lucca comics

iniziano ad arrivare tra noi un giorno o due prima.

li vedi perché parlano emiliano, veneto, pugliese, e hanno vent’anni, gli occhiali neri e grandi, il rossetto le ragazze, i pantaloni troppo grandi i ragazzi.

entrambi uno zaino, spesso reduce dai cinque anni di scuola superiore, che si riempirà ogni giorno di fumetti.

guardano i banchi degli alimentari e comprano il latte e il caffé per fare colazione il giorno dopo.

il centro storico di lucca è un posto quasi sempre disabitato.

ci abitiamo in neanche diecimila e gli alloggi vuoti potrebbero ospitarne più del doppio.

così la demografia lucchese si trasforma durante lucca comics.

diventiamo un’immenso cortile universitario dei primi anni, le strade si popolano di ragazzi vestiti da lupin III e ragazze vestite da lady oscar, o anche il contrario, perché no.

si mangia ramen istantaneo e chissà se a qualcuno torna in mente la polemica del buccellato anti kebab…

la città si popola in modo gentile, ieri sera, chiudendo le finestre, cinque persone parlavano sotto casa mia. le ho viste per caso, perché per non disturbare bisbigliavano: non mi era mai successo coi timorati lucchesi che urlano e pisciano a ogni angolo di strada una volta bevuta più birra di quanta ne possano reggere in nome di uno sballo che non è allegria, è solo vuoto casino.

oggi al ritorno dal lavoro mi mescolerò anche io, aspetterò in fila con tottoro, sorriderò guardando dart vader comprare un cono gelato, brinderò sulle mura insieme con creamy e il mago pancione.

buon lucca comics a tutti e grazie per colorare la mia città!

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ehm…

beh, non è che stamani ci sia molto da raccontare…

la giornata è stata noiosa quanto necessaria, al caldo, sotto il piumone, col gatto acceso e il latte a bollore.

la prospettiva di una giornata intera di riposo all’inizio spaventa, poi cattura.

verso le dieci ci si dice: “ok, appena sto meglio faccio una lavatrice, sistemo quelle due o tre cosette, leggo quel libro che vorrei finire da tempo, metto in ordine i vestiti che ieri ho lasciato esplosi in giro”.

e poi si sonnecchia, si trascina la giornata, si cazzeggia, si rimanda, e si risonnecchia, si acchiappa il gatto e si stragia di carezze e tutto rimane lì, e tu rimani in pigiama, coi capelli mal legati, gli occhiali sporchi non si sa di cosa.

e va bene così, è un giorno di riposo, e anche la noia è riposo, anche il pigiama con la patacca di caffellatte è riposo, anche raggiungere ottomila gradi nel letto è riposo.

domani si riparte, il lavoro, le riunioni, le corse, vedere gente, fare cose.

oggi vivo così, galleggiando in un surreale farniente che permetterà al naso e alla testa di riaprirsi, al tubo digerente di riacquistare la giusta polarità, al cervello di darsi una lavata.

domani torno nel mondo.

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a gasa malada

a gasa malada e gon un gran gerghio alla desda (vedere immagine: per gli occhi mi sto organizzando).

cerchio alla testail raffreddore, qualche linea di febbre e la notte insonne hanno avuto la meglio, mi sono riaddormentata verso le sei di mattina e quindi eccomi qua, in ritardo clamoroso sul blogghino delle sette.

a casa malata vuol anche dire:

1) con priska (gatto grigio) addosso, che uno pensa che un gatto sia caldo a bollore sempre, invece no, a volte i piedi dei gatti sono DIACCI marmati e te li piantano nelle costole.

2) con frida (gatto nero) che usa il letto come paracadute per i salti dall’armadio, atterrando sui miei stinchi.

3) con il mondo fuori che si anima e discorre, e mi pare di essere spia in un mondo non mio, sono le 10:28 di un giorno lavorativo e le commesse dei negozi chiacchierano, lavano la vetrina, salutano l’omino con l’ape del sudicio.

