taratatunzi tunzi tunzi… taratatunzitunzitù….

“meglio aspettare un’altra settimana ancora, e mi raccomando, tappatevi in casa e non fategli prendere nulla!”

perfetto.

un’altra settimana quarantenati e io batto la testa nel muro.

fra l’altro mi è venuta la tosse, lo devo ripetere? la tosse.

la nemica di ogni anestesista, il MALE, la tosse.

maledizione.

quindi non solo tappati in casa, ma per il momento divisi, almeno fino a quando la tosse non passa.

dovrei rilassarmi dunque.

visto che non c’è niente da fare, visto che non possiamo uscire, visto che per almeno un paio di giorni non posso occuparmene, visto un sacco di cose potrei rilassarmi, lavarmi i capelli, sistemare il caos che regna fra i miei vestiti, darmi alla cucina creativa, guardare tutti i film che non ho mai avuto tempo di vedere, leggere tantissimo.

invece giro come una furia in pigiama e calzini sbofonchiando moccoli come la rena.

 

 

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lui e lei

approfittando del cielo gentile e del tepore del sole, ho infagottato il principe come se andasse sull’everest e me lo sono portato a passeggiare per la città che si prepara alla primavera.

un giro di mura, corso garibaldi che fa il conto alla rovescia e pettina le magnolie che aspettano trepidanti di entrare in scena, piazza grande, piazza san giovanni, piazza antelminelli con l’occhio rotondo della fontana e piazza san martino.

dove li ho sentiti.

ho sentito lui per la precisione, lui che spiegava una cosa a lei.

e ho vinto a malapena la tentazione di fermarmi come fanno i vecchi, per pontificare, correggere, commentare con le mani dietro la schiena davanti a un cantiere.

il lui e la lei in questione erano una figura sempiterna del rapporto fra i sessi: il confidente e la lasciata.

lei era stata lasciata.

lui  la confessava.

sugli scalini di piazza san martino.

e le spiegava che lei, in tanti anni, era maturata, cresciuta cambiata, mentre l’altro, che l’aveva piantata, era sempre il solito di quando si erano conosciuti e quindi, adesso non erano più la stessa coppia di prima, lasciarsi era stato ineluttabile.

lei ascoltava e piangeva.

lui spiegava che non doveva piangere, anzi, figuriamoci.

lei piangeva lo stesso.

e da lontano ho indugiato per guardare quel film già visto, per chiedermi se fossi davanti al più banale dei cliché, lui che aspetta lei da una vita e adesso sogna uno spiraglio, ora che finalmente quel coglione l’ha lasciata, ma lei si rimetterà presto con un coglionissimo da far rimpiangere il primo, lo sposerà e faranno due figli al ritorno del viaggio di nozze.

oppure niente di tutto questo, magari un’amicizia sincera, nata da quando erano bambini, si vorranno bene per sempre senza amarsi mai, e va bene così, a volte succede.

oppure ancora, una volta erano loro a stare insieme, e forse questa sarà una seconda opportunità o solo un fuoco di paglia, alla fine delle lacrime lei lo bacerà, finiranno insieme, si guarderanno in faccia, capiranno che non era stata una grande idea o, peggio, lo capirà solo uno dei due, lui.

o forse lui è gay e fine del chiasso.

 

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vento

(buon compleanno, mio babbuth adorato!)

ha soffiato un vento forte, per due giorni quasi, si sentiva da dentro le case, si sentiva il rumore del vento fra i muri della città come si sarebbe sentito in mezzo al mare.

e i panni stesi sono volati via in un attimo, le strade si sono asciugate, e i turisti hanno perso il cappello.

il cielo è diventato blu, perfettamente stirato come un lenzuolo di mia zia.

ha pulito i colori, grande instagramer il vento, ha acceso il verde, consolato il giallo, ravvivato il rosso e lavato il bianco.

perché il vento di febbraio spazza in casa della primavera.

sono uscita a cercarlo, per far volare capelli e pensieri, ma già si era quietato quando sono potuta uscire.

come biglietto aveva lasciato qualche foglia in piazza antelminelli e la luce accesa sopra san martino.

