la colazione dei campioni

mi piace fare colazione per bene.

in germania questa cosa poteva raggiungere vette siderali, perché gli accostamenti barbarici che piacciono a me non erano visti come tali ma come normale e sacrosanto modo di nutrirsi.

tipo succo di frutta, salmone e caffellatte.

tipo pane burro e pasta di acciughe.

tipo ovino alla coque.

tipo matjes (se dico “aringa” gli italiani pensano subito a quella sotto sale e svengono, invece la matjies è aringa cruda).

tipo yogurt con dentro d’ogni bene.

non occorreva, naturalmente, mangiare tutte queste buone cose contemporaneamente, ma diciamo che erano i miei ingredienti preferiti, insieme ai panini tutti semi.

non c’erano i biscotti “da inzuppare”, le fette biscottate erano dedicate agli ammalati.

le colazioni erano cose da òmini.

adesso mi consolo con una colazione sobria, yogurt con frutta e miele, caffellatte, pane e marmellata e succo di frutta.

quando la nostalgia si fa troppo forte torna anche la pasta d’acciughe (che paradossalmente mi portavo dall’italia perché in germania non la trovavo, diciamo che la mangiavo non perché prodotto locale ma perché bene si addiceva alla vita crucca).

ma mi manca un po’ svegliarmi nella casa della giraffa, andare al tavolino in cucina illuminato dal sole, mettere il burro nel raggio caldo a stemperare, e iniziare le mie alchimie da prima colazione.

a quel tavolino, riscaldato dal sole, pensavo a lucca, alla torta di riso del ninci, a un cappuccino fatto come si deve, a una valdostana (per i non lucchesi: ignoro come si chiami, è quella fatta di sfoglia, pomodoro e mozzarella) calda o alla sfoglia alla ricotta del pinelli.

so ist das Leben!

 

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in paese

in paese c’è il sole, che colora i campi di verde di qua e di là dalla strada.

ora i fiori degli alberi stanno lasciando il posto alle foglie assonnate e l’erba sale in una notte.

cammino a piedi, verso il “market”, altisonante nome per definire quello che una volta si sarebbe chiamata “bottega”.

entrare nel market del paese è qualcosa che avevo dimenticato.

l’odore di detersivo accanto a quello dei cardoni, le scatolette di cibo per gatti accanto ai lumini di padre pio, la signora col “grembiale” e le becche in testa, il bancone dei salumi, dove scegliere quello con cui farsi il panino.

che domande.

mortadella.

mentre la signora affetta il pane mi guardo intorno: è fondamentalmente un supermercato, solo concentrato in due stanzine.

frutta? c’è. verdura? anche.

pasta, conserve, biscotti, latte, farina, zucchero, succo di frutta, tovaglioli, carta igienica, siringhe, citrosil, cerotti, shampoo, sapone, varichina, bastoncini per le orecchie.

di ogni cosa due o tre scatole, non di più, ma volendo anche orecchini, soprammobili e bicchieri, custoditi in una teca di vetro, che non si sa mai, chiusa credo almeno vent’anni fa, visto quello che c’è dentro.

col panino in mano thelma ed io scegliamo una panchina al sole.

pausa pranzo, si chiama.

“siamo signore.”

commentiamo.

 

 

 

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il mio tessoro

quando nacque mio fratello, per festeggiare, mi chiesero di esprimere un desiderio.

io avevo visto mia cugina, di un anno più grande, con gli orecchini “a barchetta”. erano piccoli cerchietti d’oro e di smalto azzurro, lei aveva cinque anni e io quattro.

