la padania non è la scozia

mentre si aspetta il risultato dello scrutinio ci terrei a chiarire una cosina.

la padania non è la scozia, non è la catalogna, non è il tibet, non è i paesi baschi  non è l’irlanda del nord, eccetera eccetera eccetera,.

nel referendum che sta terminando si affrontano secoli di storia, re e regine, battaglie e cultura, lingua e religione, e mille altri complessi fattori.

nelle pagliacciate di pontida ci sono vent’anni di scemenze, di dio po e radici cristiane, di roma ladrona e il trota, di territori inventati ad arte e i cui confini cambiano a seconda che il comizio si tenga a bergamo o a carrara.

la lega nord si inventò, esattamente come grillo, in un momento storico dove sapeva avrebbe raccolto dello scontento dei partiti tradizionali, dando alla gente quello che la gente voleva.

un capro espiatorio.

sei povero?

è colpa dei terroni.

dei negri.

degli zingari.

degli omosessuali.

degli islamici.

ha detto tutto e il contrario di tutto, è arrivata al potere per spartirsene i privilegi e si è accompagnata al peggiore dei corrotti, porta il nome del suo fondatore la legge più inumana che conosca, la bossi-fini.

l’autodeterminazione dei popoli, concetto che l’italia del risorgimento conosce molto bene, non c’entra con l’idea autoreferente, egoistica, piccolobottegaia delle “tasse al nord”, così come settecento anni di storia non hanno niente a che vedere con borghezio, le ronde padane, e le radici cristiane di lambrate.

 

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ideologie

“l’ideologia più ideologia del secolo: un’economia più sacra di una religione, più feroce di un esercito” (stefano benni, comici spaventati guerrieri)

10649942_10152704912558415_2970280941868478185_nquesta frase mi rimbomba nella testa da tempo, e due giorni fa, su repubblica, mi è capitato di leggere un articoletto sugli “errori degli economisti”, nel quale veniva sviluppata la frase nella foto.

mi ha colpito trovare questa frase su un quotidiano, ancorché progressista, perché una frase del genere, pronunciata da me, almeno un milione di volte, è sempre stata accusata dai suoi detrattori di “ideologia”.

diciamola tutta, l’ideologia in questione era il comunismo o il socialismo, e come tale io, che ne riportavo alcuni princìpi che a me suonano tuttora come di buon senso, venivo in qualche modo tacciata di “ideologica”.

era un modo semplice per chiudere la questione, ripetere un concetto ideologico voleva dire non avere basi “scientifiche” per dirlo e di conseguenza affermare qualcosa di infondato, dettato solo dalla cieca appartenenza partitica o comunque politica.

quello che non capivo allora e che mi ostino a non capire anche adesso, è come mai venissero considerate “ideologie” (nell’accezione negativa del termine) socialismo e comunismo mentre veniva considerata “dottrina economica” il capitalismo.

bene, adesso che il capitalismo ha creato, senza saperlo gestire, il mostro della crisi, le migrazioni dei disperati, le frontiere controllate con la ferocia di un muro di berlino, mi aspetto che qualcuno finalmente ci parli chiaramente: ideologia era il comunismo, ideologia è il capitalismo, ciechi sono stati i militanti di sinistra a cercare un mondo più giusto per tutti, ciechi sono stati gli ultra liberali a pensare che la mano invisibile del mercato potesse garantire a tutti pari opportunità.

forse è il momento, anche per il capitalismo, di fare i conti con la storia e con tutto quello che ha provocato, per poterci forse guardare in faccia, noi tutti, portatori di due idee di mondo diverse e vedere di fare qualcosa che serva a tutti veramente.

il fatto che il capitalismo sia il sistema economico rimasto in piedi nella storia non vuol per forza dire che sia quello più equo e più giusto per tutti, parliamone, una buona volta, senza trincerarsi dietro le solite ideologie.

