la mia torta

è quella incartata nell’asciughino per i piatti. è così perché mi sono rinvenuta di farle la foto quando già il mammuth l’aveva preparata per lucettina-onofrio (quiz: chi è onofrio?).

le torte del mammuth sono quello che rende la pasqua una vera pasqua, stavolta sono in numero inferiore alla media, ma diciamo che si tratta di una contingenza passeggera.

non l’ho potuta aiutare quest’anno, non che il mio aiuto le serva, ma diciamo che serve a me, serve a ricordare che cosa è importante e cosa non lo è.

è importante un forno a legna ben caldo e una vicina con cui chiacchierare e con la quale capire se ci vuole altra legna.

è importante che il glicine del giardino e il lillà vicino al pozzo siano fioriti.

è importante il gatto che bolle sul muretto e il cane giallo che lo annusa impudentemente.

è importante che una torta sia per me e andrea, una per francesco, arianna e camillina.

è importante che ci siano uova e galline generose.

è importante che splenda il sole, come oggi, perché la stagione si arrenda alla primavera.

tutto questo è l’importante.

passate una pasqua serena, divertitevi, mettete gemme nuove e lasciate sbocciare i fiori, raccogliete un sasso o una conchiglia o una foglia e assaggiate un raggio di sole e una fetta di torta coi becchi.

2014-04-19 16.43.52

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grazie

non mi piacciono i coccodrilli e i necrologi, e so anche che tutti dobbiamo morire.

ma ho in tasca un sassolino bianco, raccolto alle cave domenica scorsa, e se potessi lo porterei alla tomba di marquez, per dirgli grazie, grazie dei giorni e dei sogni passati insieme.

quando muore un grande scrittore lascia dietro di sé una folla di personaggi immortali, che resteranno per sempre, indaffarati nelle loro quotidiane faccende.

la candida erendira, l’angelo dalle ali di corvo che cadde nel pollaio, la grande ursula, melquiades e la sua dentiera, il generale bolivar che tanto mi faceva pensare a garibaldi, il feroce dittatore dal testicolo ernioso, identico per ferocia e meschinità al piccolo caudillo di milano due, i pesciolini d’oro forgiati dal colonnello aureliano, col quale sarei fuggita anche in capo al mondo, da dove, in effetti veniva lui, le donne dalla pelle liscia che dormono nelle amache, la pioggia bollente, il caldo feroce.

leggevo sempre d’estate marquez, per sentire con loro il caldo anche io, e essere più a macondo possibile.

a macondo, dove gli zingari portavano le novità che nel resto del mondo erano note da secoli e che macondo ignorava, a macondo, dove una volta accadde di dover scrivere i nomi delle cose, perché la gente dimenticava tutto.

macondo, luogo di ferocia e di passioni, di uomini gloriosi e miseri, buoni e cattivi, sciocchi e intelligenti.

un mondo infinito, pieno di storie che generano storie, esattamente come la vita e tutto contenuto prima nella testa di un solo uomo, e adesso in tutti noi, come in un big bang delle storie, dopo il quale siamo tutti più ricchi.

grazie per averci dato un mondo da scoprire.

la mia preghiera sarà continuare a leggere.

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mercato

nella mia città è rimasto un relitto di mercato coperto.

qualche banco, di frutta e di verdura, un pescivendolo, un macellaio, e un bar, resistono temerari come naufraghi su un’isola deserta.

da bambina quel posto era per me il giardino dell’eden mescolato con un girone infernale.

le sensazioni che davano i profumi della frutta, mescolati al parmigiano, alla verdura, al fresco del cemento del pavimento insieme a quelle dei polli e conigli appesi, spellati e pronti per essere comprati mi regalavano un misto di piacere e terrore, di curiosità e paura.

c’era una signora, fra i banchi della frutta, che mi regalava sempre un mandarino, mentre baloccavo e mia madre comprava qualcosa.

lo mangiavo con calma, mettendo i semi nella mano, riempiendola fino a scoppiare, la mano ancora troppo piccola e il mandarino con almeno due o tre semi per ogni spicchio.

poi piano piano quel posto è morto, la città con lui, diventata un posto da pattine ai piedi, giustamente chiusa alle macchine ma incapace di portare dentro con un servizio di trasporti decente, gente interessata a comprare qualcosa che non siano mutande, trucchi a poche lire, maglioncini o sali da bagno.

una città finta, e un mercato, che è un posto vero, in una città finta non poteva che morire piano piano.

chi deve comprare cose da mangiare va a un supermercato.

adesso il comune vuole provare a mettere prodotti tipici e filiera corta, nel mercato di un tempo e a me pare una bella idea.

ma non è, secondo me, cosa ci metteranno, a fare la differenza, è come riusciranno a portarci le persone, nel cuore della città, visto che il servizio di trasporto pubblico è stato attentamente smantellato negli ultimi venti anni.

come convinceranno le persone a venire a comprare cose da trasportare in sacchi e sacchetti, se ci sarà una mezza navetta scalcagnata ogni ora che va solo in due direzioni?

