l’odore del pomodoro

ho consegnato al mammuth le piantine di pomodoro da piantare a farneta.

la signora me le aveva messe in un sacchetto, abbastanza grande da non sciuparle, abbastanza piccolo per portarlo in giro per le orecchie.

dalla fessura del sacchetto arrivava fino al naso l’odore penetrante delle foglie del pomodoro.

il pomodoro sa di orto, di estate, di caldo, di verderame, di sudore, di pane e cipolla condita con l’aceto, sa di terra annaffiata, di piedi sporchi, di giochi, di compito per le vacanze messo da parte e trascurato, di campi, di corse, di fratello piccino che gioca a pallone, di gatto che dorme all’ombra della lavanda del giardino, di amaca messa all’ombra dell’abete di natale diventato grande.

sa di piccoli lavori richiesti dai grandi, annaffiare il giardino, tagliare l’erba, scegliere le patate e dividerle, quelle piccole in un canestro, quelle grandi in un altro, sgranare i piselli o i fagioli, scornettare i fagiolini, andare nell’orto a prendere una cipolla, sceglierla, svellerla (che strano verbo, a lucca si dice “svergere”) e pulirla nell’orto, in modo da lasciare le lunghe orecchie verdi sulla terra rapinata, per proteggerla dal sole e per ridarle un po’ di quello che la cipolla per crescere si era presa.

tutto questo avevo nel sacchetto, mentre piano piano lo portavo alla bicicletta, un mondo chiuso in due piantine profumate, che si facevano portare docili come un cagnolino.

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murabilioso

giornata interamente dedicata al sole e alle piante, passeggiando per verdemura, che è come murabilia solo in un altro mese: è la mostra mercato delle piante che c’è ogni primavera e che risveglia in me, mai sopita, la necessità quasi vitale di un giardino, di un balcone, di un posto qualsiasi dove mettere fuori, all’aria vera, vasi e piante, dove rigirare la terra e trapiantare una violetta, un pomodoro, un nasturzio, dove seminare, dove aspettare con calma che qualcosa spunti fuori e fiorisca, cresca, si alzi verso il cielo.

non ho resistito e anche se le mie piante restano inesorabilmente prigioniere delle pareti domestiche ho comprato una “hoya” (fiore di cera, qui trovate le foto degli altri) e due pomodori neri, ottenuti dalla collaborazione del sant’anna con l’università della tuscia da trapiantare a farneta, dove lo spazio, al mammuth, non mancherà.

a parte le cose comprate è stata l’immersione nel colore, nell’eleganza, nei profumi.

ho annusato la rosa “edith piaf” vincitrice del concorso mondiale delle rose profumate, ficcato il naso dentro a magnolie carnose e timidi anemoni, guardato attraverso un albero di limoni, ammirato arance sfacciate, pesanti pompelmi, colorati fagioli, peperoncini minacciosi, ruspanti erbe aromatiche e elengantissime piante esotiche.

su facebook da ieri discuto animatamente in un gruppo di lucchesi (proverò, appena mi passa la rabbia, a raccontarvi anche di quello. lucca purtroppo è anche e soprattutto discorsi da bar che scuriscono l’aria) sul tema dell’immigrazione.

mi piacerebbe capire cosa sarebbe il mondo senza l’immigrazione.

senza fagioli, senza cotone, senza caffé, senza cioccolato, senza pomodori, senza granturco, senza, signore e signori, patate, spaghetti e fuochi d’artificio.

che piccolo e triste posto sarebbe la terra, se ognuno fosse per sempre rimasto “a casa propria”, se non ci fossimo incontrati e mescolati, se ognuno avesse alzato solo barriere.

i lucchesi doc che urlano “tutti a casa” su facebook non avrebbero mai conosciuto i cibi che adesso considerano tanto “italiani”, non avrebbero mai conosciuto neanche la letteratura, l’arte, la matematica degli arabi.

ma forse non la conoscono.

e comunque sono andata fuori tema.

vi volevo raccontare della bellezza speciale dei fiori che ho incontrato (e delle persone che ho incontrato, come la mamma di enrica, che magari sta leggendo! ;) ), del cielo azzurro colorato col pennarello nuovo della primavera, del verde verde, di una birra fresca bevuta su una panchina, degli uccellini di ferro da mettere sui rami in giardino, della lista degli erbi spontanei che mi hanno regalato.

vi metto due foto, e vado a riflettere sul concetto di “spaghetti al pomodoro”, i primi arrivati dalla cina e i secondi dall’america, in pratica due extracomunitari.

qui qualche foto.

