No alla violenza

Io c’ero.

E me li ricordo.

Me li ricordo bene.

Mi ricordo bene quando nella seconda metà degli anni novanta un piccolo uomo alto quanto il suo coraggio mi guardò di sottecchi e mi disse “ridi ridi, se una sera ti succede qualcosa vieni pure a cercare me”.

Mi ricordo le veloci pedalate in città di notte, uscendo o andando a una riunione di partito.

Mi ricordo i primi anni duemila, lo scempio vergognoso di forza nuova sulle mura il 25 aprile.

Mi ricordo la paura degli amici.

Mi ricordo lo zigomo di edo, ricostruito dopo un pestaggio in centro cittadino.

Mi ricordo la vetrina della libreria baroni, rotta per aver ospitato la presentazione di un libro sul movimento LGBT a Genova (e mi ricordo anche il gaypride più bello di sempre che ne uscì fuori subito dopo).

Mi ricordo la curva della lucchese, che vedevo dalla gradinata, sempre più nera, sempre più brutta.

Mi ricordo che pensavo che non era tollerabile, accettabile, sopportabile.

Che quanto stava accadendo non doveva essere tollerato.

Lo penso ancora.

Non mi sono mossa di un millimetro da quei sentimenti.

Di paura. Lo ammetto.

Di rabbia. Tanta. Tantissima.

Perché la mia città è di tutti, la sua squadra è di tutti.

Non di un manipolo di squallidi e vili fascistelli che se la prendono dieci contro uno.

Perché questo accomuna i fascisti di oggi dai fascisti di allora. L’estrema viltà di fare i grossi nel branco, per tentare, senza riuscire, di compensare con la violenza di gruppo l’immagine che hanno di se stessi: di uomini piccoli piccoli.

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L’arancio innamorato

Nella via che porta verso casa ci sono alcuni aranci dentro vasi di coccio.

Li sentiamo a primavera, quando i fiori arrivano a offrire la loro mercanzia alle api golose.

Poi i fiori perdono i petali, il pistillo si ingrossa, i carpelli maturano, le stagioni si susseguono, e mese dopo mese, passo dopo passo, piccole arance compaiono nella via.

Quest’anno uno di loro è impazzito.

Complice il caldo, che dà alla testa, le giornate luminose di settembre, senza la pioggia consueta che affligge la città da dopo santa croce, l’arancio si è innamorato.

Forse di un’ape tiratardi, ancora in giro di questi tempi.

Forse di un bassotto curioso, che gira naso all’aria e palle in terra.

Forse di un bambino allegro come un aquilone.

Forse del gatto rosso e bianco, randagio nobile e secco.

Fatto sta che una mattina ci siamo svegliati e l’aria profumava di primavera.

Anche se primavera non era.

E l’arancio, rosso di vergogna, pieno di bianchi fiori da sposa, beccato come un bimbo con le mani nella marmellata, che mostrava il suo amore incontenibile.

Sfacciato, puro, senza ritegno.

I lucchesi, passando, lo biasimavano.

Bada lì che lavori…

Indove s’anderà a finire…

Non siamo stati educati a mostrare i nostri sentimenti, noialtri.

Noi, se ci si innamora, non si dice.

Noi, se si è felici, si sta zitti.

Sarà stato pisano, l’arancio innamorato.

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Ni garbiede

(Per i non lucchesi: gli piacque)

L’asilo gli è piaciuto.

Tantissimo come il mondo, come dice lui.

La maestra ci ha sorriso.

È un bimbo intellettuale, ama i libri, e ama stare con le bimbe, verosimilmente perché più sensibili, soprattutto se più grandi.

Ci ha detto quando siamo andati a prenderlo.

È un porco.

Ha tagliato corto il babbo, assai più prosaico della maestra DolciDolci.

Però vederlo camminare per mano al babbo, per le vie della città, con addosso un grembiulino un po’ troppo lungo e un po’ troppo largo, mi ha commosso. Diciamocelo.

Ha ritrovato i vecchi amici, e se ne farà sicuramente di nuovi.

Abbiamo camminato in una fila lunga lunga, e io ero accanto a un bambino!

E come si chiamava?

Non lo so!

Lo abbiamo visto arrampicarsi sullo scivolo, lo abbiamo visto cresciuto, piccolo bambino non più trottolino barcollante ma piccolo corridore, scalatore, giocatore più consapevole, più presente, più maturo.

Doveva accadere, speravo accadesse.

Ora scusate, mi vado a mettere la fiorita e le ciabatte.

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Eccoci

Oggi

sarà per il piccolo il primo giorno alla scuola dei grandi, una volta chiamata scuola materna e adesso, che fa assai più fico, scuola dell’infanzia.

Quando ero piccola io si diceva “vado all’asilo”.

Il mio asilo era, ai miei occhi, il regno delle torture.

