Festa di paese

A Lucca c’è una bella collina. Si chiama Montecatino e da lì si vede il mondo.

Si vede il cerchio di alberi e mattoni che trattiene la città, si vedono le torri, si vedono i paesi, altre colline, pianure e perfino il mare, se il cielo è gentile.

Le persone che abitano intorno alla collina le vogliono un gran bene, si sono organizzate e ogni anno fanno una festa per ricordare a tutti quanto quel posto vada protetto, come tutte le cose belle.

E la festa è fatta di bambini, di musica, di pane e prosciutto, di torte coi becchi, di vecchie col bastone, di genitori scarmigliati e felici.

Come ogni festa che si rispetti c’era anche il tiro alla fune, il primo tiro alla fune del piccolo, che non ha smesso, per un bel po’ di urlare Tira! Tira! E c’era, per i più grandi, anche la corsa nei sacchi.

Al tramonto siamo venuti via, col piccolo nello zaino e le gambe rilassate nella discesa sassosa.

Però mi sono portata in tasca un po’ di bellezza, un po’ di voglia di stare insieme, un po’ di sana e normale umanità, che esiste ancora nonostante il mondo intorno diventi ogni giorno più vecchio, bilioso, attaccabrighe e violento.

Esistono persone che saltano dentro un sacco di juta e ridono con in mano un bicchiere di vino.

Si chiamano gente ed è molto più bella di quello che vogliono farci credere.

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Ho visto

Ho visto tedeschi enormi e ubriachi abbracciare piangendo di gioia minuscoli turchi delusi, alla fine di una semifinale di calcio.

Ho visto la nipote italiana di un fascista e il nipote tedesco di un nazista andare in Francia, al cimitero, a rendere omaggio ai caduti volontari della Repubblica nella guerra di Spagna.

Ho mangiato cous cous a casa di un ebreo iraniano a Digione, sposato con una cattolica di origine italiana.

Ho comprato un costume da bagno con una ragazzina musulmana.

Ho ascoltato un quartetto kazako nella chiesa di farneta.

Ho ospitato nella mia camera di ragazzina degli sciamani sudamericani.

Ho parlato di sesso omosessuale a un prete molto paziente.

Mi sono fatta raccontare la storia di Ganesh in un ristorante a Chandigar.

Ho amici di ogni religione, di ogni paese, che bevono il cappuccino col cacciucco, che si portano la moka in vacanza, o che dicono il rosario per la novena.

A ognuno di loro voglio un gran bene.

E non smetterò mai.

Non smetterò mai di viaggiare, di imparare, di conoscere, di amare.

Non ci avrete, terroristi, razzisti, intolleranti, violenti, odiatori del mondo tutti.

Non ci avrete mai dalla vostra parte.

¡No pasarán!

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Culo di gomma famoso meccanico

Da qualche giorno ascoltiamo in macchina sempre la stessa canzone.

Scelta dal principe, cantata a squarciagola da chi sia abbastanza allegro per farlo.

Buffalo Bill è la canzone preferita del piccolo e io non posso che esserne felice.

Per anni me la sono cantata nella testa, pensando ai miei vent’anni passati come un treno a vapore, alla prateria da contemplare vagando con la mente in compagnia di un amico (e quello perfetto per queste cose era, senza alcun dubbio, il Citti), pensando al mondo che cambia, al dover capire la differenza fra bufalo e locomotiva, a dover scegliere fra la vita e la morte e scegliere l’America.

E quindi la rimetto ogni volta volenteri, la versione da banana repubblic, col coro iniziale che ci esalta come bambini e che lo fa ridere come un matto.

Ooh ooh ooh!

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Nel letto gande

Da qualche giorno vuole dormire nel letto “gande”.

E a me, signore e signori della giuria, non dispiace affatto.

Così insisto per dovere di personaggio a metterlo ogni sera nel suo lettino, a provare a convincerlo, a dirgli che c’è Norso, che ci sono La Bimba e La Mucca, e anche lui ci prova, onestamente. Si mette giù, gli canto qualcosa, gli parlo piano.

A volte funziona.

