Bimbi

Mi piacciono i biNbetti, specialmente il mio, non so se ve ne eravate accorti.

Mi piace il loro mondo immediato, fatto di istanti, di pocheseghe, di estrema, diretta, semplicità.

Ieri la bidella Ofelia (santa subito) lo ha salutato così:

“Ciao grande uomo!”

E lui, con la manina, le ha risposto:

“Ciao grande uomo!”

Mi pareva me in Germania quando a chi mi diceva “buon compleanno!” rispondevo “grazie! Anche a te!”

Mi piace che quando c’è la musica balli come un matto, mi piace che mostri a tutti come un trofeo i due biscotti che ottiene spiegando, facendo vedere prima l’una e poi l’altra, di avere due mani e quindi di avere anche diritto a due biscotti. 

Mi piace che corra dai suoi nonni come un razzomissile, mi piace che scelga i gusti in gelateria e che davanti alla coppetta si lanci in un “ooohhhh!” di ammirazione che fa sdilinquire la commessa. 

Mi piace che ami le persone, tutte, solo perché esistono.

Mi piace che mi cerchi, mi piace che abbia a volte, invece, il suo mondo e che questo mondo gli basti per un pochino. 

Mi piace che voglia cantare con me, che scelga la canzone e che in questo periodo la canzone sia “ho un sassolino in una scarpa…AHI!”

Mi piace come prende per mano gli altri bimbi e per convincerli a fare qualcosa li guardi da sotto in su. 

Mi piace che sia qui, che sia mio e io sua, mentre in macchina cantiamo a squarciagola.

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Lucettina fa la preta

(Citazione).

Sabato ho sposato due ragazzi, un ragazzo e una ragazza, per la precisione, essendo la grammatica italiana in questo caso foriera di equivoci.

Erano emozionati e lucidi, di caldo e di felicità, increduli, imbarazzati, dolcissimi e innamorati. 

E anche io ero un po’ di tutte queste cose insieme. 

Emozionata per la fascia tricolore, portata per la prima volta, romantica delle istituzioni che non sono altro.

Emozionata perché me lo ricordavo, di quando la sposa ero io, emozionata perché fare parte della felicità di qualcuno che non conosci è qualcosa che fa stare bene. 

Avevo il terrore di pronunciare i loro nomi, ucraini come loro, ma tutto è andato bene, la selva di ztch a cui già mi aveva abituato la Sassonia è stata superata. 

E intorno a noi i parenti, gli specchi, Le luci del palazzo comunale, con le finestre aperte a lasciare entrare aria e luce, per dare il benvenuto a una nuova famiglia, a un nuovo progetto, a un impegno reciproco davanti alla collettività.

E la collettività era lì, sopra la mia spalla e lungo il fianco, in tre colori, una bandiera che abbraccia chi la porta.

Benvenuta nuova famiglia, siate felici ogni giorno e guardatevi sempre con quegli occhi felici e increduli che avevate. 

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Il vicino segaiolo

Lo conosco, e gli voglio pure bene, al vicino segaiolo.

Ma resta un mistero il suo bisogno da anacleto mitraglia (chi indovina il personaggio vince un gelato, esclusi dalla gara HDC e Feliciano) di accendere e usare la motosega alle sei e mezzo di mattina. 

Il caldo, certo.

L’insonnia, forse.

Il dover poi andare al lavoro, magari. 

Ma ogni mattina, quando il canto degli uccellini viene coperto dal motore che si avvia, io desidero prendere la sua motosega e portarla lontano, dove possa essere divorata dalle termiti (cit) e dove non possa restarne che una catena allentata e un manico mangiucchiato.

Ma ogni mattina, quando il sogno lento dell’alba viene interrotto dal rumore tremendo di una motosega, io desidero giungere da lui, come l’angelo vendicatore e calare sulla sua motosega con artigli d’aquila, ghermirla e portarla nel paradiso delle motoseghe, dove vengono rapite e condotte tutte le motoseghe rompicoglioni del mondo.

Ma ogni mattina, quando la quiete serena del sole che filtra dalle finestre viene violentata dal rumore infernale della sua motosega, io desidero che i fulmini e le saette del cielo tutto si abbattano su di lei incenerendola all’istante.

Ale, vuoi un caffè?

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Sporco e felice

Elenco di cose che si possono fare nel giardino del signor Burberoni.

1) fare finta di tagliare l’erba con un tagliaprato di plastica mentre il signor Burberoni lo fa davvero.

2) giocare a “spada” usando, per se stessi, una racchetta da tennis e porgendo al malcapitato avversario una piuma di piccione trovata chissà dove. 

3) colorare coi pastelli.

4) lanciare sassi. 

5) ballare.

6) cogliere le pere e metterle nel canestro, in uno quelle “da terra” e nell’altro quelle “dalla pianta”.

7) mescolare i due canestri alla prima occasione. 

8) tirare sassi (di nuovo).

9) tirare la palla. 

