frankfurt hin und zurück

sono stata a francoforte.

non me ne sono praticamente accorta: una riunione di lavoro e un viaggio dall’ andata al ritorno durato in tutto 36 ore.

ma ho fatto in tempo a sentire il sapore del tedesco, a correre in un supermercato per agguantare qualche sapore consueto e portarlo via con me, in valigia, per il ritorno a casa, con qualche seme per condire l’insalata, con del pane nero e croccante, con del terribile caffè filtro.

fiera come un tacchino ho mostrato ai colleghi il simbolo del “pfand” (il vuoto a rendere) e li ho portati a farsi ridare ognuno venti centesimi restituendo la bottiglietta.

ho provato a far assaggiare loro un matjesbrötchen (panino con aringa cruda) ma non ci sono riuscita. hanno preferito la pizza da “ciao italia” e gli è stato bene: gommosa e col gruviera.

ho mostrato con l’aria di chi la sa lunga la parte di marciapiede destinato alla pista ciclabile avvertendo che chi passeggia dal lato sbagliato rischia la vita.

ho sorriso vedendo i due piumoni singoli, nel mio letto d’albergo.

ho guardato il salmone, foderato di aneto, accanto al caffè della colazione.

ho annusato, con incredibile sorpresa, l’odore della carta da parati della sala riunioni, così simile a quella del mio ufficio.

ho visto i tedeschi dall’altro lato del tavolino fare quel gesto così familiare del chiudere velocemente entrambi gli occhi per salutare ed esprimere simpatia, come farebbe un gatto, e ho ricambiato come quando si vuol far sapere a qualcuno che si parla la sua lingua, senza farlo sapere a chi sta intorno.

ho di nuovo traccheggiato in un aeroporto, con die zeit in mano e un té a bollore nell’altra, aspettando l’ora dell’imbarco.

ho annusato un pochino della mia vecchia vita.

mi è piaciuta.

come succede sempre, d’altronde, ci si ricorda sempre solo quello che ci fa piacere.

ma mi è piaciuta davvero…

accidenti.

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la storia di pu’ettino

per ascoltare la storia di pu’ettino ci vogliono alcuni ingredienti fondamentali, senza i quali la storia non sarà mai la Vera Storia, con l’odore della Vera Storia, le risate della Vera Storia, le coccole della Vera Storia.

gli ingredienti sono:

1) essere bambini provvisti di nonna sganasciata.

2) non avere assolutamente voglia di dormire.

3) sia pomeriggio, e sia il riposino pomeridiano obbligatorio quanto insopportabile, senza almeno una Vera Storia.

4) sia quasi estate, filtri la luce gialla dalle tapparelle anni sessanta del condominio, nonno sia nell’orto e torni lercio e puzzolente, i genitori siano rassicurantemente lontani, a casa, insieme al fratello che si annoia senza di te.

molti di questi ingredienti non sono più disponibili, causa esaurimento merce.

per cui, avrete una “quasi vera storia”.

che è la quasi vera storia di pu’ettino. che serve per dormire.

dunque, a questo punto potete iniziare a sbadigliare.

c’era una volta pu’ettino.

pu’ettino era un bambino piccinopicciò, che stava sempre sopra a un fichino.

mentre stava lì, sopra al fichino (nonna, il fichino era quello dell’orto? sì, proprio quello lì), passò l’orco.

o pu’ettino, pu’ettino, dammi un fichino col tuo santo manino!

nono, che sennò mi acchiappi!

o pu’ettino, pu’ettino, dammi un fichino col tuo santo manino!

nono, che sennò mi acchiappi!

o pu’ettino, pu’ettino, dammi un fichino col tuo santo manino!

nono, che sennò mi acchiappi!

perché pu’ettino era furbo, non si fidava mica tanto dell’orco!

alla fine, dopo tanto insistere, pu’ettino glielo tirò.

ma finì nella popò.

o pu’ettino, pu’ettino, dammi un fichino col tuo santo manino!

nono, che sennò mi acchiappi!

