Odi et amo

Vi mostro due foto, ecco la prima. 

Quella che vedete sotto gli eleganti piedi di uno sconosciuto è una pedana ribaltabile. Quando un disabile ha bisogno di salire o di scendere dall’autobus l’autista scende, va alla porta centrale, solleva l’anello che vedete a destra e ribalta la pedana. La persona in carrozzella scende o sale, l’autista ribalta la pedana al suo posto e si riparte. Nessun pulsante, nessuna automazione che si possa rompere, che si debba riparare, nessun bisogno che l’autobus si inclini da una parte, e soprattutto un costo irrisorio.

Seconda foto:

Questo distributore di numeri non ti dice quanti numeri hai davanti, ti dice quanto tempo aspetterai.

e il tempo che ho aspettato in effetti è stato quello. 

Ero alla stazione di Dresda e volevo chiedere un’informazione per tornare a Berlino. 

“Buongiorno, il treno del ritorno per Berlino, lo posso prendere anche dalla stazione di Dresden Neustadt?”

L’impiegato guarda il mio biglietto e sentenzia:

“Lei ha fatto un biglietto con scritto Dresda tutte le stazioni per cui sì!”

“Ah, grazie!”

Poi mi viene il dubbio.

“Il treno che ho sul biglietto CI FERMA, a Dresden Neustadt?”

“Per quello devo controllare! Aspetti… No, non ci ferma, arrivederci!”

Sono fantastici. 

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Ritratti brevi da starbucks

(Potsdamer Platz)

Due studenti cinesi, lei bellissima, computer e lunghissima capelli neri. lui innamorato perso finge di studiare. 

Una signora al computer, gonfi capelli grigi, faccia scura della tedesca che non deve chiedere mai. 

Un romano, dal cappello e la sciarpa coordinati e comprati dalla moglie prima di partire esce dal bagno con la faccia di chi ancora non ha capito dove si trova. 

Una spagnola e un tedesco parlano un inglese zoppo e divertito. 

Un ragazzo dai capelli artificialmente bianchi e pettinato come elvis emana una sensazione di fumetto.

Organizzatissimi tedeschi lavorano ai computer, tutti, rigorosamente, con una mela luminosa sopra. 

Una cameriera troppo magra raccoglie i vassoi.

Leo imperversa e HDC lo sorveglia divertito. 

Io mi godo il caldo e la quiete, dalla vetrata si vede Berlino, la cupola del Sony center che con tedesco rigore cambia colore, le luci di natale, l’odore di glühwein, il freddo tremendo che entra in ogni pertugio, il fatto di essere qui. 

La gente va e viene, si scompone e ricompone, sedie, poltrone, tavolini vengono riordinati alla bisogna.

Era l’inverno che cercavo, l’inverno di cui avevo bisogno.

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A Berlino

A Berlino le labbra bruciano di freddo, si spellano rosse lungo i bordi, e mi portano indietro di qualche anno. 

Il bimbo è vestito come un esquimese e non capisce e mugugna al momento di entrare nella tuta da astronauta che gli permette la sopravvivenza nel passeggino. 

Le mani non escono dalle tasche e i capelli si lisciano sotto il cappello. 

La gente è quella di sempre, la signora che non ride neanche sotto tortura, i ragazzi vestiti di niente, le bici, le teste bionde, verdi, blu. 

Mi piace essere qui, mi piace essere qui tutti insieme, a marcare il senso del tempo, che passa e insieme non passa mai. camminando per le strade vedo tutte le lucettine che sono state qui, in ogni stagione, per ogni lavoro, con ogni persona. 

Le porto tutte in tasca, per le strade di Berlino, come castagne matte.

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L’etica della vittoria

Siamo in anni di tifo politico. 

Iniziammo con miliardario ridens, e i suoi ammiratori a metà fra Maria de Filippi e la curva di San Siro. 

Abbiamo proseguito in grande stile col Bettino di Rignano, che iniziò la sua fulminante carriera con il mantra de “gli altri hanno sempre perso e io voglio vincere”.

Era il “vincere per fare cosa” che evitava di spiegare, e che parlando col suo gruppo di ultras non riuscivo mai a capire. 

Mi dicevano: “una classe dirigente che ha perso deve farsi da parte”.

E io pensavo a tutte le mie battaglie perse. 

Il referendum sulla fecondazione assistita  (che brucia ancora, da 11 anni, boicottato dalla Margherita, all’epoca partito di cui il presidente del consiglio era giovane esponente).

L’articolo 18, combattuta con Cofferati prima e con Bersani dopo (eliminato da Renzi).

Un concetto di lavoro diverso, ai tempi di internet, che potesse prevedere più tempo per noi e la nostra vita: essendo l’orario giornaliero il medesimo da cinquant’anni e la tecnologia completamente diversa. 

