inizia il giro…

20140930_212640l’abbiamo trovata, e sono quasi sicura che sia lei.

dovete sapere che, già dai primi giorni d’autunno, la befana inizia il suo giro per le case.

origlia, ascolta, guarda dal buco del camino.

se vede che qualche bimbo è stato cattivo, prende nota del nome, con un pezzetto di carbone.

se invece vede che qualche bimbo è stato buono, allora lascia cadere dal camino qualche caramella, all’improvviso, quando meno te lo aspetti.

capita così, mentre ceni e chiacchieri coi nonni, mentre racconti della scuola, di un pallone, di un cane che hai visto e che vorresti tenere con te, mentre prendi “al girino” le cucchiaiate di una minestra troppo calda.

accade che si senta un po’ di trambusto, dei rumori strani, e poi le caramelle che cadono e rimbalzano fuori dal caminetto.

e il cuore balza in gola, perché le caramelle cadute vogliono dire una cosa sola: che la befana è in giro, che la befana ascolta, scrive, sorride o si arrabbia a seconda di quello che hai combinato.

e si mangiano castagne ma si pensa già al natale, il mazzolino di finocchio attaccato al muro profuma di buono, la stufa a legna accesa in cucina riscalda le guance e nonna ida, allora, comincia a fare le trine agli asciugamani, che nove nipoti sono tanti, da coccolare.

 

 

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un bagno a settembre (quasi ottobre)

domenica al sole, mercatino, due passi, carampane fiorentine con l’alluce valgo, il rossetto sui denti e il camicione comprato a i’fforte. (*)

la versilia, insomma.

verso mezzogiorno un salto sulla spiaggia, per fortuna col costume dietro, infilato al volo prima del tuffo fresco ma non freddo.

il mare a settembre profuma inspiegabilmente di vendemmia e di quaderno a righe, si gode come di quelle cose che sai che manca poco a che spariscano, sa di domenica pomeriggio, sa di 26 dicembre, sa di 6 gennaio, sa di quel piccolo magone che ti prende a pensare che il giorno dopo non sarai lì.

a settembre i tedeschi biancolatte spiccano fra la gente dal culo nero e la faccia di cuoio, le signore in pensione  col costume tigrato e le tette vizze mantengono la tintarella col piglio professionale di chi ci ha lavorato tutta una stagione.

a settembre viene voglia di dormire al sole, come una lucertola, usando il poco caldo che c’è come coperta, e viene voglia di non pensare alla vita normale, viene voglia di rimanere nella parentesi di mare che ci si concede fra un venerdì finito troppo tardi e un lunedì carico di impegni, viene voglia di cambiare vita, mandare tutto all’aria, immaginare baretti aperti in qualche isola dove sia sempre settembre o sempre maggio, poco importa, purché non piova il lunedì, purché non ci siano riunioni, mail, documenti da creare o da capire ad aspettarci.

e invece si torna sempre, si monta in macchina, si spolvera la sabbia dai piedi con poca convinzione e si riprende la via di casa, sperando che il prossimo fine settimana arrivi presto.

 

*  forte dei marmi, per quelli che non hanno la gioia di sentire le carampane fiorentine al mare.

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esercizio minimo di stile

l’uomo si tolse l’accappatoio e fece una doccia rapida prima di andare in piscina.

raggiunse il centro della vasca, dove una ventina di donne facevano ginnastica al ritmo di musica e dell’istruttrice.

sulla cinquantina, la barba perfettamente accorciata, bianca e corta, definiva la mandibola tesa e abbronzata.

un corpo asciutto, piacente e consapevole, espressione di una padronanza fisica di se stesso e del proprio fisico.

si lasciò massaggiare dai getti d’acqua, mentre le donne erano agli addominali di metà lezione.

notò che, fra le donne, una lo guardava con insistenza.