o pu’ettino, pu’ettino, dammi un fichino col tuo santo manino!

nono, che sennò mi acchiappi!

o pu’ettino, pu’ettino, dammi un fichino col tuo santo manino!

nono, che sennò mi acchiappi!

e così glielo ritirò.

ma finì nella pipì.

l’orco allora tornò a insistere.

e voi potete incominciare a prendere sonno.

o pu’ettino, pu’ettino, dammi un fichino col tuo santo manino!

pu’ettino glielo passò…

e l’orco l’acchiappò alla svelta, lo infilò in un sacco, se lo mise sulla spalla e si avviò, attraverso il bosco, verso casa, dove lo aspettava la mogliera.

o mogliera mia mogliera,

metti al foco la caldera,

che ho chiappato pu’ettino!

voi che leggete, non vi preoccupate della sorte di pu’ettino, che è piccolo, ma furbo, furbissimo e sicuramente saprà come cavarsela. potete però approfittare della paura appena presa per farvi coccolare dalla nonna sgangherata, o da chiunque vi stia raccontando la quasi vera storia.

dovete sapere infatti, che appena arrivato nel mezzo del bosco, all’orco iniziò a scappare la popò (pipì e popò hanno, nelle favole delle nonne, un posto d’onore).

pu’ettino: mettiti qui, in un cantino, che mi scappa la popò. faccio presto.

ma mentre l’orco faceva la popò, pu’ettino iniziò a dire:

va più in là che sento un puzzo!

va più in là che sento un puzzo!

va più in là che sento un puzzo!”

e ogni volta l’orco andava un passettino più lontano, camminando come una rana, per via dei pantaloni tirati giù.

quando fu lontano, pu’ettino col suo coltellino fece un buco nel sacco, ci mise dentro tante foglie secche e lo richiuse con ago e filo.

o pu’ettino, come sei leggero, ma non mangi? la mogliera si arrabbierà se non porto a casa un bimbo grassottello!

e mentre si avvicinava verso casa continuava a ripetere:

o mogliera mia mogliera,

metti al foco la caldera,

che ho chiappato pu’ettino!”

ora voi forse già dormite, ma la storia va avanti, perché i bimbi si sa, sono ostinati quando non vogliono dormire e le nonne hanno un bel daffare a inventare storie che si allungano.

quando l’orco arrivò a casa della mogliera, aprì il sacco nella caldera piena di acqua a bollore e giù foglie, stecchi, ghiande e terra secca!

non vi dico la mogliera come era arrabbiata! prese l’orco a mestolate e lo riempì di colpi.

il giorno dopo, -dormite? no? ancora no?- pu’ettino era sempre sul solito fichino.

e passò l’orco.

o pu’ettino, pu’ettino, dammi un fichino col tuo santo manino!

nono, che sennò mi acchiappi!

o pu’ettino, pu’ettino, dammi un fichino col tuo santo manino!

nono, che sennò mi acchiappi!

o pu’ettino, pu’ettino, dammi un fichino col tuo santo manino!

nono, che sennò mi acchiappi!

alla fine, dopo tanto insistere, pu’ettino glielo tirò.

ma finì nella popò.

o pu’ettino, pu’ettino, dammi un fichino col tuo santo manino!

nono, che sennò mi acchiappi!

o pu’ettino, pu’ettino, dammi un fichino col tuo santo manino!

nono, che sennò mi acchiappi!

o pu’ettino, pu’ettino, dammi un fichino col tuo santo manino!

nono, che sennò mi acchiappi!

e così glielo ritirò.

ma finì nella pipì.

l’orco allora tornò a insistere.

e voi siete quasi crollati, no?

o pu’ettino, pu’ettino, dammi un fichino col tuo santo manino!

pu’ettino glielo passò…

e l’orco l’acchiappò alla svelta, lo infilò in un sacco, se lo mise sulla spalla e si avviò, attraverso il bosco, verso casa, dove lo aspettava la mogliera.

