Quando avremo finito i colpevoli

Mi ha molto sorpreso il salto di capro espiatorio temporaneo.

Adesso siamo alla senatrice Segre, colpevole di essere stata deportata da bambina.

Neanche le peggiori destre del momento berlusconano avevano osato tanto.

Rom, immigrati sia bianchi che neri, omosessuali, sono sempre stati in auge fra le categorie degli odiabili dal popolo.

Ma almeno sugli ebrei si erano dati una calmata.

Adesso una visita ad Auschwitz è una cosa di parte e Liliana Segre ruba i soldi agli italiani per avere la scorta.

Poi immagino toccherà ai disabili, belle pretese, le loro, quando ci sono i disoccupati senza lavoro. Quanto volete che manchi?

Cure mediche costose, insegnanti di sostegno, supporti, ausili…

E gli anziani?

E i bambini?

Le due categorie meno produttive di tutti, per le quali spendiamo denaro pubblico per scuole, ospedali, case di riposo senza ricevere nulla in cambio.

È uno scandalo.

Poi ovviamente le donne.

Anche quelle che adesso si credono al sicuro e insultano dietro la tastiera del computer.

Partoriscono, abortiscono, allattano. Tutte cose di cui un maschio medio italico e disoccupato non sa davvero cosa farsene.

E quindi, quando avremo odiato tutti, quando la vita si ridurrà a un rutto dopo la birra davanti alla finale di Champions e un Twitter contro i marziani, immagino che saremo tutti più felici.

Una nazione di solissimi stronzi, davanti a un cellulare.

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Questa roba è peggio del fascismo

Quello che mi spaventa di più in questi tempi bui, più del fascismo, è l’ignoranza.

L’ignoranza, si badi bene, non di chi non ha potuto studiare e se ne cruccia: mia nonna aveva la terza elementare e invidiava suo marito, mio nonno, perché aveva preso la quinta alle serali.

Ma entrambi leggevano ogni giorno, giornali, libri, storie. Entrambi conoscevano le storie dell’antico e del nuovo testamento, per averle lette, magari la sera davanti al fuoco.

Mia madre, per poter studiare, ha fatto mille sacrifici, superato mille ostacoli, in motorino, in bici, a piedi, scegliendo con forza una strada in salita, coi libri letti sotto le coperte e di nascosto dal padrone della fabbrica.

Mio padre ha studiato in seminario prima e alle magistrali dopo, mi ha fatto ripetizione di latino per tutto il liceo, battendo la testa nel muro davanti alle mie castronerie.

Mi hanno insegnato a leggere che non avevo ancora quattro anni, a scrivere poco dopo.

Leggere è stata la mia salvezza da un’infanzia troppo timida per essere davvero serena.

Adesso vedo invece l’ignoranza portata a valore, ad esempio, a stile.

E con l’ignoranza la violenza, la violenza verbale di chi non capisce, veramente, fino in fondo, cosa scrive, perché lo scrive e cosa comporti quello che scrive.

Si va per parole d’ordine: ricordate Berlusconi quando urlava comunisti, comunisti, comunisti! Ecco, sostuitelo con buonisti e avrete Salvini e i suoi seguaci.

C’è una cosa che mi amareggia, forse ancora di più, perché mi dà il senso di una sconfitta senza appello: che questo modo di fare si faccia strada anche a sinistra, superficiale, mai complesso, sempre semplice, sempre facile.

Ieri pomeriggio mi è arrivato, da una persona che conosco, l’ennesimo annuncio che Whatsapp diventerà a pagamento fra non so più quanti giorni, con la preghiera di diffonderlo ad altre dieci persone, pena sette anni di sventure.

Me l’ha girato una persona normale, che vota e milita a sinistra, che conosco da sempre.

Come non ha potuto fermarsi un secondo a riflettere?

Perché questo istinto quasi pavloviano, a ripetete, inoltrare, diffondere cazzate ci pervade tutti, questa superficializzazione micidiale, questo sentito dire?

Cosa ci spinge a pensare che una scemenza vada riverberata, ripetuta, amplificata?

Quando abbiamo smesso di prenderci il tempo per riflettere?

La colpa è dei social?

Della politica?

Della scuola?

Non lo so.

Ma leggere di donne adulte che, con nome e cognome, si permettono di insultare una reduce dai campi, mi mette i brividi non solo per la cosa in sé, che già mi pare abominevole, ma per quello che questo gesto racconta di chi lo fa: una persona incapace di comprendere il peso delle proprie parole.

A una persona del genere puoi far fare ciò che vuoi.

Questo, è il fascismo che temo.

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Numeri

pare un’impresa impossibile convincere dei quattordicenni che non sono numeri.

