Un matrimonio

Di ritorno dal matrimonio di due amici.
Un matrimonio è fatto di sole e di aria, di riso e parole, di amici e parenti.

È fatto di musica, vino, prati festosi e un buon panorama.

È fatto di bimbi che perdono anelli, giocano sporchi, dormono placidi, ridono allegri.

Di mamme e papà vestiti eleganti, di zie cotonate, di cugini cresciuti.

È fatto di velo e confetti e capelli a chignon.

È la festa, di tutti, tutti d’intorno.

Fino a che non se ne vanno e allora possono ballare da soli, sotto la luna, le sue mani dolcemente appoggiate sulla schiena delicata di lei.

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norso

norsovi presento norso.

si chiama così perché ènorso.

norso arriva dalla germania, anche se credo sia stato fatto in cina, è peloso, morbidino, sorride e ha gli occhi azzurri come me, anche se non si vede bene nella foto.

norso è la prova che ci stiamo completamente rimbecillendo, anche se la spiegazione che stiamo dando a tutti pare serenamente razionale.

da circa una settimana infatti, dormiamo con norso, scambiandocelo ogni tanto, passandocelo amorevolmente e nascondendolo sotto il cuscino quando, alzandoci, temiamo che il gattonero ci si avventi sopra con la famelicità di cui solo lei sa fare.

norso è il nostro messaggio in bottiglia per A.

ancora non sappiamo di preciso quando partiremo, ci dicono che dovremmo avere notizie verso il 7 o l’8 di settembre e che verosimilmente quindi partiremo quella settimana o la successiva.

per allora, norso dovrebbe un po’ puzzare della barba di hdc, delle puppe mie, delle pance, delle mani e dei sogni di due aspiranti genitori che non sanno più cosa inventarsi per far sapere a un microbimbo che lo pensano ogni giorno.

quando partiremo porteremo norso con noi, e se avremo fortuna, lo lasceremo nel lettino di A. quando dovremo ripartire per tornare qui senza di lui, tra il primo viaggio e il secondo.

si spera così che in qualche modo norso gli parli di noi, del lettone, della finestra con la torre delle ore che al mattino cambia colore, degli storni che si danno appuntamento nel giardino di fronte per partire per l’inverno, dei gabbiani che si raccontano le barzellette e ridono tutti insieme, della colazione a letto, con la piscina di caffellatte come piace a me e quella schifezza di caffé che piace a HDC.

spero che gli racconti del gattonero, e dell’odore che priska ci lascia addosso quando l’andiamo a trovare dalle galline, spero che gli dica che c’è una casa, fatta di un sacco di odori, che non aspetta altro che lui.

che da sempre, non aspetta altro che lui.

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al mondo non puoi chiedere di più

lucca, via fillungo, in bici, che non si può mica andare in bici in via fillungo, ma insomma, se uno sta attento, va piano piano, scansa tedeschi, danesi e francesi con la maglia a righe bianche e blu, evita bimbi col gelato, vecchi coi piedi storti, ragazzine vestite con i pantaloncini corti e le cosce anche, ragazzetti con la pettinatura “a stiaffo” e cani al guinzaglio che si trascinano dietro padroni distratti dal passaggio di un culo su due gambe.

sento la musica, è un violino, non si capisce bene da dove venga, ma sicuramente arriva.

arriva al cuore, arriva alla rotonda scambiatrice dell’autobus a lussemburgo, arriva all’aeroporto di francoforte, di monaco, di dresda, di mumbay.

arriva alla casa minuscola di boulevard de la pétrusse, alla luminosa casa della giraffa, arriva alla stazione del treno di luxembourg ville, arriva a treviri, arriva alla festa portoghese in place d’armes, arriva alle domeniche pomeriggio solitarie, davanti alla latteria luxlait, arriva alle mattine di nevischio, arriva ai pomeriggi col poco sole radente che tinge di caramello le foglie dei boulevard.

arriva al rumore delle ruote del trolley trascinato sul marciapiede, di notte, per tornare a casa, da sola, arriva in cantina dove la lavatrice mi spaventava, nel giardino con la salvia e l’ortensia addormentate accanto alla bicicletta, nelle scale cigolanti di legno antico.

fermo la bici, sorrido e cerco il violino.

suona dalida, non si sentono le parole, quelle le sento io, che d’un tratto dimentico la giornata meschina avuta al lavoro, la lista delle cose ancora da fare, delle verdure da comprare, dei posti da passare.

