Smeraldo

Il granito del Giglio è una vecchia tartaruga addormentata, piena di ricci, posidonie, gabbiani a farle compagnia.

Ogni tanto il mare la gratta, come farebbe Poseidone col suo gatto preferito, e allora le onde salgono e scendono e sciacquano e lavano.

Più spesso il mare dorme placido, e diventa di smeraldo, e orna la tartaruga di collane e gioielli.

Lei lo lascia fare, come va fatto con gli innamorati, più giovani, che ancora ignorano lo scorrere del tempo e delle cose.

Le tartarughe e le isole invece, eterne e vegliarde, sanno dare il giusto peso alle cose.

Così tutto qua è antico e rassegnato, selvaggio e profumato, placido e saggio.

Si sale e si scende per mille gradini, senza fretta, che a correre poi manca il fiato per parlare, si legge, si dorme, si nuota.

Grazie, isola bellissima e gentile.

Grazie,

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Riconoscersi

È incredibile la capacità quasi telepatica delle famiglie adottive di riconoscersi a vicenda.

Un paesino di montagna, una spiaggia al mare, una festa di compleanno.

Uno sguardo veloce a bimbi e genitori e nel cervello scatta qualcosa, un “sono come noi” empatico che rende degli estranei immediatamente oggetto di possibile amicizia.

Che a pensarci bene le famiglie adottive sono un campionamento quasi del tutto casuale della popolazione, e quindi, come tutte le miniminoranze, conterranno simpatici e antipatici, gentili e scontrosi.

Però c’è qualcosa, nei sorrisi delle mamme e dei babbi, è quel sorriso di chi ha scalato le montagne e si gode la vita col piccolo tesoro, da guardare con orgoglio e ammirazione, perché è bello senza assomigliarci, intelligente senza ragionare come noi, entusiasta di una scintilla che ci pare solo sua.

C’è in ognuno di noi, quel sorriso compiaciuto di chi manda il proprio figlio a conoscere il mondo, e lo guarda felice.

E anche i bimbi si annusano senza sapere perché.

Domenica abbiamo conosciuto una coppia di Pistoia, il fratellino più grande è nato a Bergamo, il più piccolo ad Haiti.

Con Leo l’est del mondo aggiungeva una coordinata ai loro giochi.

Occhi diversi, sguardi così simili.

E noi genitori a guardarli innamorati, ognuno suo figlio e il figlio degli altri.

Perché chi adotta sa, che ogni bambino del mondo, è stato, per un istante, potenzialmente anche figlio suo.

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Monsters and Co

Continua l’infinita saga dei mostri e del piccolo.

L’altro ieri ha messo nel letto un esercito di mostri amici che lo avrebbero protetto da quelli cattivi.

Il fatto che fra i mostri protettori ci fosse pure giorgiocurioso mi ha naturalmente riempito di orgoglio.

Il mattino dopo mi ha chiesto come si facesse, a distinguere i mostri buoni da quelli cattivi.

Eh, non è semplice, c’è un solo modo: conoscerli. Diventa loro amico, giocate insieme a qualcosa, lì capirai se un mostro e gentile e corretto oppure un imbroglione senza cuore.

Uhm… Ho capito. Per esempio Frankenstein voleva giocare coi bimbi ma loro non avevano capito che era buono?

Esatto. Se giudichi le persone da come sembrano da fuori non sempre ci indovini, per cui è sempre meglio prima conoscerle.

Lo stesso vale per i mostri.

Ho capito.

Ma per il mostro dello sciacquone puoi continuare a tenermi la mano per un po’?

Così è crescere.

Qualche paura viene gestita, altre ancora subite, molte dimenticate.

E forse quello che dobbiamo fare noi è davvero tenere ai nostri figli la mano per il tempo che serve per sconfiggere le paure dell’infanzia.

So che mi mancheranno, questi momenti di fiducia totale, e ho tutta l’intenzione di godermeli.

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Alla ‘oppe

Quella di ieri è stata quasi una spesa normale.

Non molta gente (avevo comunque prenotato l’entrata), un clima meno ansioso e ansiogeno, la voglia di vivere l’estate che ti fa comprare un ombrellone nuovo coi punti accumulati, la spesa fatta per qualche giorno e non con l’idea di ritornarci fra non meno di un paio di settimane.