o mogliera mia mogliera,

metti al foco la caldera,

che ho chiappato pu’ettino!

appena però arrivato nel mezzo del bosco, all’orco iniziò a scappare la popò.

pu’ettino: mettiti qui, in un cantino, che mi scappa la popò. faccio presto.

ma mentre l’orco faceva la popò, pu’ettino iniziò a dire:

va più in là che sento un puzzo!

va più in là che sento un puzzo!

va più in là che sento un puzzo!”

e ogni volta l’orco andava un passettino più lontano, camminando come una rana, per via dei pantaloni tirati giù.

quando fu lontano, pu’ettino col suo coltellino fece un buco nel sacco, ci mise dentro tanti sassi, belli pesanti e lo richiuse con ago e filo.

o pu’ettino, come sei peso! ma che hai mangiato? quasi non ce la faccio a portarti a casa!

a questo punto, voi bambini potete ridere di quanto sia cretino quest’orco, e gioire di pu’ettino, che è scappato un’altra volta!

e mentre si avvicinava verso casa l’orco continuava a ripetere:

o mogliera mia mogliera,

metti al foco la caldera,

che ho chiappato pu’ettino!”

quando l’orco arrivò a casa della mogliera, aprì il sacco nella caldera piena di acqua a bollore e caddero nella pentola bollente sassi e pietroni, che fecero cadere la caldera, fecero scottare la mogliera e anche l’orco e la mogliera si arrabbiò tantissimo, prese la mestola di ferro e cominciò a rincorrere l’orco per tirarglielo nella testa, e ancora adesso è lì che lo rincorre.

adesso dormi però.

sì, nonna… ora dorm…

 

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la nave dell’orsini

2015-04-12 12.12.50 (600x800)cara nonna,

ti presento la mia nave dell’0rsini.

sono andata su google (tu non lo sai che cosa sia google, l’avresti chiamato qualcosa tipo “gurghe” e ci avresti riso sopra) e ho messo “nave orsini”.

è saltata fuori una cacciatorpediniera della prima guerra mondiale e mi è venuto da ridere.

la nave dell’orsini per me è sempre stata un’altra cosa.

la nave dell’orsini era la tua pentola gigante delle grandi occasioni.

di smalto bianco dentro e blu fuori, serviva per cuocere la zuppa, gli erbi, i pranzi esagerati.

quando occorreva in cucina una misura hors catégorie, per imprese altrettanto smisurate, mi spedivi a cercare “la nave dell’orsini”.

“bimba, te che sei alta, me la pigli da sopra il pensile la nave dell’orsini?”

e mai avrei pensato che il signor vincenzo giordano orsini, descritto sulla treccani on line come garibaldino e men che meno la nave che portava il suo nome durante il fascismo fossero davvero esistiti.

le pentole come la nave dell’orsini servono per quando si invitano tante persone, servono per quando arriva a pranzo una masnada di nipoti, servono per cucinare roba seria, mica quattro salti in padella.

le pentole come la nave dell’orsini rendono una casa abitabile, la rendono aperta a chi arriva, si fanno trovare, comode e panciute, per cuocere pastasciutta per quindici persone senza battere ciglio.

gli altri giorni sono scomode, non trovano un posto che non dia fastidio, vanno messe, come facevi tu, sopra i pensili, e non dentro, pena non farci entrare altro che loro, enormi, ingombranti e sonanti come campane tibetane al minimo colpetto.

e anche a lavarle, le navi dell’orsini, sono rognose come un cane in giardino che scappa dalla sistola d’acqua. le giri e le rigiri nell’acquaio e pare di dover lavare il culo a una balena, le insaponi e le risciacqui cercando di non allagare la cucina, le asciughi con due strofinacci e quando hai finito ti senti spossata come se tu avessi lavato la macchina.

ma quando le metti sul fuoco e accendi il gas, e tutti gli amici sono in giro per casa e le riempi quanto ti pare, ti senti un po’ panoramix mentre prepara la pozione magica, o, ancora meglio, la mogliera dell’orco che aveva acchiappato pu’ettino.

la conoscete la storia di pu’ettino?

domani ve la racconto.

a me, la raccontava sempre la mi’nonna.