4) anche la casa non sembra casa mia, uno strano tipo, in tutona e ciabatte che sostiene di essere mio marito, abbrutito davanti a un computer prepara la conferenza di giovedì prossimo (intervenite numerosi, che ve lo dico a fare?) e sostiene che con un cappello in testa ragiona meglio. ci sono scene che una moglie non dovrebbe mai vedere.

la tentazione è quella di raggiungere priska sotto al piumone (ora mentre scrivo io sono nel letto come una persona normale, lei fa la ciambella sotto alle gambe, dà l’idea che ci si stia bene) e dormire fino a stasera, ma userò invece la tecnica di quando si torna da un viaggio aereo: resistere tutto il giorno fino a che non tramonta il sole.

quindi stasera andrò a letto alle sette.

zzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz

 

 

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eravamo in pena

un caro amico mi ha annunciato ieri via what’s up che papa francesco, il papa che tutto può (e nulla fa… mi ricorda sempre di più matteo renzi) ha “finalmente conciliato dio e darwin”.

io personalmente non ero in pena, però è divertente osservare come questo papa snoccioli ovvietà col piglio del rinnovatore e la gente ci caschi in continuazione.

da qualche secolo (non moltissimi in effetti) la chiesa ha smesso di perseguitare la scienza e gli scienziati, dedicandosi piuttosto alla politica e ai legislatori.

diciamo che il decennio 2000-2010 ha visto un rincrudire dello scontro “di civilità” grazie alla guerra aperta lanciata da ruini e ratzinger allo stato italiano, stato arresosi praticamente ancor prima di combattere, ma erano temi per così dire “politici”: la donna, la riproduzione, i gay e le famiglie (da notare che i preti sono uomini, non si riproducono e dovrebbero osservare la castitità, praticamente non fanno nulla di quello su cui pontificano) e lo stato italiano ci ha messo del suo con leggi vergognose o con ministri della pubblica istruzione che per essere più “realisti del re” hanno provato perfino a eliminare il caro vecchio charles dai libri di scuola.

ma che la chiesa cattolica avesse accettato l’evoluzionismo, questo era noto dai tempi di quando wojtyila andava a sciare con pertini e gli faceva mangiare gli “strangolapreti”.

quello che fa tenerezza, è la voglia che rimane, nei discorsi del papa e del resto dei cattolici, di mantenere l’uomo come “voluto”, “pensato”, in qualche modo predestinato a comparire.

come se la comparsa di una fra i miliardi di specie viventi, quella sola, fosse nel cuore del creatore dal momento del big bang.

questo è lo scoglio che la chiesa non riuscirà mai a superare.

l’introduzione non tanto di darwin e dell’evoluzione, che sono innegabili entrambi, ma dell’evoluzione avvenuta per caso e necessità, perché una specie comparsa per caso, come può avere un dio a sua immagine? e quando questa specie si estinguerà (estinguersi è la fine “naturale” di tutte le specie), a che sarà servita la venuta del salvatore? dovrà mandare un altro figlio? con le sembianze della specie “dominante” in quel momento? che penserà di se stessa di essere l’apice dell’evoluzione e del suo dio che l’ha pensata e voluta esattamente così com’è, con tre orecchie, cinque nasi e due dita?

quello che fa tenerezza, visto dagli occhi di una non credente, nei confronti dei credenti, è che si immaginano un dio dietro all’infinito universo e nell’infinito tempo, un dio onnipotente, che è “dietro” al caos originario, e questo dio come lo traducono?

nel figlio di una fra miliardi di specie, vissuta per pochi attimi rispetto alla vita dell’universo.

è come prendere il mare e pretendere di tenerlo in un cucchiaino.

 

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lucettina buodiulo

disclaimer: no, non ho voglia stamattina di commentare lepolde e piccoli piazzisti di promesse irrealizzate, stamattina il sole e gli uccellini hanno svegliato presto le gatte, che a catena hanno svegliato me, è lunedì e non ho voglia di guastarmi il fegato a inizio settimana.

stamattina vi racconterò di lucettina buodiulo.

dovete sapere che ogni giorno, in pausa pranzo, lucettina insieme a thelma fanno una passeggiatina per i campi intorno all’ufficio, fa prendere aria al cervello, muove un pochino le gambe intorpidite dalla scrivania e fa ammirare il panorama di montagna.

durante una di queste passeggiate, in una stradettina, lucettina ha visto brillare.

si è chinata e ha raccolto un braccialettino logoro, tutto rotto e calpestato.

lucettina non lascia mai niente che ha trovato, come sapete le sue tasche sono piene di tesori: un mattoncino della lego, un sasso, una castagna matta, una conchiglia, un soldatino, e mille altre luccicanti attrazioni.

così, anche il braccialettino è finito nelle tasche delle meraviglie.

sabato, per curiosità, lucettina ha suonato il campanello di una gioielleria di lucca.

