un giorno, intero

dalle otto di mattina alle sei di sera.

un giorno, intero, rotondo, pieno, tutto per me. per la prima volta in otto mesi.

HDC ha preso il principe, lo ha portato dai nonni e poi è andato al lavoro.

io no.

io mi sono alzata, ho preparato una piscina di caffellatte, ho agguantato tre biscotti, e ciabattando per casa ho fatto colazione pensando a nulla.

a nulla di nulla.

poi sono uscita, ho fatto di nuovo colazione e due chiacchiere a un bar pieno di ombra con un caro amico, che mi ha poi depositato in piscina.

lo devo ripetere?

in piscina.

dove ho preso il sole, letto un bel libro di moni ovadia, sonnecchiato, fatto due corsi di “moviti nell’acqua” (avevano due nomi diversi e avevano un senso, ma li ho dimenticati) guardato un bambino giocare, ascoltato ragazzette lucchesi fare discorsi a bischero e vecchie babbione pure.

alle sei mi è venuto a prendere.

per tutto il giorno mi sono chiesta dove avessi messo la borsa coi pannolini, il biberon, l’antizanzare, il ciuco giallo, il cambio, il thermos con la pappa e il maiale col cappello di paglia.

per poi dirmi che no, avevo solo la borsa “normale” (per quanto possa essere normale la mia borsa).

e alle sei e mezzo era lì, in giardino dalla nonna, felice come un uccello, che mi guardava con le stelle negli occhi.

e io me lo sono spupazzato tutto.

 

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ci state uccidendo per il motivo sbagliato

sono cresciuta negli anni novanta.

quando ci iniziavamo a rendere conto del bisogno impellente di una redistribuzione delle risorse del pianeta, quando arrivavano i dati sulla correlazione fra la sperequazione delle ricchezze e la fame nel mondo, quando non c’erano più scuse per dire “non sapevo”.

siamo perciò andati avanti col pensiero nella testa che, a meno di un’inversione di tendenza, saremmo stati presto “invasi” da popoli affamati, arrabbiati e vendicativi provenienti dal sud del mondo.

“quando si renderanno tutti conto che noi abbiamo troppo e loro troppo poco verranno qui e ci taglieranno la gola” diceva mia madre. aggiungendo “e non solo sarà tardi per rimediare, sarà anche difficile dargli torto”.

così da anni io aspetto l’apocalisse dei poveri.

masse di diseredati che arrivano, mi guardano col telefono all’orecchio, loro che hanno la mamma che non mangia da una settimana e pensano “ora questa stronza muore”.

così me l’ero immaginata.

pensando di guardare i miei carnefici e dire “e che vi devo dire? avete ragione voi, facciamola finita!”.

ma cazzo, per allah no davvero.

state ammazzando giovani, vecchi, uomini, donne e bambini PER ALLAH?

ma siete fuori di testa?

sappiatelo: ad allah non importa un fico secco se vi fate esplodere in un mercato.

e vi dirò di più: non esiste alcun allah. vi hanno preso per il culo.

per cui, se pensate che io debba morire perché sono l’erede di un popolo colonialista e capitalista che ha affamato le vostre famiglie, rovinato i vostri ecosistemi, manovrato la vostra politica, parliamone, perché purtroppo potreste anche aver ragione.

ma per allah no davvero! non esiste allah, dio, zeus, krishna, geova e nessun altro di questa roba da fumetto, per cui smettetela di andare in giro a fare cazzate.

 

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altalena

A casa di nonna è pronta l’altalena.

anche se non è stato possibile metterla nella posizione originale, (io rischio il feticismo dei ricordi, me ne rendo conto) sono molto contenta che di nuovo ci sia un’altalena sotto al nocello (nocciolo in italiano).

l’altalena da nonna non era mia, era del cugifà, ma era gentile e mi ci faceva andare abbastanza. cigolava, avanti e indietro, e profumava di legno scaldato dal sole, di erba tagliata, di nocelle (nocciole, in italiano) acerbe e di cipresso.

