Si gira pagina

Al piccolo il secondo tubino è caduto appena prima della mia visita di controllo.

Sono state settimane lunghe e strane, lontana dalla scuola, lontana dalla vita, in mezzo a ospedali, in mezzo a notti eterne, dal tempo dilatato, dalla socialità elettronica (questa mi pare una condizione molto comune).

Giriamo pagina, insieme.

Ieri, mentre camminavo, ha fatto il gesto che fa spesso senza un motivo particolare.

Mi ha preso la mano.

Con la sua, piccola ma elegantissima, dalle lunghissime dita e dalla pelle fresca.

E ho sentito che con quella mano nella mia eravamo il centro del mondo, eravamo invincibili, eravamo noi.

Ho sentito il mio posto e il suo, ho sentito la sicurezza che lui comunicava a me, un bimbo che rassicura una mamma col solo suo essere al mondo.

Oggi si riparte, siamo entrambi guariti, siamo di nuovo per strada.

Siamo per mano.

E siamo pronti a nuove storie, a nuovi desideri, a nuove avventure.

HDC ci ha supportato e sopportato. Adesso è il momento di sognare insieme nuove mete.

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In un vivaio

Sono stata in un vivaio.

Che è un posto che amo.

Perché è un posto pieno di sogni.

È un posto pieno di progetti.

È un posto dove provare a mettere ordine ai desideri, a quelli realizzati, a quelli da realizzare, e fare pace con quelli che non si realizzeranno mai.

Ho immaginato il mio giardino, un giardino con tanti alberi, diversi fra loro, di foglie che cambino colore con le stagioni, per regalarmi il tempo che passa, che si confrontino col cielo e che al cielo regalino e dal cielo ricevano splendore.

Ho accarezzato foglie, convinta che mi stessero capendo, illudendomi di poter capire loro.

Ho raddrizzato vasi, sentendo le radici un po’ rattrappite, come mi capita quando porto scarpe troppo strette.

Ho cercato di affidare alla bellezza ogni pensiero.

Ho cercato di non pensare più.

Non ci sono riuscita.

Ma è stato bello lo stesso.

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Piero Angela

Le quattro di notte.

Non riesco a dormire.

Il piccolo ha avuto un brutto sogno, ha gridato e si è riaddormentato immediatamente.

Ma io no.

Io sono presa dai pensieri.

Quei pensieri ai quali il giorno non lascia spazio e allora si dilatano di notte, senza motivo, senza cittadinanza, senza diritto si infilano in testa e ci giocano a palla.

E non c’è modo.

Quasi, non c’è un modo.

C’è una persona.

Piero Angela.

E i servizi di super quark.

Che prendono i pensieri e li portano lontano.

I coralli.

I buchi neri.

Lo spazio tempo.

La genetica degli antichi romani.

Ho lasciato che mi raccontasse storie.

Storie che spazzassero via ogni pensiero.

Come il fumo di un caminetto intasato esce da una finestra aperta.

E piano piano mi sono addormentata.

Mi ha trovato la gatta, alle sette, mentre era in cerca di un caffè e di croccantini.

L’ho convinta a guardare un esperimento di Paco Lanciano.


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Quando il cielo ci cadde sulla testa

Ha iniziato all’improvviso.

La canala del tetto non riusciva a smaltirla, e ha trasformato la facciata in una incredibile cascata.

Poi la grandine, un fiume di grandine, per terra, sulle macchine, sui tetti.

E col piccolo a guardare fuori, protetti da un tetto sulla testa, a metà fra lo spaventato e l’affascinato.

Lampi, tuoni, vento.

Pareva di essere su una barca in mezzo al mare, sugli scogli durante una mareggiata, su un faro in Normandia.

Invece si vedeva la Torre delle Ore contro le nuvole nere, San Michele più lontano, i tetti di Lucca bianchi di ghiaccio.

Il piccolo sgranava gli occhi.

Non ho mai visto una cosa del genere..

Io ricordo le grandinate da piccola.

La sorpresa di sentire i sassolini di ghiaccio battere sui vetri.

L’accumularsi dei lapilli gelati sul davanzale, le preghiere di mia nonna, i bofonchii di mio nonno.

Perché la grandine trita, macina, rovina, macchia, sciupa.

Buca le foglie nuove, massacra le gemme, i fiori, batte gli orti e li rovina.

Ma da bambini non si sa.

Da bambini sa di magia, di Befana, di mistero.

I bambini prendono la grandine e l’assaggiano, o la lasciano sciogliere nella mano.

La preoccupazione è compito dei grandi.

I bambini sanno godere anche della grandine.

