De chet is on de teibol

Abbiamo portato Frida gattonero a casa di nonna Ida.

Gli altri anni non era mai successo, l’andavamo ogni giorno a trovare e durante le vacanze ci pensavano i suoceri.

Quest’anno abbiamo pensato che anche il gatto meritasse la campagna.

Che non ha mai conosciuto, della quale ha una paura pazzesca e non riesce nemmeno a mettere i piedi nell’erba senza essere sopraffatta dalle sensazioni.

Ma spero che presto anche lei capisca dov’è finita, come noi.

Spero che si infili nel gelsomino fiorito come un’abito da sposa, o nella lavanda, come faceva il mio gatto nero da piccola, o sopra il nocciolo, a guardarci cenare.

Spero, insomma, che diventi un gatto come si deve, uno di quei gatti normali, che rincorre topi e lucertole e dorme nascosto nell’ombra di un fico.

Un gatto in ciabatte, scanzonato, curioso, pigro, se vorrà.

Ma libero.

Libero di rischiare, di provare, di annusare, di temere, di andare e di tornare.

Libero di vivere, come dovrebbe essere per ognuno di noi.

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Da grandi

Sabato siamo stati a un bellissimo matrimonio.

Ragazzi giovani, con tanti amici e parenti felici, un bel posto, al fresco, con i bimbi che potevano giocare liberamente, che se c’è un prato, due alberi e venti bimbi, non c’è bisogno dell’animazione, i bimbi sanno sempre animarsi da soli.

Durante la cerimonia abbiamo conosciuto una bellissima trentenne, di origine indiana, adottata a pochi mesi a Firenze e madre di un’ altrettanto bellissima bambina.

L’accento e il piglio fiorentino, i modi di dire di chi è cresciuto in riva all’Arno, la risata contagiosa, l’amore per il lampredotto.

Quando il piccolo era davvero piccolo, un giorno, il chirurgo, davanti alle nostre paure sulle prese in giro dei coetanei ci disse: crescerà toscano, li metterà a stare.

Da sabato sera capisco cosa voleva dire.

Al nostro tavolo, durante la cena, una famiglia partenopea, i nonni, figlio e figlia, i nipotini. Dei due fratelli, quasi cinquantenni, uno era evidentemente stato adottato, dall’Eritrea, ho pensato per tutto il tempo, per via dei lineamenti eleganti, la pelle e i capelli scuri.

La sorella, tipica partenopea: gli occhi verdi, florida, i capelli con le meches, i gioielli scelti con la cura di chi va a un matrimonio, l’occhio per i figli della mamma del sud, quello che negli stereotipi di ognuno di noi le vuole più attente, più ansiose, più presenti.

Li ho osservati per tutta la cena, cercavo di capire se qualcosa li distinguesse, a parte il colore della pelle, degli occhi, dei capelli.

Ma nulla, napoletani entrambi, fin nel midollo, nell’accento, nelle battute, nella mimica, nella relazione con gli anziani genitori, affettuosa e ironica nello stesso tempo.

Mentre guardavamo il piccolo giocare lontano, loro hanno affrontato il discorso.

Da quale paese viene?

Dall’Armenia, siamo insieme da quasi quattro anni.

Noi dal Brasile, sia io che mia sorella. Abbiamo la stessa identica età ma siamo stati adottati in due momenti diversi.

Mi sono caduti gli occhiali dei pregiudizi.

Entrambi adottati, entrambi brasiliani, un moro e una bionda, un nero e una bianca, occhi neri e occhi verdi. In buona sostanza entrambi brasiliani.

In buona sostanza entrambi napoletani.

Felicemente adulti, felicemente identici alla loro famiglia, felicemente a brindare al matrimonio di due giovani ragazzi.

Terrò con me per sempre una frase che mi hanno detto sabato sera:

Un bimbo adottato può essere molto felice, perché sa che i suoi genitori l’hanno cercato, desiderato, voluto e rincorso fino in capo al mondo.

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caro bimbo mio

Ciao piccolo,

Dalla piazza di Antwerpen ti ho mandato una cartolina della città, ma la foto che vorrei farti vedere è questa.