la disciplina più gettonata era l’uscita col salto, della quale veniva valutato lunghezza del punto d’arrivo, altezza del punto di salto e eleganza globale.

naturalmente queste dimensioni erano espresse in unità di misura da bambini, tipo “fin lassù” o “fin laggiù” o anche “da lassuncima”.

non c’erano giudici ufficiali della federazione del salto dall’altalena, per cui vinceva chi insisteva di più con le sue argomentazioni e chi faceva gesti più ampi con le braccia.

va da sé che per consolarsi di una sconfitta e per rivalersi un pochettino, venissero raccontate imprese degne di un astronauta avvenute proprio quando, sfortuna delle sfortune, nessuno stava guardando.

per ora il principe non può esercitarsi molto nel lancio dall’altalena, piccino com’è è prigioniero di un’altalena bellissima e super sicura che niente ha a che vedere con le tavolette di legno sulle quali siamo diventati astronauti noialtri da piccini, ma è solo questione di tempo.

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il matto e la pistola

l’europa da anni è scossa da attentati di varia risma che mietono vittime innocenti (non che esistano vittime colpevoli, ma pare si dica così “vittime innocenti”) in tanti stati diversi e con modalità molto diverse fra di loro.

quando mia madre mi chiamò in vacanza e mi disse che un pazzo aveva sparato a un campeggio in svezia pensai che a quel campeggio c’ero stata anche io, pensai che lui sarà stato anche un pazzo ma pensai anche “come diavolo fa un pazzo a trovare un fucile?”

lo penso ogni volta che in america qualcuno spara in una scuola, in un  supermercato, in un museo, in una piazza.

l’ho pensato dopo nizza.

l’ho pensato dopo monaco di  baviera.

la triste aria che respiriamo da quando il terrorismo islamico è entrato nelle nostre città (dopo, non dimentichiamolo mai, aver fatto mattanza dei musulmani stessi) ci porta a considerarci tutti meno al sicuro.

ma c’è anche da dire che se ai tempi di mia nonna  un matto era un matto e al limite si tirava giù le brache in pineta, adesso un matto sale su un tir, o entra in un centro commerciale e apre il fuoco, perché tutto, tutto, è salito di livello.

è salita di livello la follia, l’alienazione, la solitudine, l’emarginazione, il bullismo, il razzismo, la violenza, verbale e fisica.

ed  salita di livello la necessità di fare morti, di finire su un  giornale o in paradiso, di farla finita portando con sé i passeggeri di un aereo intero o gente in un ristorante.

“un matto è una persona che non sa dove andare” scriveva tanti anni fa stefano benni in uno dei suoi primi capolavori.

adesso i matti vanno in paradiso, portando con loro chi non ne aveva la minima intenzione.

forse dovremmo provare a scendere di livello, abbassare la scala dell’odio, alzare le braccia invece dei muri, includere senza abdicare ai valori fondanti delle nostre società che non sono, mi spiace, le radici cristiane, ma sono i valori dell’illuminismo, i valori che ci rendono umani, i valori della democrazia, del diritto e dell’uguaglianza.

e infine, forse, dovremmo chiederci  davvero dove le hanno trovate, le armi, coloro che hanno ucciso le vittime innocenti di monaco, di nizza e di tutti gli altri posti del mondo dei quali nemmeno ci rendiamo conto se un amico lontano non cambia per tre giorni l’immagine del suo profilo su facebook.

 

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due gemelli

due gemelli, dai capelli spettinati e le unghie nere di giochi all’ombra dei cedri del giardino, il grembiule sempre un po’ storto.

la scuola elementare era un grande giardino, punteggiato di alberi e di bimbi in bianco e nero, bianco il grembiule delle bambine, che non dovevano sporcarsi, nero quello dei bambini, più liberi di fare quello che volevano.

la ricreazione era eterna, infinita, bellissima, faceva parte delle ore di didattica, durante la ricreazione si imparava a stare al mondo.

i gemelli avranno avuto otto anni, forse meno.

uno picchiava mio fratello e l’altro lo difendeva.

cuccioli come tutti gli altri, solo con una violenza nelle mani per noi inconcepibile, strana, lontana.

ieri, a 38 anni, li hanno arrestati entrambi.

per rapina.

la loro foto sul giornale, in primo piano, in modo che tutti guardino il ladro in faccia.

non solo “il ladro”.

il violento, il criminale, il fuorilegge, il fuoritutto.

e a me fa impressione, sapere che una volta sono stati bambini.

tutti, in effetti, siamo stati bambini.

e i due gemelli porteranno per mano, in carcere, i bambini che sono stati, e che forse non immaginavano di diventare rapinatori.