“vorrei forarmi le orecchie…” bisbigliai quasi impaurita che mi dicessero di sì.

lo fecero.

andammo dall’orefice, in città, per la mano a mamma e a babbo.

la signora fu gentile, mi bagnò le orecchie con acqua di colonia profumata, o almeno così parve a me l’alcool.

poi con uno strano aggeggio mi sparò “gli orecchini di prova”.

gli orecchini di prova erano due pippoli d’oro, che sarebbero stati al loro posto fino a che i buchi non si fossero arresi e fossero rimasti tali.

con le orecchie bollenti mi fece avvicinare al bancone, dove avrei invece potuto scegliere gli orecchini da mettere una volta che il buchino si fosse stabilizzato.

vidi le barchette di mia cugina.

stavo per indicarle col dito già da scimmia che avevo.

quando, accanto alle barchette, vidi brillare due stelline.

due stelline a sei punte, come quella del re david, che ancora non conoscevo.

le scelsi, le misero in una scatolina e infine, quando le orecchie furono pronte, le misi.

quando dissi a mia nonna che ero tornata in italia e che mi sarei sposata ne fu felice.

era molto malata e non ce la fece a venire a vedere la sua ultima nipote femmina che convolava a nozze. ma mia zia mi portò un paio di orecchini che erano stati suoi.

per la precisione non erano “un” paio di orecchini, ma “il” paio di orecchini.

gli unici orecchini che avesse portato per tutta la vita, quando voleva essere più bella del solito.

i suoi orecchini, i suoi ricci perfettamente appuntati dalla precisione affettuosa di mia zia e i suoi capelli dal riflesso bluastro.

quel giorno portai mia nonna con me, festeggiammo e ridemmo insieme, ballammo nel cortile e abbracciammo le persone care.

e ieri li ho presi in mano, per guardarli brillare insieme, la bimba e la nonna.

2014-04-20 11.20.51

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la mia torta

è quella incartata nell’asciughino per i piatti. è così perché mi sono rinvenuta di farle la foto quando già il mammuth l’aveva preparata per lucettina-onofrio (quiz: chi è onofrio?).

le torte del mammuth sono quello che rende la pasqua una vera pasqua, stavolta sono in numero inferiore alla media, ma diciamo che si tratta di una contingenza passeggera.

non l’ho potuta aiutare quest’anno, non che il mio aiuto le serva, ma diciamo che serve a me, serve a ricordare che cosa è importante e cosa non lo è.

è importante un forno a legna ben caldo e una vicina con cui chiacchierare e con la quale capire se ci vuole altra legna.

è importante che il glicine del giardino e il lillà vicino al pozzo siano fioriti.

è importante il gatto che bolle sul muretto e il cane giallo che lo annusa impudentemente.

è importante che una torta sia per me e andrea, una per francesco, arianna e camillina.

è importante che ci siano uova e galline generose.

è importante che splenda il sole, come oggi, perché la stagione si arrenda alla primavera.

tutto questo è l’importante.

passate una pasqua serena, divertitevi, mettete gemme nuove e lasciate sbocciare i fiori, raccogliete un sasso o una conchiglia o una foglia e assaggiate un raggio di sole e una fetta di torta coi becchi.

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grazie

non mi piacciono i coccodrilli e i necrologi, e so anche che tutti dobbiamo morire.

ma ho in tasca un sassolino bianco, raccolto alle cave domenica scorsa, e se potessi lo porterei alla tomba di marquez, per dirgli grazie, grazie dei giorni e dei sogni passati insieme.

quando muore un grande scrittore lascia dietro di sé una folla di personaggi immortali, che resteranno per sempre, indaffarati nelle loro quotidiane faccende.

la candida erendira, l’angelo dalle ali di corvo che cadde nel pollaio, la grande ursula, melquiades e la sua dentiera, il generale bolivar che tanto mi faceva pensare a garibaldi, il feroce dittatore dal testicolo ernioso, identico per ferocia e meschinità al piccolo caudillo di milano due, i pesciolini d’oro forgiati dal colonnello aureliano, col quale sarei fuggita anche in capo al mondo, da dove, in effetti veniva lui, le donne dalla pelle liscia che dormono nelle amache, la pioggia bollente, il caldo feroce.

leggevo sempre d’estate marquez, per sentire con loro il caldo anche io, e essere più a macondo possibile.

a macondo, dove gli zingari portavano le novità che nel resto del mondo erano note da secoli e che macondo ignorava, a macondo, dove una volta accadde di dover scrivere i nomi delle cose, perché la gente dimenticava tutto.

macondo, luogo di ferocia e di passioni, di uomini gloriosi e miseri, buoni e cattivi, sciocchi e intelligenti.

un mondo infinito, pieno di storie che generano storie, esattamente come la vita e tutto contenuto prima nella testa di un solo uomo, e adesso in tutti noi, come in un big bang delle storie, dopo il quale siamo tutti più ricchi.

grazie per averci dato un mondo da scoprire.

la mia preghiera sarà continuare a leggere.

