La prima di due storie 

(Sentite nell’aria di fronte a uno spritz)

Lo zione

Da bambini occorre un mito e il nostro era lo zione.

Non era lo zio di nessuno, ma si faceva chiamare così perché era grosso e perché a Livorno occorre sempre un soprannome importante.

Lo zione odiava il caldo, e amava il ping pong. 

Ogni sera, quando il sole dell’estate al mare si calmava un pochino, sfidava grandi e piccini al grande tavolo della parrocchia, che faceva da tavolo per il catechismo il sabato alle tre e da ping pong il resto del tempo. 

Era di bocca buona, lo zione, chi volesse provare a giocare con lui non trovava mai un no.

Aveva le mani grandi come una racchetta e piantava i lunghi piedi sul pavimento, a gambe leggermente aperte.

Non le muoveva per tutto il tempo, ruotando semplicemente le spalle e allungando le braccia arrivava a coprire ogni lato della sua metà campo, quella che al catechismo del sabato era riservata al prete e ai peggiori della classe. 

Un pomeriggio, mentre giocavamo tra di noi lo zione entrò e al bar del circolino chiese un ghiacciolo alla menta. 

Se lo mise in bocca tutto, per restituirlo alla luce del sole lucido e verde come un ramarro.

Noi continuammo a giocare. 

Il mio avversario mi rimandò indietro la pallina con un colpo secco e angolato. 

Non riuscii neanche a vederla.

Ma dietro le mie spalle sentii un colpo secco e vidi la pallina tornare al mondo, nello sguardo incredulo di chi mi stava davanti. 

Lo zione aveva schiacciato col ghiacciolo, poi, come tutte le leggende, era sparito all’orizzonte, lasciando dietro di sé solo il lieve ciabattare delle infradito nere consumate come un’ostia.

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Uomini e donne

Guardare un bambino è molto diverso da uomini e donne.

Almeno credo.

Almeno così mi pare che accada in casa mia.

e sinceramente non saprei dire se un metodo sia migliore dell’altro, forse dipende dal momento.

ma per me, “guardare A” vuol dire controllare continuamente dove va, che cosa fa, se prende qualcosa che non deve prendere, se se lo ficca in bocca, se pesca dalla ciotola del gatto, se batacchia la testa da qualche parte, se vuole un gioco troppo grande per lui, se con un martello spacca la televisione, se trova interessante batacchiare sopra un vetro, se si arrampica sul divano e cade, se tira la coda al gattonero, se fa il bagno nel bidé.

è piuttosto faticoso e snervante, non c’è un momento che si possa fare altro, quando si vede che si avvia a fare cose pericolose occorre proporre qualcosa di alternativo, occorre un librino, un gioco, sdraiarsi per terra, giocare con lui, mostrare forme, colori, parole, disegni, fare i versi degli animali, cantare canzoni, raccontare favole, sfogliare con sommo interesse i volantini dei supermercati con lui che indica ogni cosa e chiede: “chè?” e tu: “un formaggio, un rotolo di carta, un dentifricio, banane, una spigola, una bicicletta, un asciugacapelli, del parmigiano, un prosciutto…”

dopo due ore sei spettinata, sconvolta, stanca come se ti avessero passato sopra con uno schiacciasassi.

così dici a suo padre: “per favore, guardalo tu”.

e lui prende i pop corn e se lo gode esplorare casa.

e potrebbe anche avere ragione lui.

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Inizia la danza

(Sarò assai breve, che ho ritagliato a fatica un secondo).

Primo stop per il piccolo. Un po’di febbre, tanto moccio, inconsolabile.

Ho chiamato l’asilo. 

“Spero solo che non l’abbia attaccata a nessuno” ho detto alla maestra.

“Non si preoccupi, qui è così, lo chiami piuttosto un libero scambio!”

E così stamattina tutti a casa, col pigiama e il gatto nero, e il piccolo che ha diritto a un Topolino nuovo. 

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Vendemmia

Come un personaggio della genesi il piccolo dalla testa nera si aggirava per i filari. 

Grappoli grassi di uva nera spiccavano tra i pampini e l’erba.

Il bimbo erede di Noè intanto riempiva con cura un secchiellino di chicchi spiaccicati dalle piccole dita curiose. 

Nonni, filari e un trattore. Il paradiso del bimbo è più facile e semplice di quello dell’Eden, guardato a vista da un dio sospettoso quanto vendicativo. 

Il paradiso del bimbo è fatto di fili secchi d’erba, di mosto appiccicoso, di merenda, di mani chiuse a pugno su un chicco d’uva da portare alla nonna, di poggi in discesa da fare per mano, di odore di alloro, rosmarino e osmanto lontano, di sole bollente che non si arrende all’autunno, di nonno e di babbo che fanno un rumore infernale in cantina. 

