Vento

Il vento prende la neve dai monti, la spolvera via e la ficca fra i capelli. 

Strapazza le foglie secche e entra da sotto le porte.

Gela le orecchie e il naso e le dita dei piedi. 

Non si ferma mai in questi giorni.

Irrequieto e volubile cambia direzione come chi misura una stanza a grandi passi pensosi.

Pare una persona, il vento, così arrabbiata da non poterci parlare, che non ti ascolta e passa avanti, una rabbia da subire e basta, a capo chino, incolpevoli capri espiatori del momento. 

Occorre solo aspettare che passi, ma non accade, da giorni soffia e soffia, senza una meta, confuso anche lui dalla troppa energia, dal troppo ribollire, dalla forza che non sapeva di avere. 

Lacrimano gli occhi, frizzano le mani nelle tasche, volano i capelli. 

Dai vento, facciamo pace.

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Lucettina ha freddo

Sono giorni di vento freddo, freddissimo e insolente. 

Che si infila in ogni pertugio e raffredda orecchie, naso e dita dei piedi. 

Così, sfidando il freddo e affidando il piccolo ai nonni pazienti, HDC e lucettina hanno deciso di dedicarsi una lunga, lunga, lunga sauna. 

Nello spogliatoio della palestra ragazze e ragazzine uscite da donna moderna. 

Tanga, reggiseni push up di pizzo, canottierine minimali di raso rosa per le amanti degli anagrammi, completini coordinati lievi e sottili come ali di farfalla. 

E poi lucettina.

Con la canottiera di lana della su’ nonna, che un po’ punge, ma tiene la schiena al caldo. 

Che si guarda intorno prima di spogliarsi, sperando di passare inosservata, in mezzo alla selva intimissima, golden lady e calzedonia.

Ma la gente è troppo fitta e ci sono ragazze sedute ovunque, compresa una, scarpette e pantaloncini, che smanetta sul cellulare da almeno un’ora e non dà  l’idea di muoversi. 

Così lo fa.

L’outing della canottiera della nonna. 

Si spoglia. E resta un po’ lì, a metà fra il vergognoso e il divertito. 

Dietro di lei due ragazzine chiacchierano  di un’amica comune. 

“…e poi che ci troverà in quel vecchio..

.”

“Quanti anni avrà?”

“35 tutti…”.

E la canottiera della nonna acquista subito il suo perché. 

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Il gourmet

(Post a cura dell’Associazione nazionale NDAP-Non Ditelo Al Pediatra)

Abbiamo portato il cucciolo al ristorante. 

Non è la prima volta che andiamo a pranzo fuori, ma finora o mangiava la sua pappa verde (verdure, minestrina, proteine a ruotare) o dormiva. 

Sabato abbiamo deciso che aveva diritto a una sedia vera, a una prenotazione “per tre” e a piatti e forchette veri. 

È stato molto divertente. 

L’asilo nido è un posto meraviglioso, che lo aiuta tanto a diventare autonomo lontano dalle ansie di mamma (e di babbo) e il piccolo sta iniziando a mangiare da solo con il cucchiaio e con la forchetta, o anche con le mani, se torna meglio. 

Non è piccola cosa, per un bimbo che ha la bocca da meno di un anno. 

Comunque noi tre al ristorante ci siamo divertiti.

Insieme al commensale. 

Che ha fatto il piacione con la bimba del tavolo di fronte e col cameriere. A man for all seasons.

Ma la cosa più divertente è stato il cibo. 

Avevo ordinato un piatto di gnocchi al pesto, per lui. 

Sì.

Boni.

Mamma te li puoi mangiare te. 

Io voglio i tuoi totani al guazzetto piccante, il polpo lesso, la polpetta di bianchetti, il pesce spada alla griglia, qualche spaghetto di babbo, verdure puoi stiantá, pane e focaccia come se non ci fosse un domani.

Dopo pranzo ha dormito tre ore come un’ anaconda.

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10

Dimenticare un compleanno passi, ma dimenticare il proprio… è decisamente da rincoglionita!

Per cui ho deciso di festeggiare adesso, con quasi una settimana di ritardo, i 10 anni del blogghino.

A pensarci vengono i brividi. 

Dieci anni fa avevo infilato la mia vita in una valigia rossa e avevo preso il volo. 

Con me qualche libro, delle lenzuola che non avevo capito se la casa nuova le aveva, una moka, del caffè (abitudine che mi porto ancora dietro) e mille pensieri nella testa. 

Mia madre mi perdonerà (forse) se dico che ho ancora negli occhi la figura di mio padre che mi saluta ai controlli dell’aeroporto.

Ricordo che al decollo pensai “ma chi me lo fa fare…” e la risposta arrivò subito dopo: “per non dover mai dire a te stessa che potevi provare e non lo hai fatto”.

A Frankfurt Hahn presi un autobus e arrivai al tetto azzurro che si vede dalla stazione dei treni di Luxembourg ville.

Credevo sarebbe stata lì la mia vita. 

Lo fu per poco tempo. 

