un mezzo giro

scendo dalla macchina e schiavardo la bicicletta legata poco lontano.

le giornate sono leggermente più lunghe e la sera promette qualche ora di luce.

la strada per andare a casa è un dritto fillungo, zigzagando fra turisti e lucchesi che baloccano.

dove altro baloccare se non in fillungo, d’altronde? è anche vietato andarci, in bici, in fillungo, per la densità dei passeggiatori e allora magari ci si va lo stesso, ma si deve stare attenti, che la precedenza ce l’hanno i pedoni.

decido che è un peccato perdermi l’imbrunire, e all’altezza di san frediano invece del fillungo denso di gente prendo per le mura.

ho bisogno di aria, ho la testa piena di pensieri, gli occhi piccoli di stanchezza, le orecchie di un bassotto, il morale sotto i tacchi.

salgo e giro a sinistra, verso farneta, per vedere ancora un po’ di luce.

fino a san giorgio posso guardare le colline di casa mia, il panorama consueto di ogni ritorno a casa, la V che c’è fra un colle e l’altro e che lascia passare l’aria del mare di viareggio.

alla casermetta il giro mi sposta la visuale e verso piazzale verdi inizia una leggera discesa, dove prendere l’aire e sentirsi campione del mondo all’arrivo.

a tutta velocità passo davanti a podisti affaticati, vecchietti a spasso col cane, ragazzine in vena di confidenze, lettori col libro davanti al naso.

mi piace la gente quando è diversa, quando il campionario possa offrire diversi modelli di vita, età, mestieri, sesso.

intanto il cielo si abbuia, la luna brilla con una vezzosa stellina che le fa compagnia e io sono verso il caffé delle mura, e tiro dritto verso san colombano.

scendo a san martino (la toponomastica della mia città dovrebbe dirvi parecchio sulla città stessa, contate i nomi di santi citati finora).

via della rosa e piazza santa maria.

un amico mi aspetta per due chiacchiere e un aperitivo prima di cena.

i pensieri sono dimenticati, le orecchie sono tornate normali, gli occhi si aprono piano piano.

 

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di sera, per strada

ritorno così, ogni sera thelma mi lascia, e io dondolo da un sanpietrino al successivo per via fillungo.

ieri sera con la spesa, fatta di corsa prima di rientrare, sopravvivenza e coccole insieme: rigatoni e madeleines, pinolE sgusciate e verdure, del gorgonzola “puz de pe” come lo chiamava mio nonno e altro a fantasia.

un amico mi incontra, ridiamo insieme, mi prende la spesa e mi scorta fino a casa.

e mentre parliamo  io comunque continuo a cercarti, sapendo che non ci sei, ma senza mai smettere.

non ho mai smesso, neanche un giorno e non smetterò mai.

ogni angolo, ogni strada, ogni persona che mi viene incontro viene scrutata, spiata, indagata per capire se sia con te, con te al posto mio.

otto anni sono tanti e insieme mi sono sembrati un giorno.

la collina dei ciliegi, la piscina, le sere a teatro e ai concerti, con te eppur da sola, le cose di tutti i giorni e quelle speciali. il fiume, i ponti, la pioggia e il sole.

eravamo io e te.

e non ti ho dimenticato.

ancora spero di incontrarti, anche se mi spaventa anche solo l’idea di vederti con qualcuno che non sono io.

che cosa potrei dire? che cosa potrei fare? se ti vedessi, se ti incontrassi con qualcuno.

forse dire “ridammi la mia bici, pezzo di mota!”

potrebbe andare?

