non devo rompere le palle con la storia del cucciolo, non devo rompere le palle con la storia del cucciolo, non devo rompere le palle con la storia del cucciolo, non devo rompere le palle con la storia del cucciolo, non devo rompere le palle con la storia del cucciolo, non devo rompere le palle con la storia del cucciolo…

fa caldo, non trovate?

dice si debba bere molto, evitare di uscire durante le ore più calde, mangiare molta frutta e verdura.

infatti…

già…

fa un caldo…

la gatta ha perso la terza dimensione e solo il dimenare languido della coda segnala la sua presenza in vita.

dalle finestre entra un alito di cane che ha mangiato troppi croccantini al salmone.

la città ribolle, i piedi nelle ciabatte pure, in un’empatia col cemento della strada che fa fondere le suole.

a me, quando fa caldo così, per esempio, suda particolarmente il mento.

non devo rompere le palle con la storia del cucciolo, non devo rompere le palle con la storia del cucciolo, non devo rompere le palle con la storia del cucciolo, non devo rompere le palle con la storia del cucciolo, non devo rompere le palle con la storia del cucciolo…

sono un po’ sovrappensiero ultimamente.

avete mica visto in grecia? bel casino eh? infatti…

con questo caldo l’ideale è andare al cinema sotto le stelle, chissà che fanno stasera…

lo sapevate? a lucca in via fillungo ha aperto un baretto, magari ve ne parlo con calma i prossimi giorni.

baci squinternati a tutti eh!

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he’s a boy (նա մի տղա)

HDC: “luci, hai cinque minuti?”

Lucettina: “no, guarda, stamani è un casino, non ti posso richiamare…”

HDC: “sarà meglio che tu li trovi…”

tanti bambini arrivano nella vita dei loro genitori quando la loro mamma chiede cinque minuti al loro babbo con in mano uno stick di gravidanza.

e poi ci sono dei bambini che arrivano nella vita dei loro genitori quando il loro babbo chiede alla loro mamma cinque minuti dall’altro capo di un telefono.

così è arrivato A nella nostra vita, il giorno di san giovanni, tre mesi portati splendidamente, la bocca arricciolata dal labbro leporino che ride anche mentre dorme, una manina a arringare la folla che spunta dal lenzuolino verde ricolmo di ippopotami.

una foto.

solo quello abbiamo.

e un mese: quello nel quale lo conosceremo: settembre, per portarlo qui a ottobre.

due genitori rincitrulliti, innamorati persi, deliranti e dal sorriso ebete che ostinatamente hanno inseguito una cicogna fino in armenia, per capire dove si fermava, quel benedetto uccellaccio, invece di portarcelo qui.

e alla fine lo abbiamo scoperto, con la testa sulla cullina di A, mentre con un’ala piumata gli accarezzava i piedini, le mani, le orecchie da elfo delle montagne.

“vi aspettavo, ce ne avete messo di tempo!”

ci ha detto la cicogna.

sì, ce ne abbiamo messo, di tempo.

ma ne valeva decisamente la pena.

 

 

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non ho l’età ma è bello uguale

una serata allegra e scanzonata, con amici, buon cibo e molto buon vino.

stamani accuso il colpo, la faccia mi ha migrato tutta verso il naso e non riesco a rispianarla, come una pizza che non si vuole stendere, gli occhi ancora non si aprono e il cervello stenta a decollare.

dovrei arrendermi al fatto che sono vecchia e che non ho l’età per fare tardi la sera se il giorno dopo non è sabato o domenica.

o forse no, forse invece è il caso che la vita sia vissuta con allegria e gente sorridente, che il vino sia bevuto in compagnia, chiacchierando di cose belle, di futuro, di cazzate anche, sotto una pergola, con qualche zanzara e tantissime risate.

siamo fatti per stare con gli altri, per scambiarci la vita, per guardare sorridendo lo scambio di battute fra moglie e marito sghignazzando quando ci senti un’eco che ti somiglia.

siamo fatti per guardare chi ci sta accanto e chi ci sta di fronte, per versargli il vino, per chiedere come va, per raccontare i fatti tuoi.

non è un caso che i banchetti fossero cari agli dei.

e anche quel serione di cristo, prima che tutto finisse, o cominciasse, cenò con i suoi.

la parte divina dell’uomo è la sua capacità di stare con gli altri, è la relazione, l’affetto, il sorriso.