“però, pensò, non è neanche male… chissà che pensa…”

lei continuava a guardarlo, come ipnotizzata.

in qualche esercizio perse anche il ritmo delle altre, sbagliando una gamba con l’altra e smarrendosi, distratta dalla sua insistente osservazione.

“ricambierò il suo sguardo, le sorriderò e vedrò se continua”

pensò l’uomo.

e lo fece.

lei provò a distogliere lo sguardo, senza troppa convinzione.

dopo un istante era ancora incollata al suo viso.

lui decise di provare la carta più grande.

le sorrise, e la fissò con la stessa intensità con la quale lei, impudicamente, da dieci minuti fissava lui.

lei arrossì, fuggì lontano, con uno scatto di nuoto, per mettersi a finire gli esercizi dove la tentazione di guardarlo non fosse troppo forte.

gli ultimi dieci minuti di lezione furono interminabili.

ma alla fine tutto finisce.

lei uscì, si infagottò nell’accappatoio e fuggì negli spogliatoi.

non la vide mai più.

ma il suo sguardo intenso, fisso su di lui, continuò a tormentare le sue notti.

-.-.-.-.-.

“uno, due, tre quattro! sinistro! quattro, tre, due, uno, destro!”

il ritmo dell’insegante di oggi, pensò lei, è parecchio sostenuto, mi farà bene, immaginando qualche effetto miracoloso sui chili di troppo.

ad un certo punto si distrasse, e gli occhi si posarono su un uomo arrivato in vasca e messo a un metro scarso da lei.

di mezza età, con una raffinata barba corta e bianca, la pelle abbronzata, un viso interessante.

in mezzo al viso, come tutti, un naso.

appesa sotto al naso, in bilico fra su e giù, un’orribile caccola.

una caccola verde e grande come una pera matura.

pensò lei.

pensò anche che avrebbe vomitato se l’avesse vista cadere.

che sarebbe schizzata via dall’acqua alla velocità della luce, se solo l’avesse vista cadere.

che avrebbe urlato, se l’avesse vista cadere.

decise di non perderla di vista.

d’altronde non poteva neanche impedirselo.

ogni volta che comunque provava a pensare ad altro, a seguire l’insegnante e fare diligentemente gli esercizi, l’occhio cadeva inesorabilmente sulla mostruosa visione.

avrebbe dovuto trovare il coraggio di parlargli.

si ripeteva.

si ripeteva anche la frase perfetta, da bisbigliare sottovoce per non mettere nessuno in imbarazzo.

si immaginava avvicinarsi e bisbigliare all’orecchio del tipo qualcosa di estremamente diplomatico, una cosa come “guardi, deve uscire e soffiarsi il naso…”

guardi, deve uscire e soffiarsi il naso…guardi, deve uscire e soffiarsi il naso…guardi, deve uscire e soffiarsi il naso… si ripeteva.

ma il coraggio non arrivava.

a volte perdeva perfino il ritmo degli esercizi.

tutto quello che riusciva a fare era soltanto continuare a fissare quell’enorme, orribile caccola verde.

alla fine si decise: incapace di affrontare la cosa, fece qualche bracciata e sparì dalla visuale del tipo e della sua stalattite.

attese con ansia la fine della lezione e fuggì, intabarrata nell’accappatoio, sotto la doccia, cercando di dimenticare quel che aveva visto.

 

 

 

 

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la borsa del nuoto

la chiamavamo così, ioe mio fratello, il sacco di similplastica col quale andavamo in piscina da bambini, ci andavamo con marco, ribattezzato molti anni dopo “marbrist”.

la borsa del nuoto andava preparata, lo dice il nome stesso, prima di andare al corso di nuoto comunale che veniva fatto, a seconda dei turni, il martedì e il venerdì oppure il mercoledì e il sabato, dalle quattro alle cinque o dalle cinque alle sei.

preparare la borsa del nuoto era come scalare una montagna.