Però non lo sapevo e scrivere qui dentro ogni giorno mi aiutava a non sentirmi sola. 

E in effetti non lo fui.

Quante persone importanti sono passate da questa scatolina. 

Quante cose sono state raccontate e vissute.

 Conosco ancora qualcuno di voi che al tempo già c’era. 

E voi? Vi va di scrivere qualcosa anche voi?

Felice compleanno, caro blogghino, grazie di tutto quello che mi hai portato, grazie di avermi visto crescere e di aver ospitato le mie strambe storie in giro per il mondo. 

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Il gatto(nero) e il bambino

Li abbiamo beccati così, la gatta sopra il tavolino del salotto per essere all’altezza giusta e il bimbo, già vestito per l’asilo come un eschimese al polo nord. 

Lui con il naso poggiato sul naso umido di lei. 

Gli occhi storti per continuare a guardarla. 

Lei fingendo impassibile superiorità ma visibilmente turbata.

Ha iniziato lui. 

“Maaaaaoooo!”

Ha pronunciato con tutta la dolcezza possibile. 

Lei ha staccato il naso e lo ha guardato. 

Se i gatti potessero ridere giurerei che lo avesse fatto. 

Ci ha guardato, poi ha di nuovo guardato lui che non si è arreso.

“Maaaaaoooo!”

Le ha ridetto.

e ha di nuovo cercato il naso umido del felino. 

Poi, preso dell’impeto amoroso le ha fatto CaaaaaaaVo con la mano (la erre ancora deve arrivare) e come un pesce innamorato le ha schioccato un bacio sulla guancia.

Poi è corso da manbu (il miglior tentativo di “babbo” possibile) e si è fatto portare all’asilo.

Alla gattanera qualche pelo è arrossito e ora dorme sul termosifone soddisfatta. 

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Galaverna 

In questi giorni andare al lavoro è come passare da un frigorifero su strada. 

Gli alberi lungo il serchio sono bianchi come la barba di un vecchio, brillano nel sole radente del mattino che illumina senza scaldare.

Passiamo veloci, thelma ed io.

Parliamo di bimbi, di mariti, di giornate che volano e degli impegni serali.

e guardiamo il cielo azzurro, l’erba congelata, i rovi, le acacie, rivestiti di lucido zucchero. 

La voglia di continuare la strada va cercata con pazienza e senso del dovere, perché le cose da fare sarebbero altre. 

Per esempio annusare l’aria diaccia del fiume, l’odore di freddo umido, di vapore illuminato di luce color latte.

Per esempio sentire l’erba scrocchiare sotto i piedi, camminare con le mani in tasca e il naso che fuma come quello di una mucca. 

Oppure fermarsi in qualche paese dai comignoli accessi a fare colazione, con qualcosa di buono e di caldo. 

Invece la strada scorre sotto le ruote, dopo un po’ ci deposita davanti allo schermo di un computer e viene da chiedersi come ci siamo arrivate, se prima eravamo gufi del bosco, cani errabondi, prati addormentati.

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Ordine!

Lo ammetto. 

Sono una persona molto, molto disordinata.

E non riesco a separarmi da molte, troppe cose. 

È un po’ come per i ricordi. Ho bisogno di fissare, di tenere con me, di mantenere quello che ero prima, perché alla fine della fiera, questa vita mi pare che scorra fra le mani come l’acqua da un rubinetto, troppo velocemente sono passata dal far mulinare sotto l’acqua un paperino attaccato allo spazzolino ridendo con mio cugino e mio fratello a spazzolare il monodente di un briccone arrivato a cavallo di una cicogna. 

Lo stesso mi succede per gli oggetti con cui ho vissuto. 

Oggetti senza valore, ma che non butto via. 

Vecchi contenitori del gelato, vasetti di omogeneizzati vuoti, bacchette di vecchi ristoranti cinesi, buste di purè comprate a Lussemburgo e portate, ridendo, da un trasloco all’altro, da una città all’altra. 
E alla fine c’è voluto lui. 

Il supereroe.

HDC.

Che ha contato, organizzato, lavato, buttato, spostato scatole di plastica, barattoli di marmellate (41), culi di bottiglie di liquore, fazzoletti ikea di ogni colore, barattoli bormioli per marmellate (23), conserve di pomodoro, scatolame di ogni ordine e grado. 

Ha liberato cassetti, svuotato sportelli, impilato teglie, stampini, formine, organizzato posate, scatole e contenitori di ogni tipo. 

Perché ogni tanto c’è bisogno anche di fare pulizia, ordine, spazio.

Altrimenti si resta bloccati e non riusciamo ad andare avanti, cosa sana e necessaria quanto il ricordare, non riusciamo a far posto in cucina né nella testa. 

Ci vuole di buttare via le zavorre, come con certi ricordi che non occorrono più: le brutte risposte ricevute, le informazioni inutili come gli scontrini vecchi dei supermercati, vecchi litigi superati che ci portiamo in tasca come sassi. 

C’è bisogno, ogni tanto, d’aria e di un po’ di ordine. 

Grazie.

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