venerdì mattina

tutto mi pare più dolce, di venerdì mattina.

anche la ragazza che ascolta MTV alle sei e mezzo alla fine mi pare sopportabile, di venerdì mattina.

anche le zampe diacce di priska sulla schiena dieci minuti prima della sveglia.

anche il risveglio a metà, gli occhi cispiosi, la gola affilata come un coltello dalle sere troppo fresche per essere estate.

la settimana è stata lunga ma siamo in fondo, ho bisogno di godermi tutto quello che non è lavoro.

i progetti sono tanti, la bici, nuotare, vedere persone care, la notte bianca a lucca (sissignori, sappiate che a lucca domani è la notte bianca) il gatto nero, quello grigio (o rosa, come direbbe zeta), un giretto, leggere, cucinare, fare una torta, bere un bicchiere di buon vino, fare colazione e tutto il resto che possa venire in mente.

le vacanze mi hanno lasciato addosso la voglia di vivere, di non sprecare giorni preziosi che non tornano, di riempire i giorni liberi come si riempie la calza della befana, infilando qualcosa in ogni spazietto, piccino o grande che sia.

è venerdì mattina, ancora qualche ora al lavoro e poi la vita sarà di nuovo mia.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

sushi bar

il mio ristorante giappo-cinese preferito a lucca ha cambiato look.

all’inizio è come quando il fidanzato si taglia i capelli, entri e ti sfavi, perché possiamo essere le persone più progressiste del mondo, ma con i nostri affetti, con i ricordi, con i posti siamo tutti un po’ conservatori e speriamo sempre che i luoghi consueti non cambiato, che restino per sempre come ci fa star comodi.

adesso è sfavillante di luci, brillante di piastrelle e con un nastro trasportatore che fa un giro lunghissimo passando per tutti i tavolini.

il sushi è forse più buono di prima (e prima mi piaceva moltissimo) e il nastro mi ricorda un po’ tokyo, ma mi ci è voluto un po’ ad abituarmi.

scegliere da un menu è molto diverso dal vedersi passare sotto al naso ogni sorta di prelibatezza.

in quel modo, all’inizio, ti pare di non poter perdere neanche un’occasione.

cose che non avresti mai ordinato, te le ritrovi fra le mani solo perché “perché no”, e così i primi dieci minuti mangi il doppio del normale.

dopo un po’ fra le chiacchiere e l’abitudine ti permetti anche una pausa, mentre sashimi, sushi, zuppa di miso e maki ti scorrono senza tregua.

diventa un esercizio con se stessi, cercare di non farsi divorare dall’ingordigia.

nel frattempo i camerieri solerti ti passano a ritirare i piattini vuoti (non si paga a seconda del colore del piatto come avviene in alcuni posti, si paga a prezzo fisso) e questo non aiuta, perché non vedi quanta roba hai divorato.

mi chiedo se con questo metodo non ci sia più spreco di cibo e come calcolino le quantità giuste da mettere sul nastro.

confido nella proverbiale capacità dei cinesi di fare affari: non buttare cibo rientra nel ridurre le spese per un ristorante.

alla fine le solite due chiacchiere con la cassiera, il conto veloce e a casa.

non mi hanno dato il biscotto cinese della fortuna che mi davano sempre.

un po’ mi dispiace.

 

Pubblicato in Uncategorized | 2 commenti

una cena

adoro le fiere di beneficenza.

quelle dove si vincono oggetti assurdi, centrini, cavatappi quando va bene, calze da donna verde e viola quando va male, più spesso ancora carta igienica.

ma non so stare lontana.

i bigliettini arrotolati tenuti dall’anellino di pasta, le signore vizze, la bicicletta appesa come primo premio, il vaso di vetro dove ficcare la mano, mescolare e tirare su quello che rimane attaccato alle dita.

la scorsa settimana ho vinto una cena per due.

all’abetone.

e per fortuna, all’abetone, c’ ero già.

così, col prode HDC siamo andati, belli come il sole, a cena fuori dove non pensavo mi sarei mai fermata.

