ScEnze

Un pomeriggio dove respirare aria buona.

Sono andata a portare i saluti dell’amministrazione a un’ iniziativa di croce verde Lucca, quella che vedete in manifesto.

Naturalmente non ho resistito.

E ho parlato di Gould, di Darwin, di Homo sapiens di razze che non ci sono e di un sacco di altre cose.

Ma poco.

Perché dopo hanno parlato gli ospiti, di stelle, di atomi, di dinosauri, di mammiferi, oceani, estinzioni, meteoriti, variazione, selezione, contingenza, grafici, ossigeno, carbonio, cobalto.

ScEnze. Senza i, come piace a me.

Perché scEnze senza i suona più potente, come dice il mio amico Igo.

Perché scEnze senza i ricorda che è l’imperfezione, il motore della vita.

Perché scEnze senza i ci dice che si può migliorare, una teoria, un modello, una spiegazione. Evolvendo, oltre ai viventi, anche le idee che si portano dietro.

Non posso che ringraziare croce verde di Lucca per questa serata straordinaria, che mi ha nutrito l’anima, che mi ha fatto riascoltare parole un tempo consuete e che ha portato in città un tema, quello dell’evoluzione dei viventi, poco considerato, incredibilmente poco considerato, essendo il tema che governa le vite di ognuno di noi.

Stasera alle 21.00 lo manda la televisione, come avrebbe detto mia nonna, per cui chi vuole se lo può vedere su noitv.

E siccome sono megalomane e questo è il mio blogghino, vi metto qua sotto il mio intervento, che poi mica l’ho letto, per cui non mi ricordo se ho detto tutto quello che volevo dire, ero troppo emozionata.

ho avuto la fortuna di avere un buon insegnante di scienze.
così buono che, l’anno della maturità, ci dette il titolo di un tema da svolgere tratto dal titolo di un saggio di stephen jay gould:
“l’uguaglianza umana è un fatto contingente nella storia”.

per colpa di stephen jay gould, per la sua raffinata intelligenza, per la sua capacità di portarci per mano attraverso le trappole dei pensieri troppo schematici, scelsi di studiare scienze. scelsi di conoscere, capire, interpretare i grandi due fenomeni che governano le nostre esistenze.

il caso.
e la necessità.

quello che ha portato il mondo a essere abitato da una sola specie di Homo, Homo sapiens.

in un film, quello dell’evoluzione, che se riavvolto mille volte, avrebbe mostrato mille trame diverse.

quante contingenze sono accadute che hanno fatto sì che il piccolo ramo sul quale siamo seduti, ci paia il tronco principale?

più e più volte sono comparsi ominidi bipedi che ci assomigliano, più e più volte il nostro cespuglio è stato potato, tagliato, decimato.

e oggi siamo qui, circondati da mille altre specie, speciali ai nostri occhi, bipedi dal grande cervello e pochi peli, tutti uguali, indistintamente dal colore della pelle, dalla forma degli occhi, dall’altezza, dalla forma del naso o della bocca.

una sola razza, la razza umana.

è la scienza che lo dice.

ma se non ce lo avesse detto, se le razze fossero esistite, se alcune specie del genere Homo non si fossero estinte e fossero ancora tra noi, allora avremo giustificato con la scienza genocidi, schiavismo, razzismo?

In passato ci abbiamo pure provato…

In realtà le politiche umane non vengono dettate dalla scienza.

la scienza spiega i come, la politica, la filosofia, la religione spiegano i perché.

mi sono sempre interessata ai come.

adesso mi piace provare a capire i perché.

adesso faccio mia una frase di charles darwin, che amo ripetere e ripetermi.

“se la miseria dei nostri poveri non fosse causata dalle leggi di natura, ma dalle nostre istituzioni, la nostra colpa sarebbe grande”.

sappiamo che le leggi di natura non si occupano di povertà.

sappiamo che siamo noi, i bipedi dal grande cervello che dall’Africa hanno colonizzato l’intero pianeta i responsabili di noi stessi, non della salvaguardia del globo, del quale non siamo i custodi e che sa salvaguardarsi benissimo da solo, non del panda gigante, non della foca monaca. siamo i responsabili della nostra specie, del nostro destino, della nostra sopravvivenza e del nostro benessere. prima capiamo che per queste cose abbiamo bisogno di tutti, indistintamente, e che il pianeta non va “custodito” in nome di un ruolo che non abbiamo, ma mantenuto, perché è di casa nostra che si parla, meglio sarà per tutti.

raccontarci come siamo arrivati fin qui e collocare la nostra esistenza nel posto giusto dell’albero intricato della vita è compito della scienza.

la giustizia sociale, l’uguaglianza dei diritti, l’equa distribuzione delle risorse sono il compito della politica.

Annunci
Pubblicato in Uncategorized | 6 commenti

La tor dell’ore

La tor dell’ore è in via fillungo ed è bellissima.