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dreaming dresden

ferragosto a dresda. prenotato su booking.

per essere precisi, ferragosto a berlino, ma la settimana prima a dresda.

per essere ancor più precisi, due giorni a praga, quattro a dresda, due a berlino.

se proprio vogliamo essere pignoli, con thelma e famiglia.

e se vogliamo proprio dirla tutta… sono molto felice.

andare a dresda, con persone a cui voglio bene, per farla vedere, per raccontarla, per girarla, berla, viverla, sederla, mangiarla, passeggiarla, salirla e scenderla, trammineggiarla, guardarla, respirarla, giraffarla.

e poter guardare gli occhi di un’amica mentre guardano quello che le mostro, mentre ascoltano una storia, di quella volta che sull’augustusbruecke mi uscì la catena della bici o di quell’altra che di fronte alla moelkerei pfund la ruota della bicicletta mi entrò nelle rotaie del tram, o di quando scappai dall’hutball, per tornare a casa di notte, dentro a un trammino giallo riscaldato.

e mille altre storie.

prenotare l’ostello mi ha già messo in pace col mondo, con la sveglia del mattino, le riunioni al lavoro, le cose da dire da fare e da ricordare.

tutto ritorna della giusta dimensione, se c’è una stanza prenotata in un posto dove vuoi tornare.

tutto tende a convergere lì, agli amici da ritrovare, al pavé da rincontrare, al cielo blu, come un lenzuolo, che sventola, sui tetti neri e oro di dresda.

bis bald!

 

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magic bullet magic luci

(disclaimer per gli avvocati della magic bullet: il mio frullatore non è di questa marca, è solo fatto uguale, in questo post il nome del vostro strabiliante oggettino è usato solo per intendersi)

ieri avrei dovuto capire che sarebbe stata una di quelle giornate nelle quali è meglio se si torna a letto già la mattina presto.

carica di buoni propositi vitaminici, nonostante la sveglia alle sei del furgone del sudicio (non ce la farò mai ad arrendermi e dormire, ormai è il nostro appuntamento) mi sono avviata in cucina col piglio della donna moderna che non deve chiedere mai, in ciabatte e pigiamino con la pe’ora.

il pigiamino con la pe’ora ha i pantaloni grigi e la maglia blé, rigorosamente di pile grosso, è, diciamolo pure, più comodo che sexy.

comunque, dicevo, col pigiama e i capelli tipo nido di chiurlo, mi sono avviata in cucina e mentre preparavo il caffè, ho deciso di preparare anche un bel frullato, con ananas, banana e arancia.

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eh sì, care amiche che ci seguite da casa, un frullato al mattino è quel che ci vuole per affrontare la giornata! col nostro magic bullet, avrete infatti in omaggio, oltre che agli elementi base, anche il bicchiere per frullare, che vi permetterà, con un comodo gesto, di preparare tanti gustosissimi frullati per voi e i vostri cari! la pratica accensione a baionetta vi permetterà di frullare ogni cosa vogliate e quando vorrete versarlo, non dovrete far altro che sollevare il contenitore e versare.

capito? SOLLEVARE. non GIRARE.

se giri che succede?

ma ovviamente che il frullatore “a baionetta” riparte.

sparando il frullato non solo sulla pe’ora, ma anche per tutta la cucina.

sui fornelli, per terra, sulla moka, sulle tazze, sulle mensole, ovunque. si sono salvate solo priska e frida per via del proverbiale scatto felino.

care amiche, i frullati sono buonissimi e genuini, ma fateli solo quando siete sveglie!

dlin dlon!

