Il piccolo bimbo anni settanta

Era successo che era cascato.

Come al solito, mai senza conseguenze.

Nella fattispecie era cascato in una pozzanghera.

A essere precisi, di culo.

Era con la nonna, che l’ha subito portato a casa e cambiato.

Ma con cosa sostituire la maglia?

Cerca cerca…

Cerca cerca…

Quando la mamma scriteriata è arrivata alle otto di sera, a casa dei nonni, ad aprire la porta è arrivato un bimbo che pareva uscito da una delle foto virate seppia di certi compleanni anni settanta, quelle dove i bimbi, già a tre anni, parevano piccoli adulti metalmeccanici della Fiom.

Ve lo ricordate, no?

I pantaloni di velluto con la riga, le gonne scozzesi con lo spillone, la divisa nei capelli da una parte e la maglia beige fatta a mano dalla mamma.

Il principe era stato vestito con una maglia di HDC originale dell’epoca, per la serie “non si butta via nulla che non si sa mai”.

Pareva un ventenne nano.

Un giornalista del tg1 del 1978.

Un brigatista in un astuto travestimento.

Poteva aver lasciato la 500 parcheggiata in giardino e aver messo la radio sotto l’ascella.

Gli mancava il borsello.

E i mocassini.

Era, ovviamente, bellissimo.

Che hai fatto???

Ho fatto ppplash nella pozzanga!

E ti è piaciuto?

Sì!

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Lucettina e la giornata più stramba del mondo

Siccome era Santa Lucia e il sindaco non poteva, mi sono presentata alla messa per la santa siracusana all’ ospedale di Lucca.

Siccome c’ero io, mi hanno chiesto di parlare.

Dopo il vescovo.

Me lo perdevo?

Mi sono lanciata in un’omelia che ha spalancato le porte della mia carriera ecclesiastica: da assessora a vescova in tre rapide mosse.

Finita l’omelia c’era il concerto della banda della folgore.

Che mi aspettavo suonasse, che so, l’inno d’Italia otto volte e poi ci mandasse tutti a fare flessioni.

Invece no.

Signore e signori, la banda della folgore fa STIANTARE dal ridere.

Hanno iniziato con mikey mouse, poi mary poppins, la Pantera rosa e un medley fantastico dai film di Bud Spencer e Terence Hill.

Avrei voluto ballare, ma un uomo utile non c’è mai quando serve.

Foto di rito, poi pandoro e cioccolata DEGLI ALPINI.

Finita la cioccolata sono corsa in ufficio, riunioni frenetiche, due ricevimenti e alle 17.30 di corsa a sentire una donna speciale, Aleida Guevara, figlia del Che e pediatra a l’Avana.

Che ha parlato dritta al cuore, da qualcuno avrà pure preso.

E così, in otto ore sono passata dal vescovo, la folgore, gli alpini, la gente, e Che Guevara.

Niente male, dice si chiami mondo, e a me piace un sacco.

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Cari neroni…

Carissimi,

voi non mi conoscete, mi chiamo HDC e vi scrivo per chiedere qualche delucidazione.

Mi rivolgo a voi, gentili richiedenti asilo, per chiedere informazioni in merito a un volantino che mi è capitato per le mani.

Una banda di ragazzotti tarchiati e un po’ grezzi mi ha assicurato che è tutto vero, che davvero siete interessati al mio lavoro, alla mia casa e alla mia donna.

Ora, sul lavoro non lo so, faccio un lavoro troppo strano e troppo precario perché possa davvero interessarvi.

Sulla casa parliamone, in effetti vivo in una casa di mia madre e non credo riuscirete mai a convincerla.

Ma è sulla mia donna, ecco, sul vostro interesse nei suoi confronti avrei qualche domanda.

Siete sicuri?

Sicuri sicuri?

La conoscete?

Chiacchiera senza tregua, fa dei pipponi micidiali su ogni materia, non si cheta mai.

Davvero volete proprio lei?

Avrebbe da ridire anche su quell’aggettivo possessivo “tua” che i ragazzotti hanno usato nel volantino, figuratevi che lei pensa di non appartenere a nessuno se non a se stessa…

che volete farci, le donne da tempo non ci stanno più a essere considerate nostre proprietà, occorrerà aggiornarli, questi ragazzotti, che qualche decennio è passato, da quando la moglie era proprietà del marito.