Io abito alle sue spalle, la vedo ogni mattina e dal colore che prende al levare del sole so che tempo farà.

La tor dell’ore ha, come il nome lascia intuire, un grande orologio, una campana e una campanina.

La tor dell’ore era la torre civica, quella di tutti, in una città dove le famiglie giocavano a chi ce l’aveva più lungo, la tor dell’ore era il limite superiore.

Fate quel che vi pare ma che non sia più alta della tor dell’ore.

Dice che fu per quello che i Giunigi piantarono alberi, in cima alla loro, per fregare la tor dell’ore.

Tignosi, i lucchesi.

Da una decina d’anni la torre era silenziosa, il meccanismo rotto, pareva irriparabile, la torre muta.

Da lunedì in città sappiamo di nuovo che ore sono.

Ogni quarto d’ora, dalle otto di mattina alle otto di sera, si conta così: due tocchi=le otto (si conta dalle ore successive all’ora sesta), due tocchi e un tocchettino=le otto e un quarto, due tocchi e due tocchettini=le otto e mezzo.

E così via.

Fino a mezzogiorno.

Poi si ricomincia.

Per questo, a Lucca, non si mangia all’una, si mangia al tocco.

Così, nell’era degli smartphone, a me piace passeggiare e sentire lo scandire del tempo di gente lontana di secoli, sentire come si contava lo scorrere del tempo e quindi anche come lo si viveva.

Perché il tempo è anche come te lo raccontano.

Pubblicato in Uncategorized | 5 commenti

Vai via?

serata di consiglio comunale.

Alle 20.50, tentando un cartone che gli catturi l’attenzione, metto la spada nella roccia e annuncio:

Allora, io, topo, vado al lavoro. Ma torno presto eh!

Vai via?

Mi chiede senza pietà.

Sì, ma torno…

E dormi in comune?

No, (mi viene da ridere ma il senso di colpa me lo impedisce) te l’ho detto… torno.

Mi metto il giacchetto, prendo la borsa.

Lui scende dal divano.

Mi corre incontro.

No, aspettami, vengo con te!

Guardo il soldo di cacio.

Penso che un giorno in effetti dovrei portarlo.

In consiglio comunale.

In ufficio per le riunioni.

In giunta.

In visita alle associazioni, le case di riposo, quelle di accoglienza, nei quartieri.

Dovrei portarlo perché anche lui è reale. È reale come le persone che vedo ogni giorno, dalle nove di mattina alle sette di sera e a volte dopo cena.

È reale come la vita, come la città, come le strade, le scuole, i poveri, i ricchi, i bianchi, i neri, i lucchesi e i pisani, parchi gioco, le piste ciclabili e i marciapiedi.

È reale. Ed è un bimbo piccolo.

Che quando esco di casa non mi dice non andare.

Mi dice vengo con te.

Non mi pare poco.

Pubblicato in Uncategorized | 6 commenti

Con i miei scarponi

Lo so, sono monotematica.

È che mi fa ridere.

All’asilo nido c’è un grande scaffale, con dentro le scarpe dei grandi.

Scarpe da donna, da uomo, da tutti e due.

I bimbi che lo vogliono possono mettersele e andare in giro per la stanza così.

Lui, ovviamente, lo vuole.

Lo vuole così tanto che io, che sono una bestia disordinata e lascio sempre tutto in giro, ormai non trovo più le scarpe perché come le vede se le infila e via di scarpone, anfibio, o altre possibilità. Non occorre neanche si tolga le sue, tanto i suoi piedi sono piccoli e i miei gaaaandi, come direbbe lui.

Una volta infilate fa il vago e continua a girare per casa come nulla fosse, solo ciarponando fiero come un papero.

In alcuni paesi, “mettersi nei panni dell’altro” si traduce con “mettersi nelle scarpe dell’altro”.

Il piccolo ama giocare a essere altro da sé, è al livello principiante di “si fa che ero” e adora venire da me e dirmi “tu sei il bimbo piccolo, e io la mamma!”

Allora io mi produco in qualche bizza o capriccio colossale e lui mi guarda neanche fossi Strehler.

Oppure giochiamo ai due fratelli, Co e Cobleo, (nomi inventati da lui), io sono di solito Co, e lui Cobleo.

La prima domanda che Cobleo fa sempre a Co, dopo i saluti di rito è: a cosa giochi?

E mi piace che fra tutte le possibili cose da chiedere, prima di chi sei, quanti anni hai, la priorità delle informazioni sia quella.

Puoi essere chiunque, se giochi sei un bambino come me.

Pubblicato in Uncategorized | 2 commenti

Che sarà..

Una bella giornata di festa del migrante alla misericordia di Lido di Camaiore.