è dalida, e rivedo il suo abito bianco, i lunghi capelli, le mani eleganti.

è dalida e rido, appoggio la bici al muro e tiro un soldo nella custodia del violino.

il violinista sorride.

e anche io.

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A scuola di gallina

A stare con lo zoppo si impara a zoppicare, dice il proverbio.

 Per questo, priskagattodicittà, sta andando a scuola dalle galline del pollaio di farneta. Le guarda, le studia da lontano, le annusa discretamente quando non se ne accorgono, cerca di capirne le logiche e le leggi.

 Da novella robinson crusoe, nell’isola selvaggia dell’orto, fatta di rampicanti ombrosi di fagiolini, viti, more di rovo, fiori di zucca, insalate protette dal cancello come vergini nell’harem, lei passa le giornate a studiare il nuovo mondo, impararne la lingua.

 Ancora non dorme sul trespolo notturno, al crepuscolo le piace ancora girellare, in compagnia di una gallina bianca, anche lei restìa al trespolo sovraffollato e amante dell’aria fresca della sera.

 Neanche mangia granaglie o raspa, con le zampe che affondano nella terra soffice d’acqua, sconosciuta e profumatissima, alla ricerca di lombrichi gustosi.

 Non ha ancora imparato a svolazzare, a scoccodare, a camminare su due zampe guardando il mondo con aria perennemente interrogativa.

 D’altronde le galline ancora non sanno fare le fusa, non sanno fare miaoooooooooo come solo lei sa far, non sanno giocare con una foglia portata dal vento.

 La strada della conoscenza reciproca è lastricata delle altrui capacità.

 L’altra sera, però, mentre la cena in giardino era quasi pronta, mentre il cielo scuriva dietro il monte e faceva scomparire i campanili di lucca in una notte fra il grigio e il blu, priskagattogrigiodicittà è stata trovata accoccolata dietro la catasta della legna.
 
Sollevata con delicatezza per fare due coccole a lei e a noi è stato scoperto il mistero.

Sotto alla gatta stavano, tranquille e pazienti, tre uova di gallina, deposte di fresco.

“qui gatta ci cova!”

Ha sentenziato il babbuth.

 

 

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Saturno a favore

Era lì, piccino piccino, un puntino grande come un sassolino sotto alla pancia rotonda da balanzone della luna.

E così lucettina ha chiesto chi fosse.

HDC non ha sentito storie.

Ha acceso l’alambicco magico, ha mescolato la pozione con vischio, petrolio, foglie di tè e acqua della pupporona, ha aspettato che svaporasse, sorvegliato da frida gattonero che sfoggiava, per l’occasione, un bellissimo cappello a cono trapunto di stelle da apprendista stregone, ha pronunciato le parole magiche “aidrubandalan, strumpetelin!” e ha sentenziato: “è saturno”.

Dopodiché ha posato il cellulare con l’applicazione “cielo stellato” ancora accesa.

La magia è fatta anche da coreografia…

 

Comunque alla risposta “è saturno” lucettina è saltata sul divano.

“urkabarurka! Lo voglio vedere col supermegamagnificatore!”

 

E ha costretto il povero HDC a prendere il telescopio, a puntarlo contro il pianetino e ingrandire quanto possibile.

Intorno a loro i tetti della città, il vicino sordo, la vicina lavapiatti, i ragazzetti in vena di confidenze.

 

Il telescopio, puntato e calibrato a suon di madonne (arcane formule magiche che si perdono nella notte dei tempi) è stato presto sistemato ad hoc.

 

Nel mezzo di nulla, nel nero più nero del nero nero, dove anche frida la gatta sarebbe stata felice, lui, piccino, giallognolo e circondato da un anellino gentile, un disco da lancio, una trottola da bambino, una biglia in un anello, storto e solitario, nel buco rotondo dell’oculare.

 

Saturno.

 

E lucettina lì, con gli occhi nel telescopio, a pensare quanto lontano stesse volgendo lo sguardo, quanto lontano andasse l’orizzonte, se poteva vedere un anello dorato intorno a una minuscola palla appena sotto la pancia della luna.