Potersi fermare e indugiare sulle pesche, senza cedere all’istinto di prendere solo cose in vaschetta, girellare con calma, ritornare indietro fino ai frigoriferi per un formaggio dimenticato.

Non lo so se stia davvero tutto finendo, se tutto questo sia solo una piccola tregua, o cosa ci riservi il futuro.

Sto leggendo tutto e il contrario di tutto.

Allora cerco almeno di fare tesoro di tutto quello che il lockdown mi ha insegnato…

L’importanza di un orto.

La voglia di sorridere e essere visti mentre lo si fa.

La voglia di incontrare vecchi amici sia pure al supermercato (ancora meglio a cena).

Forse questo è solo l’intervallo fra il primo e il secondo tempo.

Sicuramente non bisogna abbassare la guardia.

Ma che piacere, in qualcosa, tornare a vivere.

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Ora m’incazzo

(Portate pazienza, ogni tanto sono volgaVe).

È vero, è maledettamente vero. La scena ripresa col cellulare del gatto ucciso e arrostito è talmente orribile che nemmeno sono riuscita a guardarla tutta.

E ciononostante mi ostino a non voler, a non poter concentrarmi sul gatto, che, povera bestia, ha avuto una morte sicuramente meno dolorosa degli animali che non smetto di mangiare ogni giorno: polli e mucche di allevamento, conigli della vicina, etc.

Io mi vorrei concentrare e provare a riflettere con chi ne abbia voglia, che se un ragazzo uccide un gatto per strada e fa un fuoco in mezzo alla gente per cucinarlo, forse tanto in testa non è.

Forse, ma io non lo conosco, fa parte dei tanti che o arrivano qui con problemi mentali (non penserete mica che solo noi si soffra di malattie psichiche?) o che li sviluppano durante un viaggio che definire abominevole è un eufemismo.

Sapete come vengono chiamati in gergo tecnico, questi ragazzi (e ragazze, immaginate cosa passa una donna… vi siete mai chieste come mai arrivano spesso incinta? Vi do un indizio, Non sono state a letto con un marinaio dopo una notte di ciucca)?

Vulnerabili.

Vulnerabili.

Vuol dire che la loro mente è fragile, a causa delle torture, delle angherie, del lavoro da schiavi al quale sono stati sottoposti, hanno visto morire gente intorno a loro, sono reduci dalla guerra sotterranea che si chiama traffico di esseri umani.

Alcuni diventano dipendenti da droghe, o da alcool, o da psicofarmaci.

Altri diventano violenti, e vengono sedati con TSO.

Altri, una minoranza, vengono intercettati e accolti, in strutture dedicate.

Un tempo, prima dei decreti mostro, questi ragazzi ottenevano una protezione umanitaria, che gli permetteva di essere seguiti, al sicuro, per loro stessi e per le comunità in cui si trovavano.

Poi il disegno è arrivato.

Voluto da lega e 5stelle.

Basta umanitaria.

Tutti fuori.

Anche i vulnerabili.

Anche gli ammalati psichici.

Perché?

Perché se basi il tuo consenso su un nemico, questo nemico si deve poter vedere, deve poter far danni, in modo che tutti ne parlino, in modo che la tua ragione politica di esistenza in vita venga mantenuta.

Così, se oggi abbiamo un gatto arrostito per strada, sappiatelo: c’era il modo di evitarlo, gestendo il problema, con maturità e professionalità.

Ma si è preferito metterlo in strada, il problema.

Per consenso elettorale.

Applausi.

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A discorrere con le piante

Ebbene sì, io discorro con le piante.

E non perché pensi faccia bene a loro, ma perché fa bene a me.

Lo faccio da sempre.

Chiedo con apprensione come stia una particolarmente abbracchita, faccio i complimenti alle ortensie elegantissime che hanno resistito al gelo dell’infingardo mese di marzo, ho una rosa depressa, regalata a Natale e che è arrivata parecchio provata in campagna, ho le azalee un po’ vanesie e tutti gli agrumi che hanno fatto banda.

Per il mio compleanno ho ricevuto un cedro che assomiglia a Pippo e mi sono regalata un bergamotto in stile Telespalla Bob. Con loro parlo delle cose del mondo, perché vengono da fuori.