I ragazzi dell’ hub della croce rossa di Lucca hanno suonato e noialtri ballato, con la nonchalance di un generale dell’armata rossa in pensione avrebbe detto il Citti, ma il Citti, tanto, un c’era.

Peccato.

E se conoscersi passa dal mescolarsi, ieri c’è proprio da dire che un pochino ci siamo riusciti.

Bimbi e grandi, cristiani, musulmani e senzadio, uomini e donne, perfino lucchesi e versiliesi, roba da matti.

Alla fine, dopo l’ultima canzone, un ragazzo nero, dai capelli ritti come un mattone, il sorriso sulle labbra, ha preso il microfono e ha iniziato a cantare.

Paese mio che stai sulla collina…

Disteso come un vecchio addormentato…

Tutti ci siamo girati.

Abbiamo smesso di parlare, di fare altro, qualsiasi cosa.

E abbiamo ascoltato.

Sto ragazzo che cantava una nostra canzone.

Una canzone che si legge anche dalla sua parte.

Una canzone che parla di noi.

E che parla di lui.

Che quindi, alla fine, vuol dire che anche lui è noi.

Che quella storia lì è la nostra storia e la sua storia.

Che quelle parole lì sono le sue e sono le nostre.

Che da lì, da quella valigia, da quel treno, da quella nave, da quell’ovo sodo che non va né su né giù, ci siamo passati prima noi.

Che la festa del migrante è la nostra festa.

E la sua festa.

Che sarà, che sarà che sarà…

La barca è sempre la stessa, una piccola barca che dalla luna pare blu, piccina, spersa nel nulla siderale, piena di uomini e di donne, tutti diversi.

Tutti uguali.

Pubblicato in Uncategorized | 5 commenti

È stato bello, è stato utile

Qualche riflessione sulla bella serata di ieri.

Intanto sui lucchesi, che escono di casa con la pioggia sottile che cotona i capelli (maledetta) se offri loro un buon motivo per farlo. Sala piena e gente in piedi, è stato un bel vedere.

Poi sugli organizzatori, in particolare Enrico, che non molla mai, che mi cerca, mi aiuta, mi supporta, si prende cura dell’assessora sbattuta dal vento da una riunione all’altra, da un impegno all’altro e mi costringe a studiare, a essere presente con la testa, a ragionare. Non smetterò mai di ringraziarlo.

Poi ai relatori, che hanno messo sul piatto della discussione la più lucida e indiscutibile delle cose: la loro esperienza personale di vita vissuta nei paesi dell’Africa sub-sahariana.

Noi esseri umani abbiamo da sempre il bisogno di ascoltare i viaggiatori.

Da Marco Polo, a Colombo, a Yuri Gagarin, quando qualcuno racconta iniziando con io c’ero, beh, diventa vero, diventa tuo, diventa umano.

E così sentir descrivere la vita in un “villaggio” di minatori (un milione di abitanti, il “villaggio”) di una miniera di oro e terre rare, o sentirsi raccontare il retrogusto di petrolio di un pesce o una rapa mangiati nel delta del Niger, ha un significato tutto suo, particolare, reale.

E poi, guardando la sala, ho incrociato lo sguardo di un ragazzo che conosco da un anno e mezzo.

Lo conosco perché abita in un centro d’accoglienza vicino farneta.

Era venuto a sentir parlare di casa sua.

Quando l’ho visto lì ho pensato che la serata era valsa la pena fosse stato anche solo per lui.

Se da ieri, almeno una persona, si sente un po’ più vista, ascoltata, conpresa, conosciuta, in questa città, allora questa città sarà più casa per tutti.

Pubblicato in Uncategorized | 8 commenti

Hanno fatto il tè…

… ma io non l’ho mica bevuto!

Mi ha detto serio come se mi rassicurasse di non aver bevuto un grappino.

E come mai non l’hai bevuto?

Non mi pace!

Mi ha risposto col tono di chi dice una cosa ovvia.

Ma l’hai mai assaggiato?

No!

Ah ecco.

Ridendo gli chiudo il giacchetto, gli infilo le scarpe e penso che sarà un pomeriggio divertente.

L’occasione di andare a prendere il principe all’asilo capita di rado e non va sprecata.

Per strada voleva venire in baccio.

Ma che in braccio! Facciamo piuttosto una gara a chi arriva prima a quella pianta!

Ok!

E via di corsa.

Dopo la pianta abbiamo scelto una lucina, dopo la lucina una bici parcheggiata, dopo la bici uno scalino, dopo lo scalino il tato sulla poltrona (la statua di Giacomo Puccini).

Dopo il tato sulla poltrona mi guarda furbo e mi fa:

Sì fa a chi arriva primo a quella pozzanghera?

Oh palle… ma pensi di fregare la tu’mamma?

Ride.

Allora in baccio?

Non si arrende mai.

Pubblicato in Uncategorized | 1 commento