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Due uomini a letto (per non parlar del gatto)

Lucca, le sette di mattina, domenica mattina, per l’esattezza. 

Il piccolo si sveglia, ha il naso chiuso, i sogni e i capelli spettinati.

Mi alzo e lo prendo, bruchino assonnato nel sacco nanna che lo fa assomigliare a pisellino di braccio di ferro.

Lo porto nel lettone, lui gioca un po’ con lo snoopy disegnato sul pigiama (non pensavate, vero, che dormissi vestita da donna?) e si riaddormenta, con un leggero russare.

Dall’altro capo del mondo matrimoniale, il babbo, si sveglia, vede che è tutto a posto e si riaddormenta, con un russare degno di un trattore bielorusso, come avrebbero detto le mie frau.

In fondo al letto, affamata o golosa, lei. 

Il gattonero.

Che capisce che sono l’unica sveglia e con miao degno di Pavarotti mi fa sapere che fra i miei doveri c’è quello di sfamarla.

Mi fingo morta. 

Non ci crede. 

Monta sul letto, io temo che svegli pisellino.

Lei fiuta il mio terrore, belva assetata di whiskas. 

Miagola. 

La mando via con un piede. 

Torna. 

Si acciambella fra pisellino e il trattore, attacca a fare le fusa. 

Io capisco che sarà una lunga giornata. 

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Kentucky derby

I riti sono importanti, ma se si mette insieme la memoria perfetta del mifratello con la tremenda voglia di tornare bambini mia, può venire fuori una giornata leggendaria alle giostre.

Ci siamo trovati, noi col cucciolo e lui con la principessa, e io sono riuscita a piegarmi dentro la locomotiva della pistaotto, lui nel brucomela (ancora troppo presto per il piccolo), HDC ha fatto un giro di giostra accartocciato fuori da un elicottero e io mi sono goduta il brucomela dei piccoli, che ai miei tempi non c’era.

Il sole caramellava le laccature delle giostre, le bici parcheggiate vicino a noi promettevano altri divertimenti sulla strada di casa (essendo, per il cucciolo, l’andare in bici alle giostre ugualmente o più divertente delle giostre stesse) e il pomeriggio volgeva al termine, quando gli occhi di lucettina sono caduti sul kentucky derby, una corsa di cavalli famosa in tutto il mondo ma soprattutto nella nostra infanzia. 

La regina indiscussa del kentucky derby era infatti il mammuth, che vinceva spesso, ma soprattutto volentieri.

Ognuno ha una palla da tirare su un piano inclinato con dei buchi colorati. 

A seconda della difficoltà di centrare il buco il proprio cavallo avanza un pochino o molto. 

“Francefrancefrance- Ha esultato lucettina- si gioca? Daidaidaidai!”

Non poteva dire di no. Il kentucky derby profuma di giostre dell’isola d’elba, di settembre lucchese, di sfide serrate all’ultimo lancio.

Abbiamo fatto due corse, e lucettina le ha vinte entrambe, portando a casa un mega pallone rimbalzone per il cucciolo.

Per tutto il viaggio verso casa ha cantilenato al paziente HDC “ho vinto il kentucky derby, ho vinto il kentucky derby!”

Ma non le è parso che il mondo comprendesse l’enorme peso di quella vittoria.

La prossima volta pretenderá il cerchio d’alloro come i fantini veri.

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la frusa rediviva

per i 18 mesi del cucciolo mi sono fatta un bellissimo regalo.

un seggiolino da bicicletta e un parabrezzino da bambini, per accompagnarlo all’asilo che per lavori hanno spostato fuori città.

il fatto è che come le gazze, io parto sempre per qualcosa di sobrio, (buongiorno, vorrei un seggiolino da bambini nero o antracite al massimo) e me ne torno a casa multicolor come un pavone.

è che il biciclettaio ci metteva tanto, a prendere quello grigio e gli occhi mi sono caduti su uno verde verde, non verde e basta, proprio verde verde.

verde come un ramarro.

“beeeelloooo”

ha detto la lucettina di tre anni che vive dentro di me.

“prenderei quello verde”

ha subito obbedito la lucettina di quarantuno.

e per il parabrezza quello lassù, ha indicato il ditino della treenne lucettina al divertito biciclettaio, che ha preso dallo scaffale un parabrezza dal coprigambe a fiorelloni arancioni, rossi e gialli su un prato verde anch’esso.

il casco, giallo e arancione, ce l’aveva già, e ieri è stato fatto il ritorno a casa inaugurale.

lucettina era molto fiera di non essere venuta in macchina, e il piccolo guardava il mondo da sotto al suo funghetto giallo e ammirava gli attacchi del parabrezza.

è solo l’inizio. adesso, caro mio, possiamo andare dove ci pare!

(e se sta buono si porta anche babbo!)

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