A volte si alza in piedi e mi chiede “in baccio… letto gande…”

E io, signore e signori della giuria, sono felice.

Perché una mamma adottiva conquista l’ovvio ogni giorno, perché una mamma adottiva, anche la più solida, anche la più sicura, ha bisogno di conferme.

E tuo figlio che ti si addormenta addosso è la medaglia che sogni da una vita, la coppa dei campioni, la coccarda da appuntarsi al petto per andare in giro fiera come un pavone.

Così ci si addormenta, mano nella mano, sincronizzando il respiro, crescendo e insieme fermando il tempo per un pochino.

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Sulla strada

La strada che da Dijon riporta a Pontarlier è fatta di sole radente e orecchie calde di stanchezza.

Una giornata splendida, ritrovando vecchi amici, il loro indimenticabile sorriso, la cucina internazionale e i vini di Francia, nettare degli dei.

Dijon è minerale di pietra bianca, rosa e grigia, di arenaria scura da cattedrali gotiche e affascinanti.

La strada è morbida, verde, dal cielo lavato di fresco, le nuvole fatte di panna ghiacciata e le ombre lunghe delle vacche dormono nei prati.

Anche il principe dorme, stremato dal troppo divertirsi, dal troppo vivere, se vivere potesse essere mai troppo.

Io penso piano, alle volte che ho fatto strade come questa, qui, in Lorena, in Lussemburgo, in Belgio, in Normandia o in Bretagna.

Larghe e placide strade, affiancate da verde velluto.

Anche questo è un posto dove vorrei vivere.

Come tanti, tanti altri.

Allora penso che sono tutti i posti che amo, a vivere con me.

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L’intellettuale

Prima di un lungo viaggio in macchina con mio fratello avevamo un sacro rito: la possibilità, in edicola, di scegliere più di un giornalino.

L’occasione era rara e ghiotta, avendo fin da piccoli l’obbligo di condividere le cose, anche Topolino, fumetto sacro della nostra infanzia.

Così io di solito sceglievo un grande classico Disney e lui Più, che aveva sempre un giochino in regalo.

Poi chiedevamo anche il Topolino della settimana, ottenendo tre fumetti, un risultato strabiliante.

Ho quindi portato il principe a scegliere un librino e non ho resistito quando, con la Pimpa in mano mi ha guardato e mi ha detto: “due!”.

Il viaggio è quindi filato liscio, ha dormito e guardato un cane bianco a palle rosse che faceva a gara di velocità con una farfalla e Masha che faceva dannare Orso.

Arrivare qui è sempre un po’ tornare bambini, la franche comté è un luogo del cuore, i suoi prati e i suoi abeti un panorama che ogni volta mi rimette a posto le ossa.

Esserci con thelma e famiglia è perfetto.

Pochi giorni, giusto per scavallare ferragosto, da passare coi calzini e la maglia pesante, assaggiando formaggio e rivedendo vecchi amici, magari davanti a un kir “vin blanc-cassis”.

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A zonzo lui e io

Un’oretta in città, col principe stavolta pulito e vestito bene da san babbo.

E mi ritrovo turista per caso per le strade di lucca, che a guardarle con gli occhi di un bimbo assumono mille altre sfumature.

In via buia la cosa più bella è il cartello “chiuso per ferie” della pizzeria: poggiato in terra e arancione com’è, attira l’attenzione come un magnete, ci è voluto un pochino per convincerlo che no, non era suo.

Non puoi prenderlo!

Lo voio!

Non puoi lo stesso!

Puoi!!!

I negozi con la porta aperta sono un indiscutibile invito a entrare, correre e provare scarpe verdi numero 43.

In via santa Lucia il negozio di DESAIGN che non deve chiedere mai è bellissimo perché “c’è un orso veDDe!”

piazza San Michele è il bimbodromo per eccellenza anche se piazza anfiteatro non scherza.

I buchi dei tombini sono meravigliosi e le biciclette mostri bellissimi.

Lui nota nelle vetrine tutto ciò che è a 30 centimetri da terra.

Praticamente, per quello che ne sa, Lucca vende solo scarpe.

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