il buco del naso

Ecco qua. Mentre eravamo impegnati a vedere parchi, giardini meravigliosi e ville incantate, mentre bevevano rosé freddo e vino di noce per aperitivo, mentre le olive, i pomodori, i salami e i formaggi passavano dai piatti eleganti alle mani affamate, ecco che il principe ha scoperto di avere un naso e che, tale naso, era pure provvisto di buchi, nello specifico due. 

Voi penserete che non ci sia molto da notare in un bimbo che si ficca un dito nel naso e rimane così, meravigliato e assorto, a contemplare l’universo da quel nuovo punto di vista, ma se il naso in questione prima non c’era, ecco che il cuore di mamma si riempie d’orgoglio per il piccolo speleologo, per il giovane esploratore, per il novello Livingstone.

Così ecco foto, filmati, brindisi e festeggiamenti per la nuova scoperta, finché non gli dovremo dire “levati le dita dal naso, porcello!”

Così è la vita, e dalle stelle alle stalle il passo può essere breve come dal buco del naso all’altro.

Intanto cin cin!

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Francia, del sud

Com’è, come non è, la Francia del sud è molto più a sud dell’Italia del nord. 

Sono dall’altro lato delle Alpi, a Gap e sono molto felice. 

Abbiamo assistito a un matrimonio di amici, festeggiato, brindato, chiacchierato, riso.

Abbiamo visto La Bellezza. Negli occhi degli sposi, in quella dei bambini, nel sorriso dei nonni, nell’imbarazzo emozionato dei genitori, nelle pietre grattate dei monti, nel cielo azzurro intenso di giorno e nero di stelle di notte.

Dovremmo tornare a casa, ma indugiamo, su questi prati leccati dal vento, sugli orti di frutta e di verdura raccolta e condivisa, sui bicchieri di apéro bevuti con calma sulla riva del lago. 

La Francia. Dio quanto mi era mancata. 

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dal balcone (di pancrazia)

I palazzi di fronte hanno scale illuminate come colonne gialle nella notte. 

Balconi con le tende a righe, finestre di cucina spalancate per il caldo.

Televisioni lontane. 

Una signora scuote la tovaglia dalla finestra vicino a me. 

Di fronte, nei palazzi che sanno di anni cinquanta, di gioventù altrui, di nonni e di nipoti, scorre la vita. Le olimpiadi, la doccia prima di uscire, la carne con i fagiolini, il neon sopra l’incerata del tavolino. 

Tende sottili proteggono i segreti di ognuno di noi, tutti uguali, fatti di amori e delusioni, di frenate e ripartenze.

Torino è calda e deserta, ma le case sono piene di storie che sarebbe bello raccontare. 

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memorie di un pappagallo 2

Mi chiamo Johanna e sono un pappagallo. 

Per la precisione una pappagalla. 

Vi farà strano immaginare una pappagalla a farneta ma io ci sono nata: seconda generazione di pappagalli una volta fuggiti e mai più ritornati.

E così questi boschi mi appartengono, miei sono i lecci, i castagni, il cisto sgualcito, il tasso e il cinghiale, la volpe, la lepre e la civetta.

Non sono più un uccellino da equatore, sono di collina e di paese, di corti di case, di stalle, di pozzi, di campi di grano. 

Questi campi sono casa, questo cielo è il mio cielo. 

Mangio il grano dimenticato, i fichi caldi di sole, le mele selvatiche che cadono come biglie dalla tasca di un monello. 

Volo, dove voglio e come voglio. 

Come adesso, che vado a vedere un bimbetto dalla testa nera e le gambe indecise. Mi ricorda tanto me quando imparai a volare, provando e provando, cadendo e ripartendo.

Non riesco a smettere di guardarlo: la testa nera di un corvo, il naso schiacciato come il mio becco, le urla acute come un piviere, forse anche lui è un uccellino, poggiato sub due gambe incerte fra il cadere e il camminare. 

Mentre lo guardo non vedo dove vado. 

