Ale…

La cellula vegetale.

E non solo.

A scuola le ragazze hanno portato la cellula vegetale per il loro mostra e dimostra.

Nell’altra classe dei magnifici modellini di trigliceridi e fosfolipidi, ma nel marasma non li ho fotografati, rimedierò.

Marasma perché proprio mentre stavano mostrando i loro lavori, sono passati in visita dei bambini di una terza elementare (fra l’altro della scuola del piccolo) e la tentazione è stata troppa.

I bimbi sono stati chiamati, hanno fatto un cerchio in cortile e Ale la cellula vegetale e Tiberio il batterio sono stati mostrati ai piccoli ospiti (che erano in realtà venuti a vedere il gabinetto di storia naturale).

La cosa più buffa è stato vedere che i ragazzi grandi cercavano di usare parole semplici per far capire le cose ai bambini che invece usavano correttamente parole come citoplasma, DNA, nucleo, reticolo.

È stato un piccolo momento di gioia, i grandi fieri del loro lavoro, i piccoli fieri di parlare coi grandi.

La collezione di opere d’arte scEntifiche si allarga ogni giorno.

Venghino siori, venghino!

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Travi novi

Da nonna Ida stanno mettendo nuovi travi e nuovi travicelli.

Fa un po’ impressione, ma è anche bella l’idea di rinforzare una storia centenaria, di rendere solido quello che il tempo e l’umidità aveva messo in pericolo, di creare un posto sicuro per altri cento anni.

Le fondamenta, i solai, presto il tetto.

Una vecchia casa che diventa una nuova casa, vecchie storie che si intrecceranno alle nuove, vecchi profumi svaniti saranno di nuovo accesi per nuovi ospiti alla porta, profumi di cucina, di fuoco acceso, di panni stesi, di torte in forno, di libri sistemati, di piante annaffiate, di gatti addormentati.

C’è una cosa che sogno per questa nuova vecchia casa.

Che sia ospitale, che sia aperta, che sia gentile, che sia accogliente.

Che nessuno entri temendo di sporcare, che nessuno senta il bisogno di essere invitato a farlo prima di sedersi.

Che si possa saltare di gioia, chiacchierare fino a tardi, traccheggiare sul divano con un bicchiere di vino in mano.

Travi nuovi, per una vecchia casa.

Ci volevano.

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Ecco a voi… Tiberio…

Il batterio.

Le classi seconde stanno lavorando a dei modelli didattici per le seconde che verranno.

L’ultimo giorno di scuola faremo una mostra dei loro capolavori, per cui, se sei del Machia e stai leggendo ti aspettiamo in cortile, se non sei del Machia e stai leggendo troverai tutte le storie qui sul blogghino.

E questa è la storia di Tiberio.

Fatto in casa, da E., L., V., e C.

Con del polistirolo, colori, il grande classico “carta igienica e colla vinilica” un po’ di DAS e dei cordini per fare i flagelli.

Potete infatti vedere al centro il cromosoma batterico non circondato da una membrana, pili e flagelli all’esterno, un citoplasma giallo acceso, ribosomi liberi e qualche plasmide.

La membrana di Tiberio è un doppio strato fosfolipidico, un grande must cellulare e portato con disinvoltura.

Esternamente alla membrana alcuni modelli possono presentare una parete e una capsula, ma solo per i più esigenti.

Tiberio sarà fra qualche giorno in compagnia di altre cellule, eucariotiche, animale e vegetale e svariate biomolecole.

Per cui… Stay tuned!

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VoRei una STONSA

Ieri i ragazzi delle quinte sono diventati per un pomeriggio investigatori del crimine.

Pipette, gel di agarosio, un po’ di DNA e soluzioni varie e insieme abbiamo capito che siamo tutti uguali ma diversi, che non c’è un essere umano uguale all’altro (gemelli identici a parte) e che a volte l’imparare non ha altra strada che passare dal fare.

C’ero stata tanto sopra, ne avevamo parlato in classe, avevamo visto la figura, glielo avevo raccontato, ma finché non lo hanno fatto non lo hanno capito.