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mercato

nella mia città è rimasto un relitto di mercato coperto.

qualche banco, di frutta e di verdura, un pescivendolo, un macellaio, e un bar, resistono temerari come naufraghi su un’isola deserta.

da bambina quel posto era per me il giardino dell’eden mescolato con un girone infernale.

le sensazioni che davano i profumi della frutta, mescolati al parmigiano, alla verdura, al fresco del cemento del pavimento insieme a quelle dei polli e conigli appesi, spellati e pronti per essere comprati mi regalavano un misto di piacere e terrore, di curiosità e paura.

c’era una signora, fra i banchi della frutta, che mi regalava sempre un mandarino, mentre baloccavo e mia madre comprava qualcosa.

lo mangiavo con calma, mettendo i semi nella mano, riempiendola fino a scoppiare, la mano ancora troppo piccola e il mandarino con almeno due o tre semi per ogni spicchio.

poi piano piano quel posto è morto, la città con lui, diventata un posto da pattine ai piedi, giustamente chiusa alle macchine ma incapace di portare dentro con un servizio di trasporti decente, gente interessata a comprare qualcosa che non siano mutande, trucchi a poche lire, maglioncini o sali da bagno.

una città finta, e un mercato, che è un posto vero, in una città finta non poteva che morire piano piano.

chi deve comprare cose da mangiare va a un supermercato.

adesso il comune vuole provare a mettere prodotti tipici e filiera corta, nel mercato di un tempo e a me pare una bella idea.

ma non è, secondo me, cosa ci metteranno, a fare la differenza, è come riusciranno a portarci le persone, nel cuore della città, visto che il servizio di trasporto pubblico è stato attentamente smantellato negli ultimi venti anni.

come convinceranno le persone a venire a comprare cose da trasportare in sacchi e sacchetti, se ci sarà una mezza navetta scalcagnata ogni ora che va solo in due direzioni?

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fuga per la vittoria

lucca, sette e quaranta, porta santa maria.

la testa piena di pensieri, vuota di voglia di affrontare la giornata.

la colazione che rigira nello stomaco, anche lei poco entusiasta di quello che l’aspetta, esattamente come me.

le signore del piedibus aspettano i bimbi pazienti all’imbocco della porta.

io sono in anticipo di cinque minuti, pedalo in bici, direzione appuntamento consueto con thelma per andare al lavoro.

decido che quei cinque minuti sono ancora miei.

invece di chiudere la bici prendo su per le mura, la salitella è proprio alla mia sinistra.

mi fanno la ola i ranuncoli del poggio rinvigorito dalla primavera, raggiungo i cani legati ai padroni e i padroni legati ai cani, come centauri cittadini.

arrivo sulle mura, prendo la direzione di palazzo pfanner, per vedere dalla mia posizione preferita quella che da sempre sogno come casa mia (non il palazzo, il rudere accanto).

la saluto al volo, nel giardino del palazzo hanno acceso la fontana, grazie, molto gentili.

i platani rimettono le foglie, come i bimbi quando da tanto non vanno dal barbiere.

passano i vecchi a passeggio, chissà perché i vecchi non dormono fino a tardi…

respiro i miei cinque minuti di vacanza, sono felice, sono i miei assoluti, totali meravigliosi, cinque minuti di libertà.

giro la bici, riprendo la discesina, lego ruote e telaio al portabiciclette, e i capelli dentro al gommino di stoffa nera.

ora posso anche andare al lavoro.

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marmor

abbiamo amici tedeschi a casa, e durante il fine settimana ce ne siamo andati a fare un giro per la provincia.

domenica è stata la volta delle cave di marmo.