dal martedì al venerdì successivo, infatti, ogni elemento che andava nella borsa del nuoto andava ossessivamente ricercato, ritrovato, radunato e infilato in tempo per partire e non arrivare in ritardo, pena dover subire la gogna sociale dell’arrivare a bordo vasca mentre tutti avevano già iniziato “la ginnastica” i terribili quindici minuti di sofferenza e di vergogna abissale nei quali i sadici istruttori ci facevano dimenare in costume da bagno nell’aria calda della sala vasca.

le ciabatte, a portata di mano fino a qualche minuto prima e sparite d’un colpo, la cuffia, enterno misterioso frammento di tessuto che si mimetizzava perfettamente nel cassetto dei calzini, rimediare uno shampoo e quando era di lusso anche un balsamo per capelli, gli asciugamani e l’accappatoio e infine il maledetto costume olimpionico, blu e giallo, che mi dava una forma da giovane pinguina, la forma che da vecchia ho fieramente mantenuto.

ci ho pensato ieri, alla “borsa del nuoto”, alle urla di mia madre, quando tornando dalla piscina ci dimenticavamo di disfarla e tutto puzzava di morto dopo un giorno a macerare nella plastica, all’incubo “non ho le ciabatte non ho la cuffia, come faccio come faccio come faccio…”, agli occhialini tanto desiderati che non c’erano, nella borsa del nuoto da bambini.

ci ho pensato ieri perché ho una borsa del nuoto da grande adesso.

con dentro “lo shampoo e il balsamo della piscina” comprati in più affinché stiano sempre lì (perché, malefici genitori, non ci avete pensato trent’anni fa anche voi?) le infradito nere sempre accanto, il costume messo ad asciugare accanto alla cuffia e l’asciugamano accanto all’accappatoio.

ho preso le cose, le ho piegate e messe in borsa e sono andata.

sorridendo della titanica disperazione che suscitava la mia borsa del nuoto.

e pensando che un po’ mi piacerebbe, che mio fratello e marbrist tornassero una volta in piscina con me.

per sentire se ancora sa di cloro il vapore negli occhi, se la doccia è ancora sempre troppo fredda e se si riesce, con qualche trucco, a saltare la ginnastica.

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una bici gialla, da corsa

inizia oggi un’avventura della quale vi terrò informati.

dovete sapere che da tempo mi frulla nella testa l’idea di risistemare la vecchia bici gialla da corsa di mio nonno.

era LA bici di quando ero bambina, quella sulla quale lo vedevo arrivare nei posti più impensati, quella dalla quale scendeva puzzolente come una capra, con le maglie da ciclismo sobrie della sua gioventù, bianche e blu scure o nere, di lana, che gli si appiccicavano alla schiena e mi costringeva ad aiutarlo, quella con le gabbiette di cuoio per tenere fermi i piedi, che mi facevano paura e ammirazione in un colpo solo, la bici di mio nonno, insomma.

la bici sulla quale sfidava il prete di segromigno sullo stradone, per vedere chi arrivava prima, la bici delle braccia alzate, dei fiori nel cellophane e delle urla della mia nonna che non la poteva patire.

quando mio nonno morì la prese mio zio. è successo più di venti anni fa.

da qualche giorno ho provato a vedere come provare a richiedere almeno di provare a farci un giro.

ma ho aspettato troppo: le bici e la vita non stanno mai ferme.

“la bicicletta di nonno? sì, a dire il vero l’avevo portata dal biciclettaio di segromigno monte, ma poi ho avuto un po’ di problemi, me la sono dimenticata lì e dopo due anni ci sono tornato e l’aveva venduta…”

mi dice mio zio.

non riesco a crederci.

e adesso quindi ho deciso che la devo ritrovare.

prima tappa: il meccanico di segromigno in monte. saprà pure a chi l’ha venduta…

stay tuned. inizia la ricerca.

e se vedete passare una bici da corsa gialla… fatemi sapere!

