervello, per cui ve ne parlerò nei prossimi giorni.

vi racconterò invece di un angelo sceso dal cielo.

lucca, un pomeriggio di sole, col principe in macchina a cercare parcheggio. di solito non guido spesso, e da quando è arrivato l’armeno del mio cuor ancor meno, ma eravamo lì, io e lui a cercare di trovare un posticino dove abbandonare la macchina e andarcene in santa pace a fare merenda e la cosa non si annunciava facile.

dopo alcune giravolte, manovre, ricerche infruttuose, piazzette, anfratti e vie del centro storico intasate e con i posti tutti presi, in piazza de’ servi, al terzo tentativo ne abbiamo trovato uno.

a lisca di pesce.

cosa chiedere di più dalla vita?

l’unico problema era rappresentato dalla fila di macchine di fronte, che pur non impedendo il parcheggio, lo rendeva di difficoltà leggermente superiore allo “0”, livello massimo consentito di difficoltà per lucettina.

così mi sono girata. ho guardato il bimbo e ho detto: “ora amore un pochino di pazienza, che mamma parcheggia”.

e l’ingrato ha riso.

che mamma incompresa…

mentre ero impegnata nella prima di quelle che pensava sarebbero state due, al massimo tre e invece si sarebbero rivelate ambarabadue, manovre, un vecchio su un audi si presentava per passare.

“aspetterai, vecchio…” ho sibilato.

e ho continuato a fare le manovre per entrare.

avanti un po’ storta.

tutto indietro.

bipbipbip! gridava la macchina.

di nuovo avanti, meno storta.

di nuovo indietro.

bipbipbip!

avanti moltissimo storta. di nuovo indietro.

bipbipbip!

e il vecchio si accendeva una sigaretta.

io sudavo.

il principe rideva.

feroce tamerlano che non è altro.

avanti di nuovo.

di nuovo indietro tutta con lo sterzo girato.

bipbipbip!

alla fine è arrivato.

sotto forma di passante.

due ali splendenti uscivano da dietro la giacca.

in mano una spada.

nell’altra un manuale di geometria.

ha sorriso.

mi ha chiesto: “deve entrare o deve uscire?”

e io sudata, tesa, sfinita: “entrare…”

“bene. allora guardi, venga col muso esattamente qui”. e, indicando il punto con l’indice  ci si è messo con i piedi.

e io l’ho fatto.

“bene. ora sterzi tutto”.

e l’ho fatto.

“faccia marcia indietro”.

e magicamente ci sono entrata, con tutte e quattro le ruote contemporaneamente, in un sol colpo.

tamerlano rideva come un ingrato.

siamo scesi per ringraziarlo, ma l’angelo era già volato via.

 

 

Pubblicato in Uncategorized | 3 commenti

bofonchi

a casa di mia nonna c’è un vecchio stallino per maiali che era usato invece da mio nonno per mettere a letto “le nanine” (galline nane).

negli ultimi anni era stato sommerso dalla vite americana, così ci siamo messi a cercare di recuperarlo.

taglia, strappa, bruca, alla fine sono rispuntate le porte, le finestrine, il truogolo.

e, aprendo lo sportello di una finestrina, è apparso un nido di bofonchi grande come una palla da bowling.

i bofonchi sono i calabroni, (Vespa crabro secondo il caro linneo), sono enormi, fanno molto rumore, molta paura e molto male.

fin da bambini siamo così abituati a temere i bofonchi che la visione dell’alveare, con ogni probabilità vuoto, mi ha fatto salire il cuore in gola e ci ha fatto allontanare come da una bomba pronta a esplodere.

giusto per non sbagliare, piano piano abbiamo chiuso lo sportello e vedremo il da farsi nei prossimi giorni.

i bofonchi in qualche modo svegliano la paura vera, quella di quando sei piccolo e non hai altra scelta che correre.

in un momento ti rivedi d’estate, o fuori o in casa a guardare la televisione mentre arriva un bofonchio e i grandi ti chiudono da un’altra parte e iniziano a compistare con granate (a lucca sono le scope, non pensiate che usiamo bombe contro gli insetti), scarpe, o l’intramontabile Flit (detto “il flitte”).

mentre guardavamo il nido di bofonchi e tutte queste cose mi attraversavano la schiena, HDC mi diceva che non c’era da aver paura perché era sicuramente vuoto, io sentivo un ronzare lontano.

zzzz….

che si avvicinava….

zzzz…

e mi chiedevo quanti fossero, i bofonchi in avvicinamento.

zzzz….

sempre più forte, sempre più vicino.

zzzz…

poi la mountain bike è passata e io mi sono sentita un po’ scema ma felice.

