In piazza di notte

L’aria è gentile, anche se non ancora complice. 

In piazza dell’anfiteatro passeggiano napoletani che parlano di cucina e milanesi che bevono l’aperitivo parlando di soldi, deve averli messi l’ufficio luoghi comuni. 

Le piccole pozzanghere in terra, residui del tempo incerto di marzo, sembrano pezzi di specchio rotto che rimandano le luci dei lampioni spacciandole per stelle del cielo rovesciato. 

Nelle case le luci accese raccontano di cene, litigi, telegiornale, pasta in bianco e sofficini.

C’è chi fuma. 

Chi va veloce. 

Chi si ferma, senza motivo, davanti alla vetrina di un negozio chiuso per guardare forse qualcosa di diverso dai pensieri consueti. 

Gli ombrelloni chiusi dei bar sono fusoliere di missili inesplosi.

La mia panchina è un palco a teatro.

O forse, qualcuno, in questo momento, sta descrivendo me. 

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Abbiamo tutti bisogno di uscire

Inizia quel periodo dell’anno fantastico durante il quale si smania per stare fuori.

Uscire dal lavoro che c’è ancora luce, cambiare il giacchetto per uno più sottile e portare calzini e scarpe più leggeri. 

Così una volta a casa, si guarda fuori dalla finestra e si brama un giardino, un prato, un libro e un paio di ciabatte.

So di non essere sola in questi miei pazzi desideri. 

Le piante in casa non ne possono più, anche loro, grigie e polverose come me, sognano una pioggia vera, che le lavi come un labrador dalla testa ai piedi. 

A volte mi sento così, coi piedi in un vaso di coccio, le foglie verdi rimaste testimoniano l’estate passata e adesso la voglia che prende è di uscire, sporcarsi, potare, seminare, annaffiare. 

Come una pianta che si lascia piovere addosso, come dei rami usati da qualche uccellino, come un cespuglio di frutti del bosco. 

Così a volte vorrei essere. 

Un albero di campagna, ruvido di scorza, fresco di foglie, di robuste radici. 

Casa di nonna non è lontana. 

Solo ancora qualche giorno di pioggia. 

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come diavolo fanno?

questo post è dedicato alle mamme single e ai babbi single, supereroi come l’uomo ragno e superman, che io, da due giorni sono senza HDC (torna, è solo via per lavoro, almeno, ha detto che torna… torna, no?) e sono sull’orlo della crisi di nervi.

lavorare, fare la spesa, raccattare bimbo al volo preso all’asilo da nonni caritatevoli, svegliarsi la mattina e gestire gastroenterite fulminea e passata come un tornado sui vestiti di entrambi, guidare e cantare per tenerlo sveglio che se si addormenta in macchina poi è un casino, non lavarsi i denti perché manca il tempo, non fare la pipì a porta chiusa per non sentirlo piangere e per tenerlo d’occhio, camminare per la strada con un bimbo che ora vuole stare in braccio, ora vuole camminare, il passeggino neanche morto e la spesa su una delle due braccia.

e pensare “ora glielo passo un secondo” e invece no, non c’è, per quarantottore, cosa volete che siano quarantottore?

però mi viene da pensare a tutti i genitori soli, che fanno di queste cose la quotidianità, che ogni giorno non hanno l’opportunità di tirare il fiato cinque minuti, che sono presi da lavoro, figli, casa, una vita in salita, fra la macchina, l’asilo, il supermercato, la nanna, la doccia, la pappa, i piatti, la lavatrice, senza la possibilità di dire “pensaci tu, vado in bagno”, senza potersi mai mettere in pausa, senza poter mai condividere una stanchezza o una gioia.

non so davvero come diavolo ci riuscite.

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due

quanti anni hai?

e lui felice apre la manina e a malapena mostra un due virgola qualcosa, perché non sa chiudere bene le dita che non servono.

due.

il primo numero plurale.

due, come io e te.

due giri di giostra di felicità.

due anni.

due anni e cammini, parli una lingua misteriosa nella quale il gatto si chiama “gacco”, la banana “bablabla”, la pizza “pitta” e tuo padre “mambo”.

due anni e ridi come un matto, due anni e corri a razzomissile, due anni e tamburi tutto quello che trovi, due anni e sei l’amore per la vita fatto bimbo.

due anni di vita pura, di energia pura, di amore puro.

due anni che sei al mondo, quante ne hai già fatte e viste, piccolo uomo?

con quanto coraggio, quanta forza e quanta allegria nel cuore?

grazie di esserci, piccola grande magia, e grazie di insegnarmi, ogni giorno, quali sono le cose importanti della vita.

buon compleanno figlio mio.

 

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dal culista

mio nonno per scherzare chiedeva sempre come mai facciamo vedere gli occhi al CULISTA, le passere al GINOCCHIOLOGO, e i bimbi a PIEDATRA.

abbiamo portato il principe dal culista a controllare un lieve astigmatismo che gli avevano trovato a dieci mesi e che verosimilmente si sarebbe risolto crescendo, e così è stato.

ma il bello non è stato il culista.

il bello è stata la sua sala d’aspetto piena di bimbi, genitori e nonni.

praticamente il terzo tempo dell’asilo.