 

 

 

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HDC farà il pompiere

Farneta, esterno notte.

Gattogrigio priska appena tornata da una passeggiatina nei dintorni, durata cinque ore.

Nelle cinque ore era stata immaginata:

-inbocccancane (si dice così dalle mie parti)

-stiacciata dana macchina

-mangiata da un cinghiale

-rapita dagli alieni

 

Tornata, dopo le fusa e le congratulazioni di rito, ha mangiato come un lupo e ha deciso di riuscire, verosimilmente avendo dimenticato il cellulare in qualche bar di campagna.

Si dia il caso però che a farneta non viva solo priska gattogrigio.

Nossignori.

A farneta vive anche luna, gatto toPato, come avrebbe detto il mi’nonno, che era un genio e soprattutto mantovano, per cui aveva anche qualche problema con le doPie.

Luna gattotoPato non ha apprezzato molto l’arrivo del gattogrigio…

Per dirla tutta, se può le dà la ussa, in modo da farle capire chi è che comanda, a farneta.

Gli altri due gatti, essendo maschi, della faccenda se ne fregano.

Per cui, verso le undici di sera, quando stanchi ma felici stavamo per tornare a casa, si sente nel campo un risuonar di miai e di frrr, e di schhh.

Era la gattomachìa.

Il gattogrigio scappava, il gattotoPato rincorreva.

Priska, essendo gatto di città ha pensato bene di salire, come faceva col gattonero, sull’attaccapanni.

Avete mai visto un attaccapanni in un campo?

No.

Perché un c’è, un attaccapanni in un campo.

Nel campo semmai, c’è il ciliegio di maria.

Il ciliegio di maria è alto come la torre eiffel e liscio come uno scivolino.

Per cui in su si va bene, a scendere un po’ meno.

Specialmente se si è gatti di città alle prime armi con i ciliegi di campagna.

Così, alle undici e un quarto, illuminato dalle torce dei cellulari, il culo beige di priska è stato visto in cima al ramo frondoso.

Maooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooo

Urlava la gatta impaurita.

Noooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooooo

Dicevamo noi sotto che non se ne poteva più, avendo passato la sera a cercarla quando la si temeva inboccancane.

HDC non si è perso d’animo.

È andato alla capanna, ha preso una stairwaytoheaven lunga lunga lunga, lunga almeno fino a un gatto su un ciliegio e, illuminato come l’uomo ragno nelle notti ammeregane è salito fino in cima.

Ha staccato una a una le zampe feline unghiate al tronco del ciliegio, si è stretto alla panza la gatta tranquillizzata e è sceso, con colonna sonora tratta da “ufficiale e gentiluomo”.

Poi ha preso la gatta e le ha messo il cappello da ufficiale.

Nananananananaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!

 

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sport in tv

l’estate è fatta anche per guardare lo sport in televisione.
la pubblicità alla radio dei prossimi europei di basket, sentita mentre thelma sorpassava un camion sfanalando come se non ci fosse stato un domani (sul retro del camion c’era scritto “se suoni o lampeggi ti piscio addosso, non potevamo non sfanalare), mi ha fatto venire voglia del divano di sala, mio padre rilassato in un angolo e noi tre, mio fratello, mia madre ed io impazziti per uno sport qualsiasi, pallacanestro, pallavolo, pallanuoto, o anche judo, karate, scherma, tennis, poco importava, purchè ci fosse un italiano qualsiasi, magari (magari!) contro un francese qualsiasi, a contendersi una coppa, una medaglia d’oro, un podio.
e la sera, dopo cena, con le ciabatte dondoloni dai piedi liberi, a guardare la finale, o il match point, tifare come cani scatenati per una persona sconosciuta, sorridere delle sue espressioni, tremare quando la palla passava all’avversario, non guardare un rigore, saltare come capretti a un goal, un punto, una decisione arbitrale contraria, un fault, una schiacciata murata dalla difesa.
il cane incuriosito da tanto entusiasmo, la gatta annoiata e dopo poco addormentata vicino a mio padre.
fuori farneta, le stelle a stormi, la finestra aperta, il rumore dei grilli sopraffatto dalle nostre urla di bambini, l’odore di caldo, di ghiaia, di fieno.
quasi quasi mi faccio invitare a cena per il campionato europeo…
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