Il lime e lo yuzu sono ricordi di murabilia, e mi informo sempre sullo stato delle foglie, se i fiori sono andati a buon fine e prego loro di portare avanti qualche frutto.

Limone e arancio, più tradizionali, ascoltano le storie delle margotte di mio nonno Guido.

L’osmanto e la cycas revoluta fanno un po’ quelli grandi del giardino, un po’ come capi scout responsabili e un po’ bigotti.

Qualche giorno fa poi è nato un seme misterioso… Da un vecchio sacchetto della zia Lina, potrebbe essere un baobab o albero del pane, i cartellini erano mescolati. Con lui parlo di quello che spero che diventi, una pianta grande e piena di uccelli.

La lavanda e il timo si sono innamorati, la santoreggia regge il moccolo, la menta cresce, salvia e rosmarino odorano di nonne.

Tutto l’orto racconta storie.

Le cipolle vanesie, le zucchine giganti, i pomodori spettinati, i cetrioli erotomani.

Basilico e prezzemolo si tengono la mano come bimbi dell’asilo.

Io parlo, parlo, parlo, mentre annaffio le zucche da autunno, e mi guardano come fossi un po’ matta.

Ogni tanto accarezzo un noce, sorrido a un leccio e racconto i fatti miei a un nocello.

Mi fa bene.

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Da nonna Narcisa

Ho portato il cucciolo a vedere la strada di mia nonna.

Le scale del suo condominio.

Il piccolo prato davanti che a me pareva un’immensa prateria.

Case Fanfani. INA casa.

Nomi di un’italia in bianco e nero, dai davanzali di travertino, il filo dei panni condominiale, le siepi e gli avvolgibili verdi.

L’ho rivista, alla finestra come ogni domenica mattina, ad aspettare il nostro arrivo, il sugo pronto, gli gnocchi anche, la faraona in forno.

Ho rivisto noi, lei, mio nonno, mia zia ed io, sgranare fagioli d’estate sul piccolo terrazzino, pieno di piante utili per rendere visita ai cimiteri, da lei frequentati come un salotto di amici, dai quali congedarsi con un’avemmaria o un eterno riposo.

Ho rivisto le sue vestaglie, i suoi stinchi magri, la carta da parati.

Ho sentito di nuovo quell’odore perfetto di acqua di colonia e naftalina, che amerò per sempre, perché era il suo.

Ho fatto sedere il cucciolo sugli scalini.

Gli ho raccontato delle pinole schiacciate con un sasso sopra un muretto.

Sono tornata un po’ di nuovo piccola.

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La distanza, la vicinanza

L’italia che decise la vita, gli emolumenti, gli stipendi dei parlamentari, era molto diversa da quella di oggi.

C’era un pensiero nobile, dietro allo stipendio corposo e al tanto vituperato vitalizio.

Uscivamo da una dittatura, avevamo l’ideale che perfino il figlio dell’operaio, del bracciante, dell’ artigiano, potesse un giorno entrare in parlamento.

E lì non doveva avere paura di nulla.

Paura di perdere il lavoro rientrando in fabbrica, dal padrone, o in bottega.

Doveva essere lontano dai ricatti, primo dei quali quello economico.

E non si diventava parlamentare con un video di due minuti su Youtube o partecipando alle cene giuste.

C’era una scuola, di partito, una disciplina, uno studio attento, scrupoloso, serio.

Perché era un onore, entrare in parlamento, al quale portare rispetto, cultura, idee, ideali.

Poi qualcosa si è rotto.

Invece di lavorare affinché gli elettori aumentassero anche loro in cultura, amore per la cosa pubblica, senso dello stato, si è pensato di guadagnarne il consenso essendo peggiori di loro.

Guardami, rubo, corrompo, evado le tasse e me ne vanto, puoi farlo anche tu se mi voti.

Guardami, diffondo falsità e odio, cerco un nemico su cui scagliarti, così non pensi che la responsabilità dei tuoi fallimenti sei tu, o al massimo io. Fallo, grida volgarità senza freno, odia senza remore, ti sentirai meglio.

Così si è blandito il popolo, non come chi lavorava per il suo sviluppo, ma come un compagno d’asilo, con cui tirare le trecce alla bimba bionda.

