alchermes e rossetto sui denti

0000618la lenta (mica tanto lenta poi…) ma inesorabile trasformazione di lucettina in vecchia zia col rossetto sui denti si sta inesorabilmente realizzando.

intanto ci voleva una nipote, e questa c’è da un anno e mezzo, quindi la materia prima è a posto.

poi ci volevano delle gatte assurde e su questo direi che ci sia pochissimo da aggiungere.

sto diventando sorda, ho tinto i capelli con una cosa trovata al supermercato e soprattutto da ieri in casa c’è l’ingrediente supremo della zia che non deve chiedere mai.

l’alchermes.

mi serviva per fare “la befana di barga” dei biscotti di natale bianchi e rosa e così sono andata alla ‘oppe e me lo sono preso.

è stato come l’anello al dito di frodo.

appena ho tenuto in mano la bottiglia, l’essenza della ziitudine mi ha iniziato a possedere.

nella visione mistica che ho avuto nella corsia 21 della ‘oppe sono apparsi centrini, gondole ricordo di venezia, un coniglio che cambia colore se piove, una pendola, una poltrona marron, dei cuscini rivestiti di peluche verde pisello, la carta da parati a fiori, le ciabatte con i gambaletti e le caramelle di rabarbaro amarissime.

l’alchermes era mio.

la strada verso la ziitudine era tracciata.

l’unico baluardo che mi mantiene salda e che mi regala ancora qualche anno di autonomia, è che non mi piacciono i rossetti.

quando mi vedrete a comprarne uno, potrete incominciare a regalarmi per natale il borotalco profumato in confezione speciale.

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non ho mica capito…

perché scrivono i giornali che “adesso rimane solo la corea” o che “è caduto un altro muro di berlino”?

mentre ero in macchina che tornavo a casa, fra un camion e l’altro, avevo sentito alla radio che gli USA avrebbero tolto l’embargo.

poi leggo che no, non tolgono l’embargo, permetteranno agli statunitensi che hanno parenti a cuba di andarci più frequentemente, di mandare più soldi e ai turisti americani di comprare più sigari.

e riapriranno l’ambasciata.

ok, ganzo, è già qualcosa, era meglio se toglievano l’embargo, ma insomma, è un bel passo avanti.

solo che mi parrebbe al contrario del muro di berlino, no?

voglio dire, ma davvero forse sono io che sono confusa, quindi se qualcuno me lo sa spiegare sono molto contenta: quando è caduto il muro, ai cittadini della germania EST (quella “comunista”delle due) fu consentito di andare a ovest.

da ieri notte, sono i cittadini degli stati uniti che possono andare a cuba.

non è esattamente il contrario?

ora, io non voglio fare la solita veterocomunista cieca ai cambi epocali della storia mondiale, e che dice che i coccodrilli volano perché lo dice l’unità, ma perché la riapertura dei rapporti fra cuba e gli stati uniti non si può leggere anche come un passo indietro di una politica statunitense assurda e cieca, ideologica e feroce, che blocca medicine e beni di consumo per far dispetto a un vecchio comunista e al suo popolo solo perché cinquanta anni fa gli ha fatto fare una figura di merda internazionale?

e il papa.

vogliamo parlare del papa?

io ce lo vedo, a studiare marketing papale e chiedersi cosa avrebbe potuto fare per guadagnarsi il suo pezzo di fama nella storia.

“uhm… dunque… giovanni paolo II ha fatto cadere il muro di berlino… io cosa potrei fare? uhm… vediamo… il muro in palestina meglio di no, quello in messico neanche, chiedere scusa al sudamerica, alle donne e a giordano bruno… no, non esageriamo… ecco! ci sono! provo a far riappacificare stati uniti e cuba!”

un genio.

 

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gatto psicotico rischia la vita alle tre di notte

lucca, casa sopra l’arancio, le tre di notte.