 

 

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lucca lavata

lucca, interno notte, io e due gatte dormiamo il sonno dei giusti.

all’improvviso, le finestre spalancate per far entrare un filo d’aria attraverso la spessa coltre di afa iniziano a ululare.

il gattonero mi guarda e in un secondo fa capire di essere tutto chiacchiera e distintivo.

il gattonero, signore e signori della giuria, ha paura dei temporali.

nero come la notte nera, come il buio, come l’ombra, il gattonero teme la pioggia, i fulmini e i tuoni.

il gattogrigio no.

lei teme la solitudine.

non le interessano i temporali.

comunque, guardo il gattonero perché anche io, a dirla tutta, sono solo chiacchiera e distintivo, e a me fa paura girare per casa di notte da sola quando c’è il temporale.

metti che arriva un gattonero e mi porta via?

HDC a arezzo per lavoro, io e le gatte facciamo la conta.

esco io, tocca a me alzarmi e andare a chiudere le finestre.

faccio appena in tempo ad affacciarmi che il viso mi si riempie di pioggia scrosciante.

il gattonero mi guarda compiaciuta.

il gattonero è una merdaccia.

torniamo nel lettone, io e il gattogrigio praticamente attaccate, il gattonero fa la superiore ai piedi del letto, fingendo di leggere anna karenina, non accorgendosi neanche che il libro è al rovescio.

il gattonero è un contaballe.

al mattino la sveglia ci fa alzare tutte insieme.

guardiamo fuori, con tre paia di occhi cispiosi.

lucca brilla.

tetti, alberi, strade, biciclette, tutte tirate a lucido.

il gattonero per darsi un contegno si lecca la coda e la fa splendere.

il gattogrigio ammira il panorama.

io preparo colazione e mi preparo a una giornata luminosa.

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libri di carta e no

dal giorno del mio compleanno sono una felice utilizzatrice di ebook reader.

mi ha permesso di portarmi in vacanza un paio di libri che volevo finire, di scaricarne un terzo che non avrei trovato su un isola in mezzo al mare e di leggerlo ovunque, come un libro vero.

come un libro vero a volte ho perso il segno, bofonchiando come una locomotiva, come un libro vero non riuscivo a leggere se non c’era abbastanza luce.

ma un ebook reader non è un libro vero.

non profuma di carta e colla, non si sfoglia e non pesa, “la cultura deve un po’ pesare” dice il mio filosofo davanti a un bicchiere di vino assumendo un’aria seria da maestro deluso.

va ricaricato (l’ho tenuto in carica l’ultima volta due settimane fa, comunque), teme il caldo e se cade in terra si può rompere.

non ha bisogno di segnalibri, perché toccando l’angolo in cima dello schermo la pagina si piega e tiene il segno.

è in bianco e nero, sia le pagine della copertina e non permette di vedere tutte le costole in fila sullo scaffale come piace a me.

e allora?

allora ben vengano gli ebook reader, se mi permettono di leggere un libro che altrimenti non avrei letto.

e allora ben rimangano i libri di carta, con la loro silenziosa presenza, oggetto culto sia da aperto che da chiuso.

temere gli ebook reader sarebbe come pensare che il cinema sia il nemico dei teatri, che i dischi live svuotino gli stadi dei concerti e che gli mp3 siano la condanna della musica.

in realtà amo tutto quello che mi regala una possibilità in più.

l’importante, dei libri, sarebbe leggerli, di carta o di elettroni che siano.