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sulla tirannide inaspettata

esistono al mondo tanti tipi di tirannide, i popoli a volte se ne sono liberati con la violenza, a volte se ne sono assuefatti con la televisione, o condividendo puttanate su facebook.

esiste, fra le tante tirannidi, anche quella che stiamo subendo in casa nostra.

il piccolo principe fuggì da una rosa tiranna, noi abbiamo una gatta che non è da meno.

e si badi bene, non sto parlando di piccolodemonioneroFrida, no, sto parlando della mite e pacifica Priska, gatta tigrata, di nobile aspetto e di flemma invidiabile.

fu trovata sotto una pianta di rosmarino, a farneta, a forma di lisca di pesce (la gatta, non il rosmarino) mentre resisteva eroicamente ai bau bau del cane giallo, che non ne voleva certo sapere di un terzo gatto in casa sua.

fu trovata e fu anche subito amore.

secca lei, grassi noi, ci prendemmo al volo e lei fu la nostra gatta e noi i suoi umani.

il veterinario le fece di tutto per toglierle rogna, pulci, raffreddore e ogni altra schifezza che possa albergare in un gatto strapazzato e in pochi mesi fu la splendida, elegante gattona che tutti noi amiamo.

e anche lei ama noi.

si fa trovare alla porta quando entriamo in casa dopo una lunga giornata con le fusa accese (priska, non noi).

in casa sta sempre dove siamo noi, meglio se in un’unica stanza e meglio se vicini, in modo che lei possa stare con le zampe dietro su uno, con quelle davanti sull’altro, ci guardi compiaciuta e pensi “bada lì che begli umani che ho!”

quando non ci siamo si immalinconisce, guarda fuori dalla finestra e riconosce i nostri passi quando ci avviciniamo.

è forse tirannide questa?

sì, signori della giuria.

è la tirannide che una gatta fintamente tonta ha escogitato per tenerci in suo totale dominio.

se manchiamo qualche giorno, se gli amici entrano in casa nostra, portando con sé odori di altri gatti o animali che potrebbero distrarci dal suo affetto, per giorni priska fa la pipì nei posti dove fa più male.

stiamo vivendo ostaggio di una gatta.

che il veterinario ha diagnosticato “depressa”.

e si deprime perché noi non passiamo il 100% del tempo con lei.

e quando si deprime fa la pipì.

quando usciamo dobbiamo foderare la casa con teli di plastica tipo imbianchino, giriamo con in mano disinfettante e vaporella, non sappiamo mai cosa aspettarci ogni volta che torniamo da un viaggio.

prendersela con lei?

farci un vero “salame di felino” passandola al tritacarne?

la tentazione, ammettiamolo, è grande.

ma se la cosa fosse anche solo lontanamente immaginabile, dove sarebbe la tirannia?

la dura verità è che anche noi vogliamo bene a questa stronzissima gatta e non sappiamo più dove battere la testa.

la tirannide dell’affetto è la peggiore, perché senza soluzione alcuna.

come uscire dalla presa del Vero Amore?

come salvarsi dall’affetto incondizionato che per te prova una gatta?

(ma questo forse è valido anche per gli esseri umani…)

come uscire dal ricatto emotivo di chi sta male per “causa tua”, che sia un gatto piscione, un amico ossessivo, una nonna che ti vede a cena non abbastanza quanto desiderebbe?

come si convince un gatto a smettere di amarti così tanto?

basta anche meno…

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alla fiera

l’ho fatto, ci sono tornata, come ogni anno.

quando vivevo in germania cercavo ogni modo possibile per andare alla fiera, prendevo ferie, contavo su riunioni fiorentine vicine al fine settimana, confidavo nella provvidenza.

a volte mi riusciva, a volte no.

quando non mi riusciva scrivevo post smelensi pieni di nostalgia per gli imbonitori della fiera che vendevano il taglia ananas, il cencio che pulisce da solo, il levapelucchi, lo spremi agrumi e la bistecchiera che fa le bistecche magre.

