Grandi manovre

Il bimbo sulla spiaggia aiuta la meditazione.

Ore e ore senza sosta, senza tregua, a spostare sassi e acqua, acqua e sassi, cercando adesso di prendere un’onda con la paletta, ora di riempire il mare con la sottile ghiaia del bagnasciuga.

E con tutta la serietà del mondo, alla fine non si resiste. 

Si partecipa ai lavori, si lanciano sassi con sapienza balistica, si riempiono secchielli di acqua salata e si guarda come ebeti girare le pale di un mulino in plastica blu, rossa, verde e gialla. 

Ci si appassiona all’esito del vaglio col colino, si fanno scommesse mentali su quanta acqua sarà ancora nella paletta dopo i primi metri, si valuta ogni sasso come il primo di una potenziale collezione infinita. 

Alla fine della giornata siamo salati come acciughe e coi sassi in ogni cucitura del costume, ma ci guardiamo come due architetti di fama mondiale e andiamo verso casa, consapevoli che tutto il lavoro di una lunga giornata non è stato fatto invano, anche se già cancellato dall’andirivieni del mare. 

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Ogliastra

Da sotto l’unico millenario di santa Maria navarrese le cose di Lucca appaiono lontane ma non meno vive. 

A quanto pare il candidato del centro destra vuol portarsi via il pallone, giusto per rispondere ai suoi sostenitori moderati che da qualche giorno invocano una pacificazione cittadina. 

Il piccolo nuota come un pesce, divora pecorino sardo piccante e cresce ogni giorno.

Siamo arrivati ieri, con un traghetto che ci ha portato da un mondo all’altro. 

Io guardo questo mare dove sono fuggita a pochissime ore dalle elezioni e mi riprometto di guardare poco il cellulare, sapendo che non manterrò i buoni propositi.

Ma so anche che la Sardegna ti lava l’anima con l’acqua del mare e te la stende ad asciugare sotto una sughera rugosa.

So che le settimane passeranno prima che possa accorgermene e che la vita va assaporato come un bicchierino di mirto gelato.

Il vento pulirà le orecchie e magari asciugherà la bocca, così da lasciarmi i  silenzio, una buona volta.

Qua tutto è blu.

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Storia di una rosa

Una rosa rossa, regalata per strada, tenuta in mano per farmi compagnia.

L’ho portata al seggio con me, per tenermi la mano mentre contavano i voti.

Aspettando i risultati l’ho regalata e Elena, grande donna e grande compagna di viaggio. 

Poi l’urlo, i canti, gli abbracci, la gioia.

Tutti insieme verso palazzo Orsetti.

Nella sala degli specchi Il sindaco, rieletto, teso, stanco, sfinito e felice, come ognuno di noi. 

Parla alla città tutta, fa ammenda di aver comunicato poco, di aver girato poco, concentrato a rimettere in pari la barca del bilancio sciagurato ereditato. 

Ma vede anche per i prossimi cinque anni abbastanza lontano da costruire, sul piano solido di un bilancio serio, qualcosa per tutta la città, tutta intera.

Una città che altri hanno diviso e strappato, ma che deve tornare una.

In mano, nella mano nervosa e emozionata del sindaco, una rosa, rossa, la mia rosa.

Una rosa rossa per ricominciare a sognare e per realizzare i sogni fatti. 

La dedico a Daniele, e a tutti i miei splendidi compagni di viaggio. Un viaggio che inizia adesso. 

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Pochi giorni

Causa esaurimento batterie ho seguito la campagna elettorale del secondo turno un po’ dalle retrovie.

Avevo urgente bisogno di riposare e l’ho fatto, non me ne pento, ma non nego che aver visto trottare come ciuchini i miei compagni per tutto il territorio mi ha fatto venire più di un senso di colpa. 

A loro va il mio enorme grazie, non come candidata, ma come cittadina. 

In questi giorni di campagna elettorale sporca, avvelenata, direi al limite se non del disonesto sicuramente della decenza, hanno saputo dare un sapore nobile alla parola impegno. 

Hanno battuto le strade casa per casa, hanno fermato la gente ai mercati, hanno pedalato (non solo in senso metaforico) hanno scritto, chiamato, cercato, convinto. 