 

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rimandato

abbiamo aspettato fino all’ultimo, poi, causa moccissimo e febbre abbiamo dovuto rimandare l’intervento.

solo di una settimana, per cui alla fine non è così grave, quando è tanto che si aspetta una settimana pare niente e pare un secolo.

intanto cresce, i denti di sotto sono diventati due e sta diventando molto divertente.

gioca, gattona (gattona forse è un po’ ottimistico, diciamo che fa il soldato in addestramento sotto il filo spinato) e parla col gattonero, la quale risponde ma sempre da un punto più in alto di lui, che non si sa mai, i bimbetti piccini possono essere molto pericolosi per un gattonero.

adesso ci sono altri bimbi in attesa di sorridere che entreranno in sala operatoria in questi giorni, a pisa operano il martedì e il mercoledì e ogni settimana c’è una bimba o un bimbo in attesa di ricevere il sorriso che doveva avere da sempre.

siamo in contatto con altri genitori, che aspettano, che esultano, che mandano le foto dei loro cuccioli prima e dopo l’intervento.

scalda il cuore e rende morbida l’attesa vedere come le cose si risolvano, piano piano, ma inesorabilmente.

aspetteremo un’altra settimana, poi chiuderemo gli occhi e li riapriremo per vedere un principe che sorride con naso e bocca nuovi nuovi.

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coccole via DHL

è arrivato un pacco da berlino, da letteredaberlino, per la precisione, che non è solo un blog, è una ragazza riccia, determinata quanto dolce, siciliana almeno quanto tedesca.

Un pacco pieno di attenzioni, un pacco da lontano, che profuma di amicizia nell’epoca di internet, un’amicizia nata quando eravamo entrambe “sassoni”, una a dresda e l’altra a lipsia, e ci incontrammo per un giretto e una tazza di gluehwein al mercatino di natale di radebeul.

allora entrambe scommettevamo sulla vita, sulla sfida di vivere lontano da casa, una nel paese dei suoi sogni (lei) l’altra in un paese capitato per caso e necessità (io).

lei è rimasta, anche se a berlino, io sono tornata indietro, seguendo l’elastico esistenziale dei lucchesi che prima ti spinge via con forza e poi con altrettanta forza ti rimbalza a casa.

So ist das Leben, direbbero i tedeschi e con altrettanto pragmatismo direbbe lei.

lei che di tedesco ha la lingua, la serietà, la passione per le cose che funzionano, quelle organizzate bene, quelle che non si rompono o se si rompono si aggiustano.

lei, che come ogni tedesca che si rispetti, ha preso una scatola, ha messo dentro cose utili scelte col cuore e me le ha spedite, facendomi arrivare, in una mattina piovosa, una scatola gialla piena di coccole.

e io penso che l’amicizia possa nascere ovunque ci sia la voglia di farla venir su, che sia internet, una piazza di sanpietrini o una virtuale non importa, non è il mezzo che fa la differenza, sono le persone che lo abitano, lo fanno vivere, lo riempiono di senso e significato.

adesso ci sono due bimbi che giocano con giochi simili, ciccio e il principe A.

un giorno si conosceranno, magari a berlino, o forse a lucca o a palermo.

avranno ognuno tante storie da raccontare, perché entrambi hanno il mondo nelle tasche.