quando mi riusciva compravo il taglia ananas, il cencio che pulisce da solo, il levapelucchi, lo spremi agrumi e la bistecchiera che fa le bistecche magre.

domenica mi sono moderata. complice la sgropponata in bicicletta e la presenza dei suoceri davanti ai quali cerco sempre di darmi un contegno (trucco finito qui, visto che la socera legge il blogghino, ossequiosi omaggi, signora socera!), non ho urlato come una scimmia davanti a qualsiasi venditore di ciarpame e non ho comprato ciottori vari, deludendo perfino le aspettative di HDC che già si vedeva a dovermi frenare.

il socero ha comprato frati per tutti (per i non di lucca: i frati sono come i bomboloni ma hanno un buco nel mezzo, a lucca si risparmia su tutto) boni, e io ho ricevuto in dono un detersivo superpulente.

alla fine non abbiamo resistito.

sull’imbrunire, le luci da gaypride delle giostre ci hanno attratto come le mosche il miele.

è stato bello vedere che ci sono certezze che durano tutta una vita: i cigni da acchiappare per il collo (qualcuno sa dove potrei procurarmene uno, per caso? lo bramo) per vincere pupazzoni che nessuno vince mai, gli aeroplanini che mi ricordavano tantissimo il disco spaziale di goldrake, e dove una volta con sonia ho vinto un giro gratis, l’ottovolante, la ruota panoramica e soprattutto i calcinculo.

i calcinculo sono la mia giostra preferita.

purtroppo non ho vinto, perché quella mezza sega di HDC che da grande vuole pure fare l’astronauta è diventato verde appena ha messo in moto e non mi ha spinto come avevamo concordato.

cercasi spingitore di calcinculo per la prossima puntata alle giostre.

 

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il fascino della sottiletta

non lo so come mi sia venuto in mente, ma venerdì sera, durante una veloce spesa alla ‘oppe, sono incappata in una confezione di ananas in scatola, che non prendevo in mano credo da almeno una trentina d’anni.

in un secondo sono tornata ai primi anni ottanta, o agli ultimi settanta, non saprei, e a quelle illustrazioni virate color caramello dei libri di cucina di quando ero piccola, quelli nei quali c’erano spesso una mamma e una bambina che cucinavano qualcosa di buono, neanche a dirlo che il bimbo maschio era contemplato, così come il babbo, solo in veste di assaggiatore.

nelle foto la tovaglia di cucina era di plastica cerata e rappresentava frutta colorata, il lampadario era un cerchio al neon e la torta rovesciata all’ananas stava in buona compagnia con profiterole, la zuppa inglese e lo zuccotto.

nelle pagine dei primi si trovavano i tortellini panna, prosciutto cotto e funghi, in quella dei secondi i peperoni ripieni di macinato con sopra la sottiletta.

è successo quando eravamo bambini, arrivarono i prodotti industriali insieme alle mamme che lavoravano, la simmenthal, le sottilette, l’ananas in scatola, i formaggini.

non era solo quello però.

era un mondo dove ancora si pranzava e si cenava con “primo, secondo e contorno” cosa che almeno in casa mia non accade da un paio di decenni.

era un mondo dove alle feste di compleanno c’era la torta all’ananas e il salame di cioccolato.

dove i grandi mangiavano, nelle sere importanti, i gamberi immersi nella salsa rosa e infilati nelle barchette di lattuga.

dove a natale c’era sempre un centrotavola di vetro con dentro sottoli e sottaceti, che mi faceva schifo solo a guardarlo.

dove il savoiardo aveva un posto nelle dispense.

dove i succhi di frutta avevano sul tappino le bandiere degli stati.

dove il ghiacciolo ti tingeva la lingua del colore che sceglievi, verde o rosa.

basta, sabato prossimo cena vintage a casa mia.

si accettano menu.

il tema è “ultimo dell’anno 1979-1980″.

qualcuno si ricorda che cosa mangiava in quegli anni?