E una cosa la so: la mia gente è bella gente. Che si rifiuta di pensare “prima i lucchesi” o “prima gli italiani” o scemenze simili. 

Perché prima viene chi ha bisogno, chi è rimasto indietro o chi indietro c’è nato e non ce la fa da solo. 

Perché la mia gente sa che anche nella crisi o ci si salva tutti insieme o non si salva nessuno. 

Perché la mia gente cerca ciò che è giusto, non quello che suscita facile consenso. 

Perché li ho visti, sotto il sole, con le sedie pieghevoli nei giardini, li ho visti sul fiume, nei paesi,  li ho visti sorridere e godere dello stare insieme. 

Per amore, non per odio.

E questo, c’è poco da fare, ci dice che abbiamo già vinto. 

Perché mai diventeremo come loro. 

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Summer

È ufficialmente estate.

Le mani del piccolo sono nere come tizzoni, abbronzate al primo raggio di sole, mentre i piedi sono neri ma di sudicio e divertimento.

Si portano magliette senza canottiere (segno per me inequivocabile, con la vecchiaia ho la autoregolazione di una bodda), si mangiano gelati, si ciabatta non appena possibile fuori dalle scarpe. 

I pessimisti pensano alle giornate che si scorciano.

Io al cielo blu elettrico di farneta al crepuscolo, alle pallonate in corte, al grano ad asciugare, al granturco che cresce, alle more in arrivo (babbo, conto su di te) alla frutta più buona dell’anno, ai tuffi al mare, alla sabbia arroventata, ai capelli lasciati bagnati per uscire di casa, ai viaggi, al mondo in mutande, alle passeggiate serali per il fresco in qualche paesino spero.

Ho voglia di godermela  fino in fondo come una fretta di morombobo maturo. 

Felice estate, siate leggeri, amate e leggete.

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Morombobo

Il morombobo è un frutto “graaaande”.

Fuori è “vedde” mentre dentro è “roccio”.

Contiene un sacco di “chicchini” ma è “bbbono”.

Il morombobo si mangia a fette, che si tengono in “magno magno magnoooooo, magno miaaaaa!” e per mangiarlo ci si sporca come un “pocco iale”.

Poche sono le regole del morombobo, la principale è: “vedde no, roccio sì”.

Mai è tardi per chiedere a gran voce una fetta di morombobo, poco importa che ore sono, ogni momento è perfetto.

Il morombobo è più buono della “tata” e pure del “tato” (questi sono difficili eh).

Il morombobo lo dispensa “babbooooooo!” e solo lui.

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Diversi

Dal giorno del primo turno nella mia città non si fa altro che parlare di diversi. 

Diversi rispetto al colore della pelle, rispetto allo stile di vita, rispetto all’orientamento sessuale. 

E, esattamente come accade per le donne (diverse, sicuramente, anche se siamo la metà) a cui capita SEMPRE di dover spiegare l’8 marzo “come mai allora non c’è la festa dell’uomo” a qualche coglione, oggi tocca spiegare che chi pratica il razzismo, l’omofobia, i sentimenti anti-rom (c’è un nome per questo?) e vorrebbe pure passare da semplice portatore di un’opinione, come se fascismo e antifascismo, razzismo e antirazzismo, odio o rispetto, fossero due facce dello specchio politico, ugualmente degne di essere rispettate, non esprime un’opinione, ma un rutto, un conato, una scorreggia, ma niente di ascoltabile.

Di questo  dobbiamo anche ringraziare vent’anni di anticultura berlusconiana, ma il risultato è un popolo bue, che urla dietro al primo slogan ripetuto un numero sufficiente di volte. 

“Basta migranti”.

 “Prima gli italiani”.

Ma che vuol dire Per davvero?

E soprattutto, ci sono posizioni, che hanno in schifo i concetti di democrazia, uguaglianza, fraternità e libertà che non sono opinioni, non hanno, non possono avere la medesima cittadinanza dei loro contrari.

Ma chi le propugna fa pure la vittima del sistema, esattamente come il maschio allezzito che ci chiede da cinquant’anni: “e allora, la festa dell’omo?”

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