 

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e nel pomeriggio arrivarono i nonni

…e dissero:

“via, uscite un secondo, col bimbo ci stiamo noi volentieri, andate a prendere una boccata d’aria!”

alla fine della frase lucettina aveva già il giacchetto, mentre HDC era ancora in tuta e ciabatte.

scendendo le scale con addosso uno strano senso di irrealtà, constatavano che era da prima di partire per l’armenia che non facevano un giro in città “da soli”.

uno alla volta erano scappati, con la scusa della spazzatura, della spesa, di qualche incombenza improvvisa e provvidenziale.

ma mai insieme, mai lasciando il cucciolo a casa con qualcuno.

decisero di darsi mezz’ora.

mezz’ora di passeggio sotto la pioggerella, mezz’ora di vagabondaggio di coppia, da soli, senza meta, senza motivo.

senza bimbo.

oggesù.

lucettina, che era stata la più rapida ad accettare la proposta di fuga si dimostrava la meno sciolta dei due.

guardava l’orologio attendendo che la mezz’ora segnalasse la fine della sua emancipazione, dimostrando che alla fine era volata, che non era stato così difficile, che il tempo era trascorso velocemente.

dopo una settimana che camminavano HDC esclamava “beh, luci, ci restano altri cinque minuti, che si fa? si va a cena fuori?”

“si cammina lentamente verso casa”.

la risposta della donna che non deve chiedere mai.

 

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una gita a…

lucca, esterno notte, interno cena con gli amici.

lucettina, verso la frutta, inizia a grattarsi distrattamente un polso.

“mi passi il vino?”

e si gratta la mandibola.

“no, vedere migliaia di pellegrini intorno a due cadaveri imbalsamati è da medioevo!” sbraita mentre si gratta una coscia.

“chi vuole il caffè?”

e va in cucina per potersi grattare furiosamente in santa pace.

“luci, che hai? sei strana, hai qualche macchia rossa sotto il collo, ti sei grattata?”

“mah… in effetti è un po’ che mi prude un po’ da tutte le parti…”

risponde grattandosi la testa come uno scimpanzé.

“avrai mangiato qualcosa che ti ha fatto male… chissà…”

alla fine della cena, chiacchiere, pianti inconsolabili di bimbo principesco che non si arrende al sonno neanche con le maTonate e sonore grattate.

salutando gli amici alla porta dell’ingresso a lucettina casca l’occhio nello specchio.

sembra uno scorfano.

un occhio è completamente circondato da ponfi, la faccia pare un ananas e NI prude fin dove non batte il sole.

“sarà il caso che tu vada al pronto soccorso… “ dice il saggio HDC.

e così, dopo pochi minuti, eccola, lucettina, accompagnata da un amico prezioso, rimasto HDC col principe furioso, camminare verso la macchina per andare a farsi vedere.

in testa un unico pensiero:

“fa’ che non mi chiedano di spogliarmi…”

non crediate che lucettina sia molto pudica, si tratta solo di lontananza dal lettino di un estetista eccessivamente prolungata, cosa che ha reso i suoi polpacci e non solo simili a quelli di beppe bergomi.

con tali pensieri lucettina suona il citofono del pronto soccorso e un’infermiera gentilissima le apre e le fa il triage.

al suo turno entra in una stanzina.

“si metta sul lettino, allora, che succede? parrebbe un’orticaria…”

dopo una rapida indagine e analisi del sangue per scongiurare ogni dubbio ecco l’amaro verdetto (ipotetico ma pare sensato): ipersensibilità all’amoxicillina verosimilmente anche in congiunzione con stanchezza e stress. addio clavulin, addio augmentin, addio bianche montagne…

“bene, le farò una flebo…”

(phew… posso tenere i pantaloni!)

“…e un’intramuscolo!”

doh!!!

e adesso eccola qua, un po’ rintronata, rientrata a casa alle tre di notte grazie all’angelo custode che l’ha accompagnata e con una cura di sei giorni durante la quale non potrà guidare…

né bere alcool.

niente è perfetto…

(uso questo post anche per ringraziare tutto il personale del pronto soccorso, gentile e competente, una prece speciale va al povero infermiere che mi ha fatto l’intramuscolo…)

 

 

 

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