 

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io credo che lassù…

lucca, strada per il lavoro, lucettina alla guida è un po’ tesa per il traffico, per i camion e per la temporanea lontananza da thelma, per riunioni organizzate in momenti diversi.

unica consolazione il ruggito del coniglio, trasmissione storica di radio 2 che fa parte della sua vita da tanto, tanto tempo.

la trasmissione viene interrotta spesso dalla pubblicità e lucettina non si fida a cambiare stazione: quando guida non riesce a fare molte cose contemporaneamente, così si rassegna e aspetta.

ad un certo punto arriva la pubblicità di una trasmissione rai.

avete presente la rai? radio televisione italiana? quella che negli anni del dopo guerra insegnò agli italiani una lingua comune, portò nelle case parole, termini, concetti, cultura?

negli anni sessanta c’era perfino una trasmissione, che si chiamava “non è mai troppo tardi” e che insegnava a leggere e a scrivere agli analfabeti.

quando io ero piccola di questa “missione” rimaneva qualche strascico: il pomeriggio c’era “rai scuola” a cura del “dipartimento scuola educazione”, qualcuno se lo ricorda?

ebbene…

anche la trasmissione “io credo che lassù” dice di essere per un pubblico di teenagers.

nella pubblicità infatti si sentono voci di ragazzini e ragazzine che dicono cosa credono ci SIA lassù.

“io credo che lassù c’è un prato”.

“io credo che lassù ci sono i sogni dei ragazzi.”

“io credo che lassù ci sono le persone che mi vogliono bene”.

cinque o sei frasi, una dietro l’altra, TUTTE all’indicativo.

a ogni frase la sensazione è quella di farsi sabbiare le gengive.

io capisco far parlare la ggente, e i ggiovani, ma alla ggente e ai ggiovani, non sarebbe il caso di tornare a insegnare l’italiano di base?

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tanti amici, intorno a un libro

sabato sera passato con gli amici.

uno di noi, feliciano, ha scritto un libro. un libro bello, un libro di storie e insieme anche un libro di storia.

si chiama “Storie di guerra e di Resistenza. Garfagnana 1943-1945”.

e così, dopo una cena allegra e scanzonata ci siamo messi intorno a lui, priska sulle mie ginocchia, gli altri sul divano, e abbiamo sentito cosa aveva da raccontarci: perché si è messo a scrivere storie di piccoli e grandi eroi sconosciuti, di piccole e grandi ferocie e di piccoli, minuscoli paesi diventati teatro dell’immenso terrore della guerra.

e mi è piaciuto, passare una serata ad ascoltare un amico, a parlare di libri, di parole, di racconti, di persone che parlano del loro padre, del loro prete, del loro amico o nemico.

mi pare che non tutto sia perduto, se qualcuno ha ancora voglia di parlare, se qualcuno ha voglia di ascoltare e capire e scrivere e narrare, facendo rivivere gli ultimi giorni di un partigiano torturato e ucciso in modo barbaro, riscoprendo i gesti di salvezza di un prete altrimenti imperscrutabilmente burbero e conservatore, che per tutto il dopoguerra ha continuato  a dire messa voltato di spalle ai fedeli, a insegnare il catechismo con la bacchetta e a raccomandare l’astinenza prematrimoniale, un prete cresciuto con le frasi sui “perfidi giudei” e che i giudei ha salvato per “carità cristiana”, e altre storie ancora, narrate da chi ancora sopravvive allo scorrere impacabile della storia, che tutto maciulla, memorie, luoghi, ricordi.

è il mese di aprile, questo, è il mese della libertà.

raccontare, raccontare e raccontare ancora è l’unico modo che abbiamo per non lasciar svanire il ricordo nella feroce evanescenza di questi tristi anni fatti di nulla.

grazie feliciano per la bellissima serata, grazie per il tuo libro, piccolo mattone nel muro lungo della storia.