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L’ostinato tubicino

Disclaimer: lo so che sono monotematica, ma fra la convalescenza mia, la sua, il covid e il maltempoQui non succede nient’altro da raccontare.

Dunque al piccolo è caduto il primo dei due tubicini.

Rivelandosi un trombone lungo svariati centimetri che mi faceva specie solo a guardarlo.

Caduto il primo, tutti, gatto compreso, ci siamo messi a tifare anche per la caduta del secondo.

Che così, un pochino sporgente da una sola narice, regala al piccolo una certa aria da Popeye con la pipa che fa un po’ curioso.

Sciacqui con la fisiologica, naso sotto il rubinetto, sessioni allo specchio di sfrucugliamento tubino.

E un solo, unico, grido: LO FACCIO DA SOLOOOOOOOOOOOO!

Il piccolo non vuole farsi toccare in faccia neanche con la canna da pesca.

Non è biasimabile, ne ha passate di tutti i colori.

Questo non toglie che gli sciacqui vadano comunque fatti, vada data un’occhiata a che la narice non si irriti o infetti e va aiutato a respirare il meglio possibile, il tutto coadiuvato da un raffreddore di stagione che complica non poco le operazioni.

Ho quindi una cosa da dire ai vicini.

Non chiamate la polizia.

Le urla che sentite sono del tutto immotivate, diciamo che urla a priori, in modo da impedire qualsiasi avvicinamento.

I tentativi di lavaggio sono di solito tre giornalieri, mattina, pomeriggio e sera e quindi vi prego di non pensare a torture ricorsive.

Insomma, per adesso resta Popeye.

I prossimi giorni si vedrà.

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Gelata

A Farneta sono gelati i fiori del melo e del ciliegio.

Da nonna ida sono gelati quelli della magnolia.

Si sono salvate le tignose azalee, che si mostrano solo quando è il momento.

Si è salvata la rustica cycas revoluta.

Sono gelate le gemme delle ortensie, che so che ripartiranno, purtroppo senza fiori.

Sono gelate quelle del fichino, che di solito resistono, vediamo se se la caverà.

Le piante ci insegnano la pazienza e le ripartenze, le battute di arresto, i lutti da elaborare, la voglia di rimettere le foglie, quando ci sembra di essere rami secchi.

Le piante ci insegnano a non perdere mai la speranza, anche nel cuore dell’inverno, o, peggio, quando in mezzo alla primavera, quando tutto sembra andare per il verso giusto, tutto crolla in una notte di gelo.

Staremo a vedere, può anche gelare una notte, ma non si può impedire all’estate di arrivare.

Ps: auguri HDC, sono dodici anni di progetti e sogni comuni che non temono il gelo.

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Mi arrendo

Ho cercato in questi mesi di cercare e di spiegare gli aspetti raccontati male sul vaccino.

Ho cercato di placare animi scaldati dalla disinformazione, dalla stanchezza, dalla cattività.

Ho cercato di sdipanare concetti arruffati, di raccontare le differenze fra clinica e farmacovigilanza, di descrivere l’iter autorizzativo di un farmaco e i trasferimenti di tecnologia.

Ho mostrato fiducia verso le autorità regolatorie.

Adesso mi arrendo.

Non ci sto capendo nulla.

Magari fra qualche giorno capirò meglio e farò uno dei miei tanti pipponi.

Ma adesso ho un’amica, una cara amica, in crisi di paura, perché si sente a rischio e sui giornali si legge in alto “Astrazeneca limitato agli over 60” e due righe sotto “Astrazeneca più sicuro dell’aspirina”.

Ho bisogno di capire.

E il fatto che non ci riesca io, che sono dentro la materia, per gli anni passati in quel mondo, per l’amore per la scienza e per la tecnica, per la fiducia nelle istituzioni europee, la dice lunga su quanto possa capirci un insegnante di latino, un geologo, un commesso, un parrucchiere.

Come si fa a chiedere collaborazione a chi, già poco propenso alle regole e alla ricerca del bene collettivo, non viene messo nelle condizioni di essere sereno?

Questa vicenda non ha alcun senso.

E sono veramente ansiosa di trovarne uno.

Astenersi complottisti, che la realtà mi pare superi di gran lunga la fantasia.

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Eredità

Ho sempre amato le piante e le ho sempre considerate una fonte inesauribile di metafore.

Sul davanzale di cucina ho un ananas, ottenuto dalle feste di Natale, un mango, due limoni, due pomelo, un baobab (che per fortuna sta rimettendo le foglie perse in inverno) e due vasi di talee di ortensie.

Tutto sufficientemente piccolo da entrarci.