è stupendo come la stessa cosa possa essere vista da occhi diversi.

leggere il loro stupore nel vedere che i sassi intorno alle cave erano anche loro di marmo, che di marmo era la polvere, di marmo le pareti, di marmo i blocchi, di marmo tutto quello che ci circondava, era insieme divertente e educativo.

“e quindi tutte le chiese sono di marmo a lucca?”

“sì”

“non sono rivestite, sono proprio di marmo marmo”

“eh sì”.

e poi raccontare dei cavatori, della polvere che prende i polmoni, della gente che da secoli dentro alle cave ci muore, ci lavora, ci invecchia.

e guardare anche la montagna ferita e sbucciata, pensando che una soluzione si deve trovare, che non può e non deve essere impossibile poter scegliere fra la conservazione del territorio e il lavoro, perché alla fine della fiera, quando sarà finito il territorio, finirà anche il lavoro.

e guardare anche lo sguardo di chi viene da lontano e non sapeva, non immaginava, non poteva neanche minimamente immaginare che cosa fossero, le cave di marmo.

è questo il bello del viaggiare, imparare che niente è come appare, un sasso è un sasso sempre, ma per qualcuno può rappresentare lo stupore della bellezza, della rarità, dell’arte.

 

 

 

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lecciona

andare al mare d’aprile è un po’ come veder montare l’albero di natale da piccoli, ci si mette nell’ordine delle idee giusto, anche se le vacanze non sono ancora cominciate, anche se babbo natale è lontano da arrivare, anche se ancora in casa è tutta una seminata di aghi di abete, palline cocciate, filze di lucine da sbrogliare.

prima che il gioco cominci, prima che il vero caldo arrivi, già il mare si fa bello, mette le arselle sulla riva, i tronchi lucidi quasi in posizione, le palle pelose di posidonia sparse con finta noncuranza, i culi bianchi dei primi fanatici dell’abbronzatura.

si levano le scarpe, si liberano i piedi sofferenti dal troppo star chiusi, si avvicinano alle onde che piano piano leccano le dita e poi sommergono fino alla caviglia, bagnando l’orlo dei pantaloni troppo pigro per arrivare al ginocchio.

e poi si può stare così, come gatti al sole, a sonnecchiare sotto il promettente tepore dell’estate che sta per arrivare, ad annusare il vento, a immaginare una lunga, intera giornata passata con un libro, delle pesche o delle albicocche, una bottiglia d’acqua e senza pensieri.

il mare, grande com’è, ha il potere di asciugare la pelle e le idee, di lasciarti con solo quello che è davvero importante, ti prende sotto braccio e ti rimette in strada sgombrando il campo da quello che fino a ieri ti pareva insormontabile.

poi si torna via, si volta le spalle e il mare si cheta, piano piano, non si fa più sentire già all’imbocco del sentiero e allora tocca a noi essere saggi e ricordare, tenersi stretto, girellare fra le dita il guscio di un’arsella che ti spieghi di nuovo, durante la settimana, che l’importante delle cose è quello che avevi capito davanti al mare, non quello che ti diranno davanti a una scrivania.

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lista delle cose che mi sono piaciute di berlino

il cielo che non si annoiava mai.

la torre della televisione che spunta anche quando l’avevi dimenticata.

nonno marx e zio engels.

l’ampelmann.

il sorriso di emilia e di giulia.

il trammino giallo.

il bisogno ossessivo di non dimenticare.

le biciclette che ti investono sulla ciclabile.

la cicatrice del muro sull’asfalto delle strade.

lo specchiarsi dei palazzi in quelli di fronte.

la larghezza delle strade.

il vento terribile.

la birra, what else?

il ristorante indiano vicino a potsdamer platz.

le statue dei ragazzini sulla spree.

le gru, gialle e arancioni.

il pane con i semi di girasole, zucca e papavero e sesamo e lino.

la mostra di foto di fred stein, nato a dresda nel 1909 e da dresda rifiutato.

il nodo allo stomaco del museo ebraico.

i meravigliosi dinosauri di quello di scienze naturali, compreso l’archaeopteryx, straordinario pollosauro famoso come monna lisa.

la voglia che ti prende, in quella città, di non tornare più.

 

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