Le poppici

Le poppici sono la cosa più affascinante del mondo.

Servono per tagliare la carta, per minacciare i baffi di Frida gattonero, per fingere di tagliare le unghie dei piedi a Unser Sandmännchen dicendo affettuosamente “oa, amoe, io taiia unghie a te!” E molte altre cose perigliose e dannose.

A volte chiede di portarsele a nanna, ergendole al medesimo Olimpo di Norso, della Bimba e della Mucca.

Piano piano gliele sfilo mentre dorme e le tolgo dal letto, ma al mattino la prima cosa che chiede è “e le poppici?”

Che ci vuoi fare con le forbici, amore?

Io porto poppici a Iaia!

(Ilaria è la sua amata maestra).

Ai miei tempi le poppici si chiamavano “forbicine”, erano di metallo e avevano la punta tonda.

E tagliavano molte cose, i capelli delle bambole (con una barbie compresi un pomeriggio il concetto di “maipiù”… “quando le ricrescono?” Chiesi. “Maipiù” rispose mia madre), i vestiti di chiunque, e molte altre cose indesiderate.

Queste poppici invece sono ganzissime. Tagliano solo carta. E sono di plastica colorata, è praticamente impossibile far danni.

Certo, se non si pensa di sfidare, con le poppici, il gatto con gli stivali che sta dentro la televisione…

Annunci
Pubblicato in Uncategorized | 1 commento

Foglie

Mi hanno regalato un pothos.

Una signora dagli occhi chiari e il sorriso gentile, che accarezza le piante con loro sguardo e la mano leggera.

Che sa coltivare orchidee, fare talee in grandi vasi di vetro, che sa rispettare quelle strane creature che chiamiamo “piante” e che anche io amo così tanto.

Così adesso nel mio ufficio c’è un grande pothos, dalle foglie lucide di benessere, dal vaso grande e dalla terra scura.

E a guardarlo sento quel posto un pochino più mio, un pochino più verde, un pochino più vivo.

Mi terrà compagnia, ascolterà molte storie e credo che gli piacerà, i pothos sono piante che fingono discrezione ma adorano farsi i fatti degli altri.

E dalle sue talee, chissà, magari un giorno regalerò un pothos a qualcuno che lo sappia apprezzare.

Pubblicato in Uncategorized | 1 commento

Io sono te e tu sei me

Col piccolo mi diverto a mescolare le carte.

Allora… ora si fa che io ero te…

Sì!

E allora tu chi sei?

Io sono mamma!

E babbo?

Babbo… È Frida!

Ok… allora se io sono te domattina mi devi portare all’asilo…

Sì! E dopo vado al lavoro!

A volte mi pare che i suoi due anni siano duecentomila, mi pare che tutta la saggezza del mondo sia concentrata nei suoi novantatré centimetri e i suoi undici chili, mi pare di avere di fronte un adulto miniaturizzato che fa solo finta di essere piccolo.

Poi penso che la stessa cosa la pensano milioni di genitori, mi viene da ridere e apro la bocca, perché visto che “lui è me” mi imbocca con la forchetta la pesca che io non voglio mangiare.

Ancora due! Dai!

Ora uno mamma, poi è vuoto!

Quando ero piccola Santina mi faceva sempre lo stesso indovinello che mi faceva rimuginare per ore.

Se io son io e te sei te, chi è più bischero: io o te?”

E allora me ne andavo in giro con le pive nel sacco, incapace di uscire dal gioco con una risposta inequivocabile, dando calci distratti al ghiaino della corte, fra la Ritmo di Gigi e la vespa di Sonia, e rimuginando come una mucca.

Se io son io e te sei te…

Pubblicato in Uncategorized | 8 commenti

quando piove

A Lucca, quando piove, piove tutta la città.

Sarà per le strade, lastricate di pietre lunghe e scure, sarà per i muri, intonacati di lucchese, grigio, pudore, sarà per il cielo, bagnato e grigio, ma tutto pare piovere insieme alle gocce di pioggia.

Ed è pioggia grossa, impietosa, più bagnata dell’altra pioggia vista in una qualsiasi altra città.

Non puoi pensare di cavartela con una corsetta, ti ritroverai fradicio e infreddolito, perché a Lucca, la pioggia, è una cosa seria.

Allora sarai felice di trovare l’ombrello e il braccio di un amico, magari rosso, l’ombrello, che colori un pochino la luce di lì sotto, e gentile, il braccio, e di buona chiacchiera, l’amico.

E così potrai imprecare, ogni anno, contro la pioggia di Lucca, commentare sulle scarpe, che ci vogliono diverse, anche se tanto non ti salvi lo stesso, e sui calzini, che ci vogliono caldi.

E magari ripenserai a thelma, che ne aveva un paio di ricambio nel cassetto dell’ufficio, perché thelma ne sa una più del diavolo, e cercherai di capire se, in questo nuovo tuo viaggio, troverai di nuovo qualcuno come lei.

Pubblicato in Uncategorized | 4 commenti

Caro Domenico

Sì, lo so, fra me e te, e nelle nostre eterne schermaglie divertite, eri tu quello che pensava a qualcosa dopo la morte, non io, per cui ti immagino già sghignazzare, da qualche parte, con dio, mangiando noccioline e godendoti lo spettacolo terrestre.

Ma ti scrivo lo stesso, pur sapendo di generare la tua irrinunciabile ironia.