è arrivato e non credeva ai suoi occhi.

bimbi, di tutte le età, e giochi, e librini e sedie, e nonni che chiedevano “come ti chiami, bel bimbo?” e lui, che ancora non sa dirlo, usava la tecnica “non lo so dire, ma non sono un amore?”

ha attaccato bottone con tutti, ha offerto giochi non suoi a bimbi e bimbe, ha perfino corteggiato una bimba che non ne voleva sapere neanche morta di giocare e ha pure tentato, senza successo, la carta del “sonotriste” che fa mettendo la testa di lato e fingendo di essere baudelaire, seguita dall’improvvisa mossa del “sonoallegro” che consiste nell’agitarsi tutto e roteare le manine, pur di farsi notare dalla bimba, che per tutta risposta ha detto: “mammaaaaaaa! andiamo via?”

non domo ha portato un librino a un nonno altrui, aperto alla pagina di un mostro alieno e chiedendo al nonno in questione di imitarlo.

il nonno, evidentemente allenato, si è calato il cappello sugli occhi e ha fatto finta di essere un alieno. felice, ha applaudito.

ha infine spostato sedie (a tutti i bimbi piace spostare sedie, non so perché), imitato elefanti, tigri, farfalle, cani, gatti, pesci, coccodrilli e ogni altra bestia, compreso il brucopeloso.

quando siamo andati via la segretaria voleva assumerlo come animatore della sala d’aspetto.

ci aspettano anni da showman…

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due alberi

ho fatto una strada diversa ieri sera per tornare a casa.

una strada un pochino più lunga ma con meno macchine, che passa da pescheti, campi, fossi confinati da pioppi giganti.

la luce del sole ancora resisteva una curva dopo l’altra e piano piano diventava sempre più blu.

lungo la strada due alberi, uno di fronte all’altro, due grandi cespugli d’alloro cresciuti fino a poter fare ombra ai ciclisti.

mi piace tanto l’alloro, ha foglie fresche e profumate, fa un ombra generosa che profuma di castagne bollite, cucina di casa mia, inverno con la pioggia in corte e i compiti da fare, le mani appiccicose delle troppe castagne sbucciate.

non ho potuto fare a meno di guardarli e di sorridergli.

due alberi, ognuno a un lato e all’altro della strada.

uno, dal lato del fosso, cresciuto a piacere, spettinato, con i rami al vento.

l’altro, forse ultima sentinella del giardino di una villa, potato come un quadro di picasso.

un poliedro irregolare e senza senso, dettato solo dal desiderio di ordine del giardiniere senza gusto.

un solido compatto, dalla forma diamantata e innaturale, come certe teste da manager dai riccioli bloccati dalla brillantina.

mi ha fatto pena, così rigido e serio, davanti all’amico scarmigliato e scanzonato.

ho immaginato due vite diverse, una fatta di avventura e sentimento e sogni e vento, l’altra di senso del dovere, di colpa, di responsabilità, non propri, ma decisi da altri, che, come feroci giardinieri tagliano e squadrano lì dove il vento potrebbe invece entrare a portare aria pulita.

così a volte siamo anche noi, potati dalla vita e da chi ci circonda, costretti a forme che non ci appartengono, inquadrati contro natura.

ebbene, ho una buona notizia.

la primavera è arrivata. è l’occasione perfetta per fare rami nuovi, in ogni direzione desiderata.

buone gemme a tutti!

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Cecatona

Sono andata a fare ginnastica in acqua.

Ogni tanto riusciamo a tornare in piscina.

Di solito metto le lenti a contatto, in modo da poter starnazzare in libertà, non riesco a fare come molte mie compagne di corso, impeccabili come professoresse di latino e greco che entrano, fanno gli esercizi ed escono senza bagnare gli occhiali, senza rovinare il trucco (il trucco! in piscina!) senza bagnarsi i capelli.

no, io spruzzo come un piccione nella fontana di piazza antelminelli, scalcio come una capra impazzita, ho la grazia dello struzzo e l’allegria dell’elefante nella pozza africana.

non è possibile.

io, signori e signore della giuria, nell’acqua della piscina per donne che non devono chiedere mai faccio una cosa di quelle che pare non si debbano fare.

mi diverto.

come una matta.

per cui no, gli occhiali non sono pratici, si riempiono di gocce e poi non ci si vede più.

così li ho lasciati a bordo piscina.

pensando che mi sarei riuscita a focalizzare sugli arti dell’insegnante, come anche avevo fatto la domenica precedente.

la domenica precedente avevo adone, non so se ve ricordate, ve ne avevo parlato qualche anno fa, l’istruttore più bello del mondo, alto, spalle larghe, e soprattutto scarpe fosforescenti e braccia enormi, per cui vedere cosa fare con gambe e braccia era stato semplice.

ieri sera no, ieri sera avevo una bravissima fatina, minuta, piccolina, vestita di rosa pallido e grigio.

in ogni caso me la sono cavata abbastanza bene, in fin dei conti i movimenti sono più o meno sempre quelli…

al rilassamento finale si è unito anche HDC, che aveva nuotato nelle corsie.

l’insegnante mostra una posizione per stirare i muscoli delle braccia, io la ripeto, HDC inizia a ridere che fra un po’ affoga.

“che c’è? non è così?”

sussurro.

HDC ride ma non dice, la merdaccia.

“come si fa???”

“al contrario!”

“al contrario che vuol dire???”

“lascia perdere ha cambiato esercizio!”

“davvero???”

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