Frano sulla testa di una ragazza, lei si spaventa.

“Uhi! Che cos’è? Toglimelo di dosso!”

Grida.

“Non è niente, è solo un pappagallo”, dice lo strano tipo che è con lei. 

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memorie di un pappagallo 1

Mi chiamo Johanna, sono un pappagallo, più precisamente una pappagalla, e sto volando da quasi due ore.

Penserete che non siano molte, due ore di volo, per un uccellino leggero e dotato di ali, ma due ore possono diventare un’infinità se si è appena fuggiti da una gabbia, se prima d’ora si è volato solo da una sbarra alla successiva e se per tutta la vita non si è visto altro cielo del tetto di una stanzetta, bianco e grigio, con un lampadario a neon come unico sole. 

Sto volando e non so perché, so solo che la porta era aperta, il bimbo distratto e il vento invitante. 

Un istinto che non conoscevo mi ha soffiato via da lì e adesso mi fa volare, dove non so, un battito d’ala davanti all’altro.

Guardo il mondo sotto di me, schiacciato a terra senz’altro. 

Giardini, orti, filari, case.

Un cane giallo mi guarda e abbaia. 

Le viene urlato di tacere. 

Il cane bofonchia ma ubbidisce.

Io intanto volo. 

Mi abbasso piano, il cane è lontano, sfioro gli steli allungati dal caldo d’agosto di cicorie, piscialletti e carote selvatiche, mi rilasso un poco. 

Ma un gattogrigio mi assale, in un secondo, anche meno, mi agguanta e mi morde.

Con la forza della disperazione sbatto le ali fino a sfuggirgli, barcollo, sbando, sbatto e riparto come una gallina, come quella gallina laggiù, che guarda la scena con gli occhi increduli del prigioniero.

Senza guardare volo volo e volo e finisco, come una mosca, sul collo di una ragazza. 

“Uhi! Che cos’è?”

Chiede. 

“Tranquilla, è solo un pappagallo”, risponde lo strano tipo che è con lei. 

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neanche a chandigar

Farneta. Un pomeriggio caldo di sole. Col cucciolo e con un Caro Amico passeggiamo nell’orto.

Si parla di ferie, di bimbi, di nulla e di tutto. 

A un certo punto uno sfarfallare d’ali e delle unghie sul collo. 

“Qualunque cosa sia, toglimela!”

Urlo. 

“Non è niente, mi dice lui con pazienza da filosofo. È solo un pappagallo”.

Un pappagallo.

Solo un pappagallo. 

A farneta. 

Il 16 d’agosto. 

A farneta di solito si trovano volpi, lepri, fagiani, civette, scoiattoli, ghiri.

Ma un pappagallo…

Scappato forse da qualche casa è ora ospite della voliera di un vicino gentile, che lo ha accolto con semi, acqua fresca e una pera.

E mentre tornavano verso casa, pensavo che farneta è un buon posto per crescere, per fare nuove avventure, per andare nell’orto a cercare le galline e trovare un pappagallo, che vola, fra gli ulivi e i filari, sopra la strada puntuta di ghiaia, all’ombra del cipresso e del ciliegio. 

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nocella

L’ho fatto.

Senza che mi guardasse il piccolo per non dare il cattivo esempio e suo padre, per evitare rimbrotti igienico-dentistici (è sporca, ti rompi i denti, almeno lavala) l’ho fatto. 

Ho preso una nocella dal giardino, caduta da poco, l’ho rotta tra i denti e ho mangiato l’ancora acerba nocciola.

Che sapeva di libro delle vacanze da finire, di prime piogge, di diario nuovo e naturalmente di nonna, di vestaglia, di capelli appuntati, di torta di mele, di ginocchio sbucciato, di sapone per i panni, di zolfo e di rame, di detersivo per dare il cencio, di pavimento di chiesa diaccio marmato.

Di quel momento, amaro e dolce insieme, della boa di ferragosto, amaro e dolce come una nocella ancora da seccare. 

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