HDC non c’è, è in germania. quando HDC non c’è la gatta grigia non sta molto bene. diciamo pure che va fuori di testa.

alle tre di notte le è venuto in mente che non andava bene l’anta chiusa dell’armadio. e si messa a cercare di aprirla o di smontarla o di farne stuzzicadenti, non saprei.

l’inquilina che dorme sul tetto dell’armadio, nota come “gattonero” è uscita dalla scatola urlando “la vogliamo piantare? ci sono gatti che dormono!”

io ho provato a pensare a spiagge assolate e tiepide onde marine, per provare a riaddormentarmi.

alle tre e venti, il gattogrigio, vestita da suonatrice di bassotuba della banda di san gennaro ha deciso di esibirsi in “miao per bassotuba solo” tutti e tre gli atti.

alle tre e quaranta ha voluto verificare, vestita da Dr. House, se io fossi ancora in vita, ficcandomi il naso in un occhio.

alle quattro potevo scegliere: andare in cucina, aprire un barattolo di olive e farla alla cacciatora o tentare il tutto per tutto.

l’ho presa e l’ho ficcata di forza sotto il piumone, con me.

ne è stata felice, il brano musicale scelto è stato “fusa in do maggiore”.

permettetemi però adesso una digressione scEntifica:

il deltaT del gatto.

dicesi “deltaT” di un gatto, la differenza di temperatura fra il corpo, tenero, caldo e peloso, e le quattro zampe, gelide e puntute.

il deltaT del gatto grigio è di una trentina di gradi, essendo le zampe prossime allo zero.

le zampe del gattogrigio sotto al piumone tendono a ficcarsi in prossimità di organi vitali, congelandoli e riempiendo il corpo di dolori, una specie di chakra al contrario.

stanotte avevo quattro zampe marmate di gatto lungo su punto principale del tubo digerente.

quando alle sei mi ha svegliato l’omino del sudicio ho  tirato un sospiro di sollievo perché la nottata era finita.

 

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l’ho fatto di nuovo…

eccomi qua, non ho resistito e mi sono di nuovo infilata in un concorsino letterarino.

a dire il vero stavolta il progetto è più ampio, il messaggio più grande, il cuore più allegro.

faccio parte infatti di 22 racconti, 29 dipinti, 26 foto, 15 canzoni,  8 sculture e 3 video.

e il tutto fa parte di andare oltre si può, un concorso per puntare l’attenzione sui temi del sociale e dei diritti.

andate quindi a dare un’occhiata al sito, e, se vi va, anche al mio racconto (ecco qua, la bimba in piedi, sulla sedia, col quaderno a righe in mano che ammorba parenti e amici il giorno di natale perché vuole leggere a tutti il tema che ha fatto per le vacanze), votatelo e diffondetelo!

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la dea

aereo new york parigi, le nove di sera, siamo quasi pronti per il decollo, ho messo la cintura, ho aperto la copertina, tolto le scarpe, preso il libro.

arriva e si siede accanto a me, dall’altra parte dello stretto corridoio.

due metri di gambe, vita sottile, viso francese e chignon.

una dea.

la bionda del 12 rediviva.

naturalmente elegante, un paio di jeans e un maglione nero, delle brutte scarpe francesi, nere anche loro, che toglie con grazia e sostituisce con dei calzini di lana bianca, grossa, forse fatti a mano in qualche villaggio bretone nelle sere d’inverno.

ha con sé una scatola di muesli, dalla quale distrattamente pilucca semi e uva passa con mani distratte dalla chat di fecebook.

ha le dita lunghe, sottilissime, quasi una tela di ragno, le unghie lucide, la pelle diafana, quasi annoiate dai compiti banali che fa fare loro: pescare briciole, premere invio, scegliere emoticon.

ha il viso di una bellezza botticelliana adattata ai nuovi canoni della magrezza, un ovale perfetto, il naso piccolo e perfettamente adagiato fra la bocca a cuore e gli occhi di un azzurro che tocca il grigio.

sul collo, ogni tanto, un ricciolo biondo sfugge al laccetto che usa per tenere i capelli ordinati.

l’aereo decolla, lei si guarda intorno, sorpassa me, trasparente al suo sguardo e dopo una breve ricognizione si allaccia la cintura, si mette addosso la coperta e si addormenta, così, come un angelo dimenticato sulla terra in attesa di tornare in paradiso.

maledetta.

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un cartello col mio nome e un tassista di nome eric

new york, ultimo giorno e rientro con scalo a parigi.

scrivo questo post dal letto della casa dell’arancio, con le gatte sulla pancia e HDC che frulla per casa perché domani parte per potsdam (invidia, invidia, invidia, invidia…).

ma ancora penso a me, che con la valigia, la sciarpa e il berretto scendo dal palazzo che ospita gli uffici per cercare l’autista che mi porterà fino a JFK.

frank al telefono era stato chiaro: “non posso venire io a prenderti, il tuo tassista si chiama eric, ricordatelo, eric, non salire su nessuna macchina il cui tassista non si chiami eric, hai capito? ERIC!”

così scendo nel vento scevro di neve della piazzola sulla superstrada e ci sono due macchine, entrambe nere, entrambe lunghe, entrambe con un autista dentro.

bisbiglio il suo nome.

“eric?”

poi guardo meglio, sul finestrino di una delle due macchine c’è un foglio, e sul foglio una scritta a matita, in stampatello azzurro.

“L U C I A”

sorrido, chiedo all’autista come si chiama.

“eric, I’m eric, nice to meet you, LUSSIA, such a nice name, LUSSIA!”

chiedo se posso sedermi davanti e il viaggio comincia.

eric non è nato a new york, è qui da poco, viene dalla repubblica dominicana, qui ha portato anche i genitori, che però non si trovano bene, perché la sua mamma non parla inglese e difficilmente esce di casa, così lui ogni volta che può va a casa sua e prova a insegnarglielo, l’inglese di new york.

eric va a scuola di sera, dietro al mio nome, scritto in stampatello azzurro ci sono due esercizi di grammatica.

eric sa guidare nel traffico di new york ma dice che è un posto di pazzi, dice che se non fosse stato per provare a campare mai avrebbe lasciato il mare, e mai avrebbe portato via sua madre.

così è la vita.

mi chiede se l’italia è bella, gli dico di sì, che è bella, e anche brutta a volte, e che anche in italia arriva gente per lavorare che avrebbe preferito rimanere dov’era e che anche dall’italia si parte per cercare lavoro da qualche altra parte.

e io che ci faccio a new york, chiede eric.

io sono venuta solo per pochi giorni, nella crazy town, come la chiama lui, full of crazy people.

riparto senza averla quasi vista, gli dico e mi dice che è un peccato e che la prossima volta mi porta a giro, a vedere cosa sono capaci di fare questi pazzi ammeregani.

ringrazio e chiedo quanti chilometri mancano, siamo bloccati nel traffico.

eric non capisce, mi dice di rifare la domanda.

mi chiedo cosa posso aver sbagliato di grammatica, la riformulo, “quanti chilometri ci sono fra qui e l’aeroporto?”

eric non capisce.

alla fine mi cade l’occhio sul tachimetro.

“how many MILES?”

eric sorride, io gli dico che sono pazzi, lui e tutti gli altri americani con le loro miles, i gallons, i gradi farenheit e gli square feet.

eric non vede cosa ci sia di folle. io sorrido e guardo a destra lo skyline della città accarezzata senza vederla veramente e pensando che è tutto solo rimandato.

tornerò.

 

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luci nella città

serata in centro, in centro proprio in centro, voglio dire, a new york, in centro a new york, non a lunata.

e new yoor è amabilmente gay, e subito si fa amare, come uno show delle kessler con le piume, come liza minnelli piena di lustrini, come un vecchio cantante di swing trasportato da un orchestra impomatata.

naso all’aria, da ordinanza, bocca aperta, perché vengo da farneta e le grandi città fanno sempre paura e meraviglia insieme.

l’odore del cibo di strada, delle castagne bruciate (dovevano essere tremende) dei tubi di scappamento (ma chiudere al traffico manhattan? sarebbe un’idea, no?) le luci di natale come quelle di enormi giostre per adulti, babbo natale rossi e taxi gialli, il vapore che esce da non so dove come in un film quando sotto la neve lui riaccompagna a casa lei e lei non sa ancora se lo inviterà a salire e allora cincischiano e poi lui le dà un bacio sulla guancia ma lei si sbaglia e lo bacia per davvero e dopo arrossiscono e io cambio canale perché mi vergogno e anche per strada, a new york, divento rossa pensando a quei due che si baciano sotto casa e non sanno se lui salirà o se tornerà a casa con le mani in tasca di un improbabile cappottino nero aperto davanti che non sai come possa essere sopravvissuto al freddo.

new york dicevo.

ho visto solo il rockfeller centre e times square, una follia di luci e di persone, abbiamo mangiato in un posto carino con le candele finte e gli americani irlandesi ubriachi che guardavano il football.

stasera riparto, peccato, avevo iniziato a dormire la notte.

bisognerà che ci torni.

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