 

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spuma

lucettina una volta era giramondo.

poi il mondo ha rallentato e lucettina anche.

adesso lucettina non gira quasi mai, sta sempre davanti a un computer e, diciamolo, un po’ si annoia.

allora lucettina quando si annoia ripensa a quando era una donna col trolley, la vita esplosa fra mille aeroporti, fra mille viaggi, due o tre mondi diversi, case diverse, lingue diverse.

e prova a ripensare che quando faceva quella vita lì, invece sognava di passare più tempo a casa, a casa sua, anche se non sapeva ancora quale, e che stava facendo quella vita lì per tornarci.

ma ogni tanto, a lucettina, ricapita di viaggiare, anche se vicino casa.

per esempio ieri lucettina era a roma, per lavoro, nella capitale, col treno, quello veloce, sissignori.

con il giornale sulle ginocchia e il caffè, sissignori.

e a roma è scesa, con i suoi tacchi alti, i pantaloni neri e il foulard al vento.

e ha fatto quel che doveva fare, con meno sicurezza del solito, ma lo ha fatto.

e dopo è andata a pranzo coi colleghi.

a volte, quando girava il mondo, le capitava di andare a pranzo coi colleghi, velocemente, e lei di solito era quella che in quel posto lì, qualunque posto fosse, c’era già stata, oppure ne capiva la lingua, oppure sapeva cosa c’era da mangiare e lo consigliava a tutti.

“come fanno bene le aringhe crude qui… guardi, signora mia…”

diceva con aria sussiegosa in un baraccio di berlino.

“no! ma non devi ordinare spaghetti! piuttosto un croque!”

pavoneggiava a parigi.

“conosco un sushi bar dietro l’angolo”

poteva dire a antraccoli.

e così, con l’aria di chi ha come casa il mondo, lucettina anche a roma si è presentata alla cassa.

abbiamo già detto del foulard, gli occhiali sulla testa a tener fermi i capelli (lo ha visto fare da altre donne manager e le pare sempre che le dia un certo che), un braccialetto da femmina e la borsa, nera, come sempre, si rivolge al barista:

“un tramezzino e una spuma bionda per favore”.

il barista la guarda e tace.

poi guarda la cassa, cercando forse la parola “spuma”.

la cassa non lo aiuta.

riguarda lei.

poi di nuovo la cassa.

poi di nuovo lei.

“una spuma bionda è una birra immagino..”

“no”

sorride lucettina che viene da farneta, anche se ha gli occhiali sulla testa.

“una spuma bionda è una cosa tipo la gassosa ma arancione”.

“un’orzata”

“no…”

“una cedrata?”

“no”

“non ce l’abbiamo la spuma bionda”.

e dietro lucettina inizia er dibbatito.

come si confà in un vero bar di roma.

lucettina si arrende.

“acqua gassata per favore…”

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il bimbo con gli occhiali blu

in questi giorni di fiere e di mercati fioriscono anche i mercatini dei bimbi.

cambiano tantissimo da posto a posto, anche nell’arco di poche centinaia di metri.

domenica pomeriggio, in via fillungo, in mezzo ai negozi chic, c’era un tavolino gestito da una bimba che pareva una piccola sorella fendi e che vendeva braccialetti che parevano usciti da una gioielleria di forte de’marmi.

cento metri dopo, verso il liceo artistico, altri bimbi vendevano molto più normalmente dei sassi dipinti, raffiguranti pesci, coccinelle e porcospini.

i banchetti sono spesso gestiti dalle bimbe e hanno una costante: il bimbo zitto con gli occhiali.

fratellino minore o cuginetto di una delle due supermanager del braccialetto in gommino, il bimbo con gli occhiali tace, pensa, guarda e mi sta sempre simpatico d’acchito.

a volte prende uno dei fumetti in vendita e si mette a leggerlo sugli scalini di pietra al lato della strada, attirandosi gli strali delle piccole venditrici che gli danno ora dello scansafatiche ora dell’imbranato.

lo immagino segretamente innamorato di una delle due, forse l’amica della cugina, e lo immagino anche sognare di assomigliare a superman o all’uomo ragno, con due identità, una di bimbo con gli occhiali e l’altra di muscoloso maschione con la tutina azzurra e il mantello rosso.

va all’asilo, ma sa già leggere, avendo imparato nella speranza di beffare l’oculista che gli mostrava le lettere sul muro.

ha le ginocchia un po’ sudicette e la cioccolata agli angoli della bocca.

ha fatto lui, il cartello del negozietto, che fa bella mostra di sé davanti alla mercanzia.

“CHI COMPRA UNA COSA, UN’ALTRANOGGIO, UN’ ALTRA NOMAGGG, IN OMAGGIO”.

io, il bambino con gli occhiali, se avessi sei anni, lo sposerei.

 

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festa di paese

a lucca c’è stata la festa, la festa grande, quella che il lucchese medio aspetta dall’anno prima (in lucchese: “da orellanno”).

sabato mattina ho fatto un giro in bici e mi sono gustata i preparativi, un po’ come veder vestire la befana o montare le quinte di un teatro.

il teatro cittadino si componeva principalmente di drappi rossi e lumini (ebbene sì, le bandiere rosse a lucca non ci sono per il primo maggio, ci sono solo per santa croce, così è la vita).

san frediano, san michele, san martino e i palazzi più importanti, incarnanti l’altro potere cittadino, confindustria, il comune e la provincia (riportati qui nell’ordine corretto), erano addobbati come si deve per la festa cittadina, che mescola religione e folklore, superstizione e fede, candele e chiacchiere, croccante di mandorle e noccioline, fuochi d’artificio e mottettone in cattedrale.

santa croce insomma.

un’ invasione della città di gente a spasso, che si saluta, si ferma, chiacchiera, prega, accende candele e mangia zucchero filato.

la croce portata in processione per le strade illuminate di candele tremolanti, accompagnata dal canto tradizionale “evviva la croce, la croce evviva”, che fin da bambina mi scandalizzava per la violenza tremenda delle parole.

l’esaltazione della croce, dei chiodi che passano la carne di un pover’uomo, redentore o falegname che fosse, non mi appartiene e non mi apparterrà mai.

ma la festa è anche un po’ mia, mentre guardo sfilare i lucchesi nel mondo e penso a tutti i cittadini che da questa città scapparono per trovare una vita diversa e migliore, che da lontano tornano per la festa cittadina e vengono accolti con gli onori che meritano.

e mentre li guardo penso a tutti i futuri “lucchesi nel mondo”, quelli che fanno il percorso inverso, quelli che “dal” mondo arrivano in città, ad arrangiarsi come meglio possono, e che un giorno si sposeranno e faranno bambini lucchesi dal mondo, dall’africa, dal sudamerica, dall’asia, nuovi lucchesi che non mangiano buccellato, ma che cucinano con spezie profumate, che portano, come ho visto ieri sera, la giacca della protezione civile con scritto, invece che “croce rossa” “mezzaluna rossa”, e che renderanno questa città più colorata e, si spera, aperta, perché le mura, a volte, sono anche intorno alla testa della gente.

ps: i ffochi vest’anno erin belli.

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autunno

mi piace comunicare in anticipo l’arrivo delle stagioni.

l’ho fatto con la primavera, ci ho provato con l’estate, e adesso eccomi con l’autunno.

l’olea fragrans di corso garibaldi è fiorita.

questo è il primo segnale dell’autunno.

quando gli ippocastani delle mura sentono l’olea fragrans di via del battistero, allora iniziano a vestirsi d’oro e a lasciar cadere le castagne matte sulla strada, che a vederle pare un peccato non riempirsi le tasche di quelle belle noccole marroni.

gli ippocastani passano la parola ai platani, che cominciano a spulciarsi e a lasciar cadere le prime foglie, anche se ancora la maggior parte non ne vuole sapere.

poco importa, il marciapiede umido di pioggia mi racconta lui dell’autunno.

delle bici dei bimbi che finiscono il compito delle vacanze, prima di scappare alle giostre.

dell’orto botanico che pare uscito da un dipinto di toulouse lautrec.

dell’uva fragola.

dell’erba bagnata.

della luce radente del sole.

dei fichi e dell’edera.

della voglia di gatto e di coperta sulla pancia.

di zucche, di vino rosso, di castagne e di funghi.

di tema delle elementari sui colori del bosco.

 

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come un pollo

fine giornata di settembre, con thelma decidiamo per un giro di mura di chiacchiere e passo svelto.

thelma è in jeans e maglietta, e pare appena uscita da un centro estetico.

io mi sono cambiata nel bagno dell’ufficio prima di uscire, ho dei pantaloni larghi, la maglia di superman fregata ad HDC, i capelli legati con un elastico e gli occhiali da sole in equilibrio precario sulla testa.

thelma è bellissima, come solo lei sa essere.

camminiamo con piglio deciso, mentre intorno a noi lucchesi asciutti corrono come scheggie e tedeschi patatomorfi mi ricordano vecchie colleghe.

alla fine cedo alla tentazione.

“thelma…”

“dimmi”

“senti ma… tu, secondo te, no, insomma, visto che tu lo sai fare…”

“cosa?”

“ecco… pensavo, mi insegneresti a correre?”

thelma non crede alle sue orecchie, e a dire il vero neanche io. ma l’ho detto. e se per caso thelma accetta sono fregata.

“certo! che ci vuole?”

eccomi. così imparo.

“seguimi!”

quando thelma dice seguimi io la seguo. poche storie.

piano piano accelera.

e io anche.

poi accelera di più.

e anche io.

ci si ritrova che si corre, thelma come se fosse a guardare le vetrine in via fillungo, io come se fossi il cane bella con la lingua di fuori.

“respira piano”.

mi dice, mentre ansimo.

“alza le ginocchia, rilassa le spalle”.

boh, chissà come si fa…

mentre cerco di capire come si faccia ad alzare le ginocchia e a rilassare le spalle thelma mi dice che stiamo andando, se non me ne fossi accorta stiamo correndo, anche io, voglio dire, non solo tutti gli altri, anche io sto correndo, con la tuta e la maglia di superman, sto correndo sulle mura come tutti i lucchesi che si rispettino.

sto correndo.

thelma sorride e concede una pausa.

“arriviamo fino al prossimo lampione, poi si cammina”.

avere una meta aiuta.

non è molto diverso dalla bicicletta.

dopo un pochino si riparte, io punto un baluardo. thelma è inflessibile.

“no, fino al caffé delle mura”

sgrano gli occhi. non è possibile.

“certo che lo è, guarda in terra, il caffé delle mura ci verrà incontro”

ha ragione thelma.

guardo le foglie dei platani cadute, una dopo l’altra, ansimo come un boiler, corro come un cane zoppo ma il caffé delle mura arriva davvero. e lo superiamo pure.

come un pollo volo e atterro sull’asfalto delle mura, starnazzo e riparto, provo e riprovo.

io ho corso sulle mura.

signore e signori, io ho corso sulle mura.

alla fine del giro, stretching.

“allora luci, lo sai vero, l’A B C dello stretching sulle mura?”

“no, qual è?”

“il culo si gira sempre nel verso opposto a quello della strada!”

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occhi e occhiali

serata dall’ottico, a cercare un paio di occhiali nuovi.

non è una passeggiata scegliere gli occhiali giusti. almeno, per me non lo è, non lo è mai.

gli occhiali restano sul viso per tutto il giorno, nel mio caso, poi, si appollaiano sul naso come galline sul trespolo nuovo del pollaio e far quadrare occhi, occhiali, naso e tutto il resto non è semplice.

così vengono provati con precisa meticolosità tutti quelli esposti, fino all’esaurimento della commessa che si fa chiamare da qualche amico al telefono pur di allontanarsi un po’ da me che provo e riprovo senza sosta.

il fatto è che gli occhiali che ci piacerebbero non è detto che corrispondano agli occhiali che ci stanno bene.

e questo, diciamocelo, è una tragedia.

io, per esempio, avrei voluto degli occhiali rossi.

rossi e grandi, tipo civetta sotto droghe pesanti.

oppure tartaruga, a farfalla tipo professoressa stitica di latino.

oppure andavano bene anche verdi, verdi sì, sarebbero andati bene, degli occhiali verde mela acerba.

ma mi stavano tutti di merda.

si può dire “di merda” su internet?

e così ho comprato un paio di occhiali seri, serissimi, neri (e che lo dico a fare?).

e prima di comprare gli occhiali serissimi neri ho voluto vedere come mi stavano coi capelli sciolti.

poi coi capelli legati.

poi con la linguaccia.

poi con gli occhiacci seri.

poi se rido.

poi con gli occhi storti.

poi con le orecchie a sventola.

mi direte voialtri, ma non le hai, le orecchie a sventola.

non si sa mai, vi rispondo io.

insomma, ho comprato un bel paio di occhiali neri da nerd femmina, se mi vedrete in giro per lucca come la sorella maggiore di clark kent chiedetemi pure di spiegarvi come funziona la DNA polimerasi, io sorriderò felice, con il dito indice schiaccerò gli occhiali nuovi in cima al naso e dopo un gran sospiro ve la racconterò.