Questi, bimbo mio, sono tre ragazzi, di 24, 18 e 23 anni, due sono nati in Belgio, non lontano da qui, uno invece è nato in Afganistan.

Li ho incontrati perché mi raccontassero la loro storia: loro condividono un appartamento non lontano dal centro, insieme a un altro ragazzo, che non è potuto venire.

In tutto sono 160 ragazzi e ragazze, metà nati in Belgio e metà arrivati da minorenni come richiedenti asilo, che partecipano a un progetto di vita indipendente condividendo l’affitto di case che la municipalità di Antwerpen ha messo loro a disposizione.

Non è stato semplice, ci ha raccontato il vice sindaco, qui nelle fiandre l’estrema destra è molto aggressiva e radicale e prima dell’inizio dell’esperimento hanno fatto di tutto per bloccarlo.

Non ci sono riusciti.

Sono nate in un anno molte amicizie, in qualche caso non ha funzionato, in tantissimi casi sì: i ragazzi stranieri hanno imparato la lingua, i belgi la condivisione di spazi con persone molto diverse da loro.

Diverse nel mangiare, nel pregare, nel ragionare.

Parlare con loro mi ha acceso il cuore, ha un po’ consolato il senso di colpa di essere qui mentre tu fai la recita dell’asilo (mamma disgraziata), e mi ha fatto pensare che forse tu vedrai, fra vent’anni, quando sarai un giovane uomo come loro, un mondo più bello, più colorato, dove si sta insieme, si condivide e si racconta, ci si bisbiglia nelle orecchie per decidere insieme cosa dire e si lavano i piatti un giorno per uno.

A me piace immaginarti così, come uno di questi ragazzi, forti, coraggiosi e sereni, allegri e complici, cittadino del mondo.

Mi manchi, ma fra poco torno.

Mamma

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Di Belgio, di vento e di ebrei ortodossi

Sono in Belgio, ad Anversa, dopo un viaggio folle ma divertente così organizzato:

Ore 05.30 partenza macchina verso aeroporto di Pisa.

Aereo per Charleroi.

Bus per Buxelles sud.

Treno per Anversa.

Taxi fino in albergo.

Mi manca solo il traghetto poi ho fatto il grande slam.

Ma, dicevo, sono ad Anversa, a un workshop per capire come fare progetti che attirino fondi europei in città, che senza lilleri si lallera poìno.

E Anversa si lascia guardare, come una bella donna, con la gonna il cui orlo viene leggermente spostato dal vento che di sera porta il sole.

Nel nostro quartiere passano i filatteri degli ebrei ortodossi, i bambini in bicicletta col copricapo, le donne rasate e rimparruccate come le scritture comandano.

Si cammina a piedi e si arriva nel centro che ricorda Bruxelles con le finestre aperte, passando da un parco, varie chiese, monumenti equestri come si confà a una vecchia città d’Europa.

Si arriva al canale, che a ben guardare porta al mare, che a ben guardare è mare anche lui.

Si ascolta la strana lingua di qui, un olandese sporco di fiandra, rotondo e po’ sguaiato, una versione livornese del tedesco.

Abbiamo cenato in un ristorante iraniano e pranzato con un gyros.

Il deputy mayor di Anversa ci ha detto orgoglioso che la sua città ha il 50% di presenze di origine straniera.

Molti sono italiani, i ristoranti sono ovunque, ma tanti di noi sono arrivati qui rincorsi dalla vita e qui hanno trovato tregua, lavoro, famiglia. Anche a loro ha dedicato il suo discorso il sindaco.

Sono in mezzo all’Europa, e mi sento a casa. A casa mia, a casa di tutti noi.

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In moto con sir Pilade

Vi ho già parlato di sir Pilade, consigliere comunale con la passione di aiutare gli altri, così, come se non ci fosse altro di degno da fare al mondo, sorridendo, incazzandosi a volte, molto più spesso lavorando pancia a terra.

