Giannelli capo del mondo

“Giannelli capo del mondo” era un cartello che troneggiava sulla parete della federazione in via Santa Giustina. 

Credo l’avesse fatto Nico, ma non era importante. Ognuno di noi, con solenne emozione, aveva firmato il cartello per chiedere che a Sergio Giannelli, responsabile organizzazione e tesseramento del partito, fosse dato l’incarico ufficiale di capo del mondo. 

Se solo ci avessero dato retta oggi non avremmo problemi. 

Con un paio di pinze e du’ moccoli il Giannelli sa riparare ogni cosa, inventare nuovi oggetti, fare interventi in direzione provinciale pieno di passione e trecento telefonate di campagna elettorale come se nulla fosse.

Così ieri pomeriggio mi ha telefonato.

“Portami la bici sotto casa che sono pronti!”

Ci siamo trovati in strada, come a Lucca di solito non si fa.

A concionare di politica, elezioni, compagni, rompicoglioni.

E già che c’era me li ha montati. 

Fissati al portapacchi dietro, fatti da lui.

Ditemi voi come si farebbe senza il Giannelli.

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Bimbo a bollore

Ogni tanto gli succede. 

Basta un fresco d’aria, un pochino di vento, un giro in bici. 

E il bimbo prende fuoco. 

Quasi 40 di febbre, gli occhi appannati, uno strano silenzio. 

Così ieri siamo tornati per un giorno quello che eravamo un tempo.

Principe e mamma in casa a giocare. 

Un anno di asilo (e di anagrafe) ha cambiato tante cose.

Non si interessa più di forme e di cerchi da infilare in un cono, non si accontenta del suo piccolo spazio colorato, adesso corre per casa (sì, anche con la febbre, i bimbi piccini sono alieni) tira calci alla palla, sa quello che vuole e lo sa dire. 

 “Care! Mamma! Là!”

Vuol dire “o dolce e bellissima e intelligentissima e giovanissima mamma, verresti per cortesia di là a giocare con me?”

Oppure

“Ciccia, Ciccia, cicciaaaaaaaaaa!!!”

Vuol dire

“Grazie per la proposta ma non credo, nella maniera più assoluta, che riesca a mangiare le zucchine, nonostante siano state cotte con cura e perizia degna di chef”.

O ancora

“Gatto! Tali!”

Significa 

“Fra tutte le storie mi appassiona maggiormente quella di quel grazioso mycino  sempre graziosamente vestito”.

Infine, correre verso la porta urlando come un ossesso

“Nonna nonna!!! Tale tale”

Significa naturalmente

“M’inganno o sulle scale mi pare di udire i passi a me noti della cara bisavola?”

Insomma, è stata una lunga giornata, stamani sta meglio e io torno al lavoro…

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in giro con daniele

sabato mattina dovevamo incontrare due signori che ci volevano mostrare delle cose da sistemare.

ci siamo trovati a un bar, seduti fuori a un tavolino.

dopo dieci minuti i signori erano sei, agguerriti, su alcune cose arrabbiati (e avevano ragione) e appassionati.

ci hanno preso idealmente per un orecchio per farci vedere cosa non andava bene. l’incuria di alcune zone, rifiuti da ritirare, abbandono di posti splendidi.

ci siamo presi l’impegno di sentire come mai, di dare una spiegazione, di trovare una soluzione.

molte scelte sbagliate sono state fatte in passato, ma è vero, verissimo, che se uno nuovo arriva, deve cambiare quello che non va.

e così ci siamo trovati ad ascoltare storie di gente che vive il fiume. che va a pesca, che pulisce i poggi pubblici col proprio frullino e il proprio tempo, che segnala quello che non va bene con la passione di un combattente.

che guarda il territorio come se fosse casa sua.

perché in realtà lo è.

da piccola mia madre mi insegnava che quello che è pubblico non è che non è di nessuno, è di tutti, va protetto, va amato, va salvaguardato.

e gente del genere, che ti spiega cosa non va, in mezzo a du’ moccoli, una tirata al sigaro e un urlaccio, è quella da ascoltare, da valorizzare, da usare come la migliore reportistica sul territorio.

è soprattutto gente da non deludere, da non dimenticare, gente alla quale dimostrare che non hai fatto finta di ascoltare, ma che hai capito e che farai qualcosa.

perché la politica è volare alto, ma spesso si vola tanto più su quanto hai lo sguardo rivolto sotto ai tuoi piedi.

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 Un mostro si aggira per le scuole…

il gender!

Una cara amica mi ha scritto ieri in seguito al post sull’omofobia.