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una bobbola

su un viottolo di campagna, scarpagnando in discesa verso le macchine parcheggiate poco più giù, l’ho vista su un rametto di quercia e l’ho presa al volo.

una bobbola, rotonda, perfetta, legnosa, magica.

in italiano si chiama “galla” e molto prosaicamente è il risultato dell’infezione di un insetto dei vasi linfatici di una pianta.

ma in bambinese una galla è molto di più.

una galla è un gioco, da tenere sulle labbra e soffiare delicatamente per farla rimanere in equilibrio con il naso in su.

una galla, o bobbola, è da tenere in tasca, giocherellandoci quando qualcuno ci dice qualcosa che non abbiamo voglia di ascoltare, e allora tenendo la bobbola fra le dita si può immaginare di essere in un prato, sotto una quercia, col cane, e la gatta che guarda da lontano, magari con un fratello che urla “anche io la voglio! dammela dammela dammela!!!”

e invece la bobbola l’hai trovata tu e tuo fratello magari ci potrà anche giocare, ma te la deve rendere, e dopo due secondi che ce l’ha, inizi a sbraitare “ridammela ridammela, ridammela!!!”

e in tutto, cinque minuti dopo, ci sono due bambini che come due ossessi gridano all’unisono: “mammaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!!!”

e alla mamma tocca arrivare, cercare un’altra bobbola, sbofonchiando se fra tutte le mamme proprio a lei dovevano toccare due tarme del genere e a quel punto rendere i bimbi pari.

facendo perdere alla bobbola tutto il suo fascino in un sol colpo.

 

 

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ladri di merendine

non tutti nella capitale…

nascono i fiori del male…

qualche assassinio senza pretese…

abbiamo anche noi, qui in paese

articolone nella cronaca locale, sono stati arrestati due ladri di merendine.

colti in FRAGRANZA di reato, j’imagine…

la cosa ganza è che sull’articolo hanno scritto nome, cognome età e paesino di provenienza dei due malviventi.

l’altra cosa ganza è che i due cognomi sono più che lucchesi, lucchesissimi.

ebbe sì, signore e signori della giuria.

niente zinghEri, niente marocchini, niente albInesi, niente rumeni, niente di niente.

due lucchesissimi ladri di merendine.

me li immagino, grassissimi e pieni di sorpresine del mulino bianco. a vedere le date di nascita sono pure della mia generazione, avranno anche loro giocato con il piccolo mugnaio bianco per andare alla conquista della bella clementina, durante le pubblicità di bim bum bam, magari invece di fare il compito di scuola, magari mentre come me stavano in casa senza ciabatte o coi vestiti da scuola e la mamma s’incazzava come una belva.

sappiate che per arrestarli c’ è voluto l’intervento di “due pattuglie di rinforzo a chiudere le vie di fuga” (come da piccini quando si giocava a fare “chips”: io ero sempre poncharello o hazard, entrando dai finestrini della macchina).

che volete, ogni città ha il crimine che si merita…

ps: se qualcuno vede in giro la mia bicicletta… a proposito di ladri….

 

 

 

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una doccia e due gatte

lucca, le nove di sera. rientro in casa dopo una giornata di lavoro decisamente troppo lunga.

ho lo sguardo spento, i capelli morti, due herpes sulle labbra, la gonna e i tacchi alti.

decido nell’ordine:

1) incenerire i vestiti

2) entrare sotto la doccia.

HDC non c’è, ci sono le due gatte accese come una turbina elettrica.

la prima, grigia e languida, decide che vuole esserci anche lei, nel bagno, mentre io faccio la doccia.

così gratta alla porta.

la seconda, detta anche “tenebra” decide invece che il suo grande divertimento sarà cacciare quella grigia dal tappetino del bagno, che risulta più caldo delle piastrelle del pavimento.

faccio la doccia con la lotta grecoromana dall’altra parte della tendina.

alla fine della doccia esco.

del tappetino non è rimasto che un grumo di stoffa arrotolato, il gatto grigio ha due occhi da matto e quello nero è felice come una pasqua che fa le fusa a mille decibel seduto sulle mie calze sporche.

un terzetto di femmine niente male.

prendo l’accappatoio e il gatto grigio.

unendo i due elementi di solito si accendono le fusa.

stavolta no. il gatto grigio è ancora sotto stupefacenti, mi guarda teso come un ciocco di legno e chiede asilo politico alla zona “seduti sul WC” che permette di guardare dall’alto il resto del pavimento e protegge dagli attacchi delle tenebre.

spengo la stufina e accendo il phon.

questo di solito manda di fuori entrambe le belve.

asciugo i capelli, in trance da fatica della giornata.

le gatte mi guardano come se fossero allo zoo.