E però, se sei uguale al popolo che hai addestrato a mordere, ecco che non puoi pensare che ti permettano di guadagnare più del popolo.

Il tuo stipendio, il tuo vitalizio, diventa scandalo, perché non sei nulla di migliore di me.

Sei ignorante come me, assenteista come me, volgare come me e, cosa terribile per la democrazia, inutile quanto me.

Allora posso pensare che il nemico non sia il nero, il finocchio, le donne.

Forse il nemico sei tu.

Tu che ti fai i selfie e mangi panini e bevi birra per dimostrare che sei come me.

Ma non lo sei.

E allora il tuo vitalizio diventa la mia rivincita, la mia richiesta, la mia piccola vendetta per chi pare identico a me, solo più ricco.

È l’inizio della fine.

O forse l’abbiamo raggiunta da tempo, ma non ce ne stiamo accorgendo perché non è scritta su Facebook.

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Per Emily, per Mario e per tutti gli altri

In una delle mie vite precedenti capitai a Nanchino, Cina, a ispezionare un fornitore di eparina sodica (ebbene sì, le case farmaceutiche comprano materie prime in Cina, forse non lo sapevate, ma i due UNICI produttori mondiali di questa sostanza sono cinesi. Metteteci un toppino).

La ragazza che mi accompagnava fra gli uffici si chiamava Emily.

“Non è il mio vero nome, ma quando ho fatto il dottorato negli Stati Uniti era l’anno della lettera E e ci chiesero di sceglierci un nome occidentale con quella lettera”.

Mi gelò il sangue.

Rinunciare al proprio nome, alla propria identità.

È un torto che non sono riuscita a fare nemmeno a mio figlio, al quale è rimasto, come ricordo dei suoi primi nove mesi di vita, un secondo nome che un giorno, se vorrà, potrà tornare primo.

Soprattutto doverlo fare, e con una tecnica da allevamento di rottweiler.

L’anno con la E…

Ho anche un amico, che non si chiama Mario.

Lo ha ribattezzato così il suo datore di lavoro, sostenendo che “Miloud” fosse troppo difficile da pronunciare.

“Mario”… che non c’entra nulla, ma che inizia con la M.

Cambiare il nome di un adulto per comodità, come cambieresti il nome a un gatto, a un canarino, a un pesce rosso.

Non per amore, non per affetto.

Per rimarcare un possesso, una superiorità.

Sono stata per tre anni Fraudelciaro, e mi è capitato ogni tanto di sbottare un “e comunque si dice Kiaro, come Kimono!” Come a rivendicare un’esistenza in vita,un “Io sono diversa, io non sono vostra, io non sono di nessuno”.

E sentire di qualcuno che si vanta di aver ribattezzato “Emilia” la colf straniera perché “entra in casa mia, prende i miei soldi, la chiamo come mi pare” ha un sapore così antico di vecchia boria padronale che fa venire voglia di riprendere in mano vecchie bandiere.

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Il piccolo e Wilson

Ricordate cast away? Con Tom Hanks che sbrocca e il suo amico pallone Wilson?

Quello che vedete nella foto è un naufrago, sulla sua piccola isola, insieme al suo compagno di giochi nei mesi del covid.

Il piccolo e il pallone hanno passato insieme ogni tipo di avventura e sono diventati una coppia talmente affiatata da diventare un duo di attori.

Quando a casa di nonna ida inizia a calare il sole, lo spettacolo inizia.

Basta portarsi dietro una sedia e aspettare.

Il piccolo e il pallone si presenteranno mostrandovi scene tratte da film famosi, i più gettonati: star wars e transformers.

Lui è il cattivo, io sono sempre il buono. Ogni tanto sembrerà che stia per vincere lui, ma è solo per non far finire subito il film.

Spiega all’inizio delle programmazioni.

Poi introduce la scena.

“Io sono Chewbacca, lui Darth Vather.

Lui sta per colpire Luke, ma io lo difendo!”

E il film poi si svolge dentro al salta salta, il tappeto elastico che gli fa da base segreta, da tana, da casa sull’albero, da osservatorio meteorologico e astronomico.

Alla fine del film si ferma un secondo e pronuncia la terribile frase.

Ne vuoi vedere un altro?

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