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riti magici

la mia infanzia è stata piena di riti magici.

c’erano quelli per rasserenare gli animi, quelli che quasi tutti i bambini si inventano per dormire tranquilli (“se arrivo a letto con una gamba sola non avrò incubi stanotte”) personali,intimi, inconfessabili e c’erano quelli collettivi, che tutti facevano, ai quali tutti giocavano, ai quali tutti, più o meno seriamente, credevano.

uno di questi mi è tornato alla mente oggi, durante una pausa caffè, nella quale distrattamente mi sono tolta un capello dalla testa e mi sono fermata un secondo a guardarlo e a rigirarlo fra le mani.

e istintivamente ho ripetuto un gesto fatto milioni di volte da bambina, un gioco magico che mi aveva insegnato massimo, il vicino di casa più grande di me di una decina d’anni, per questo mio insegnante assoluto delle leggi del mondo: ho preso il capello fra indice e medio della mano sinistra e con la destra ho passato l’unghia velocemente su tutta la lunghezza, per vederlo arricciolare.

il capello che si arricciolava apparteneva alle serie magiche degli oracoli: permetteva di capire se una persona ci era affezionata o meno, occorreva infatti mormorare la seguente frase: “capel capellino, se XXX mi vuol bene, capellino arricciolati bene!”

e dal grado di arricciolamento del capello si poteva dedurre quello della persona che ci interessava.

non ho mormorato frasi magiche nella pausa caffè, e ho buttato il capello nel prato, ma finendo la tazzina in silenzio mi sono tornati in mente gli altri riti di noi bimbi farnetini.

oltre al capello infatti, altre magie erano a disposizione per capire o gestire le cose.

per esempio c’era l’erba dei desideri, una spiga verde delicatissima che andava spiluccata un pezzettino alla volta, e non si doveva rompere: se arrivavi in fondo alla spiga e rimaneva l’ultimo pezzettino, con l’ultimo gesto potevi esprimere un desiderio sicuro che si sarebbe avverato.

da che mi ricordi non mi è mai riuscito.

c’era una magia per bere l’acqua di cui non si sapeva bene se era buona o meno: si doveva dire “acqua coRente, la beve il serpente, la beve dio, la bevo anch’io!”

c’era una magia per cambiare sesso: bastava passare sotto all’arcobaleno.

c’erano tutte le magie legate alla religione: occorreva farsi il segno della croce ogni volta che si passava davanti alla chiesa, o al camposanto, non si poteva masticare l’ostia e non ci si allontanava dall’altare dando le spalle.

infine c’erano, a farneta, dei potentissimi indicatori meteorologici: i frati della certosa.

quando vedevi i frati in giro, bianchi, a due a due, per le strade polverose del paese, potevi trionfalmente sentenziare, sicuro di incarnare la saggezza popolare:

“domani pioverà!”

 

 

 

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due passi

si ritrovano così, tutte le sere, sul ciglio di una strada di campagna, fra lampioni radi e arancioni e cespugli d’erba bagnata di umido.

annusano, guardano, si danno il cambio uno da un lato e l’altro di là, poi invertendosi, sempre fianco a fianco, per un po’ d’aria serale, ora specialmente che la sera riscalda un pochino e non occorre per forza stare intabarrati sotto a una coperta su un vecchio divano a sonnecchiare.

così ognuno porta all’altro la sua giornata, fatta degli odori delle cose viste e vissute, di quello che ha mangiato, di chi ha incontrato.

come due vecchi al bar, come due comari in fila alle poste, come due vecchi amici.

il piccolo e il grande, il forte e il furbo, il rapido e il riflessivo.

sono perfetti insieme.

chi li vede, di notte così, quasi non ci crede.

eppure il cane e il gatto del vicino ogni sera fanno la loro passeggiata sotto la luna a forma di unghia di bambino.

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che si vinca che si perda!

domenica di derby casalingo, lucchese pisa vissuto allo stadio, col mi’fratello e i suoi amici.

prima notizia: mi sono divertita, e molto.

seconda notizia: la lucchese ha vinto 2 a 1.

e ora passiamo alla cronaca.

siamo arrivati sui gradoni una mezz’ora prima dell’inizio della partita, questo mi ha permesso di ammirare il pubblico presente, come al solito interessante e variopinto.

come personaggio da stadio numero 1 nomino il vecchietto bluette: signore dal barbiere spericolato che avendo esagerato con la fiala blu per capelli l’ha reso  simile al nonno della fata turchina, una specie di OGM fra la gina lollobrigida del film di pinocchio e mastro geppetto con la parrucca.

