Momenti di bellezza

Ho sentito un concerto ieri sera.

Di archi.

La sinfonia n 2 under the trees di Ezio Bosso.

Violini, violoncelli, contrabbassi.

La sinfonia era un omaggio agli alberi col cui legno si fabbricano esattamente quegli strumenti.

Poco prima avevo sentito Mancuso (Vito) dire che dagli alberi dovremmo prendere esempio per due motivi: perché sono esseri viventi che non si nutrono di altri esseri viventi e perché tacciono.

Lo dirò ai miei studenti, ai quali parlo spessissimo degli alberi, ma ai quali chiedo sempre invece di non tacere (e credo che continuerò, taccia chi parla da troppi anni, non chi ha appena iniziato a parlare).

La sinfonia era suddivisa in 5 movimenti, narrati e descritti da una voce fuori campo che ne spiegava la struttura e il disegno.

Anche il testo era stato scritto da Bosso, faceva parte dell’opera.

Ascoltando la musica guardavo le mani dei musicisti, stregoni incredibili che trovano una nota sul cieco manico dello strumento, che la estraggono con un archetto e la stirano come si tira fuori un coniglio da un cilindro.

Ho sentito l’aria del bosco, ho immaginato la luce fra le foglie, ho sentito i passi di chi ci cammina dentro.

Da tantissimo tempo non sentivo musica dal vivo, non prendevo un momento per la bellezza, non mi fermavo ad ascoltare.

Mi ha fatto bene.

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Ero abituata male

Evidentemente.

Mi raccontavano, da piccola, che l’Unione Europea era nata dopo la guerra e che era la garante della pace in Europa.

Io vivevo, del tutto inconsapevolmente, in un mondo complesso ma sostanzialmente stabile.

Facevo fatica a immaginare una guerra.

Perfino quelle che hanno leccato i nostri confini ci sono scivolate via di dosso.

E lo so che adesso non siamo in guerra.

Ma è la prima volta che temo per il futuro, a quarantasette anni.

Mi chiedo cosa accadrà d’inverno e mi scopro a fare macabre battute sul fatto che ci sarà o meno, un inverno.

Durante il covid abbiamo imparato ad aggiustare le cose rotte, a fare il pane in casa, e che si poteva anche lavorare da remoto.

Abbiamo fatto conserve, marmellate, dipinti, collage.

Adesso è il caso che ci si inizi a organizzare per tenere luci e termosifoni più spenti possibile.

Magari più famiglie decideranno di vivere insieme e di tenere una casa chiusa.

Magari aumenteremo il numero di maglie e di calzini.

Forse smetteremo di andare al ristorante.

Niente, in confronto alla guerra vera.

Alla scatola di denti d’oro che ho intravisto sul giornale e della quale non ho voluto leggere.

Alle case distrutte, alla paura per un figlio lontano, a quella di trovarsi un soldato alla porta.

Le generazioni precedenti hanno avuto i loro casini, la guerra, la crisi dei missili, l’Europa divisa.

Ma credo che questa sia la prima generazione che sta iniziando a realizzare che non andrà meglio fra poco.

I nostri genitori sono cresciuti sulla risalita del paese.

A noi tocca questa discesa che sembra non finire mai.

Ma una ragazzina in una classe stamani mi ha fatto una domanda brillante.

Un’altra mi ha invitato a una giornata sulla sindrome di down.

Un ragazzino ha aiutato il compagno che era stato assente.

E mio figlio dice che essere generosi e gentili è interessante perché è semplicemente più bello che essere avari e scortesi.

Qualcosa deve succedere.

Forse un nuovo movimento, forse nuove idee al vento, forse una mobilitazione civile, non lo so, non lo so davvero.

Ma è urgente svegliarsi, uscire di casa e cercare altra gente.

E una volta trovata parlare e pensare. E guardarsi. E capirsi. E fare qualcosa.

Il problema è che non so cosa.

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In bici verso casa

Alla fine di una riunione politica (faccio ancora parte di quella strana, sparuta, infima minoranza di persone che per fare politica ha bisogno di un luogo fisico, di sedie, di mura, di persone) torno in bici verso casa.

Le giornate sono più corte, il buio arriva all’improvviso e fa altrettanto improvvisamente fresco.

Ma quello che mi colpisce sono gli odori.

Mentre la bici attraversa i quartieri della periferia passo da zone di condomini a zone di campi più aperti, e gli odori cambiano, quasi sembra che suonino.

I campi di ottobre sanno di acqua, di freddo, di buio.