Il registro elettronico, ma chi non ce l’ha usa la calcolatrice, rende la media sia della materia sia quella globale ad ogni voto ricevuto, e a ogni consegna di compiti in classe la guerra da fare è quella che cerca di portarli a capire cosa hanno sbagliato, e non di quanti centesimi dopo la virgola è cambiata la loro media.

Difficile non comprenderli: la scuola è da sempre e per sempre, pare, roba di numeri: ogni prova è resa con un numero, i voti arrivano praticamente in tempo reale ai genitori, che possono vedere sul cellulare in ogni istante, neanche fosse Runtastic, le performance dei loro pargoli, vedere se sono in ascesa o in discesa, se sono verdi o rossi a seconda della linea di galleggiamento rappresentata dal 6.

Affamati di numeri vorrebbero venire interrogati sui medesimi argomenti per due/tre volte in un mese, ti fermano per chiederti se 6.68 è come fosse sette o iniziano polemiche infinite per un sette quando si aspettavano un nove.

Siamo sicuri di volere davvero questo tipo di studenti?

Sono questi gli adulti di domani?

Che confondono risultato scolastico e intelligenza, dichiarandosi più scemi degli altri, perché hanno scelto un professionale invece di un liceo, pensandolo, quindi.

Pensandolo perché qualcuno glielo avrà detto, a qualcuno avranno detto non puoi farcela, ad altri invece devi essere il migliore, e non so, sinceramente quale ragazzo vorrei essere dei due.

Quello che vedo, dal centro delle NOVE classi che ho (pare che scienze, in questo paese, sia una materia da studiare per due ore a settimana, anche nei licei scientifici), sono tanti, straordinari, potrebbero.

Potrebbero e potranno fare tutto ciò che vorranno, nella vita.

Se solo li aiutassimo a spegnere quelle dannate calcolatrici.

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Cose

Alla casa dell’arancio ancora continuano i lavori.

Doveva essere una parete con una perdita, è stato rifatto il bagno, creato un corridoio nuovo, sistemati i corridoi vecchi, alcuni controsoffitti, allargata una porta, rifatte le scale della soffitta.

La polvere è ormai giunta in ogni pertugio, su qualsiasi superficie, in sopra ogni libro, candela, soprammobile.

Dai fornelli di cucina ai rubinetti del bagno, dai lampadari ai pavimenti, ovunque è polvere, spessa, grigia, compatta.

Ieri abbiamo deciso di andare per zone, e iniziare a pulire e a sistemare da quelle più lontane.

Mi è toccata la cucina, ed è stata l’occasione per razionalizzare, buttare le cose scadute, diminuire i contenitori, capire, una volta di più, quante cose, incredibilmente quante cose compriamo per non usarle.

Spezie polverose, scatole, scatoline e scatolette, di carta, di metallo, di plastica, vecchie bustine di miso soup scadute da anni, amido di mais comprato in Cina (mi pare di esserci stata nel 2011) cumino comprato in India (stesso anno) scatole di tè giapponesi (idem).

Mi costa fatica buttare le cose, lo considero una sconfitta, un progetto fallito, un’idea non realizzata.

Allora l’unica soluzione è fare lo sforzo immane di non compare, di usare prima quello che c’è, di non accontentare la voglia di nuovo, se poi deve diventare zavorra, peso, problema, senso di colpa.

Lo sforzo di essere leggeri è, per noi umani, contro natura, è una pensata da uccelli, da aquiloni, da farfalla.

Noi si vive di concretezza, di certezza, di pesantezza.

Dovremmo imparare a smettere, almeno un pochino.

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Due

Sono entrata e le ho viste.

In sala insegnanti, pochi minuti prima di un consiglio di classe.

La mia professoressa di matematica del liceo stava chiacchierando con la professoressa di inglese di mio fratello.

E un cortocircuito improvviso mi ha preso i pensieri.

Ho rivisto me, ho rivisto lui.

Ragazzi, giovanissimi, in un’ Italia così diversa da quella di oggi e che mostrava già quello che sarebbe diventata.

Ero al liceo ai tempi delle stragi di mafia.

Durante un’occupazione notturna un ragazzo mi disse che avrebbe votato Berlusconi perché era milanista e amava vincere. Lo trattai da povero stronzo. Lui vinse. Io no. Il paese no. Era il 1994.

Portavo strani capelli, corti da una parte, lunghi dall’altra.

Grandi orecchini tintinnanti alle orecchie, occhiali più grandi del necessario, a coprire un naso altrettanto fuori misura.

A matematica non brillavo. In prima e seconda la soffrii parecchio e anche inglese mi faceva star male.

Al consiglio di classe abbiamo parlato di gite.

E con la mente sono andata alle poche foto che ho, di carta vera, stampate da rullini da 24 foto perché le 36 costavano di più e da 12 era davvero da tirchi.