Dovevamo andare al direttivo, nome antico, per la nostra piccola grande lista che si ostina, gambero della politica, a non arrendersi alla Corrente.

Me lo daresti un passaggio?

Volentieri, ma sono in moto, tieni, prendi il casco di mio nipote!

Perché sir Pilade è pure un nonno felice, indaffaratissimo e dolce, come ogni nonno che si rispetti.

E così siamo partiti, sir Pilade davanti, lucettina dietro, un po’ tecchia ma fiduciosa.

Ricordati di assecondare le curve!

E chi se lo scorda…

E Lucca ci è scorsa sotto le ruote, ci è passata accanto alle orecchie, intorno ai vestiti, sotto le braccia.

Incapaci di tacere neanche per il tempo del viaggio abbiamo parlato di lavoro, urlandoci progetti di falegnameria per il carcere, famiglie che ospitano altre persone, centri civici, corsi per genitori, ogni cosa possibile.

Che vi devo dire? Questo è il mio mondo, un mondo fatto di Pilade e di molti altri, di gente che con un caldo che abbaia si ritrova in una ministanza ad analizzare i flussi elettorali, fiera del suo sei per cento e che pensa, orgoglio da mosca, di avere la responsabilità di richiamare all’unità, di non arrendersi, di cercare la gente e parlargli e capire come se ne esce da questo guazzabuglio e la risposta è una sola: insieme.

Se ne esce insieme, se ne esce uniti.

Vi aspettiamo, anzi, vi si manda Pilade a prendere con la moto.

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Una festa di popoli

Abbiamo ballato, suonato e cantato.

Baciato gente, ascoltato musica, provato telai, tatuaggi e tè al cardamomo.

Abbiamo imparato qualcosa gli uni degli altri.

Abbiamo applaudito, abbiamo riso, abbiamo pensato.

Abbiamo amato.

Siamo andati via a sera, controvoglia, felici della stanchezza che ti prende quando sei stato bene.

A volte mi rimproverano di concentrarmi troppo sulle minoranze.

Stranieri di ogni tipo, marginali e emarginati.

È vero.

Amo gli stranieri.

Perché sono stata una di loro.

E perché sono consapevole che ognuno di noi è straniero quasi dappertutto.

E perché penso che la civiltà di una comunità si misura dall’accoglienza che riserva allo straniero, anche se poi non vota, anche se poi riparte, anche se poi non conta.

Ho cercato di imparare le lingue del mondo, per poi tornare a casa.

E adesso che ho il mondo sotto casa non vedo perché dovrei trasformarlo in un nemico.

Amo lo straniero. Non me ne vergogno e non lo credo una colpa.

Non per questo amo meno chi mi assomiglia.

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No, woman, no cry

Mi chiamo Brave, coraggioso, lo hanno deciso i miei prima ancora che nascessi.

Sto suonando, stasera, e ballando, in una città di cui non conoscevo l’esistenza, in una vita che mai avrei immaginato di fare, con gente che non sapevo avrei conosciuto.

Davanti a me gente che balla, che muove come può un corpo così diverso dal mio.

Sembrano morbidi, bianchi, come panini appena sfornati, leggermente crudi, di quelli facili da mordere ma che poi non vanno giù.

Sembrano felici.

Ballano e mi ascoltano e non so come sia finita che adesso siamo tutti qui.

Nella lotteria della vita a me sta andando.

Non posso dire male.

Non posso dire bene.

Va.

E questo è un passo avanti rispetto a quello che ho pensato tante volte.

Quando ho pensato di morire.

Quando avrei voluto farlo.

E invece sono qui.E conosco poche parole, ma fra queste carina, signorina, sposami, famiglia.

Ci ho fatto una canzone, una canzone da ballare, a Lucca, che non conoscevo, alla Festa dei Popoli, che li mette tutti insieme e li fa ballare con la mia canzone.

E forse potrei anche sentirmi a casa qui.

Fra qualche canzone.Con un lavoro magari.

E una carina signorina da sposare.

Mi chiamo Brave, e sono coraggioso, perché non ho avuto altra scelta.

Da prima di nascere.

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