Le strade fra le case no. Loro sono asciutte, più calde, l’aria sembra già respirata da qualcuno passato per primo.

San Vito, la mia infanzia, mia nonna, il forno, il bar, mi scorrono sotto le ruote.

Al passaggio a livello quasi il cambio di mondo, le mura che si avvicinano, le rotonde, il vecchio ospedale.

E le luci del traffico sulla circonvallazione.

Dentro la città odora di fresco solo via del fosso, che scorre accanto a me.

Entro nel cuore della città e scanso tedeschi spersi e cani piscioni.

In pochi chilometri mondi diversi, ognuno con il suo odore, ognuno con i suoi abitanti.

Pedalo verso casa, è ora di cena, qualcuno fa il passato di verdura, da qualche casa esce odore di spezzatino e cipolle, qualche ristorante brucia la carne.

Spengo il naso e i pensieri, sono arrivata, chiudo la bici, salgo le scale.

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Crescere

Al controllo di ieri del pediatra i percentili erano tutti belli carini nel mezzo della curva.

Un bimbo alto come gli altri, un po’ più secco degli altri.

Ricordo quando i punti non erano neanche nel diagramma cartesiano e dovevano spostare lo zero per vederli.

Ricordo quando non arrivava alle maniglie del box.

Quando non stava seduto quando gli altri bambini gattonavano o iniziavano a camminare per la mano.

Quando le tute regalate stavano sempre, inesorabilmente, incredibilmente e ridicolmente troppo grandi.

Quando non trovavo scarpe abbastanza piccole.

Quando non esistevano cappellini che non cadessero sugli occhi.

Era un Pollicino da scatola da scarpe, un bimbo in miniatura, uno di quegli esseri magici che arrivano in una notte, regalati da una fata, e che sconvolgono la vita.

Una creatura da fratelli Grimm, una creatura minuscola e incredibile.

Con dentro tanta di quella voglia di crescere, di capire, di conoscere che ancora adesso viaggia a mille all’ora.

Il mio Pollicino è cresciuto, è un bimbo alto come i suoi compagni, che porta lo zaino a scuola, che balla per strada, che recita uscendo dal cancello oh Romeo Romeo, perché sei tu Romeo! Che frega tutti gli spiccioli che trova in casa e li mette da parte sognando di farci il bagno come Paperone, che alla fine della visita di ieri ha abbracciato il pediatra e gli ha detto ciao dottore, e grazie.

Anche io ringrazio il dottore.

Per avermi detto, quando di lui avevo solo una foto portatelo qui, alla svelta, al resto ci si pensa noi, e alla prima visita per i percentili ci sarà il tempo, ora guardiamo solo se sta bene e cresce, vedrà che crescerà.

È cresciuto. E crescerà ancora.

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Di donne e di veli

La prima volta che mi misero un velo in testa senza particolare motivo fu per visitare la cattedrale di Cefalù.

Quello che mi fece infuriare fu che ero vestita esattamente come il mio accompagnatore uomo, ma a lui nessuno fece caso.

Le mie spalle da canottiera estiva avrebbero turbato Nostrosignore.

Di questi tempi è molto facile perdersi e scambiare i diritti per doveri.

È diritto inalienabile di una donna portare il velo, ma non affatto un dovere.

Alcune mie alunne lo portano con piacere.

Altre lo maltollerano.

Le suore lo hanno scelto.

Molte donne lo subiscono.

In alcuni paesi è obbligatorio.

Per alcune donne migranti è una piccola coperta di Linus sotto la quale sentirsi protetta e che racconta senza troppe parole la propria identità.

Non è accettabile che di velo si muoia. Si venga torturate, si tema per se stesse e i propri cari.

l’Iran è una teocrazia da decenni e conosco persone, donne e uomini, che da quella terra sono fuggite, perché di religione diversa, di idee diverse.

Una terra che prende, per propria legge, non quella degli uomini ma quella, apparente e manipolabile, di Dio.

Un Dio ingombrante, onnipresente, irritabile e maschio.

Dai maschi fatto legge.

Insopportabilmente legge.

Un Dio a immagine e somiglianza di qualcuno ma non di tutte e tutti.

Un Dio che chiede frustate, torture, morte.

Un Dio che non esiste e nel nome del quale si parla e si uccide.

Un Dio dal quale diffidare in ogni luogo lo si intravede, in ogni ghigno violento, in ogni fucile, in ogni rogo, in ogni proclama.