“buongiorno, scusi, volevo sapere… questo braccialettino è per caso d’oro?”

“sì”

“ah”

“lo vuole rendere?”

“perché no…”

“fanno cento euro”

ha detto la commessa.

cento euro.

“centootto se compra qualcosa da noi”

ha precisato.

lucettina ha pensato a un braccialetto nuovo tutto per sé.

poi ha pensato a dieci libri tascabili feltrinelli, o anche dodici, ce ne verrebbero, si è detta.

poi ha pensato a un paio di jeans, una maglia nera con lo scollo a V nuova, e a una camicetta.

poi a una cena romantica sul mare.

l’elenco dei sogni di lucettina è stato interrotto dalla commessa che con un sorriso ha chiesto:

“ha deciso?”

“sì, grazie, prendo i cento euro”

e lucettina ha salutato, firmato, è uscita verso il paese dei balocchi.

una volta fuori l’elenco è continuato all’infinito.

tre bottiglie di champagne.

una borsa nuova (opzione scartata immediatamente).

scarpe col tacco.

cinquanta gelati con la panna.

duecento lapis con la gomma in cima.

un biglietto del treno per roma.

se uno ha fortuna, un biglietto aereo per parigi.

cento sacchetti di biglie da dieci, che fanno mille biglie, e che fanno morire dal ridere a immaginarsele tutte rotolanti davanti al gattonero.

così è scivolata la mattinata, immersa nei sogni di gloria paperon de paperona.

e anche ora, che deve andare al lavoro e affrontare una settimana pesante, lucettina si diverte a pensare a cosa ci può fare, con cento euro e un mattoncino rosso della lego.

 

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biodiversità

elenco rapido delle cose che piacciono a priska-gatto grigio

stare addosso a entrambi, contemporaneamente

uscire sul pianerottolo e strusciarsi per tutte le scale

salire in cima all’attaccapanni e guardare il mondo come dall’albero di una nave

il cibo per gatti umido della ‘oppe

quando entrambi siamo a casa

stare su una sedia e guardarci mentre si mangia

dormire sul termosifone acceso d’inverno

i gabbiani

stare in cima all’armadio della sala da pranzo se nessuno la vede

dormire sotto le coperte

qualsiasi tipo di scatola o sacchetto

fare le fusa la mattina a letto

la tazza calda del caffé di HDC appoggiata in testa

guardare lucettina che prepara una torta

quando margherita suona il pianoforte

correre alla porta quando arriva qualcuno

elenco rapido di cose che piacciono a frida-gatto nero

gli agguati

lo stendino dei panni pieno di asciugamani dietro ai quali nascondersi

la pallina nera col campanellino dentro

dormire sulla sedia di paglia

la scatola sopra l’armadio della camera da letto

mangiare il cibo per gatti umido di priska

HDC che legge un libro

HDC che lavora a un computer

stare sulla parte esterna del davanzale della finestra

guardare alla televisione programmi truculenti

i lapis con la gomma in cima

guardare HDC quando usa il trapano

bere

scavare buche immaginarie

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c’è sempre ruini su cui poter contare

a dire la verità pensavo si fosse dato alla sana vita da pensionato, portando il granturco ai piccioni insieme al suo amico josIph.

ma ieri mattina, svegliandomi con calma per andare al lavoro ho deciso di fare colazione al bar.

l’aria freschissima della mattinata spazzata dal vento, il cielo azzurro tinto del giallo dell’alba, la macchina parcheggiata vicino, un cappuccino caldo e una valdostana (lo so, fuori da lucca pensate sia una cotoletta fritta, non lo è, la valdostana è una cosa che a firenze chiamano “rustico”, dalle altre parti non lo so, sono due strati di sfoglia con dentro pomodoro, mozzarella e prosciutto cotto, rappresenta la mia colazione al bar da quando ho l’età della ragione. ma sto forse divagando? la vogliamo chiudere questa parentesi?).

gollum1mentre aspetto il cappuccino noto su un tavolino il corriere della sera.

lo apro e vedo subito lui, camillo ruini, qui raffigurato in una delle sue pose più amichevoli.

in una graziosa intervista, nel quale il giornalista pone domande veramente scomodissime, tipo “non ha provato neanche un po’ di remore a intervenire in modo diretto in un referendum della repubblica italiana?”

oppure “non le pare che negare nel 2014 i diritti delle persone omosessuali sia oltre che spregevole perfino fuori dalla storia?”

no, ci siete cascati, niente di tutto questo, ovviamente.

ma il prode camillo non ci delude lo stesso, tirando fuori la grinta a noi nota e le sue immortali parole piene di carità, amore e tolleranza.

ad esempio quando spiega che per lui, quel manfruito del papa novo, tutto pace e amore, può fare e dire quel che gli pare, ma i diritti CIVILI delle persone omosessuali non possono assolutamente essere concessi.

ho messo maiuscolo la parola CIVILI perché per il caro camillo, abituato a pretendere dallo stato italiano quello che PER LUI è giusto, non si pone neanche il problema della differenza fra religione e polis, fra credo religioso e stato, con buona pace di cavour e tutti quei comunisti dei suoi amici.

il caro camillo, l’uomo dietro la legge sulla fecondazione assistita più vergognosa d’europa, dietro al family day, dietro alle peggiori ingerenze della chiesa cattolica SpA nelle vicende italiane di sempre, ci ricorda che esistono valori che lui ama ancora definire “non negoziabili”: i suoi.

e anche adesso che il nuovo papa, per lo meno per marketing, pare abbandonare le visioni più apertamente medievaliste della chiesa, il buon camillo non cede e insiste sulle sue convinzioni.

va bene così, un camillo ruini ogni tanto serve a rassicurarmi sul fatto di aver fatto la scelta giusta a non voler avere nulla a che fare con una religione che a tutto pensa fuori che al bene comune.

(per chi, ieri mattina, non fosse stato con me al bar a fare colazione, la trovate anche sul sito del corriere, cliccare per leggere)

 

 

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semi

ho in borsa un piccolo boschetto.

me lo ha regalato mia zia, è arrivato quando il mio babbo si è avvicinato e con l’aria di chi ti consegna qualcosa di importante mi ha passato un sacchettino.

dentro c’erano dei semi di baobab e di tamarindo.

tutti sappiamo che i baobab sono alberi enormi.

ma prima stanno tutti dentro a un seme.

18e anche il tamarindo, dice wikipedia, è “massiccio, a crescita lenta, che in condizioni favorevoli può arrivare anche a trenta metri di altezza e più di sette metri di circonferenza.”

capite bene, fino a trenta metri. e sette di circonferenza.

e in borsa ne avrò almeno cinque o sei.

sei tamarindi e tre baobab.

tutti nella mia borsa.

è vero che nella mia borsa c’è un mondo tipo viaggio al centro della terra, ma sono particolarmente fiera del mio boschetto.

mi immagino, passeggiare, col naso all’insù, a gordermi le foglie e il fresco dei miei baobab, mescolati ai tamarindi, dove magari faranno il nido gli uccellini, dove magari si arrampicheranno i gatti, (e allora sarà meglio che gli uccellini imparino a volare alla svelta), dove potrei anche srotolare amache per chiacchierare con gli amici all’ombra dei baobab.

nel mio boschetto poi magari pianterei piante per i piani più bassi, cespugli di qualche tipo, corbezzoli, lamponi, erica, mi piace tanto l’erica.

chissà se vanno d’accordo l’erica e i baobab…

così diversi.

ogni tanto li prendo, li guardo e li riguardo, penso a dove e come far partire il bosco, penso ai vasi, scarpe troppo strette e prigioni casalinghe dove mi ostino a imprigionare piante, loro come me, senza un giardino.

ma un giorno avrò il mio bosco, uscirà dalla borsa, aprirà le ali verdi e grasse dei cotiledoni, si pianterà come un gabbiano che arriva sul bagnasciuga in un prato verde e metterà radici, i tronchi cresceranno verso il cielo e gli uccelli si fermeranno a riposare prima di arrivare in africa.

quel giorno stenderò le amache e ci metteremo a chiacchierare.

 

 

 

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apollo a bordo vasca

per la prima volta da quando vado in piscina è capitato un insegnante uomo.

non dovrebbe fare differenza, pensavo.

la fa.

sono entrata in acqua con qualche minuto di ritardo, mi sono guardata intorno e ho notato che:

1) i pochi sparuti uomini che spesso fanno ginnastica in piscina con me si erano eclissati.

2) le signore di una certa età erano improvvisamente ringiovanite come se stessero facendo acqua gym nell’acqua di lourdes.

3) HDC mi guardava come se stesse per venirmi a fare la pipì sui piedi.

il tipo, definirlo bello, sarebbe un peccato.

diciamo che era come farsi spiegare acqua gym da una statua greca in movimento.

rendo il concetto?

la platea femminile era, per così dire, conquistata.

citando il sommo poeta:

più d’un malato si stirò e moritte, più d’un ugello smisse di ‘antà,
più d’una donna pregna parturitte.

in acqua si liberavano tanti di quegli ormoni femminili che temevo che a HDC spuntassero le tette.

il poveretto non faceva neanche nulla per farsi notare, del resto che lo faceva a fare? era solo, a bordo piscina, a mostrare quali muscoli dovevamo contrarre… gambe, braccia, addominali…

io, per dire, dove ho gli addominali ci ho fatto un segno con la penna.

con un’insegnante femmina è più facile, ti immedesimi, anche se lei è un milione di volte più bella di te non fa nulla, o per lo meno lo noti ma non con dolore.

con un insegnante maschio e per di più piacente, è un casino, è un po’ come andare dal ginecologo e ti apre la porta dello studio che so, clint eastwood, perché dovrebbe fare la differenza con danny de vito? non lo so, ma la fa.

e così l’ora è passata in un lampo, con noialtre che si faceva le comari in un modo che avrebbe fatto inorridire almeno un paio di generazioni di femministe e il sadico che si inventava gli esercizi più assurdi per vedere se alla fine cozzavamo tutte le une contro le altre.

fra un esercizio e l’altro la cosa più ganza è stata guardare HDC che da lontano covava strane vendette degli uomini panciuti contro i marmisti, al fischio finale le signore davanti a me hanno invece attaccato bottone.

tutte conoscevano sua nonna.

 

 

 

 

 

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quando petra giunse a lucca (e anche ferruccio)

per anni ho girato il mondo con petra e ferruccio nelle orecchie.

sono stati la mia coperta quando dovevo capire come era fatta dresda.

sono stati il mio zaino dei ricordi sugli autobus di lussemburgo.

sono stati con me negli aeroporti, nei viaggi in india, in cina, in america, in turchia, nei paesini tedeschi dove piove sempre e in quelli portoghesi dove non piove mai, a parte quando c’ero io.

ho cantato a squarciagola in macchina le loro canzoni, confidando sui finestrini chiusi.

li ascoltavo se ero triste, se ero felice, se ero sola.

ero spesso sola.

e allora mettevo il cammello e il dromedario e ridevo.

li ascoltavo quando la domenica mattina il sole scaldava il legno del pavimento del salotto della casa della giraffa, quando sul balcone annaffiavo improbabili piante di avogado nate dal seme avanzato dal guacamole, quando nevicava forte e mi chiedevo se l’aeroporto potesse ancora funzionare per tornare a casa.

e venerdì sera, ero in terza fila, davanti a loro, illuminati dal palco e bellissimi.

una tigre lei.

un gatto lui.

esplosiva e folle lei.

filosofico e sornione lui.

come li ricordavo dall’ultima volta a perugia, tanti anni fa, troppi anni fa.

ferruccio, abbracciato a una trudy di legno che gli fa da contrabbasso, lei, che usa il microfono come se fosse un flauto.

hanno avuto il potere di riempirmi la testa, scacciando via il brutto della settimana, scacciando via tutto quanto non era musica, tutto quanto non era bello.

come fare il bagno in mare.

sono di nuovo a casa e fra le mani ho un disco nuovo, tutto adesso può ricominciare.

 

 

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