Bambini dal moccio verde, maestre (che si chiamavano signorine) feroci e cuoche baffute (ma la cuoca baffuta era buona).

Lui si è già allenato con successo al nido, e confido che alla materna (io parlo vecchia) si troverà altrettanto bene, abbiamo conosciuto la maestra, la Signora DolciDolci, e sarà in classe con qualche bimbo che già conosce.

Il grembiule è stato preso, la coccoina pure, il cambio preparato.

Insomma, il gioco si fa duro, il duro inizia a giocare.

E la sua mamma spera che sarà buono, corretto coi compagni e educato con la maestra, spera che sarà felice, spensierato e curioso, spera di vederlo uscire un po’ sudicio di tempera e pongo, di pennarello e colla, di terra e foglie secche.

Magari non tutto insieme.

E la sua mamma spera che tutto sarà diverso per lui, che è un bimbo solido e coraggioso, così diverso dalla bimbetta spaventata che era lei.

E la sua mamma spera che anche per lui continui quello già iniziato al nido: un rapporto bello, prezioso, unico, irripetibile, con quella cosa magica che si chiama scuola e che prende i nostri figli da bambini e ce li restituisce uomini.

Nel piccolo sacchettino (il mio era un panierino) vorrei infilare un po’ d’amore insieme alla frutta della merenda, un po’ di cura e un po’ della mia impazienza di vederlo uscire e poter chiedere:

Allora, cosa hai fatto a scuola?

Per sentirmi dire l’eterna risposta dei figli, dopo che hanno giocato, incollato, cantato, ballato, infilato perline, costruito grattacieli e raccolto foglie, alle madri:

Nulla!

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Giocando, insieme

Metti un sabato pomeriggio di settembre troppo caldo per essere vero.

Metti una squadra di drinkers, che per sembrare più seri si ribattezzano “drk”, metti che hanno voglia, non solo di giocare a baseball, non solo di divertirsi, ma di giocare a baseball e di divertirsi nessuno escluso.

Ecco che un pomeriggio troppo caldo per essere vero diventa l’occasione per stare insieme, abili, disabili, sportivi, gronchi come me.

Metti un treenne curioso e un babbo appassionato.

E allora si sta insieme e si gioca e si ride e si fa il tifo.

E insieme si mangia, si chiacchiera, si battono le mani per gente mai vista prima.

Al campo da baseball di Carraia, perfino io sono riuscita a capire che dopo aver battuto si corre in prima base.

E già dirlo mi fa sentire la massima esperta della materia.

Sabato pomeriggio, gli allenatori hanno insegnato le regole del gioco.

La prima regola è ci si aspetta, se non siamo tutti non si va da nessuna parte.

ci si aspetta, se non siamo tutti non si va da nessuna parte.

Me lo voglio scrivere sul muro dell’ufficio.

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Tre anni

Me lo misero in braccio e lui sorrise.

Uno di quei suoi sorrisi sgangherati, aperti come solo i bimbi leporini sanno fare.

Gli avevo appena detto: “ciao! Sono mamma! Che si fa ora io e te?”

E quel sorriso mi prese per mano.

Mi fece capire che avrebbe pensato lui a tutto.

A tranquillizzarmi, quando avevo paura per lui.

Così piccolo.

Così sottopeso.

Così strano il suo visino, piccola la testa, uno sguardo da adulto nel corpo di un neonato.

Tre anni fa, nella casa dei bambini, seguendo un orso di peluche come improbabile stella cometa, diventammo tre.

E adesso rido quando mi dici: mamma, ci sposiamo te, babbo e io. Io sono arrivato per ultimo!

E oggi si festeggia, alla grande.

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Due cipressi

A casa di nonna ida ci sono due cipressi.

Uno di fronte all’altro.

Uno è grande, alto, solido, robusto.

L’altro è acciaccato dagli eventi, più minuto, gracile, in alcuni punti secco.

Voglio molto bene a entrambi.

Mi hanno sempre ricordato i miei nonni, minuto e fragile lui, solida e forte lei.

Si guardano, ogni giorno e guardano quel che capita dai secoli dei secoli.

Quando avevo l’età del piccolo erano già lì.

Quando tramavo marachelle con mio cugino erano già lì.

Quando mia nonna faceva il miglior latte alla portoghese del mondo e mio nonno ammazzettava finocchio selvatico, erano già lì.

Quando andando a casa, sulla porta, uscivano per salutarci, e sentivo il dialogo di sempre, scherzoso ma pieno di affetto fra mio nonno e mio padre:

Quando tornate?

Via, la prossima volta si vedrà di tornà!

Erano già lì.

Segnano la linea fra dentro e fuori, sono il saluto per chi parte e il benvenuto per chi arriva.

Gli alberi sanno trasformare la morte in vita, il legno che occupa la cellula morta si fa struttura, sostegno, canale, ombra, nido, presenza.

E a volte custode di ricordi meravigliosi.

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