Stamani ho seminato in un vasino la cresta di gallo, i cui semi me li ha regalati la zia Lina, sorella di mio padre, che ha sempre un pensiero per tutti.

L’avevo vista nel suo orto.

La chiamo “nappe del vescovo”, ti garba? Ti faccio i semi!

Poi l’avevo dimenticata.

Non lei.

Lei mi ha messo da parte i semi in un barattolo.

Così mi sono sentita parte di una coperta, una coperta fatta da mia nonna, che abbraccia le mie zie e mio padre, e attraverso di loro me.

Una coperta fatta di azalee, ortensie, gigli, peonie, zinnie, gerbere, lavanda e molto molto altro.

Una coperta fatta di vasi messi da parte per la prossima volta, di terriccio buono raccolto con attenzione, di annaffiature curate e insetti e chiocciole allontanati.

E poi il ti ho fatto un vasino, tieni, che sentivo quando l’andavo a trovare.

Oppure il nonna, auto, l’ortensia sta male!

Portimela vi, si guarda di rinvasalla e di danni un popoino di concime.

Le piante sono state il modo col quale le donne della parte patena della mia famiglia hanno vinto la inossidabile timidezza.

Sono il modo di amare qualcuno, curando un vaso per lui, pulendo una tomba per onorare i morti e adornandola di fiori freschi, sono il modo per decorare una casa semplice che deve restare pulita come uno specchio, sono il modo per prendersi cura del mondo, così come ognuna di loro ha sempre fatto.

Non so fare la trina agli asciugamani per Natale, ma sono felice di avere ereditato da mia nonna, oltre ai suoi occhi, la voglia di far fiorire un giardino.

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Come diavolo fa?

Da una settimana si è svegliato con due tubini, ognuno in un buco del naso.

Servono per dare la forma.

E un cerotto che nasconde i punti messi per risistemare le cartilagini.

E in bocca un grazioso ricamino, che tutte le sere disinfetta da solo con grande cura.

Io sarei già ammattita.

Avrei mandato tutti in culo già un bel po’ di volte.

Di notte non avrei dormito.

Avrei tentato di soffiarli via in qualche strano modo.

Sarei stata intrattabile e ingrugnita.

Lui non se ne cura.

Non sembra notare i lividi in viso, che lo fanno assomigliare a un pugile che ha avuto un incontro con un tir.

È stato felice delle uova di Pasqua, delle sorprese, della cioccolata, dello stare con i nonni dopo che tutti ci siamo quarantenati e tamponati.

Non si è lamentato neanche un secondo, ha sorriso, giocato, ballato, ascoltato musica, raccolto fiori, guardato il cielo.

Sono fiera e felice.

Sono felice perché un carattere del genere è una benedizione, per sé e per chi gli sta intorno.

Sono fiera perché è mio figlio, e forse, come tutti i figli, di tutte le madri del mondo, altro non è, se non se stesso.

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Verso casa

E oggi andiamo a casa.

Non è stato semplice, ma devo confessare che pensavo peggio.

Devo anche dire che c’erano tutte le condizioni per stare bene.

Le infermiere ci hanno fatto unire i letti per fare un lettone, tornato comodo per coccolare e per dormire.

Di notte hanno dato medicine quando io volevo scappare.

Di giorno hanno dispensato sorrisi, consigli, chiacchiere, scherzi.

I medici si sono confermati quello per cui sono famosi: dei grandi medici.

La terrazza del reparto, che non c’era nel 2016, ci ha accolto e regalato il sole.

Per ultimo ma non da ultimo lui, il piccolo soldo di cacio, che mai si è perso d’animo, che non si è fatto spaventare dalle croste sotto al naso, dai punti che gli hanno disegnato una nuova faccia e una nuova bocca, dai tubicini nelle narici per dare la forma, dalle medicine da prendere per forza, dalla noia della cattività.

E c’è pure l’appendice. Che forse riderà di questa strana posizione.

HDC ha potuto affacciarsi ogni mattina sulla porta. Niente di più. Qualche minuto per dire ciao e guardare un piccino ogni giorno diverso.

HDC che ha portato polacche e valdostane (András, sono cose da mangiare), costruzioni Lego e un mappamondo, solo perché al piccolo era venuto in mente di volerlo, parmigiano e grattugia, budini e gelati.

E poi se ne tornava via, senza poter fare nulla, dire nulla, capirci nulla.

Credo non sia stato facile.

Insomma, siamo stati tutti bravi.

Ci meritiamo l’uovo di Pasqua grosso, quello di Paperino a Paperina.

Felice Pasqua a tutti!

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