“oh lucettina, ma mi dici, tu lo avresti voglia di spiegarmi cosa si intenda per “Gender”? e come mai la gente ha così tanta paura che si insegni nelle scuole? Visto che io non ci vedo nulla di strano, non so se sono io che non capisco…”

La mia amica ha ragione, e ammiro molto chi, nel dubbio, chiede in giro. Non che io possieda la scEnza infusa, ma il confronto, mettere insieme le informazioni, approfondire, studiare, leggere, è sempre qualcosa che arricchisce l’animo di ognuno di noi.

Se si digita intanto “gender” su google, si trova la definizione secondo un vocabolario:

“l’appartenenza a un sesso in senso culturale e non biologico”.

Interessante è anche l’incipit di wikipedia sull’argomento:

Teoria del gender è un neologismo nato in ambito cattolico negli anni novanta del XX secolo per riferirsi in modo critico agli studi di genere: coloro che fanno uso di questa locuzione sostengono che gli studi di genere nasconderebbero un progetto predefinito mirante alla distruzione della famiglia e della società fondate su un presunto “ordine naturale”.

Di recente anche questo blogghino è stato blandamente attaccato di non rispettare “gli aspetti di genere” cosa che mi ha fatto in realtà parecchio sorridere, qualcuno ha insinuato che non avessi comprato a mio figlio sufficienti giocattoli “da femmina” in modo da instradarlo, inconsapevolmente, alla mascolinità non richiesta.

Mi ha fatto molto ridere questa osservazione perché mi è parsa assurda tanto quanto coloro che si scagliano contro questo tipo di considerazioni.

Parto dal fatto che io a mio figlio non ho comprato giocattoli “da femmina” perché detesto pensare che ci siano, giochi da “femmina” e giochi “da maschio”.

Il principe mette a letto bambole e scimmie di peluche (la sua preferita io pensavo fosse uno scimmio e invece l’ha chiamata “bimba”, bada te), beve con me il tè in tazzine di plastica elegantissime, guida trattori, tira calci alla palla e scaraventa matite per casa. Nessuna di queste attività le considero “da maschio” o “da femmina” come del resto il colore dei vestiti, i miei preferiti essendo blu e rosso non mi pongo affatto il problema.

Sono forse fortunata ad essere la mamma di un maschio, perché temo che le mamme delle bimbe siano invece assai più costrette, e mi rendo perfettamente conto che i negozi di giocattoli si dividano in settori “rosa” e “celesti” dove non a caso sono disposti nel primo settore giocattoli che mimano attività casalinghe, e nel secondo giocattoli che mimano più attrezzi da lavoro.

Questo mi pare triste e limitante.


È qui c’è l’unico aspetto reale di questo tanto famigerato “gender”: la considerazione che la società in qualche modo influenzi i futuri atteggiamenti dei bambini influenzando il loro futuro: i giochi “da maschi” inducono un certo tipo di messaggio, a volte perfino violento, quelli destinati “alle femmine” sono spesso connotati da lavoro domestico, oggettizzazione del corpo femminile, sottomissione.


Questo è purtroppo vero e sicuramente non farebbe male rifletterci un po’ su.

Un’ educazione attenta a questi concetti non fa nulla di male, anzi. 


E un’educazione corretta insegna il rispetto delle diversità, del modo di essere di ciascuno di noi, i gay c’entrano solo perché ce li hanno fatti entrare, ma ognuno di noi è diverso dagli altri e merita rispetto. 

Non viviamo in un mondo di soldatini di plastica tutti verdi uguali.

Viviamo in un modo dove ci sono uomini, donne, bambini, bambine.

Uomini che amano le donne, che amano gli uomini, e donne che amano donne o uomini.

E bambine e bambini che possono avere in famiglia esempi di alcuni di questi tipi di amore, o bambine o bambini che iniziano a pensare, a concepire, a immaginare i propri sogni e i propri desideri.

Nessuno vuole costringere nessun altro a diventare gay, né a diventare eterosessuale.

Occorre solo spiegare al mondo, alla società, che ognuno è semplicemente come è, che sia bianco, nero, biondo, moro, etero o gay o pure indeciso.

Sono tutti modi di essere che chiedono cittadinanza, che chiedono di poter vivere serenamente la propria vita.

E gli atti di femminicidio, di bullismo, di violenza contro chiunque sia diverso, da parte non solo di adulti, ma anche, terribilmente, di ragazzini, ci dicono che la violenza e la prevaricazione sta diventando un modo di vivere l’altro da sé in modo conflittuale e preoccupante.

Il gender quindi non vuole insegnare nelle scuole che essere gay sia migliore di essere eterosessuale o che tutti dobbiamo metterci una parrucca, tette finte e ciglia lunghe.

Ci insegna che il rispetto si deve a chiunque faccia scelte diverse dalle nostre, che si tratti di come vestirsi, di come amare, di come vivere.