 

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farneta

“parlino altri della propria vergogna, io parlo della mia”

B. Brecht, incipit della poesia “Germania” 1933

mentre gli americani e i partigiani stavano per liberare la città, pochissimi giorni prima dell’inizio della fine, i tedeschi “entrarono in certosa”.

“entrare in certosa” è un espressione che mi ha sempre colpito, perché non è facile, entrarci, in certosa.

intanto occorre essere un uomo, e quindi io, per esempio, non ci sono mai entrata, e poi occorre superare il padre guardiano, che non fa entrare tutti, e non fa entrare sempre.

eppure entrarono, di notte, con un trucco vigliacco, chiedendo di parlare col padre priore.

entrarono “i tedeschi” e da quel momento iniziò la tragedia.

“i tedeschi” è un’espressione che ancora oggi, nelle campagne, evoca un periodo di feroce e lucida follia, nel quale poteva accadere di morire senza una ragione, o di veder trucidata la propria famiglia nell’attimo di un sospiro, solo perché “c’erano i tedeschi”.

rabbiosi, furibondi, incalzati e in fuga, “i tedeschi” si accanirono sulle popolazioni della linea gotica con una ferocia inaudita e disumana.

così fecero anche nel paesino dove sono cresciuta.

per tanti anni, “i tedeschi” hanno rappresentato nel mio immaginario di bimba una sorta di mostro nero, come il babao, come una delle paure che si nascondevano sotto al letto.

la lista dei morti, letta ogni settimana sul piazzale prima di andare al catechismo, sul monumento che ricorda quella notte e quelle che ne seguirono, mi colpiva perché i cognomi erano gli stessi di quelli dei miei compagni di scuola, in paese i cognomi girano come i cappelli.

ogni anno, “la commemorazione della certosa” era rappresentata da una messa e poco più, qualcuno a rappresentare il sindaco, seduto sulla prima panca della chiesa, gli stendardi di provincia e comune, la lettura della lista dei morti e l’uscita, sul sagrato inghiaiato e l’avviarsi a piedi verso il pranzo della domenica, rifacendo, ignari, le strade percorse dai soldati prima, dai fuggiaschi dopo.

quella notte rastrellarono frati e laici, urlarono, terrorizzarono.

poi presero e portarono via tutti. li uccisero fra il 7 e il 10 settembre.

i tedeschi.

con la complicità dei fascisti del posto.

“parlino altri della propria vergogna… io parlo della mia”

 

 

 

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libertas

in questi giorni si ricorda nella mia città il settantesimo anniversario della liberazione dal nazifascismo.

l’istituto storico della resistenza, insieme alle istituzioni locali, ha messo una targa che lo ricorda a porta san pietro, vicino alla scritta che è sempre stata l’emblema di lucca: “libertas”.

la targa è stata fatta sparire la notte immediatamente successiva, giusto per far capire come devono andare le cose.

nel frattempo, tre giorni fa, un centinaio di persone hanno manifestato contro i diritti delle persone omosessuali, bisessuali e transgender, a ribadire che la parola “libertas” è sempre quella, ma vale solo per qualcuno.

quello che mi fa specie non sono il centinaio di bigotti, sono le migliaia di cittadini (me compresa, non sapevo neanche che c’erano, altrimenti forse ci sarei andata) che li hanno lasciati fare senza colpo ferire.

la scomparsa della targa ci dice che forse neanche settant’anni bastano a questa città per onorare serenamente la liberazione.

ma quello che ancora qua dentro ribolle, e il fetore arriva fino anche al secondo piano della mia finestra, è quel pensiero omologato e omologante del cittadino medio, che settant’anni fa era fascista, per cinquant’anni è stato democristiano, e ora indugia, a seconda delle sorti del momento, fra una serena destra, che andava di moda fino pochi anni fa, e un silenzioso renzismo, che pare vincente senza niente proporre, un po’ come la vecchia DC che conteneva tutto e il contrario di tutto.

il lucchese che si riempie la bocca della parola libertas è in realtà il portavoce di un’unica idea di libertà, quella del denaro, del negozio, della bottega, della chiesa la domenica, della nazione sotto il braccio. una libertà che non prevede l’espressione del diverso, di chi vive senza denaro, senza negozio, senza nazione.

si chiamino zingari, omosessuali, femministe, o ebrei, la “libertas” in città non parla di loro.

liberata la città, ci sarebbe da liberarne i cittadini.

 

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