“beh? non avete mai visto una donna nuda?”

il gatto nero mette nel suo sguardo giallo tutto il suo disprezzo per i chili di troppo.

quello grigio mi guarda e mi fa capire che mi vuole bene uguale.

io vado a letto.

 

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di nuovo pensando al giro d’italia

pareva ieri, che era “quasi estate” e come ogni “quasi estate” c’era il giro d’italia.

HDC col braccio rotto impossibilitato a guidare, si decise di partire con un pullman di pazzi alla volta del giro.

(qui potete ritrovare le cronache dell’anno scorso).

così stasera, rientrando a casa, da una giornata umida e fastidiosa, col freddo sulle spalle e il pelo ritto dalla stanchezza, troviamo nella buca delle lettere l’invito per la gita al giro d’italia di quest’anno.

treviso, valdobbiadene, madonna di campiglio.

e un volantino che promette faville come l’anno scorso: vecchietti caricati a pallettoni, autogrill, bandiere rosa come se piovesse, buon vino, moccoli sul pullman, pane, salsicce e vino rosso.

io sto già sognando di unirmi al gruppone.

se chiudo gli occhi vedo il sole sui monti, le bici degli appassionati, le miss in attesa, le gazzette brandite, messe sotto l’ascella o usate per fare cappelli di carta, come quelli di mio nonno muratore.

sono prontissima.

sento sulla pelle le giornate più lunghe, il caldo dal finestrino, il sonno che prende con la testa appoggiata al vetro durante il rientro in “tardissima serata” come promette il volantino, insieme alla degustazione del prosecco a valdobbiadene, e il pranzo al sacco a madonna di campiglio.

appena smette di piovere devo riprendere la bici, mi devo iniziare ad allenare, il giro è vicino.

 

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ricetta antistress

ingredienti: un divano con la penisola, una copertina pelosa color bandiera del regno unito, alla televisione NIENTE (mi raccomando, se mettete su qualcosa di interessante non funziona, ci vuole un programma tipo “come si fanno i BIUSTE” oppure “tutti i pancakes della mia vita” o ancora meglio “coloro la mia moto”), e, ingrediente principale, supremo, imprescindibile: un gatto acceso.

per accendere il gatto la copertina pelosa è obbligatoria. perché il gatto certo vi ama, ma se avete addosso una calda copertina pelosa vi amerà molto di più e verrà di sua spontanea volontà ad accoccolarsi sulla pancia, sobbollendo come una pentola di fagioli.

il sobbollore è il primo stadio del gatto acceso, diciamo il livello uno.

per passare al livello due occorre mettere il gatto di pancia e iniziare uno smantrugiamento coccoloso che vada dalla trippina morbida a sotto il mento. se siete bravi il gatto passerà dal livello I “sobbollor di fagioli” al livello II “fusa imperiali”.

le fusa imperiali sono il cuore della cura antistress.

piano piano, la mano coccolatrice salirà di temperatura e così il gatto, che aumenterà sia in tepore che, misteriosamente, in peso specifico, mantenendo il volume costante perderà di spessore per guadagnare in lunghezza e diventerà peso come un cinghiale, passando al livello III “gatto di ghisa”.

a quel punto anche voi dovete fare lo stesso. piano piano dovete imparare dal gatto a perdere la tridimensionalità e a guadagnare peso.

nel punto di non ritorno potrà succedere qualsiasi cosa: squillare il telefono, la vicina che urla, il gattonero delle 21:30 che sfreccia dietro a una pallina. lasciate perdere. va tutto bene. ripetetelo un paio di volte.

“va tutto bene… va tutto bene….”

il gatto sottolinerà con gusto.

“rrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrrr…”

l’unico effetto collaterale che potrebbe esserci è che vi addormentiate prima della fine della ricetta della glassatura del pancake, ma ve ne farete facilmente una ragione.

èunmedicinalechepuòavereeffetticollateralianchegraviseguireattentamenteleavvertenze!

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