Con le donne iraniane, sempre e per sempre, e con tutte le donne che subiscono l’ira di Dio, ovunque esso si trovi.

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Finanza creativa

Avevo una ricetta che prevedeva tre tuorli.

E mi giravano le scatole all’idea di dover buttare tre albumi.

Così li ho messi in una ciotola e ho fatto un giro su internet.

E ho trovato una ricetta di meringhe alle mandorle.

Per tre albumi quasi 100 grammi di zucchero semolato e altrettanti di zucchero a velo, un pizzico di sale e 40 grammi di mandorle tritate.

Con lo spirito di nonna papera fuso in un improbabile OGM con Tremonti, mi sono messa al lavoro.

Nel frattempo ho preriscaldato il forno, a 100°C.

Ho montato le chiare a neve fermissima. Ho fatto pure la prova gira la ciotola e prega e tutto è andato bene.

Ho iniziato a mettere lo zucchero semolato.

Abbastanza bene.

Poi quello a velo.

Uhm… Un po’ smontante…

Infine le mandorle tritate, ma siccome ho esagerato ho messo del plasma di mandorle disintegrate.

All’aggiunta della farina di mandorle la faccenda si è fatta seria, trasformando il composto in una specie di pastella liquida.

Che ho, come una cretina, comunque messo nel sac à poche.

Che ha senso per le cose che mantengono la forma, ma assai meno per le cose quasi liquide.

Il sac à poche si è rivelata inutile e perfino dannosa subito, portando me all’esasperazione e gli dei del cielo alla voglia di fulminarmi.

Ho travasato di nuovo tutto in un barattolo e con un cucchiaio ho fatto dei fantastici dischi di meringa, contando sul fatto che in forno si sarebbero gonfiati.

Ma non era il forno di Lourdes.

Ho guardato la ricetta e ho visto con dolore che il tempo di cottura era 90 minuti e ho quindi realizzato che per non buttare tre albumi avevo usato due etti di zucchero, mezzo di mandorle ma soprattutto 90′ e rotti di corrente elettrica per il forno.

Sono uscita a fare due passi.

Il forno l’ho fatto spegnere a HDC.

Il piccolo ha apprezzato, ma la prossima volta le compro al forno.

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Segnali inequivocabili che fa fresco

La maglina sulla pelle.

La voglia di brodino.

Il tè bianco a bollore.

Sentire che la finestra è aperta.

Ma c’è una cosa che dice che fa fresco e che ritorna ogni anno uguale.

La gatta che vuole stare addosso.

E che non si accontenta di stare semplicemente sopra di me.

No.

Lei vuole decidere dove stare e quale posizione precisamente devo assumere io.

Se non sono messa come vuole lei mi dà piccoli colpi con la zampa, miagola e si lamenta.

Fino a che non ho la postazione giusta delle gambe.

Che devono essere sdraiate, non incrociate e perfettamente alla stessa altezza.

Sulle gambe il pigiama non basta, deve esserci anche la coperta.

Una volta assunta la posizione, la gatta fa il giro, spiattellandomi prima in faccia il deretano, poi parcheggiandolo con eleganza e mettendo il muso a tre cm dal mio naso.

A quel punto accende le fusa soddisfatta.

Solo un componente della famiglia sfugge alla dittatura del gatto.

Il piccolo.

Troppo irrequieto, imprevedibile, sempre in moto.

La gatta non ha mai, mai, mai tentato di dormire nel suo letto, non ha mai cercato di salirgli in braccio, non ha mai provato a stargli vicino.

Il piccolo è la kripronite del gatto, perché è più imprevedibile di lui.

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Bimboterapia

Devo ammettere una cosa.

Ho un figlio che quando è acceso a mille è impegnativo e direi quasi aerobico.

Stare con lui una giornata sana è simile alla palestra.

Non si ferma mai, non si cheta mai, non si accontenta mai.

Non è maleducato né cattivo, né fastidioso.

È, semplicemente, impegnativo. Moltissimo.

Ieri sera ero stremata.

Però devo anche dire una seconda cosa.

Mi sono divertita un casino.

Siamo andati insieme a piedi alle giostre, aveva dei biglietti gratis consegnati a scuola e dieci euro di suoi risparmi che, se voleva, poteva spendere.

Volevo vedere come funziona col denaro suo (spoiler: ne ha speso 6.5).

Mi ha fatto domande incredibili.

Da io sono sempre esistito? A come sbadiglia un capriolo?