 

Pubblicato in Uncategorized | 8 commenti

gite scolastiche

(il post di stamani è un tentativo: sono le otto e venti, mi sono appena svegliata perché stanotte non ho dormito molto e mi sono svegliata tardi, scrivo questo post sperando di finirlo prima che il principe si svegli, se lo vedete “troncato” è perché sono dovuta andare da lui)

col principe la mia attività principale è la spingitrice di passeggino gestatorio su e giù dalle mura cittadine.

il sonnellino del mattino, quello del pomeriggio e le due passeggiate “prodromiche” mi portano ad allenarmi per la specialità olimpionica di spingitrice dalle tre alle quattro ore al giorno. sono in forma smagliante ma sono anche un po’ cotta.

ormai aprile si sta avviando verso maggio e le gite di scolaresche diventano ogni giorno più numerose.

alle già onnipresenti classi di adolescenti francesi (mai tanti come quest’anno, non so come mai) che girano per la città con gli occhiali da sole e la faccia sfavatissima, si sono aggiunti gli adolescenti italiani: urlanti, coloratissimi e in gruppo come le locuste.

appena li vedo il primo pensiero è quasi sempre un “grunf” alla dinamite bla, ma poi ci ripenso, ricordo le mie, di gite scolastiche, con la scheda telefonica da cinquemilalire in tasca al posto del cellulare, con la macchina fotografica a pellicola, al posto del cellulare, a mandare cartoline col francobollo al posto del cellulare, con la cartina in mano al posto del cellulare.

mi chiedo come siamo sopravvissuti…

quando il grunf cede il passo alla tenerezza ricordo i miei assurdi capelli, le scarpe di due colori diversi, le felpe inguardabili, le crisi perché le amiche sedevano accanto ad altre, le canzoni sul pullman (sapevatelo: ai miei tempi c’era il trottolino amoroso e dududadadà, ero asociale per un motivo), i pantaloni nuovi comprati apposta.

alla fine non eravamo molto diversi da questi qui, anche noi si vociava, si correva, si rideva, eravamo sciocchi e sciagurati.

e la primavera ci riempiva la testa e il cuore di un vento impetuoso che ancora non sapevamo domare.

(scusate, sono le otto e mezzo e si è svegliato! buona giornata a tutti!)

Pubblicato in Uncategorized | 1 commento

voglia di germania

è arrivata così, senza troppo motivo, credo perché nello spazio veloce di qualche ora siamo passati dalla primavera all’inverno, come mi succedeva quando prendevo un aereo e dopo un rimbalzo a monaco o a francoforte arrivavo a dresda di sera indietro di due mesi sul calendario delle stagioni.

e mi è parso perfino di sentire odore di bratwurst in piazza san giovanni, e invece erano polpette, mi è parso di vedere un  troedel (robivecchi)  e invece era un negozio di antiquariato per ricchi bolsi.

e ho iniziato ad ascoltare i turisti che passeggiavano per la città, coi pantaloni corti e le magliette, perché sono in italia e in italia fioriscono i limoni e fa caldo, per cui si sta leggeri.

ho spiato i commenti sui negozi bellissimi ma troppo cari, sul cibo buonissimo ma troppo caro, sugli aperitivi buonissimi ma troppo cari.

mi è venuta voglia di partire, per vedere weimar, non ho mai visto weimar, o per tornare a casa dalla mia giraffa, o anche un’altra città, una qualsiasi altra città tedesca, dove bofonchiare sul tempo di merda, sul cibo di merda e su quando sia comoda, pratica e robusta la vita in germania, come un paio di birkenstock.

e di insegnare al principe che ogni posto sa essere inferno e paradiso, dipende da che parte lo guardi, dipende da te, dipende dallo sguardo che posi sulle cose e sulle persone.

 

 

 

 

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento