apollo a bordo vasca

per la prima volta da quando vado in piscina è capitato un insegnante uomo.

non dovrebbe fare differenza, pensavo.

la fa.

sono entrata in acqua con qualche minuto di ritardo, mi sono guardata intorno e ho notato che:

1) i pochi sparuti uomini che spesso fanno ginnastica in piscina con me si erano eclissati.

2) le signore di una certa età erano improvvisamente ringiovanite come se stessero facendo acqua gym nell’acqua di lourdes.

3) HDC mi guardava come se stesse per venirmi a fare la pipì sui piedi.

il tipo, definirlo bello, sarebbe un peccato.

diciamo che era come farsi spiegare acqua gym da una statua greca in movimento.

rendo il concetto?

la platea femminile era, per così dire, conquistata.

citando il sommo poeta:

più d’un malato si stirò e moritte, più d’un ugello smisse di ‘antà,
più d’una donna pregna parturitte.

in acqua si liberavano tanti di quegli ormoni femminili che temevo che a HDC spuntassero le tette.

il poveretto non faceva neanche nulla per farsi notare, del resto che lo faceva a fare? era solo, a bordo piscina, a mostrare quali muscoli dovevamo contrarre… gambe, braccia, addominali…

io, per dire, dove ho gli addominali ci ho fatto un segno con la penna.

con un’insegnante femmina è più facile, ti immedesimi, anche se lei è un milione di volte più bella di te non fa nulla, o per lo meno lo noti ma non con dolore.

con un insegnante maschio e per di più piacente, è un casino, è un po’ come andare dal ginecologo e ti apre la porta dello studio che so, clint eastwood, perché dovrebbe fare la differenza con danny de vito? non lo so, ma la fa.

e così l’ora è passata in un lampo, con noialtre che si faceva le comari in un modo che avrebbe fatto inorridire almeno un paio di generazioni di femministe e il sadico che si inventava gli esercizi più assurdi per vedere se alla fine cozzavamo tutte le une contro le altre.

fra un esercizio e l’altro la cosa più ganza è stata guardare HDC che da lontano covava strane vendette degli uomini panciuti contro i marmisti, al fischio finale le signore davanti a me hanno invece attaccato bottone.

tutte conoscevano sua nonna.

 

 

 

 

 

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quando petra giunse a lucca (e anche ferruccio)

per anni ho girato il mondo con petra e ferruccio nelle orecchie.

sono stati la mia coperta quando dovevo capire come era fatta dresda.

sono stati il mio zaino dei ricordi sugli autobus di lussemburgo.

sono stati con me negli aeroporti, nei viaggi in india, in cina, in america, in turchia, nei paesini tedeschi dove piove sempre e in quelli portoghesi dove non piove mai, a parte quando c’ero io.

ho cantato a squarciagola in macchina le loro canzoni, confidando sui finestrini chiusi.

li ascoltavo se ero triste, se ero felice, se ero sola.

ero spesso sola.

e allora mettevo il cammello e il dromedario e ridevo.

li ascoltavo quando la domenica mattina il sole scaldava il legno del pavimento del salotto della casa della giraffa, quando sul balcone annaffiavo improbabili piante di avogado nate dal seme avanzato dal guacamole, quando nevicava forte e mi chiedevo se l’aeroporto potesse ancora funzionare per tornare a casa.

e venerdì sera, ero in terza fila, davanti a loro, illuminati dal palco e bellissimi.

una tigre lei.

un gatto lui.

esplosiva e folle lei.

filosofico e sornione lui.

come li ricordavo dall’ultima volta a perugia, tanti anni fa, troppi anni fa.

ferruccio, abbracciato a una trudy di legno che gli fa da contrabbasso, lei, che usa il microfono come se fosse un flauto.

hanno avuto il potere di riempirmi la testa, scacciando via il brutto della settimana, scacciando via tutto quanto non era musica, tutto quanto non era bello.

come fare il bagno in mare.

sono di nuovo a casa e fra le mani ho un disco nuovo, tutto adesso può ricominciare.

 

 

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acquata

rientro in bici da una giornata pesante, thelma mi scarica come sempre a porta santa maria e la bici è lì buona, col suo lucchetto dalla combinazione nerd che mi piace tanto.

la apro e apro anche l’ombrello, perché un po’ piove.

e siccome sono una imbranata di prima categoria, decido di andare a piedi, portando con una mano la bici, con l’altra l’ombrello.

dopo due passi mi sono già annoiata.

così mi decido.

salirò in bici, vedendo di non ammazzarmi, con l’ombrello aperto e la borsa nel cestino.

per evitare di ammazzare anche gli altri decido per strade secondarie, anche se visto che piove, perfino in via fillungo si sono sciolti tutti e non c’è già più nessuno.

sono piuttosto tesa, perché mai, in vita mia, mi sono arrischiata ad andare in bici con l’ombrello aperto.

mi sento come un funambolo, come un seme di tarassaco, come la palla del cannone, come qualcuno che non ha la più pallida idea di come andrà a finire.

un braccio rotto?

solo una figuraccia?

il culo bagnato?

continuo a pedalare, guardando gli angoli delle strade neanche fossi rambo nella jungla assediato da qualche nemico imprevedibile.

la bici avanza, le ruote girano e non sono ancora stata proiettata nell’iperspazio (che poi voi lo sapete che cosa è, l’iperspazio? io no, ma mi piace la parola).

in piazza san pietro somaldi inizia un diluvio degno della genesi.

senza arca di noè, ma dotata solo di bici e ombrello, provo ad assumere la forma di una coccinella, rotonda e chiusa sotto al telo rosso.

non funziona.

le ginocchia, la borsa, le spalle, tutto mi diventa lontanissimo dal centro del corpo, come se crescessi ad ogni goccia di pioggia, enorme spugna della stanhome, mi ingigantisco, e più mi ingigantisco più mi bagno e l’ombrello diventa minuscolo sotto l’uragano.

mi viene da ridere, alla fine della piazza sono un cencio da strizzare ma sono ancora in bici, in equilibrio sotto la tormenta.

è bellissimo.

sono zuppa ed è bellissimo.

rido come una scema in piazza san pietro somaldi, dove tanto non c’è nessuno, solo macchine parcheggiate.

la giornata pesante mi scivola via, sciolta dall’acqua, è sera, sono in bici e sono quasi a casa.

niente va storto.

arrivo perfino a casa viva.

rido lungo le scale come una scema.

il gatto nero, appena aperta la porta mi guarda con due occhi spalancati e corre via.

 

 

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odori (post piccolino, per via del mal di testa)

in questo clima indiano, dove la pioggia cade e l’aria calda non vuole andarsene, gli odori si presentano con esuberante prepotenza.

i cani sanno di cane, i fiumi di fiume, l’erba di erba e i fiori odorano insolenti.

passeggiando per la città, ogni pozzanghera ha un odore, ora di foglia caduta, ora di terra bagnata, ora di benzina.

le strade mescolano la vetrina del fruttivendolo con quelle del falegname, la fontana con il tubo di scappamento, l’intonaco dei muri con la gelateria e l’odore di detersivo.

dai cancelli chiusi delle ville si annusano i giardini, si percepiscono gli alberi dalla crosta bagnata e dalle foglie in bilico, sembra di sentire quasi odore di funghi, di sassi, di stivali di bimbo.

è come mettere i panni ad asciugare fuori, gli odori ci dicono chi siamo, di cosa siamo fatti, che cosa ci è successo.

per un lucchese questo può essere molto imbarazzante.

 

 

 

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la donna mEneger

la donna mEneger ha gli occhiali nuovi, una coda di cavallo che le tiene i capelli raccolti di fretta (ha da fare, non ha mica tempo per pettinarsi, una mEneger…) e i pantaloni che iniziano finalmente a mostrare gli effetti della piscina, raggrinzendosi intorno alle cosce in modo che la gente le dica: “oh, ma sei dimagrita!”

e allora la mEneger un po’ arrossisce, perché sarà anche mEneger ma resta comunque un po’ bamboretta.

la mEneger, dicevamo, si è vestita ammodino, per via delle riunioni continue, per via della gente da vedere e delle cose da fare.

a volte ha scarpe troppo strette, ma non stavolta.

stavolta è perfettamente a suo agio, tranquilla nei suoi vestiti, nella sua coda di cavallo, dietro ai suoi occhiali nuovi che le fanno gli occhi minuscoli.

è tranquilla, sicura di sé.

con serena noncuranza va verso il bagno, niente potrà turbare la sua calma serenità.

col passo professionale entra, chiude delicatamente la porta.

si tira giù i pantaloni e in un istante inizia a ridere come una pazza.

la donna mEneger si è messa le mutande alla rovescia.

ripensa a sua nonna che avrebbe commentato:

“se ti senti male e ti portano all’ospedale bella fEgura!”

 

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sull’idrosolubilità dei lucchesi

abito in una città sulla quale piove molti giorni all’anno.

questo porterebbe a pensare che i suoi abitanti, come quelli di londra, o parigi, o berlino, o dublino, o delhi, siano abituati a camminare, vivere, passeggiare sotto la pioggia.

non è così.

la pioggia sconvolge il lucchese ogni volta. anche se piove da giorni il lucchese non si rassegna e la vive come se fosse di acido muriatico o come se lui, i suoi piedi e il suo ombrello fossero fatti di zucchero a velo, pronto a sciogliersi senza rimedio sotto la prima goccia.

così la pioggia ci sorprende, e si corre a nascondersi, a ripararsi, a proteggersi dallo strano nemico che viene dal cielo, si prende la macchina per fare due metri, si lasciano i figli davanti al portone di scuola e si vanno a riprendere come i sorvegliati speciali fuori dal carcere.

le strade percorribili con le macchine si intasano e quelle pedonali del centro storico si spopolano.

la pioggia rende deserta la città, nasconde nelle case, chiude nelle macchine.

non so come mai detestiamo tanto bagnarci, anche se fa ancora caldo, anche se in fondo non può succederci veramente nulla di male a farci piovere in testa.

davanti ai turisti incellofanati che baloccano col naso in su passiamo sotto a ombrelli col filo spinato, con la testa bassa e il passo svelto, non avesse a riconoscerci qualcuno per strada e poi tocca chiacchierare sotto la pioggia.

come gatti caduti per caso nella vasca da bagno schizziamo via, verso casa, dove è asciutto, dove si possa chiudere porte e finestre, che la pioggia non entri, che rimanga la polvere dei secoli, che niente, dico niente, scalfisca il nostro cristallino essere di zucchero.

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ci sono dentro fino al collo

è andata, davanti alla cortese collega che me la proponeva, con entusiasmo ho detto di sì e adesso sono anche io nel loop.

avevo resistito al tamagotchi, al kefir, e ovviamente anche alla torta di padre pio, che per quella c’è voluto veramente poco sforzo, con quel nome… (se non sapete cosa da cosa è composto questo elenco di nomi… metteteli su google, vi si aprirà un mondo di pazzi furiosi).

ma non ho resistito alla pasta madre.

che poi, quando ero piccina io, si chiamava molto più banalmente “levame”, era l’impasto che veniva lasciato da una settimana all’altra e non c’era dietro tutto questo mondo fricchettone che circonda invece l’epiteto di “pasta madre” che sa di ancestrale, di buono, di sano, di antichi valori.

vabbeh, me l’hanno MOLTO gentilmente preparata e consegnata per cui posso essere solo grata.

i primi giorni l’ho guardata e basta.

aprivo il frigo, guardavo il barattolo di vetro e lo richiudevo.

poi, dopo una settimana, l’ho “rinfrescata”.

ho cercato su internet come si faceva e dopo un po’ di tempo passato a destreggiarmi fra siti di vegani, macrobiotica, ultraoltransisti della pagnotta, talebani della lievitatura e affini, ho trovato le istruzioni. facili, semplici, l’ho fatto e non sono morta.

ora c’è un problema però.

dopo qualche giorno, la pasta madre, occorrerà pure usarla, sennò uno che se l’è fatta dare a fare?

e così mi sono messa a capire come andava usata.

e ho capito che mi ci voleva del tempo.

prima andava rinfrescata.

poi bisognava aspettare 4 ore.

poi si poteva usare.

ma l’impasto doveva lievitare per altre 4 ore.

una cosina semplice.

facendo due conti, occorreva svegliarsi alle otto di mattina di sabato, rinfrescare la pasta diventa mezzogiorno, poi impastare il pane e aspettare altre 4 ore, poi infornare per un tempo variabile, una cosina poco impegnativa.

l’ho fatto.

signori, e signore, l’ho fatto.

è anche venuto bono.

pane nero coi semini come a cruccolandia.

mi sono appiccicata ovunque con l’impasto, ho infarinato la cucina, ho guardato con ansia il pane crescere nel forno, ho sospirato e domenica mattina ho fatto colazione con dell’ottimo pane.

e adesso, signore e signori della rete, una domanda soltanto: non è che per caso esiste il modo di fare la cosa anche meno complicata? così, tanto per sapere se per la prossima pagnotta devo prendere un giorno di ferie…

:)

ps: se qualcuno vuole della pasta madre…ne posso fornire in quantità.

 

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tabata

c’è una nuova disciplina in piscina, si chiama tabata, come la figlia di samantha la strega.

consiste nel fare ginnastica normale, ma a intervalli regolari a tutta valvola.

ogni esercizio viene quindi prima ripetuto “lentamente”, poi, dopo un conto alla rovescia degno del lancio dello shuttle, per tutto il tempo che dura una musichina tipo videogame, va fatto a tutta velocità.

è bellino, e con l’alternanza lento-veloce la lezione passa velocemente.

ieri sera, c’era tabata.

e c’ero anche io.

col costumino nero e la cuffia plissettata da vedette anni venti che mi piace tanto.

e gli occhiali.

gli occhiali in piscina hanno il piccolo problema che si appannano.

e così, di buona lena, iniziavo l’esercizio con calma, guardavo bene l’istruttrice che disegnava il movimento in aria a bordo piscina e aspettavo divertita la fine del conto alla rovescia e l’inizio della musichina mario bros.

3…2….1…tabata!!!

e via a dimenare chiappe e cosce nell’acqua.

non voglio sapere che cosa potevano vedere i nuotatori nelle corsie accanto alla nostra volgendo lo sguardo verso la selva di culi in dimenamento, preferisco vivere nell’illusione che nessuno potesse osservarmi sotto il pelo dell’acqua.

man mano che la musichina andava avanti io venivo avvolta nella nebbia.

alla fine del tabata l’insegnante era una silhouette in bianco e nero e le compagne di sventura tanti isolotti in un mare del nord, avvolto dalla bruma.

allora, quando la vocina diceva “rest!” e ci potevamo riposare, io andavo a dublino e alla sua nebbia del mattino, passeggiavo verso il mercato, in cerca di ostriche e guinness per fare colazione, mi immaginavo lo sciambrottare del mare nella bassa marea fra lunghe alghe verdi e conchiglie grigie.

la signora dai boccoli biondi tirati su da un elegante foulard diventava molly malone con le sue ceste di pesce, la professoressa di matematica accanto a me mi ricordava le passanti dai rossi capelli e la birra in mano, e io mi godevo il sole tiepido.

poi la vocina diceva di nuovo “tabata!”

e allora occorreva di nuovo dimenar le chiappe.

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alfano chi?

suona piuttosto incredibile (ma forse sono io ad essere ingenua) la continua e costante disparità di trattamento che il presidente del consiglio riserva ai propri alleati di governo rispetto ai propri compagni di partito.

partito che serve sempre meno, che ha sempre meno bisogno di iscritti, identità e di militanza, tanto quel che conta sono le primarie e le primarie devono essere aperte no? in una specie di immenso brodo fatto di nulla nel quale tutti contano e nessuno conta.

quando qualche timida voce si leva da sinistra a cercare di mantenere qualche misero paletto sui diritti dei lavoratori, sull’importanza dell’istruzione pubblica, sull’adeguamento dei salari, ecco pronta la salva di commenti sprezzanti del presidente del consiglio, subito ripresa al volo dagli ammiratori vecchi e nuovi.

quando un ministro facente parte del governo spara contro i diritti delle persone omosessuali tutti fingono di non sentire.

il vento del cambiamento, che solo ieri era sbandierato per la riforma del lavoro, per il quale la cosa da fare è cambiare ad ogni costo, poco importa se in meglio o in peggio purché cambiare, si arena e diventa bonaccia quando il cambiamento disturba il centrodestra, la chiesa cattolica, le sentinelle in piedi o sedute che siano.

dove sono le truppe cammellate che riprendono di solito a megafono le parole del premier?

soprattutto, dove sono le parole del premier?

chiamiamolo col suo nome: presidente del consiglio dei ministri, condivide quello che esprime uno dei suoi ministri più importanti? rappresenta la linea del governo? o neanche lei lo sa, veramente, quale diamine sia, la linea del governo?

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non sei cambiata affatto

lucca, sette di sera, di corsa scendo dalla macchina di thelma e mi avvio verso casa, verso le cose da fare, la borsa della piscina, le verdure per la cena, due o tre scemenze da comprare.

nel sottopasso incrocio il suo sguardo prima incredulo, poi divertito.

la mia insegnante di italiano di seconda media è davanti a me.

le sorrido, non è cambiata quasi per niente, penso.

lei mi sorride e mi dice “non sei cambiata affatto!”

la vorrei abbracciare, ma mi trattengo, il pudore che si riserva verso i professori che hanno significato qualcosa di importante non smette mai di farci sentire sempre un pochino di qua dalla cattedra.

mi chiede che ho fatto, le dico dell’università, di biologia, della germania, di lucca e del lavoro, in trenta secondi.

lei sorride e mi dice che è felice di vedermi, mi chiede di mia madre.

“anche lei è sempre uguale”

le dico.

i suoi figli, che invece ricordo bambini piccoli, fanno gli ingegneri e uno vive in qatar.

lei veniva da torre del greco, ci raccontava che dove viveva lei, bastava mettere una mano fuori dalla finestra per entrare nel salotto del vicino.

io immaginavo chissà che formicaio vivente tipo tokyo.

lei ci faceva scrivere, ma soprattutto ci faceva leggere.

portavamo i libri che ci erano piaciuti a scuola, e potevamo scambiarli, scrivere brevi schede e recensioni e lasciarle dentro, per fare da guida al lettore successivo.

lei ci amò, per un solo breve anno di passaggio, fra la prima e la terza, insegnante precaria, vagante da una scuola all’altra, amò noi e il suo lavoro, si prese cura delle nostre teste, rideva dei nostri pasticci e non un giorno andò sprecato con lei.

non le ho detto che sono cambiata.

non le ho detto che a tredici anni, quando la conobbi, tutto volevo essere fuori che una tredicenne.

non le ho detto che odiavo i miei brufoli, le mie curve, i miei occhiali, i miei piedi lunghi come olivia e la mia totale incapacità di parlare, sostituita con disperazione a quella di riempire pagine e pagine di quaderni a righe.

non le ho detto che le scuole medie erano il posto peggiore per la mia anima, che sognava di crescere, fuggire da lì e diventare presto qualcos’altro, qualsiasi cosa non fosse essere in seconda media.

non gliel’ho detto, perché lei, tutto questo, lo sapeva benissimo.

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