Ricordate i tanti film sulla conquista dei diritti civili negli stati uniti?

Anche allora la gente temeva che dare diritti ai neri togliesse dignità ai bianchi.

La stessa cosa si è pensato per secoli delle donne.

Non è accaduto.

Quando i diritti si allargano si vince tutti, i diritti non sono una scatola di cioccolatini, che si svuota se si offrono in giro, i diritti sono additivi, come l’amore, la libertà e i sogni.


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Cosa c’è da temere?

Ieri è stata la giornata mondiale contro l’omofobia (e transfobia etc).

Una splendida giornata di sole, durante la quale la mia lista (vi ho già detto, vero, che sono molto orgogliosa della mia lista?) ha distribuito spillette e materiale nel centro cittadino e io… ovviamente… non c’ero. Groan.

Un contrattempo imprevisto mi ha tenuto lontana da Lucca e così mi sono persa una cosa alla quale tenevo tantissimo. 

Allora provo a scrivere due righe, come quando capita che vedi un compleanno in ritardo e speri che gli auguri siano buoni anche secchi.

Non lo so perché la si  voglia definire fra le fobie, l’omofobia. 

Non mi parrebbe una “fobia”, una di quelle paure senza apparente spiegazione logica, come, che so, l’agorafobia o la claustrofobia.

Fra l’altro, di queste fobie più “classiche” ne soffre un sacco di gente e questa gente conduce una vita normale, non è che chi ha paura di un ascensore lo prende a mazzate, tanto per dirne una. 

Sinceramente non vedo chi possa essere spaventato da due uomini che si amano o due donne o due caloriferi…

Che gli può essere successo? Ha visto Platinette senza trucco da piccino? 

No, trovo questo termine gravemente inadatto.

Chi pensa che le persone omosessuali debbano avere meno diritti degli altri, oppure che si debbano curare o nascondere, non mi pare uno che ha paura.

Mi pare piuttosto una persona in malafede o maleinformata o maleducata.

Quel che volete. Ma spaventato non davvero. 

Mi direte magari della paura del diverso, del confronto, di chi è altro da noi, ma boh…

A me paiono solo un po’ stronzi (il blogghino è mio e le parolacce le dico come mi pare).

È un po’ come se un uomo che picchia una donna fosse chiamato “donnofobo”, vi parrebbe normale?

In Italia siamo ancora lontani, come società e come classe politica, dal vivere un una società dove tutte le diversità abbiano cittadinanza. Religioni diverse, stili di vita diversi, attitudini sessuali diverse… 

Ma non è la paura che ci blocca. È la protervia arrogante di chi pensa che esista una sola strada e non si rende conto che la sua è solo uno dei tanti sentieri che conducono alla vetta. 

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le interviste impossibili di dani e lucettina (1)

carissimi, inizia, su questo blogghino, una rubrica, a uscita random (quando ci frulla in mente) e ad argomento “lucca” (what else?).

andremo in giro naso in su per la città a intervistare piazze, monumenti e personaggi, per ascoltare le loro voci, per raccontarvele e per raccontarvi lucca e la tanto famigerata “lucchesità”.

la prima ospite delle nostre interviste non poteva essere altro che lei, Ilaria, la nostra ilaria, l’amata ilaria, la dormiente ilaria.

(foto dal sito del comune di lucca)

intanto lasciate che ve la presenti.

ilaria del carretto, seconda moglie di paolo guinigi, morta di parto giovanissima, dando alla luce la sua seconda figlia, ilaria minor.

ognuno di noi, parlando di lei, inizia sempre così.

“giovane moglie di paolo guinigi morta di parto a soli venticinque anni…”

diciamo così perché quello che conosciamo di lei, quello che da sempre ammiriamo, una volta nel transetto, e adesso in sacrestia, non è la sua vita, ma la sua morte, e il suo sonno, secolare, che l’ha portata fino a noi.

della sua vita non è che non si conoscono dettagli, è che ilaria è la nostra bella addormentata.

da bambina andavo spesso a trovarla. da lontano si poteva intravedere, bianca e luminosa, dentro il transetto sinistro di san martino, e quando la spostarono per metterla in sacrestia la presi quasi come un’offesa personale.

“possiamo chiamarla ilaria? possiamo darci del tu?”

“certo, è vero che ho dormito tutti questi secoli, ma ho visto tutto, ho visto gli anni passare, il medioevo sbiadire, il rinascimento, il barocco, l’ottocento, le guerre e il boom economico, le rivoluzioni mancate e le restaurazioni implacabili, io vi ho visto continuare a vivere, andare avanti, fare figli, avere nipoti, vi ho invidiato, cari lucchesi, voi, di carne e di ossa, voi, di muscoli e sangue, ma sono una di voi”

“ti senti mai sola?”