10) far chiacchierare due macchinine e in fondo, se si innamorano, lasciare che si bacino.

11) dormire di schianto due ore.

12) ripetere da 1 a 10.

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Un antico

Dedico queste poche righe, scritte di corsa, ma con affetto, a Francesco Battistini.
Che un giorno, tanti, tanti, tanti anni fa ebbe l’ardire di introdurre così la piccola lucettina:

“È ora iscritta a parlare lucettina, una giovane”.

La giovane in questione era anche una gran rompipalle e passando accanto gli sibilò: “sono anche un sacco di altre cose!” 

Facendogli appassire l’assurdo papillon che portava.

Da allora è passato tantissimo tempo.

All’epoca si parlava dell’Ulivo, io avevo un partito di riferimento che criticavo sempre ma che amavo, lui aveva il sogno di fondarne uno. 

Dopo qualche mese, per il mio compleanno, mi regalò un libro di Sepulveda che non ho dimenticato. 

Poi gli anni passano, la politica unisce e allontana, la vita fa lo stesso e mentre io me ne andavo in giro per il mondo lui restava, bravo soldatino, a presidiare  piazza San Francesco.

Non porta più il papillon, e non ha più nemmeno quei ricci bislacchi, ma ha una barba bianca da saggio che ancora vecchio non è.

Ieri sera è diventato presidente del consiglio comunale. 

E io credo che farà un ottimo lavoro. 

Basta che si ricordi che lucettina non è più giovane da un pezzo!

Auguri Francesco, vecchio compagno di strada! :-)

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Mattina 

Da tempo mi sveglio di mattina presto. 

E crollerei volentieri alle dieci di sera, anche se alla fine non mi riesce mai.

Ma la mattina ha un’aria diversa, sa di erba e di notte appena sgocciolata via.

La mattina, a casa di nonna ida, per un’ora, sono di nuovo in vacanza dalle elementari: prima di partire, prima di iniziare, prima di vestirmi e pettinarmi, c’è un momento vuoto, di calma e di silenzio, che dura poco ma c’è e che bevo come il caffellatte.

Quando sono l’unica sveglia e il tempo è il mio, i pensieri tutti per me, i gesti lenti.

Scendo le scale, mi guardo allo specchio gli occhi piccoli e la testa scarduffata, rido, apro la porta, saluto le ortensie che erano sue e che meriterebbero un giardiniere migliore di me, scelgo la sedia perfetta e mi siedo, chiudo gli occhi e respiro.

MAMMAAAAAAAAA!

Non sono l’unica mattiniera in famiglia.

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Grillen

In Germania mi spiegarono che la loro passione per grigliare qualsiasi cosa (e vi assicuro che griglierebbero la mamma, potendo) nacque durante l’assedio di vienna da parte dei turchi.

Il profumo dei loro spiedi (=kebab, adesso piatto nazionale sia turco che tedesco) arrivava fino agli affamati viennesi che appresero così l’arte del “grillen” uno dei verbi più amati dai miei cari amici teutonici.

Ho pensato a questa vecchia storia ieri pomeriggio. 

Dopo forse 35 anni, o anche di più, sono tornata a Santallago, luogo principe della mia infanzia e di moltissimi altri bambini degli anni settanta/ottanta.

Il pratone, una giostra di calcinculo (la mia preferita) al posto dei cavallini, tantissima gente con plaid, palloni e suocere al seguito.

A Santallago ci sono enormi griglie per cuocere ogni ben di dio, e ognuno si era portato la sua modica porzione di carne, da mangiare poi all’ombra, dopo il riso freddo e prima del cocomero.

Noi, arrivati a piedi dopo quasi due ore di camminata, dopo qualche triste panino ci siamo svaccati al sole, col piccolo che imitava il cugino più grande per darsi un tono e il cugino grande che faceva lo stesso.

Vagando con lo sguardo e col pensiero, a un certo punto la mia attenzione è caduta su una famiglia musulmana, donne velate e uomini barbuti, che hanno apparecchiato non lontano da noi. 

Hanno iniziato a grigliare la carne, insieme a peperoni e altre verdure. 

Poi hanno messo il pane a scaldare.

Hanno mangiato, senza riso freddo e cocomero ma con altre cose che uscivano miracolosamente dalla borsa apparentemente piccola di una delle donne.

Infine i ragazzi si sono messi a giocare a pallone con una delle mamme.

E sarebbe stato bello mescolarsi un pochino di più, anche se il solo essere sul medesimo prato era già il segno di una realtà che sta accadendo da anni. 

E la realtà è che esiste chi mangia la salsiccia e chi la considera peccato mortale, chi pensa che fare l’amore lo sia e chi invece pensa sia un peccato non farlo, chi beve vino e chi cocacola, chi gioca a pallone e chi va sui calcinculo.

Tutti nello stesso prato.

A mille metri sopra Lucca, da dove si vede il mare, le Apuane, la piana e i suoi paesi. 

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