Mi ha chiesto di cantare sulle scale del palazzo Bocca di Rosa, mi ha chiesto un giudice, e mi ha chiesto di tenergli la mano, promettendomi in cambio, di tenere anche lui la mia.

Mi sono divertita come una pazza, non ho pensato alle elezioni, non ho pensato alla mia città e neanche a Marcello Pera di nuovo senatore (Peraltro…).

Mi ha riempito la testa di discorsi e di sogni e di racconti e di stelle e di casino.

E gliene sono grata.

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Un giro di mura (o due)

Da un po’ più di un anno giro sulle mura come una indemoniata.

A piedi, a corsa, in bici, da sola, in compagnia.

Ne conosco le foglie, i muri, gli alberi, le stagioni.

In più, un anno fa, correndo, ho perso un mazzo di chiavi e da allora provo a ritrovarle, guardando in basso a ogni passo.

Lo so che non le troverò più ormai, ma è un piccolo rito, mi fa stare concentrata e mi diverte.

Ieri ho percorso due volte l’arborato cerchio facendo anche i baluardi, in modo da fare il numero di chilometri che mi ero ripromessa di fare.

E devo dire di aver notato una cosa, della quale avevo già il sospetto.

Le mura sono sporche.

Molto più che in passato.

Cartacce, bottiglie, pacchetti di patatine, cacche canine e non solo.

Ho cercato di capirci un po’ e per prima cosa ho dato la colpa al mio bias cognitivo: forse prima non ci facevo caso, ma adesso che c’è un’amministrazione di un altro colore politico lo noto di più perché voglio notarlo.

Cosa plausibile, ma che non spiega l’entità del fenomeno.

Soprattutto anche con l’amministrazione precedente ero una grande scassaminkie, anzi, forse ancora di più perché mi rodeva quando vedevo qualcosa che non andava, così segnalavo a sistema ambiente, vigili, assessori, funzionari. Mi ero venuta sulle scatole da sola.

Quindi no, non credo di notare di più la sporcizia per quello.

Noto di più la sporcizia perché proprio ce n’è di più.

E mi chiedo come mai.

Certo, l’inciviltà della gente. Va in percentuale, c’è più gente, quindi ok.

Ma a parte l’imbecillissima ordinanza, che fa “divieto a chiunque..” non vedo alcun tipo di controllo, non un controllo di tipo poliziesco, intendo un controllo di civiltà, un vigile che fermi i ragazzini che stanno sfondando i giochi pubblici DAVANTI ALLA STAZIONE DEI VIGILI, o che spieghi ai tedeschi che no, i figlioli sul ciglio delle mura non è il caso, o al proprietario del fuoristrada giallo grande come un catafalco che avere un fuoristrada non vuol dire poter parcheggiare dove preferisce.

Insomma, vedo una sorta di laissez faire che non mi piace, che abdica al ruolo anche educativo delle istituzioni, che chiude un occhio o tutti e due in nome del consenso o del denaro o di entrambe le cose.

Lo so, sono altri (eccome…) i problemi al mondo, ma quando si corre ci si fissa sulle cose e al duecentesimo pacchetto di patatine in terra, al decimo risciò che mi ha quasi preso e al quinto figliolo sul ciglio delle mura ho pensato che lo avrei scritto.

E poi mancavano due chilometri, a qualcosa dovevo pensa’.

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Non c’è più nulla da perdere

È ora di chiudere.

Arriva un momento che è ora di chiudere.

Il momento della notte profonda.

Da tempo lo pensiamo e lo scriviamo.

Il medioevo.

Il buio.

La notte.

È così.

Il PD ai minimi storici, il contributo di articolo 1 inesistente, i suoi alleati appena sopra il quorum, i furbetti in camicia bianca che restano quello che sono, furbetti in camicia bianca.

Andate a casa, mollate i posti di comando.

Forse addirittura a nessuno, almeno per adesso, chi vorrebbe prendersi una barca che affonda.

Ma qualcosa dovrà nascere per forza.

Perché anche la notte più buia non può essere eterna.

Ci sono temi ai quali mi aggrapperò sempre.

L’istruzione.

Il lavoro.

La cura.

Il sociale.

I diritti.

Per un po’, molto, temo, i tempi saranno duri.

Gli italiani tireranno fuori il peggio del peggio.

Razzisti e fascisti gonfieranno il petto.

Ma non può durare per sempre.

Ricostruiamo.

Ricominciamo.

Ripartiamo dalla gente quella vera.

Fuori dai social, dentro le sezioni.

Vediamoci. Parliamo.

I valori non muoiono.

Mai.

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