Hanno imparato a usare una pipetta, a seminare in un pozzetto, ad aspettare trepidanti, la digestione prima, la migrazione dopo.

Si sono sentiti osservati quando al loro turno hanno dovuto mettere il campione, qualcuno lo ha fatto bene al primo colpo, qualcuno meno.

Ma io credo che ne siano usciti più ricchi.

Anche i più pallosi, anche i polemici, anche i distratti, anche i disincantati.

Alla fine il laboratorio è laboratorio e ai ragazzi parlerà sempre.

Il DNA fingerprinting permette di identificare se un frammento umano appartiene a una persona della quale abbiamo il DNA, è una tecnica molto vecchia, direi ormai quasi datata, ma affascinante.

I ragazzi lo hanno fatto e compreso.

E io spero che questi futuri avvocati, letterati, ingegneri, filosofi, un giorno si ricordino della biologia e di tutto quello che può raccontare, se solo siamo disposti ad ascoltare con pazienza.

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Quasi per dispetto

Sarà la stagione strana, che mette alle piante la paura che sarà l’ultima della loro vita, ma quest’anno a casa di nonna Ida stanno fiorendo anche i sassi.

Piante di solito timidine, remissive, solitamente parche di soddisfazioni, quest’anno, che a causa del cantiere non possiamo godercele, esplodono di colori e di profumi.

Così ci andiamo il fine settimana, quasi di nascosto, tagliamo l’erba, travasiamo esuberanze, limitiamo siepi scarduffate, annaffiamo agrumi.

Cercando di non fare caso al caos che regna dentro casa (stanno mettendo i travi del solaio, non è esattamente come spostare il divano…) e cercando di resistere all’avanzata del delirio fuori casa (calcinacci, montagne di terra scavata per le fondazioni, tubi, assi, legname, mattoni, casino, soprattutto un gran casino.

E in mezzo al casino loro, le piante di mia nonna, serafiche, eleganti come a una serata teatrale del 1920.

L’erba alta, il timo fiorito abbracciato alla lavanda, le rose che hanno deciso per la sfrontatezza.

È primavera, che ci sia un cantiere o meno poco importa.

Rifletteteci quando vorranno convincervi che siamo i custodi del pianeta.

Il pianeta fa benissimo a meno di noi, sa fiorire in mezzo ai calcinacci.

Siamo noi, che senza casa non si può stare.

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U.C.

Ieri sera si è svolto l’ultimo consiglio comunale della consiliatura.

Non ci sono passata, perché non ce l’ho fatta, ma ho pensato a quel posto che ha fatto crescere una parte di me.

Dedico un pensiero al mio sindaco, Alessandro Tambellini, che più di una volta, in quell’emiciclo, ha dato a una destra rozza e ignorante, lezioni di storia locale, di politica, perfino di botanica.

Botte e risposte dei consiglieri, argomentazioni varie, dalle motivate alle strumentali.

Poi prendeva la parola e difficilmente c’erano repliche.

In Consiglio comunale ho imparato che, senza studiare, la politica è un tamburo di frasi fatte, che le cose sono sempre più complesse di quanto si pensi, che approfondire è fatica e che a volte, pur di non farlo, qualcuno ha preferito buttarla in caciara.

Ho visto crescere ragazzi giovani e giovanissimi, ho visto i sorrisi sardonici dei più navigati, ho visto la passione far tremare la voce, anche alla mia è successo, ogni tanto.

Di tutti i consiglieri ce ne sono due, compagni di strada e di politica, che hanno scelto di non candidarsi e di scegliere altre vie da percorrere.

Io ho fatto la loro stessa scelta, e questo, spero, ci regalerà almeno il tempo di vederci in qualche altro modo.

A Pilade e a Francesco, un bacio grande, e un grande grazie.

A chi si candida da “uscente”, a Daniele come a Valeria, un forte in bocca al lupo, e a tutti gli altri candidati consiglieri un abbraccio da lontano, ci vedremo nelle piazze di questa campagna elettorale, che spero tanto riconfermi l’ affetto di questa città a chi ha così tanto lavorato per la sua comunità.

In bocca al lupo compagne e compagni!