 

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bon ton

lucca, pomeriggio solatìo ma ventilato.

mamma e biNbetto (citazione da 4ngel0) se ne vanno a spasso per la città.

un gelato alla frutta è stato appena felicemente diviso fra i due e divorato, quindi, si dirigono lietamente verso una gioielleria.

dovete sapere che da quando l’ha morsa il polpo dell’elba, a lucettina è gonfiato l’anulare sinistro e non acccenna a sgonfiarsi.

ha quindi saggiamente tolto gli anelli che portava come la madonna di loreto e ha pensato di farli pulire e lucidare nell’attesa che si sgonfi il ditone, in modo da poter essere portata in processione più bella e più brillante che pria.

la gioielleria è un posto ovattato, di stoffa bianca e oro, ha una porta dotata di campanello, commesse dai capelli perfetti e dalla french impeccabile.

il centauro composto da mamma sgrendinata e passeggino rosso con passeggero suona il campanello e viene accolto con aurea benevolenza.

dopo un grande sorriso le commesse, che saranno subito da lei, finiscono di confezionare un pacchettino per una cliente coi pantaloni con la riga e i mocassini rossi, che a lucettina ricorda tanto certe professoresse di latino.

gli specchi rimandano in ogni direzione il brillare dei diamanti e dell’oro.

lucettina parla al suo scimmiottino:

“hai visto che bel posto?”

lo scimmiottino non se lo fa chiedere due volte.

“B U R P!”

e fa un rutto che spettina le commesse, fa tintinnare il lampadario, appanna le vetrine e incrina gli orologi.

le commesse si girano immediatamente e commentano:

“ma che bel bimbo!”

“e che bella voce!”

vorrebbe aggiungere lucettina.

che invece borbotta soltanto una specie di

“ahrn, ogr, mmmm, gru gru, sgranfagnaschi!”.

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mentre il mondo…

ho visto sui giornali foto di prigionieri nudi e umiliati, gente che muore al ritorno da una festa, l’america a metà strada fra il far west repubblicano e il far west vero, paesi in fiamme, guerre sante e kamikaze, femminicidi, violenza fisica e verbale e ignoranza, superficialità e qualunquismo imperare.

e mi ostino a raccontarvi la vita di un piccolo principe, che fa un dramma enorme per un taglio di capelli, o che ha imparato a passarmi la gallina di plastica quando gliela chiedo, che ha qualche dente in più e che incanta la gente per strada sorridendo come un pazzo.

mi ostino perché non ho più parole per raccontare il cordoglio, la rabbia, la tristezza.

mentre riesco sempre a trovare in tasca, facilmente, la gioia delle piccole cose quotidiane, che sicuramente non cambieranno il mondo, ma che mi aiutano a pensare e a tenere sempre a mente che il mondo esiste ancora, che il mondo è fatto di bambini, di genitori, di single, di coppie, di gente che si ama, di gente che va avanti, ogni giorno, sui treni, sulle strade, al lavoro, al mercato, a scuola, in ospedale, in carcere, ovunque il mondo è fatto da persone e dalle loro personalissime storie, e io, raccontandovi la mia, cerco soltanto di lasciare quella briciola di pane che dica “non siamo persi del tutto, non ancora”.

per cui non credetemi rimbambita se non vi parlo della triste turchia, dell’amara america, della cupa italia, della colpita francia.

immaginate che vi parli di maria.

Maria la libertà
Maria la rivoluzione
Maria il Vietnam, la Cambogia
Maria la realtà.

 

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