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basilio eroe del condominio

11052016_10206508673536351_3387935898344407649_n(nella foto: la consegna della medaglia)

tutti sanno che i bassotti sono molto portati per combattere il crimine in ogni sua forma.

da bambina avevo un enorme bassotto di peluche, jonnysegugiofedele che proteggeva me e giorgiocurioso da qualsiasi pericolo. me lo regalarono che era molto più grosso di me, era peloso, aveva orecchie giganti e mi voleva molto bene, e anche io ne volevo a lui.

vive a farneta adesso e si gode la meritata pensione di tutore dell’ordine.

basilio, il cane locomotiva, ha salvato le biciclette.

casa nostra pare diventata terra di conquista: dopo il furto in casa della vicina, il tentativo di entrare in casa nostra, e il furto di natale delle nostre biciclette, l’altra notte il prode basilio ha sventato un tentativo di furto con tronchesi.

scendendo le scale col suo padrone, il cane siluro ha avvertito la presenza di qualcuno ed ha abbaiato.

dietro le bici e nascosto contro il muro, un ladro di biciclette che si è spaventato ed è corso via, lasciando sul posto le tenaglione con le quali aveva già tentato di aprire uno dei due lucchetti che tengono chiuse le nostre, comprati dopo il furto delle precedenti.

il bassotto poliziotto adesso è stato decorato e gli sono stati conferiti tutti gli onori del caso.

la squadra investigativa che verrà formata per scoprire il covo del ladruncolo e, chissà, anche le bici rubate in precedenza (qualcuno ha visto la mia bici? la sto cercando…) sarà quindi così formata:

basilio capopoliziotto investigatore col compito di coordinare tutte le attività, seguire le piste, pattugliare le scale con turni diurni enotturni.

gattonero spia segreta esperta in pedinamenti, agguati e colpi a sorpresa.

gattogrigio vedetta di guardia dalla finestra e relazioni estere coi gabbiani per organizzare visioni aeree.

nasolungo dell’arancio pattugliamento delle cantine, dei vicoli e dei bassifondi in generale.

a basilio va intanto tutto il nostro ringraziamento e tutta la gratitudine per l’eccellente lavoro svolto finora.

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humans

un ragazzo anoressico, con i capelli elegantemente raccolti in uno chignon e la faccia furba di chi sta guardando  avanti davanti a sé. mi scopro a riflettere che se fosse stata una donna l’avrei invidiata: mi scopro vittima anche io di stereotipi imbecilli.

una coppia innamorata, lui dalla barba bianca e lei dai lunghi capelli rossi e la pelle bianca che splende al sole delle sette di sera.

una ragazza in tenuta sportiva, non pare felice, guarda a terra con aria incupita, ha dei bellissimi capelli.

una bimba dagli occhi a mandorla per mano a sua madre, bionda e troppo truccata.

una coppia grigia: grigio lui, grigia lei, lo sguardo sospetto verso chi sfiora il loro cammino, mi tengo alla larga.

una radiosa ragazza indiana si riposa dopo aver camminato troppo. un pancione in bilico sulle gambe leggermente divaricate, per portare meglio il peso. lui le tiene la mano e cerca di capire se va tutto bene. mi fermo a chiedere se hanno bisogno di qualcosa, no, grazie, sorridono, tutto a posto, devono solo aspettare ancora qualche giorno e poi saranno in tre a sorridere al mondo.

un ragazzo dall’accento milanese parla al cellulare e sfida la bronchite camminando a passo svelto verso la macchina in giacca e camicia, i dolori del giovane che non deve chiedere mai.

una signora bionda, ma per finta.

un ragazzo che corre, con la tuta, la felpa, gli auricolari, le scarpette, gli occhiali da sole e la busta col pane appena comprato.

tre biciclette, una dietro l’altra, di amici divertiti dalla lunga giornata di sole.

io.

che fotografo tre gabbiani, un campanile, il cielo blu e il prato verde, perché ho sempre amato i pennarelli.

foto

 

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