 

 

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zolfo

l’odore si è sprigionato dalla valigia aperta davanti alla triste lavatrice del ritorno: un odore potente e inevitabile, l’odore delle fumarole, della pozza fangosa dove si immergevano i turisti in cerca di miracoli, l’odore della strada prima di arrivare in paese, l’odore che penetrava tutto: vestiti, costumi, asciugamani.

odore di zolfo.

violento, puro giallo odore di zolfo.

come quello che aveva addosso mio nonno d’estate, quando tornava dall’orto, come deve sicuramente avere addosso il diavolo, come aveva addosso ciàula, il giorno che vide la luna.

penetrante, odorante di fatica, di sudore e di povertà, di cavatori e di contadini.

lo zolfo, che puzza soltanto quando si lega a qualcos’altro, come l’idrogeno, che trasforma l’inodore in fetore.

lo zolfo, che puzza di pomodori scaldati dal sole, di vigna in vacanza, di campo tagliato.

lo zolfo, che mi pare di sentire ancora dentro al naso, e che alla fine, un pochino mi mancherà.

 

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fra crucchi e italiani

passare due settimane in un’enclave tedesca in sicilia regala sensazioni contrastanti.

i ragazzi con cui HDC doveva lavorare erano dell’università di brema e devo anche dire che è vero: davvero ci sono due germanie, davvero esiste l’est e esiste l’ovest, davvero la “mia germania” era un pezzettino di qualcosa di maggiormente grande e articolato.

ma è vero che esiste anche “la tedeschitudine”, una weltanschauung di popolo che unifica e rende nazione: l’amore per la tecnologia (sia quella utile che quella fine a se stessa) per l’abbigliamento tecnico, per le procedure, i programmi, i calendari, gli appuntamenti, i calzini anche al mare e la birra, naturalmente.

alla fine, due settimane in sicilia mi sono parse due settimane in germania, e mi sono sentita anche perfino a casa, doppiamente, se vogliamo, riuscendo a spiegare a dei tedeschi il concetto di “è troppo caldo, ora non si fa nessuna passeggiata perché si muore, neanche se lo dice il programma scritto a novembre a brema” e ai siciliani quello di “se dicono che ci si vede alle otto e mezzo, arrivare alle otto e quarantacinque non è considerato da persone serie”.

così mi sono goduta lo sdoppiamento di chi accompagna un tedesco a mangiare una granita, di chi racconta a una cameriera che esistono posti dove non si sa che cosa siano, i totani ripieni ma che questi posti sono comunque felici, vivendo anche di altre cose e che no, in italia non siamo un popolo da specchietti e collanine come qualche tedesco è tentato di pensare e che i tedeschi non sono soltanto turisti da spennare proponendo una gita a 65 euro quando a me, in italiano, me ne chiedono 25.

merita provare a costruire un’ europa che sia qualcosa di diverso dai campionati estivi di calcio e che si prenda di nuovo in mano, conducendo ignari tedeschi a vedere il museo eoliano e le sue meraviglie greche e romane, cercando di comprendere che la culla della nostra civiltà sì, da quello parte, ma che si nutre anche di rivoluzione francese (libertà, uguaglianza, fratellanza… come suonano lontane oggi queste parole), di idealismo e di materialismo tedesco.

mi sono sentita di nuovo giovane, in mezzo a quei ragazzi presi dallo studio, mi hanno regalato una freschezza che desideravo respirare ancora, una scanzonata allegria di quanto tutto è ancora possibile, come ero io tanti anni fa, come l’europa che sognavo era, tanti anni fa.

forse è da loro che l’europa deve ripartire, dalla voglia di conoscersi senza pregiudizi, di assaggiarsi, di mescolarsi, di contaminare il piatto e i pensieri dell’altro. e non attraverso un like o un condividi su facebook, attraverso lunghe chiacchierate, davanti a una “birra messina” ghiacciata o a un bicchiere di vino rosso pieno di sole, guardandosi negli occhi e riconoscendosi l’un l’altro come portatore di valori ancora veri, ancora vivi. 

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