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fuga per la vittoria

lucca, sette e quaranta, porta santa maria.

la testa piena di pensieri, vuota di voglia di affrontare la giornata.

la colazione che rigira nello stomaco, anche lei poco entusiasta di quello che l’aspetta, esattamente come me.

le signore del piedibus aspettano i bimbi pazienti all’imbocco della porta.

io sono in anticipo di cinque minuti, pedalo in bici, direzione appuntamento consueto con thelma per andare al lavoro.

decido che quei cinque minuti sono ancora miei.

invece di chiudere la bici prendo su per le mura, la salitella è proprio alla mia sinistra.

mi fanno la ola i ranuncoli del poggio rinvigorito dalla primavera, raggiungo i cani legati ai padroni e i padroni legati ai cani, come centauri cittadini.

arrivo sulle mura, prendo la direzione di palazzo pfanner, per vedere dalla mia posizione preferita quella che da sempre sogno come casa mia (non il palazzo, il rudere accanto).

la saluto al volo, nel giardino del palazzo hanno acceso la fontana, grazie, molto gentili.

i platani rimettono le foglie, come i bimbi quando da tanto non vanno dal barbiere.

passano i vecchi a passeggio, chissà perché i vecchi non dormono fino a tardi…

respiro i miei cinque minuti di vacanza, sono felice, sono i miei assoluti, totali meravigliosi, cinque minuti di libertà.

giro la bici, riprendo la discesina, lego ruote e telaio al portabiciclette, e i capelli dentro al gommino di stoffa nera.

ora posso anche andare al lavoro.

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marmor

abbiamo amici tedeschi a casa, e durante il fine settimana ce ne siamo andati a fare un giro per la provincia.

domenica è stata la volta delle cave di marmo.

è stupendo come la stessa cosa possa essere vista da occhi diversi.

leggere il loro stupore nel vedere che i sassi intorno alle cave erano anche loro di marmo, che di marmo era la polvere, di marmo le pareti, di marmo i blocchi, di marmo tutto quello che ci circondava, era insieme divertente e educativo.

“e quindi tutte le chiese sono di marmo a lucca?”

“sì”

“non sono rivestite, sono proprio di marmo marmo”

“eh sì”.

e poi raccontare dei cavatori, della polvere che prende i polmoni, della gente che da secoli dentro alle cave ci muore, ci lavora, ci invecchia.

e guardare anche la montagna ferita e sbucciata, pensando che una soluzione si deve trovare, che non può e non deve essere impossibile poter scegliere fra la conservazione del territorio e il lavoro, perché alla fine della fiera, quando sarà finito il territorio, finirà anche il lavoro.

e guardare anche lo sguardo di chi viene da lontano e non sapeva, non immaginava, non poteva neanche minimamente immaginare che cosa fossero, le cave di marmo.

è questo il bello del viaggiare, imparare che niente è come appare, un sasso è un sasso sempre, ma per qualcuno può rappresentare lo stupore della bellezza, della rarità, dell’arte.

 

 

 

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lecciona

andare al mare d’aprile è un po’ come veder montare l’albero di natale da piccoli, ci si mette nell’ordine delle idee giusto, anche se le vacanze non sono ancora cominciate, anche se babbo natale è lontano da arrivare, anche se ancora in casa è tutta una seminata di aghi di abete, palline cocciate, filze di lucine da sbrogliare.

prima che il gioco cominci, prima che il vero caldo arrivi, già il mare si fa bello, mette le arselle sulla riva, i tronchi lucidi quasi in posizione, le palle pelose di posidonia sparse con finta noncuranza, i culi bianchi dei primi fanatici dell’abbronzatura.

si levano le scarpe, si liberano i piedi sofferenti dal troppo star chiusi, si avvicinano alle onde che piano piano leccano le dita e poi sommergono fino alla caviglia, bagnando l’orlo dei pantaloni troppo pigro per arrivare al ginocchio.

e poi si può stare così, come gatti al sole, a sonnecchiare sotto il promettente tepore dell’estate che sta per arrivare, ad annusare il vento, a immaginare una lunga, intera giornata passata con un libro, delle pesche o delle albicocche, una bottiglia d’acqua e senza pensieri.

il mare, grande com’è, ha il potere di asciugare la pelle e le idee, di lasciarti con solo quello che è davvero importante, ti prende sotto braccio e ti rimette in strada sgombrando il campo da quello che fino a ieri ti pareva insormontabile.

poi si torna via, si volta le spalle e il mare si cheta, piano piano, non si fa più sentire già all’imbocco del sentiero e allora tocca a noi essere saggi e ricordare, tenersi stretto, girellare fra le dita il guscio di un’arsella che ti spieghi di nuovo, durante la settimana, che l’importante delle cose è quello che avevi capito davanti al mare, non quello che ti diranno davanti a una scrivania.

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lista delle cose che mi sono piaciute di berlino

il cielo che non si annoiava mai.

la torre della televisione che spunta anche quando l’avevi dimenticata.

nonno marx e zio engels.

l’ampelmann.

il sorriso di emilia e di giulia.

il trammino giallo.

il bisogno ossessivo di non dimenticare.

le biciclette che ti investono sulla ciclabile.

la cicatrice del muro sull’asfalto delle strade.

lo specchiarsi dei palazzi in quelli di fronte.

la larghezza delle strade.

il vento terribile.

la birra, what else?

il ristorante indiano vicino a potsdamer platz.

le statue dei ragazzini sulla spree.

le gru, gialle e arancioni.

il pane con i semi di girasole, zucca e papavero e sesamo e lino.

la mostra di foto di fred stein, nato a dresda nel 1909 e da dresda rifiutato.

il nodo allo stomaco del museo ebraico.

i meravigliosi dinosauri di quello di scienze naturali, compreso l’archaeopteryx, straordinario pollosauro famoso come monna lisa.

la voglia che ti prende, in quella città, di non tornare più.

 

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Dieci anni

“Abbiamo perso e perso male, ma nessuno mi toglierà dalla testa che questa era una battaglia giusta, una battaglia da fare”.

Così ci scrivevamo, fra compagni DS, il giorno dopo il terribile risultato del referendum sulla legge 40. Pochi italiani a votare, una vittoria della chiesa cattolica italiana, alleata con la peggiore delle destre, quella del reato di clandestinità, quella che con la costituzione, signora, si pulisca il culo, una vittoria dei partiti di centro, come quella margherita nella quale il giovane Matteo Renzi faceva il presidente di provincia, una vittoria dell’ignoranza.

Da quel giorno divisi le persone fra chi era andato a votare e chi no.

Da quel giorno iniziò per le coppie con problemi riproduttivi in Italia o per quelle portatrici di malattie genetiche gravi un delirante e macabro gioco dell’oca.

Vietata la diagnosi preimpianto, vietata la fecondazione eterologa, obbligo di impianto contemporaneo di tutti gli embrioni fecondati.

I ricchi volarono a Barcellona.

I poveri semplicemente non ebbero figli.

Già. Avevamo ragione noi. Non era consolante per nulla, come non lo è adesso. Ora resta in bocca l’amaro di una battaglia di civiltà, l’ultima che davvero il mio partito abbia combattuto, pur nello scetticismo di molti che non capivano, non volevano capire, temevano di scandalizzare i futuri compagni di strada.

Poi la storia la conosciamo tutti.

Adesso il Papa si chiama Francesco e vedremo se anche lui pretenderá di entrare tra le lenzuola degli italiani o se considera sufficiente il lavoro fatto dai suoi predecessori, adesso abbiamo un nuovo governo, composto anche da tante donne, anche se quello che ho sentito finora non mi tranquillizza affatto, adesso forse è il momento di diventare un paese normale, nel quale la parola laicità non faccia sobbalzare più nessuno.

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Geometria

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Quello che di Berlino mi innamora senza rimedio è la sua geometria.

Le linee perfette della bellezza, dritte o curve che siano, vibrano alla stessa frequenza dei miei passi.

Le donne in bicicletta, rapide e scontrose, il vento, l’incessante vento berlinese che non dà mai tregua né al naso né ai pensieri.

La città cambia come una ruota vorticosa lungo lo scorrere delle ore, ora cupa, ora luminosa.

In questa città mi sento a casa anche se devo guardare la cartina, mi sento bene, mi sento viva.

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Jude

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Il museo della shoa è un colpo al cuore che non si può evitare.

Prende l’anima e ne mangia un pezzetto.

È così che deve essere, è quello che deve fare.

Muove la rabbia, la pena, la tristezza, l’incredulità.

Vedere il rotolo giallo, di stoffa riempita di stelle, ognuna con al centro una scritta “Jude” pronte da ritagliare e appuntare sul petto, medaglie del martirio non voluto, segno evidente della condanna prossima ventura, vedere il rotolo e pensare all’operaia tessile che quel rotolo ha prodotto, stampato,  o tagliato, provare a mettersi nella sua testa, nella sua pancia, nel suo cuore.

Pensare a quello che adesso, nel mondo più piccolo della globalizzazione, accade nel nostro silenzio, uguale a quello dell’operaia delle stelle gialle, pensare ai nostri nipoti, a una mostra sui barconi della morte, che guardando una nostra foto pensano “eppure era gente come noi, sapeva, conosceva, come ha potuto non guardare, non vedere, non fare nulla?”

Quello che la visita a quel museo lascia dentro è un potente mai più, è la voglia di vedere, guardare, conoscere e combattere le ingiustizie di questo mondo che ancora non ha imparato.

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