Che dirvi… ho l’impressione che chi ha scritto il volantino non conosca le donne, forse non conosca neanche voi.

Se conoscessero voi saprebbero che non è alle nostre cose che siete interessati, non è alla nostra vita, ma alla vostra vita, alle vostre cose.

Se conoscessero le donne saprebbero che non appartengono a nessuno.

Se conoscessero le donne forse le amerebbero.

Se conoscessero voi, forse capirebbero.

Ma per conoscersi occorre volerlo.

Per conoscersi occorre mettersi uno di fronte all’altro, tendere la mano e presentarsi.

E ho il dubbio che questi ragazzotti non siano capaci di restare a testa alta davanti a nessuno di voi.

Vostro,

HDC

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si fa che ero

c’è una cosa che mi diverte tantissimo del giocare col principe.

che lui ti vede, ti riconosce e ti elegge come compagno di giochi vero.

non sono una sostituta perché non c’è di meglio in giro.

come non lo sono le sue nonne, il suo babbo o i suoi nonni.

con ognuno di noi ha la sua relazione, i suoi giochi, le sue specificità.

mi piace giocare con lui perché gli vado bene esattamente così come sono.

l’altra mattina si è svegliato prima, è venuto nel lettone e mi ha chiesto “si fa che ero un pesciolino piccolo piccolo?”

iobono.

diamine.

me lo perdo?

un pesciolino piccolo piccolo nel letto della mamma squalo balena.

aaaaaaaammmmmmmmmmmmmMM!

un pesciolino piccolo piccolo io me lo mangio in un boccone.

e il pesciolino grida, scappa, si tuffa, nuota più veloce che può, ma lo squalo balena lo acchiappa per un calzino, per il pigiama, per un piede e se lo pappa senza pietà alcuna.

e io penso che erano molti, moltissimi anni che non giocavo a si fa che ero.

era da quando la bimba ero io, l’altro bimbo mio fratello e poi chissà chi altro ci sarà stato.

una gara di magia autorizzata, che trasformava chiunque in quello che ognuno voleva diventare.

compreso un pesciolino piccolo piccolo.

compreso una mamma che ancora non ci crede, quanto possa essere grande la felicità.

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Io invecchio e pecco. E va bene così

Il papa, per la festa dell’Immacolata concezione, ha spiegato che noi vediamo la Madonna sempre “giovane e bella” perché, concepita senza peccato, così è sempre stata e così sempre sarà.

Penso alle mie due nonne, morte anziane, e molto vecchie, penso a mia madre, splendida settantenne, e penso a me, con qualche capello bianco, le rughe intorno al naso e agli occhi, e sicuramente molti, molti peccati.

Poi ripenso a Maria, al suo coraggio nell’affrontare un angelo, una gravidanza inspiegabile, il parto al freddo di una grotta, la fuga in Egitto, la vita accanto a un figlio così complicato.

Mai un peccato. Dice il papa.

Peccato.

Dico io.

Peccato perché questa Madonna di plastica, eterna, immutabile, cerea, rinchiusa in nicchie votive illuminate da neon blu, le mani in preghiera è così lontana dalla donna forte e coraggiosa che deve essere stata.

Una donna talmente forte da aver allevato il figlio di Dio, da aver sopportato vederlo morire su una croce.

Una volta, almeno una volta nella vita, avrà pure desiderato aver detto di no.

Avrà pure desiderato una famiglia normale, avrà palpitato d’amore per suo marito, di ansia per suo figlio, avrà pur pensato, una volta, di rimandare al mittente quell’angelo invadente.

E se lo avesse fatto.

Se Maria fosse stata una donna vera, di quelle donne normali, una di quelle donne siriane in fuga come era lei in Egitto, una di quelle mamme che cercano il loro figlio, come le mamme adottive che frugano l’esistenza per cercare il loro bambino, una di quelle donne che lavorano tutta la vita in una fabbrica di calze, di panettoni, di bulloni.

Una donna che magari per quello che fa viene insultata, diffamata, derisa.

Una donna vera.

Se Maria fosse stata una donna vera, che fine farebbero gli uomini di chiesa?

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Un pezzettino di una bella storia

Sono stata per quindici anni in un partito che conoscevo come casa mia.

Che criticavo, che a volte stava stretto e a volte stava largo, come certi vestiti che ci portiamo dietro.

Ma che era casa.

La fierezza, il senso di appartenenza, di identità, di parte di un tutto, erano alcuni dei sentimenti che mi nutrivano e che nutrivano l’agire.