I capelli con la lacca, i pantaloni a vita alta, le compagne di classe che volevano sentire Mietta e il trottolino amoroso e io che mi sentivo di un altro pianeta.

Il quadrato di un binomio, i verbi irregolari, la terza declinazione, il primo triumvirato, la costruzione interrogativa con “est-ce que”, il sabato pomeriggio in città, il batticuore, un brufolo persistente, le tette troppo grosse.

Tutto mi è passato davanti, rivedendo le due professoresse chiacchierare.

Per un secondo mi sono sentita fuori luogo in sala professori.

Poi mi sono ricordata che c’era l’armadietto con la mia chiave e che il mio posto era lì, dall’altra parte della cattedra.

Che cosa buffa.

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Giornalismo

Me li ricordo, i giornali di carta.

Come del resto ricordo le istruzioni degli insegnanti, dalle scuole medie fino all’università, relativamente ai testi scritti e alle immagini che li descrivevano.

Se mettete un’immagine, una figura, dovete darle un nome, un titolo, spiegare perché l’avete scelta, raccontare cosa descrive.

Sì chiamavano didascalie e chiarivano l’origine e il contenuto di una immagine. Si applicavano agli articoli di giornale come alle ricerche sull’Etna, ai resoconti delle gite scolastiche e alle descrizioni degli stomaci dei ruminanti.

Ci spiegavano, gli insegnanti, che le figure sono importanti, evocative, ma che necessitano di spiegazione e contestualizzazione.

A me piacerebbe conoscere chi ha scelto la foto a corredo dell’articolo/ intervista di Pietro Colaprico su Repubblica on line del 1 novembre.

Mi piacerebbe chiedergli perché, per illustrare una intervista alla nuova ministra dell’interno, che racconta che non c’è alcuna invasione, ha pensato di mettere ragazzi accampati, non si sa dove, non si sa quando.

Quale sentimento pensava di suscitare nel lettore, con questa foto?

La foto è scattata in Italia?

In un centro di prima accoglienza?

In uno dei paesi di partenza?

Racconta, questa foto, quello che il testo dice?

Serve, questa foto?

A chi, e come?

Ma soprattutto, cosa sta diventando il giornalismo? Ha ancora la serietà, il rigore, la voglia di narrare i fatti nella loro complessità come ci raccontavano da ragazzi oppure è solo lo specchio di un paese grossolano, che va per parole d’ordine, che non approfondisce più nulla, che si tratti di migranti, di farina bianca, di vaccini, di omeopatia?

Ci servono dei giornali del genere?

Fra avere una informazione che non informa ma che, anzi, rincorre l’opinione, e non avere una libera informazione c’è molta differenza?

La mia risposta è e sarà per sempre sì, perché anche il potenziale di una informazione libera è sempre meglio dell’assenza di libertà di informazione.

Ma ho sempre più la terribile sensazione che presto, di questo giornalismo, si potrà fare terribilmente a meno.

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Venezia sta sull’acqua

Venezia sono due città in una.

In alcune strade Disneyland, con gli americani grassi, i tedeschi pastello, i giapponesi timidi.

E poi basta svoltare un angolo, fingersi persi, camminare un metro, un metro solo più in là per vedere i panni stesi, i bambini che giocano a pallone, i campi, campielli, le calli nascoste.

Ogni piazzetta il suo pozzo.

Ogni ponte un riflesso diverso.

Ho trovato anche Santa Lucia, chiusa in una teca, come una Biancaneve dimenticata. Troppi secoli in attesa del bacio di un principe le hanno raggrinzito le mani ed i piedi, argentato il viso e i capelli, impolverato la veste magnifica.

So che non è lei. Lei mai si sarebbe fatta rinchiudere in una scatola di vetro. Ma le ho mandato un pensiero lo stesso.

Abbiamo cercato e trovato subito il vecchio ghetto, abbiamo mangiato kosher, ascoltato le pietre raccontare storie un tempo magiche poi terribili, guardato i muri, annusato gli alberi.

Annusare.

A Venezia è un verbo che si usa tanto.

Venezia a volte sa di mare e a volte sa di fiume.

Terra in mezzo all’acqua e acqua fra la terra.

Preda dei souvenir per cinesi, in alcuni momenti l’ho detestata. Più volte l’ho amata.

Rialto, la versione veneta di Ponte Vecchio, entrambi impossibili da godere se non, forse, a notte fonda.

San Marco. Bellissima. Come tutti i meticci.

I capitelli del Palazzo Ducale, ci può volere una vita per guardarli tutti.

Un bimbo che corre, che salta felice.

Mi scopro a chiamarlo, preoccupata che si perda.

Mi godo il fatto che è il mio.

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