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Mamme di latte, mamme di cuore, mamme di come cavolo ci pare

Come mamma di un bambino nato con la labiopalatoschisi mi capita di leggere richieste di aiuto, consiglio, scambio di idee da parte di altri genitori.

Quando è toccato a noi i consigli di chi ci era già passato sono stati fondamentali, così sono felice, quando posso, di rasserenare altre persone.

Capitano spesso mamme disperate che si chiedono come allattare al seno il proprio piccolo.

Un bambino col palato aperto infatti non sempre riesce ad attaccarsi, non che sia impossibile, diciamo che è molto difficile.

I bimbi nati così si nutrono meglio con un biberon apposta, che si possa comprimere, e con una tettarella speciale.

Esistono tante benemerite volontarie che spiegano comunque come provare, ad allattare al seno.

Io non ho avuto questo tipo di scelta. Mio figlio ha iniziato a vivere con me che aveva nove mesi e il palato ancora aperto, per cui latte in formula e biberon, e fine del chiasso.

Ci fu comunque chi, all’epoca, mi disse che potevo provare ad allattare magari prendendo qualche ormone.

Certo.

Come no.

Fortunatamente ero così felice del mio bimbo che neanche ascoltai la pazza furiosa che avevo davanti, ma ripenso a quel surreale dialogo ogni volta che leggo la richiesta di aiuto di una mamma disperata, perché ha già magari un bimbo piccolo, il secondo è nato con la lbs e lei si sente in dovere di tirarsi il latte.

Ogni due, tre ore.

Anche la notte.

Dolorosamente.

Faticosamente.

Con la paura di non farcela, di non avere abbastanza latte, di non essere una buona madre.

Ci sono voluti anni per rispiegare alle donne l’importanza dell’allattamento al seno e non sarò certo io a chiedere di tornare indietro.

Mio padre aveva una sorella di latte perché mia nonna aveva allattato un’altra bimba quando lui era piccolo.

Allattare al seno permette di proteggere maggiormente il piccolo, di avere il cibo necessario per lui ogni volta che lo si desideri, senza doversi portare dietro biberon e armamentari vari.

Ma non è un obbligo.

Allattare al seno non rende una madre una buona o una migliore madre.

Come non lo fa allattare con latte in polvere.

Se siete stanche, se è doloroso, se non riuscite a dormire la notte, provate altre strade.

Non siamo nate per soffrire.

Non siamo martiri votate al sacrificio.

I nostri bambini hanno più bisogno di mamme felici che di mamme perfette, indipendentemente da cosa perfette voglia dire

Allattate i vostri figli come preferite, come riuscite, godendo di quel momento straordinario di quando un bimbo è perfettamente a misura delle vostre braccia, siate felici, il resto verrà da sé.

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Parole parole parole

(tranquilli, sono le soluzioni di ieri).

Mi diverto a giocare a wordle e a pensare alle varie versioni europee.

La versione inglese, l’originale, prevede, come le sue imitazioni, la casella verde per la lettera giusta al posto giusto, la gialla per la lettera giusta al posto sbagliato.

A seconda dei tentativi con i quali indovini commenta con eleganti “great”, “well done” o cose del genere.

La versione tedesca è, per l’appunto, tedesca.

In questa, unica fra quelle che conosco, si possono mettere le lettere giuste al posto giusto alla riga successiva senza aver bisogno di scrivere tutta una parola, cosa che aiuta moltissimo e che rende l’idea di qualcosa di ben organizzato, efficiente e pratico.

Anche i tedeschi commentano i risultati, con “sehr gut!!!” (Tre punti esclamativi, sanno come gratificare) o altre espressioni tipiche.

I francesi no.

Perché quando indovini i francesi si sfavano.

I francesi mettono in fondo al gioco il vocabolario con la parola che hai trovato spiegarti che vuol dire.

Ed eccoci all’Italia.

Che mette la bandiera nel titolo.

Che dice “daje!” Quando indovini all’ultima riga, che ti fa credere che abbiano fatto il tifo.

Quattro giochi, quattro Weltanschauung, quattro modi diversi di fare il solito giochino scemo.

In uno sputo di chilometri.