 

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la padania non è la scozia

mentre si aspetta il risultato dello scrutinio ci terrei a chiarire una cosina.

la padania non è la scozia, non è la catalogna, non è il tibet, non è i paesi baschi  non è l’irlanda del nord, eccetera eccetera eccetera,.

nel referendum che sta terminando si affrontano secoli di storia, re e regine, battaglie e cultura, lingua e religione, e mille altri complessi fattori.

nelle pagliacciate di pontida ci sono vent’anni di scemenze, di dio po e radici cristiane, di roma ladrona e il trota, di territori inventati ad arte e i cui confini cambiano a seconda che il comizio si tenga a bergamo o a carrara.

la lega nord si inventò, esattamente come grillo, in un momento storico dove sapeva avrebbe raccolto dello scontento dei partiti tradizionali, dando alla gente quello che la gente voleva.

un capro espiatorio.

sei povero?

è colpa dei terroni.

dei negri.

degli zingari.

degli omosessuali.

degli islamici.

ha detto tutto e il contrario di tutto, è arrivata al potere per spartirsene i privilegi e si è accompagnata al peggiore dei corrotti, porta il nome del suo fondatore la legge più inumana che conosca, la bossi-fini.

l’autodeterminazione dei popoli, concetto che l’italia del risorgimento conosce molto bene, non c’entra con l’idea autoreferente, egoistica, piccolobottegaia delle “tasse al nord”, così come settecento anni di storia non hanno niente a che vedere con borghezio, le ronde padane, e le radici cristiane di lambrate.

 

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ideologie

“l’ideologia più ideologia del secolo: un’economia più sacra di una religione, più feroce di un esercito” (stefano benni, comici spaventati guerrieri)

10649942_10152704912558415_2970280941868478185_nquesta frase mi rimbomba nella testa da tempo, e due giorni fa, su repubblica, mi è capitato di leggere un articoletto sugli “errori degli economisti”, nel quale veniva sviluppata la frase nella foto.

mi ha colpito trovare questa frase su un quotidiano, ancorché progressista, perché una frase del genere, pronunciata da me, almeno un milione di volte, è sempre stata accusata dai suoi detrattori di “ideologia”.

diciamola tutta, l’ideologia in questione era il comunismo o il socialismo, e come tale io, che ne riportavo alcuni princìpi che a me suonano tuttora come di buon senso, venivo in qualche modo tacciata di “ideologica”.

era un modo semplice per chiudere la questione, ripetere un concetto ideologico voleva dire non avere basi “scientifiche” per dirlo e di conseguenza affermare qualcosa di infondato, dettato solo dalla cieca appartenenza partitica o comunque politica.

quello che non capivo allora e che mi ostino a non capire anche adesso, è come mai venissero considerate “ideologie” (nell’accezione negativa del termine) socialismo e comunismo mentre veniva considerata “dottrina economica” il capitalismo.

bene, adesso che il capitalismo ha creato, senza saperlo gestire, il mostro della crisi, le migrazioni dei disperati, le frontiere controllate con la ferocia di un muro di berlino, mi aspetto che qualcuno finalmente ci parli chiaramente: ideologia era il comunismo, ideologia è il capitalismo, ciechi sono stati i militanti di sinistra a cercare un mondo più giusto per tutti, ciechi sono stati gli ultra liberali a pensare che la mano invisibile del mercato potesse garantire a tutti pari opportunità.

forse è il momento, anche per il capitalismo, di fare i conti con la storia e con tutto quello che ha provocato, per poterci forse guardare in faccia, noi tutti, portatori di due idee di mondo diverse e vedere di fare qualcosa che serva a tutti veramente.

il fatto che il capitalismo sia il sistema economico rimasto in piedi nella storia non vuol per forza dire che sia quello più equo e più giusto per tutti, parliamone, una buona volta, senza trincerarsi dietro le solite ideologie.

 

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