(nota per i nuovi lettori: un trödel è un robivecchi, a dresda erano i miei negozi preferiti, perchè la vita della gente mi affascina).
la gran quantità di trödel a dresda è, credo, dovuta al fatto che nel passaggio fra DDR e BRD la gente ha deciso di buttar via la vecchia vita, per far entrare quella nuova, fatta di consumismo, luci, novità, progresso e mutui rateizzabili.
questo ha riempito i robivecchi di “roba”, difficile definirla diversamente, roba varia. piatti, bicchieri, posate, boccali, tazze, oggetti misteriosi, polverosi e coloratissimi, porcellane bianche e blu, portacandele di tutti i tipi, ciottori di cucina, vestiti e giocattoli di bimbi di un altro pianeta: il socialismo reale.
in un trödel ci potevo passare un intero pomeriggio, poi caricavo tutti i miei tesori sulla bici e triofalmente andavo a casa, invitavo la Bionda a cena e le mostravo i miei acquisti, per vederla ridere come una matta e sentirle raccontare storie di quando era bambina e usava gli oggetti “da museo” che tenevo in mano.
qua a lucca non c’è la stessa cosa.
c’è il mercatino dell’antiquariato, ma un robivecchi e un antiquario sono due cose assai diverse: dal robivecchi compri un vecchio mobile sudicio, lo paghi due spiccioli e lo porti a casa.
dall’antiquario compri un mobile pulito che LUI ha pagato due spiccioli dal robivecchi ma che a te fa pagare molto, ma molto di più.
a lucca ci sono soprattutto gli antiquari, e qualche robivecchi.
ieri sono stata a un semi nascosto mercatino, dove la gente porta le proprie cose che vengono vendute a un prezzo che cala a seconda del tempo che passa fra quando le portano e quando le vendono.
a parte alcune cose, giudicate “a prezzo fisso”, a giudizio insindacabile del proprietario.
è un posto grande, con tante cose assurde ammassate e a me sa un po’ di dresda, per cui ci vado sempre volentieri.
l’unico problema è che mi resta sempre qualche cosa assurda attaccata alle mani.
per esempio un ibis di ferro in grandezza naturale…

per esempio tre anatre di legno…

per esempio un mettituttino anni cinquanta che come si fa a lasciarlo lì?
(foto HDC)
(di questo ancora non ho la foto perchè prima va sverniciato e ripitturato, pensavo a un bel rosso ferrari, o a verde prato, ma devo ancora decidermi, ora è solo color sudicio)
quando vado al trödel di lucca trovo le tazze di mia nonna, l’oliera di mia madre, il cavallo a dondolo dal quale mio cugino mi sparava i fulminanti, quel dilinguente.
quello che a dresda mi profuma di esotico qui mi pare consueto, ma non per questo meno interessante.
fuori ci sono degli animali tipo in vetroresina, un elefante, una mucca vestita da cowboy e anche un maiale, a grandezza naturale, con al collo una splendida cravatta.
entrando ci sono vecchie stufe, un pianoforte, poltrone tigrate e leopardate, perfino finti grammofoni e finti fiori e finti vasi cinesi finti.
poi tavolini di marmo perfetti per fare il croccante, scarpe, vestiti, bambole, topolini (di carta e non), enciclopedie “conoscere”, bruttissime ribaltine, credenze, attaccapanni, manichini, pitali, vasi, bamboline “ricordo di san marino”, prigioniere in quelle scatole di plastica polverose, scarponi da sci, camicie da notte, pizzi strappati, specchi magici, frigoriferi, bidoni del latte, una macchina del braille, telefoni, radio, bocce di legno, bricchi del latte del mulino bianco, spremiagrumi, tritacarne, passatutto, abat jours, tazzine segafredo, bicchieri da birra, portaformaggio, cavaricotte, (=schiumarole), mestoli, forchette dai denti torti e soprattutto gente col naso per aria.
un robivecchi è dove cerchiamo per l’oggi quello che dieci anni fa non avremmo mai conservato per domani.