E a me piace pensare di appartenere un po’ a wordle, un po’ a Wördl, un po’ a le mot, e pure a parole, ca’a bandiera al posto della o, che è una tamarrata favolosa.

So ist das Leben.

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Fiori e domande

Domenica passata sul monte Croce con alcuni amici a vedere la straordinaria fioritura delle giunchiglie.

Abbiamo camminato un po’, il sole ha leccato per la prima volta braccia e collo scoperte dai vestiti, abbiamo visto fiori, montagne, cielo.

È stata una bella passeggiata, il piccolo ha voluto dimostrare a tutti il suo piglio scout e tutti i bambini sono stati bravi e hanno camminato felici e spensierati.

In prossimità di un passaggio un po’ particolare (alla foce del Pollino, per chi vive da queste parti) una signora è caduta poco prima del nostro arrivo e siamo finiti sul sentiero, un sottile stradello incastrato fra la roccia e il bosco, proprio durante l’arrivo del Pegaso, l’elisoccorso della regione Toscana.

HDC si è occupato del piccolo, mentre io mi sono aggrappata a una roccia con gli occhi ben chiusi per evitare casini.

Sono stati pochi minuti, che mi sono sembrati eterni.

Un rumore assordante, un vento irreale, che tutto sollevava e sbatteva, un senso tremendo di impotenza.

Non sono riuscita a non pensare a tutte quelle persone per le quali il rumore e il caos di un elicottero è un segno di morte, di guerra, di fuoco.

Tutto era così intenso che non facevo altro che dirmi va tutto bene, siamo fortunati, fra poco andrà via, salvando una persona, va tutto bene.

Poi il rumore si è fatto più lontano e il vento è diminuito di forza.

Siamo usciti, ognuno dal suo buco dove aveva trovato rifugio.

Sono corsa dal mio bimbo, che non aveva avuto paura, perché circondato dal suo babbo.

Come va cucciolo?

Bene, ho chiesto a babbo se era la guerra, ma invece, pensa te, era tutto il contrario!

Era tutto il contrario.

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A tolo!

Quando da pollicino voleva fare tutto da solo sentenziava a tolo! E non c’erano versi, occorreva fermarsi e aspettare, perché lasciare che un bambino faccia da solo è una gran perdita di tempo, che viene ripagata con una grandissima fetta di automia e autostima.

Sono sempre di più le cose che riesce a fare a tolo, e il cucciolo di un tempo ogni tanto mi manca, ma la nostalgia è sorpassata dal piacere di avere a disposizione un bambinetto interessante con cui parlare.

È cresciuto, e così venerdì ho deciso di fare una prova, più per me che per lui.

Avrebbe fatto da solo la strada in bici da scuola a casa e io avrei seguito a piedi, senza fretta.

Era felicissimo. È scomparso fra la folla di via San Paolino dopo pochi secondi e con lui la mia sicurezza di aver fatto una cosa intelligente.

Sicurezza che si è trasformata immediatamente nella certezza di aver fatto la cazzata più grande della mia vita.

Ho iniziato a scrutare l’orizzonte per vedere, fra le chiappe dei tedeschi in gita, le righe dei francesi, le classi di adolescenti in truppa, il caschetto rosso che mi avrebbe indicato che era ancora a portata di salvataggio, ma nulla.

Ho accelerato il passo, pensando a tutto quello che poteva accadere.

Una macchina nell’isola pedonale, una svolta nella strada sbagliata, un orco croccabambini a passeggio per Lucca, le cavallette assassine, un asteroide, una catastrofe nucleare e altre amenità.

Mentre arrancavo ho telefonato a HDC.

Affacciati alla finestra e dimmi se lo vedi arrivare, io corro e cerco di capire dov’è!

In piazza Cittadella non c’era.

In San Michele nessuna traccia.

In chiasso Barletti neanche l’ombra.

A metà via dell’Arancio è arrivata la telefonata che aspettavo.

Dopo pochi passi lo vedo, col casco in testa e il ditino, fiero, sul citofono.

A tolo.

E io come una scema, col fiatone.

Hai corso! Non vale!

Hai ragione Pollicino che Pollicino non sei più.

Non vale.

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