Uno spazio politico e sociale diverso per le donne, diritti civili per le minoranze, la laicità a garanzia di tutte le religioni e della convivenza civile, una ricerca scientifica degna di questo nome. 

Battaglie perse. 

E come tali “vecchie”, come il mio sistema di valori, il mio modo di intendere la vita privata e collettiva. 

E adesso, leggo, con amarezza (non godo delle sconfitte altrui, io), che molti renziani abbandonano per un giorno quest’etica della vittoria e scrivono “è stata una bella battaglia, è stato giusto combatterla, anche se è stata persa”.

Forse farà bene prima a loro che al paese, capire che ci sono battaglie che valgono sempre la pena di essere vissute, anche le battaglie degli altri. 

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Nach Berlin

So ist das Leben, Herr Präsident…

Forse meno autoreferenzialità, forse meno arroganza, forse più dialogo, forse meno voglia di fare da solo avrebbero aiutato.

La gente che alle primarie era venuta in blocco a votarti è tornata ognuno nei propri recinti. 

Il taxi del populismo preso all’andata ti ha scaricato al ritorno. 

Adesso vediamo che succederà, di te mi importa davvero poco, mi importa del paese e da oggi c’è da lavorare duro per rimediare al pallone bucato che ci lasci tra le mani. 

Intanto un po’ d’aria, che fra salvatori della patria e matite copiative da leccare c’è bisogno di spegnere il telefono per qualche giorno.

Alle 10.00 l’aereo. 

abbiamo i biglietti per Berlino e un appartamento a Charlottenburg che ci ospiterà per una serena settimana di famiglia in Germania. 

Erano mesi che tarmavo il marito per assicurarmi una settimana crucca, sotto natale, col glühwein e l’odore dei mercatini e il freddo e il cielo scuro e le candele. 

Ho comprato vestiti per il cucciolo neanche andasse al polo nord, ho un piano diabolico pronto per raggiungere dresda in qualche modo, ho voglia di perdermi un po’ per strade tedesche, vedere care amiche e ridere, ho voglia di ridere, ridere un un paese dove fischiare per strada è quasi reato. 

Cinque giorni tutti per noi. senza renzi, grillo e salvini, che, mi piace pensare, non sono gli unici politici possibili.

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Cuscini

Ho messo due cuscini, a sinistra e a destra del piccolo, perché non cadesse dal letto dove si era addormentato. 

E ho rivisto mia nonna, mentre mi preparava il “cuccioro”: un pezzo di letto, recintato da cuscini, che lei diceva mio, tutto mio, per la sua bimbina, che l’adorava come una dea. 

Il cuccioro veniva preparato per il sonno del pomeriggio, rito sacro a casa dei miei nonni materni. 

In un lettino mia nonna insieme a me, nell’altro mia zia, classe 1903, bigodini, cipria e baffi da cavaliere.

Per me il paradiso in terra. 

Mi raccontavano storie bellissime, odoravano entrambe di canfora, colonia e panca di chiesa.

Sotto il letto, in una vecchia cassetta della frutta, le riviste che un’altra zia passava loro già lette: “confidenze”, “annabella”, “gente”.

Che leggevo, quando mi annoiavo perché non riuscivo a dormire. 

Gli armadi della “camerina” (così si chiamava la camera di mia zia) erano foderati con la stessa carta delle pareti: grandi euforbie dai toni celesti, delle quali amavo cercare le ripetizioni della fantasia e ritracciare la riga delle strisce. 

Era un piccolo mondo, abitato da due donne che avevano lavorato duro in fabbrica tutta la vita e che amavano coccolare una bambina, che non aveva nessuna fretta di diventar grande. 

Per quella bimba, un cuccioro e una nonna accanto erano la cosa più bella del mondo. 

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Freddo e cielo blu

Lo ha detto anche la vecchia dietro di me alla cassa del supermercato. 

“A me non dà noia il freddo, a me dà noia quando piove tutto il giorno!”

E brava vecchia dagli stinchi di nylon.

Anche io la penso così. 

Il cielo blu, i colori dell’autunno ancora saturi di giallo e di rosso, gli alberi spogli che stendono rami neri verso l’alto, i pioppi bianchi, il fiume e il suo vapore di alito di cane, il freddo nel naso, le mani in tasca. 

A me piace. mi piace il freddo vero, quello che devi correre, quello che manda via le nuvole e i pensieri, quello che ti gela e stecchisce i capelli. 

È in inverno che mi manca la Germania, il meteo assurdo che mette meno dieci di minima e meno cinque di massima, i calzini nelle case, il vino caldo nel bicchiere, il tram riscaldato. 

Fa freddo. va bene così. 

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