Sono della generazione dei diritti civili, le grandi battaglie le ho fatte per abolire la vergognosa e clericale legge 40, per i diritti degli omosessuali.

Ero fiera che il mio partito incarnasse con passione queste battaglie.

Poi i nuovi arrivati iniziarono a dire che ero, che eravamo, troppo identitari, che occorreva lasciare certe rassicuranti zone di confort (dubitate sempre di chi parla così), che dovevamo unirci con la Margherita a creare il timone riformista (Piero, non sai quanto abbia desiderato di tirartelo in testa, il timone riformista), che quella casa, che era casa mia, doveva diventare casa d’altri, entrati senza pulirsi i piedi, entrati senza rispetto, cambiando il nome al campanello, togliendo i vecchi quadri, per sostituirli con poster di dentifrici, prendendo il telecomando della tv per sintonizzarla a tutto volume dove nessuno aveva scelto di vedere.

Un disastro.

Me ne andai da casa mia, per tornarci, qualche volta, come ospite imbarazzato, la porta aperta dai nuovi padroni, in mano le paste e una bottiglia di vino.

In bocca la tristezza di chi era consapevole del disastro e era incapace di arrestarlo.

Poi, una sera umida di pioggia mi sono ritrovata a parlare con Pierluigi Bersani.

Non gli ho dato in testa il timone riformista che volevo dare in testa a Fassino, perché quando si rivedono i vecchi amici si dimentica la rabbia e si ascolta volentieri.

Così ho ritrovato un uomo eccezionale, che il paese e il suo partito aveva usato e messo da parte, che forse anche lui, come me dieci anni fa, si è ritrovato sul pianerottolo di una casa non più casa sua e non ha potuto far altro che scendere le scale, chiedendosi e ora?

Diversamente da me, che per dieci anni ho borbottato davanti alla tv, lui ha deciso di non fermarsi, di ripartire da chi, come lui e assai prima di lui, aveva già sceso quelle scale.

Certo, a me adesso, trovare in cortile quelli che avevano scassinato la porta di casa mia un certo effetto lo fa.

La voglia di dire io però cazzo ve l’avevo detto c’è, la voglia di chiedere conto di questi dieci anni passati a borbottare davanti al tg un pochino rimane, la voglia di chiedere almeno un po’ di umiltà e di autocritica a una parte di classe dirigente che adesso si presenta come quella che si è svegliata dal coma e invece fino a ieri era parte della questione, esiste.

Ma questo è il momento del costruire e alla fine quello che conta è dove vogliamo andare e non quello che è successo prima.

Quello che penso sul passato lo terrò in tasca, come conchiglie dopo la mareggiata, ma voglio tenere lo sguardo aperto sulle onde del mare, pronta a navigare.

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amici

Diceva hans Jürgen Jägermeister II (detto Hans) che si diventa amici dopo dieci birre bevute insieme.

Questo naturalmente non implicava che bisognava vedersi dieci volte, potendo esplicare la pratica “birra” anche tutto in una sera, volendo, solo che dopo bisognava andare a casa gattoni.

Succede sempre così.

Inizia l’inverno, inizia il freddo e a me viene la nostalgia di Dresda. Arrivano le cartoline col calendario dell’avvento della Bionda e della Rossa e io mi sento con la voglia di tornare a casa, dalla giraffa, dalla neve, gli scarponi, il Glühwein e il naso freddo.

C’è un antidoto a questa nostalgia in mi minore che mi prende.

Cercare di vivere come se fossi lì, invitare gli amici a cena, scaldare il vino in pentola, apparecchiare su tovaglie inventate per coprire tutto il tavolo, cercare sedie di ogni ordine e grado, accendere le candele e poi aspettare, col principe, sui gradini delle scale, che le voci degli amici divengano i loro volti e i loro cappotti.

E gli amici arrivano, carichi di cose buone da mangiare e di sorrisi, coi figli e coi consorti.

E anche chi non conoscevi beve d’incanto con te le dieci birre di Hans, in un secondo ti pare di averli sempre conosciuti.

E sei felice, come chiede a volte il principe.

E la sera diventa chiassosa e allegra, calda e luminosa.

E quando vanno via, un po’ per volta e tutto piano piano torna quieto, hai in tasca una coccola in più, una carezza, un sorriso, da ricordare e gustare durante il giorno come caramelle.

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