personaggione numero 2, il pazzo seduto davanti a me (allo stadio si siede SEMPRE un pazzo davanti a me, misteri della statistica). capelli untissimi, maglia e giubbotto bianco, convinto ancor prima del fischio di inizio che l’arbitraggio ci sarebbe stato sfavorevole. questo, a onor del vero, è la convinzione del lucchese medio, per il quale se l’arbitro non fischia un fallo è un cornuto, se lo fischia e allora perché non ha fischiato quello prima?

personaggio numero 3, il moccolatore fantasioso, che si è esibito in entuaste descrizioni della madonna recitante in 50 sfumature di grigio, ha tirato metaforici cani, maiali e e serpenti in campo contando immagino sul miracolo per intervento divino, facendo trasalire perfino il vecchietto dal sigaro e le orecchie pelose accanto a lui che leggeva le statistiche prepartita col piglio da nerd.

alla mia destra il signore che aveva il negozio di alimentari vicino casa dei miei, soprannominato tuttolu’ per via che le cose buone come ce le aveva lui nessuno, genuine come le sue nessuno, fresche come ce le aveva lui nessuno e così via.

a portata di vista tutta la gente che si vede sempre allo stadio, ogni anno più vecchia ma sempre la stessa, un po’ come capita sul treno dei pendolari o alla sagra di paese.

l’entrata in campo dei giocatori ha visto l’esibirsi della curva in uno sbandierìo generale, che a me, se proprio lo volete sapé, avrebbe anche fatto un po’ “onco” (per i non lucchesi, leggasi “mi avrebbe un cicinino disturbato”).

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forse non vi interessa in effetti ma i colori della lucchese sono rosso e nero. la maglia è rossa e nera, i pantaloni neri, i calzini neri.

a volte, è comparso nella divisa anche il bianco. faceva schifo e l’hanno levato.

il simbolo del comune di lucca (se proprio vogliamo cercarlo, sto bianco) è bianco e rosso.

ma le bandiere della lucchese, porco cane e ladro e serpente, tanto per parafrasare il signore da stadio numero 3, sono rossonere.

da sempre rossonere.

fare mille bandierine rosse, bianche e nere, ha dato, a me che leggo le cose forse con malizia, il colpo d’occhio di un’adunata di neonazisti dell’illinois.

e temo non solo a me.

temo anche che la cosa fosse stata anche un po’ voluta, da quelli che hanno immaginato le bandierine da far sventolare ai beoti della curva che alzano il braccio a ogni alito di vento.

il sospetto è stato anche suffragato dallo striscione “vincere” comparso poco dopo scritto con caratteri evidentemente fascidioti.

sempre più felice di far parte della gradinata, coi vecchi dalle orecchie pelose.

ma parliamo d’altro.

il pisa è entrato in campo con una discutibilissima maglia tipo champagne cordon rouge, bianca con una riga trasversale rossa che li faceva assomigliare a franz joseph in visita di stato.

perché?  la maglia del pisa sarebbe nerazzurra, per chi non si intende di righe calcistiche. difficile da confondersi con quella della lucchese… potevano usare la loro maglia normale, avevano paura di sporcarla?

il calcio richiede una certa eleganza, mica ci si può presentare vestiti da austroungarici…

foto da il cactus

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la partita è stata bella, primo tempo con qualche occasione persa per la lucchese e pochissime azioni davvero pericolose per il pisa (sembra che sono stata attenta, no? mica guardavo solo i vecchietti di fronte…), poi dopo l’intervallo il pisa è rientrato a tutta birra e ci ha fatto veramente paura.

il goal della lucchese è stato seguito dopo un minuto dal rigore per il pisa (c’era? secondo me c’era, secondo il pazzo di fronte UN c’era, secondo il commentatore sopra di me era dubbio ma siccome ne aveva negato uno prima sempre al pisa che era dubbio anche quello ha dato il secondo per farsi perdonare del primo che UN l’aveva dato) e dopo una ventina di minuti anche da un rigore della lucchese che ha chiuso la partita.

infine, stanchi ma felici, siamo tornati a casa.

mi dispiace un po’ per i tifosi pisani, che erano venuti davvero in pochissimi e con uno striscione invece favoloso:

“mai una gioia”.

 

 

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