Per una serie di buoni motivi, ti scrivo lo stesso.

Il primo è che mi manchi, e manchi a una città e a una politica che ha da qualche tempo perso la lucidità, la pietà, l’amore, la giustizia.

Tu sapessi, Domenico, quanto si sono incarognite le persone, cosa dicono per strada, cosa scrivono sui giornali.

Tu sapessi, Domenico, quanto ci farebbe bene ascoltare di nuovo la tua stridula e perentoria voce, che spiegava, usando la storia, il presente con la chiarezza cristallina dello studioso.

E così ti penso, immagino che cosa avresti detto, o scritto, o commentato.

Poi ti scrivo anche perché ieri sono stata a pranzo a casa tua.

Con la tua gente, con la tua comunità.

C’ero andata a stringere la mano al nuovo pastore, ti confesso, Domenico, cercando di nascosto qualche segno della tua presenza.

C’ero andata a dargli il benvenuto, a dirgli che ti avevamo tutti voluto bene e che lui doveva fare ammodino.

Poi già che c’ero mi ero fermata per il culto, sentendo poco, per star dietro al principe scatenato (non l’hai conosciuto, vi sareste piaciuti sicuramente).

E poi ci hanno invitato a pranzo.

In una sala che non conoscevo, piena di luce e di gente.

Piena di chiacchiere e di buon cibo.

Gente, pensa, che davanti al caffè, parla di vangeli apocrifi, e decide quando ritrovarsi per il gruppo di studi sulla bibbia.

Ho stretto la mano a tua moglie, che non avevo mai conosciuto, e sono diventata rossa come una ragazzina.

Ho visto un pochino del tuo mondo e puoi stare sereno, stanno bene, sono brave persone, e cucinano dell’ottimo cibo.

Insomma, qui sulla terra il mondo va avanti, Domenico, e il tuo, in particolare, è fatto di molta bella gente.

Il nuovo pastore va fatto mangiare come si deve, è magro come un grillo, ma ha il sorriso gentile e il cervello fino, farà un ottimo lavoro.

Pensa, è di Torino e ha fatto l’anno di prova a Livorno, le avrà capite le battute?

Ho capito, Domenico, che non sarà in lui o nelle sue parole, che ritroverò le nostre chiacchierate.

Quelle hanno il loro posto e il loro posto sono io.

Il nuovo pastore ha il diritto di non essere il capitolo due, ha il dovere di essere niente di meno che se stesso.

A lui vanno mille auguri di buon lavoro, a te un saluto, ovunque tu sia.

Pubblicato in Uncategorized | 4 commenti

storia di una bandiera

Ignoro chi l’abbia cucita.

Ma qualcuno, ha preso tre strisce di colori, blu, rosso e albicocca e li ha cuciti insieme, un giorno, in un paese lontano e pressoché sconosciuto.

E forse, quando decisero di andarsene, la portarono con loro.

La famiglia armena, che, come molte, moltissime altre, lasciò il paese e arrivò in Siria, credendosi al sicuro.

Lontani, esiliati, ma al sicuro.

Poi la follia anche lì, la guerra, la distruzione, la fuga.

Di nuovo.

E una bandiera in tasca.

Blu, rossa e albicocca.

Cucita insieme da non so chi.

E dopo l’arrivo, non so come, non so perché, a Lucca, accolti dalla comunità di Sant’Egidio, ospitati in una casa, a tirare il fiato, a ricominciare a vivere.

Ancora più lontano.

Ancora più esiliati.

Ma ancora al sicuro.

Almeno fino alla prossima volta.

Quella bandiera quindi mi è stata prestata, piegata con cura, per il principe viaggiatore, e i suoi inconsapevoli messaggi di pace.

E la bandiera è stata strinta, e portata per le vie di Lucca illuminate dai lumini di cera, San Frediano, via fillungo, San Michele, piazza Napoleone, San Giovanni, San Martino.

La bandiera scappata dalla guerra, tutti l’hanno vista.

La bandiera scampata alla barbarie, tutti l’hanno vista.

Per le strade di Lucca.

Blu, rosso e albicocca.

Pensando al paese lontano che mi ha dato mio figlio, facendomi così un po’ figlia sua.

Pubblicato in Uncategorized | 9 commenti

Casa mia

Oggi è festa nella mia città.

La festa del volto santo, arrivato su una nave, scuro di pelle, vittima dell’ odio degli uomini.

Se fosse arrivato oggi forse sarebbe sbarcato a Lampedusa, invece è arrivato da noi centinaia di anni fa.

La festa, la processione, quest’anno è stata amara, col pensiero rivolto a chi ha perso i propri cari sul lavoro, senza fuochi d’artificio e con la città silente e più buia del solito, un buio che aiutava a riflettere e a pensare.

E i lucchesi DAL mondo ci sono stati, con le loro storie sussurrate e i loro colori , grandi e piccoli, bianchi e neri, cristiani e non.

E in quel gruppetto di persone che si sentivano a casa mi sono sentita a casa anche io, dietro al nostro cartello, portato a turno, ognuno di noi ha interpretato Lucca secondo la propria storia, l’ha vissuta secondo il suo percorso.

Lucca, così piccina, così gelosamente provinciale, così circondata da mura e da antichi pensieri.

Lucca, terra di commercianti, migranti, artisti.

Lucca, casa di tutti.

Pubblicato in Uncategorized | 2 commenti