“mai, non passa giorno che qualcuno non mi venga a trovare, e non solo turisti, spesso lucchesi, emigrati e tornati a vedere che tutto sia sempre come allora. a ognuno mostro la mia calma di pietra, il cane affettuoso, la mia veste perfetta e i morbidi cuscini di marmo”.

“e la vita in cattedrale? noiosa?”

“scherzate? avete idea di quante cose si possano udire in una cattedrale? qui nei secoli sono passati pellegrini, mendicanti, signori potenti, ladri, cerimoniosi penitenti e turisti dalle camicie improbabili, signori della città, sindaci, prefetti, vescovi, suore, beghine e giovani scout con la chitarra. l’umanità, sapete, è varia. fidatevi di quello che vi dico, io ne ho vista tanta.

“cosa ti piace della nostra città?”

“la quiete, la calma, il respiro lungo del sole che filtra dalle finestre di san martino, i rumori sulle mura vicine, le grida dei bambini, il leggero rumore della fontana di piazza antelminelli, il passeggiare lento della gente, l’acqua gentile, domata nei secoli e costretta in fontane meravigliose.”

“ma ci saranno anche cose che non ti piacciono…”

“certo. non mi piace la fredda pioggia d’inverno, l’umida leccata di freddo che entra ovunque e  l’umido che si scrolla dagli ombrelli, le corte giornate dense di pioggia, che pare non finire mai e le strade che si svuotano, i lampioni che illuminano gatti addormentati, disturbati soltanto da qualche raro passante”

“e cosa ti piacerebbe dire ai lucchesi, se potessi?”

“una cosa sola. voi che potete, svegliatevi, vivete, non lasciate mai che un giorno passi uguale al precedente, aprite gli occhi, aprite la vostra città, aprite le vostre case e le vostre mura, i miei occhi sono chiusi da secoli, i vostri no, voi che avete un cuore di carne e muscoli caldi, voi siete vivi, non dimenticatelo mai”.

…  e Ilaria, solo Ilaria…

Dentro nel claustrale transetto
come dentro un acquario, son di marmo
rassegnato le palpebre, il petto

dove giunge le mani in una calma
lontananza. Lì c’è l’aurora
e la sera italiana, la sua grama

nascita, la sua morte incolore.
Sonno, i secoli vuoti: nessuno
scalpello potrà scalzare la mole

tenue di queste palpebre.

Jacopo con Ilaria scolpì l’Italia
perduta nella morte, quando
la sua età fu più pura e necessaria.

Pier Paolo Pasolini, Appennino

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luci basse

sono uscita di corsa dal lavoro, dovevo andare a una riunione (dio, da quanti anni non dicevo una frase del genere, questa campagna elettorale vuol dire anche questo), mi sono precipitata in macchina, perché già sarei arrivata tardi, non volevo arrivare troppo tardi.

ho sorpassato tir, sopportato vecchietti con la panda, ascoltato radio tre, schivato buche e assecondato curve.

per trovarmi ferma, in coda, alle porte di lucca.

prima, seconda, stop.

prima, prima, stop.

prima, seconda, stop.

stop, stop, stop.

spengo il motore, inutile inquinare, la coda non si muove.

fuori fa caldo, forse l’estate inizia davvero.

in direzione contraria vedo passare camion, signore con la pinza in testa e sigaretta in mano, ragazzi sulla panda a metano.

poi si sblocca, scappo veloce come posso alla riunione, parcheggio, vedo il verde pedonale e corro, la borsa in mano come una ladra, per grattare un minuto, forse due.

alla fine della riunione “luci resti?”

“no, devo scappare a casa, mi aspettano, davvero, devo correre!”

e di nuovo corro in macchina, faccio il giro della circonvallazione, entro nelle mura, inizio il labirinto delle strade cittadine alla ricerca di un parcheggio, prima strada nulla, prima piazza nulla, seconda strada, terza, quarta, quinta, nulla.

alla fine la lascio, neanche troppo lontana, raccatto le mie cose sparse dalla fretta fra i sedili della macchina e corro, corro a casa.

corro per le scale, saluto il vicino ansimando, corro alla porta, giro la chiave.

a casa nessuno.

sono in ritardo.

entrambi.

giro per casa, la casa deserta, la luce radente delle otto di sera, che fa brillare il gattonero, che risalta le patacche sui vetri del soggiorno, che tinge di giallo le pareti, le lenzuola del letto da rifare, i cuscini del divano.

e decido che forse è il momento di respirare.

tolgo le scarpe.

infilo ciabatte tedesche compagne di mille traslochi.

una pentola sul fuoco per minimo sindacale, un sugo di zucchine che si cucina da solo.

divano.

tv.

che strana sensazione.

 

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