una serata bellissima.

il ristorante era in realtà il ristorante di un albergo, quindi eravamo gli unici “esterni” e aveva quell’aria di fasti passati, sopiti dal passare del tempo.

poltrone di legno e stoffa, moquette nel salone del camino (sì, c’era anche un salone col caminetto acceso) arredamento che mi ricordava il 1983.

gli avventori erano perfettamente coordinati al luogo.

carampane e consorti in doppio petto, si auguravano in sfacciato fiorentino che il giorno dopo fosse un tempo migliore, parlavano di medicine per la pressione, di amici comuni e di buona cucina.

la mia carampana preferita ha detto: “quando sento l’espressione salotto buono, non posso fare a meno di pensare a gualtiero”.

e da oggi in poi anche io farò così: gualtiero sarà sempre nei miei pensieri, ogni volta che entrerò nel salotto buono di qualcuno.

ps: la cena era squisita, non mangiavo l’osso buco dalla terza elementare.

Pubblicato in Uncategorized | 2 commenti

da jena a erfurt

un amico in vacanza in germania mi racconta di essere a jena.

poco dopo di essere a erfurt.

e io ricordo di aver fatto quella strada sui sedili posteriori di una trabant verde pisello.

sedili di peluche rosa, per la precisione.

ventidue anni fa, sempre per la precisione, ma non sottilizziamo.

quando ancora non sapevo che della germania, e in particolare della germania che stava una volta dall’altra parte, mi sarei perdutamente innamorata.

all’epoca la germania era diventata una sola nazione da pochissimo, i supermercati in turingia avevano ancora l’aspetto vuoto e in bianco e nero che poi la germania stessa ha dimenticato, la pasta era locale, di grano tenero e tremenda, collosa e immangiabile, sul tavolo da pranzo il succo di banana per accompagnare la carne in umido e la trabant era un mezzo ancora comune, specialmente fra i ragazzi giovani.

sembrano passati cento anni invece di venti, il tempo è volato, per me, per la turingia, per la sassonia, per jena, per erfurt, per dresda.

la mia amica bionda mi raccontava che quando cadde il muro una delle cose di cui si rese conto per prima fu l’arrivo di frutta esotica diversa dalle banane.

“di banane ce ne erano in grandi quantità, arrivavano da cuba, ma non avevo mai mangiato ananas in scatola. ne comprai una al supermercato, la mangiai da sola, nascosta in camera e nascosi il barattolo in fondo al sacchetto della spazzatura per non farmi scoprire dai miei”.

“perché, non volevano?”

“no, perché eravamo abituati che una cosa del genere si dovesse condividere fra tutti, era molto brutto mangiare una scatola di ananas tutta intera e tutta da sola!”

quando sono andata a vivere a dresda, di quella germania non restava quasi più nulla.

l’edificio della stasi trasformato in hotel di lusso.

hans juergen jaegermeister e i suoi racconti di quando era un ragazzino.

le trabant usate per il “trabisafari” in giro per la città.

i troedel (robivecchi) traboccanti di tutto quello che la gente aveva buttato via, quando oltre alle scatole di ananas arrivò anche il consumismo sfrenato.

credo che nessuno rimpianga la DDR, ma alcuni suoi semplici modi di vivere, forse andrebbero recuperati e sperimentati, non la DDR dei grigi e violenti burocrati, la DDR delle persone che dentro la DDR vivevano, sognavano e guidavano trabant verdi su autostrade traballanti.

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , , , , , | 7 commenti

due gatti (e uno poco più in là)

al tramonto di una giornata estiva li trovo che sonnecchiano sul selciato, lui enorme, rosso, dal disegno perfetto e dalla calma serenità.

lei tigrata, paurosa di tutto, tiene d’occhio ogni cosa come se fosse un pericolo e sgrana gli occhi fatti di biglie di vetro.

lo stesso mondo, due occhi diversi.

per il gattorosso il cortile è un posto sereno, fatto di complimenti dei passanti, di cibo delle gattare, di cestini di biciclette dove dormire, di posti ombrosi quando fa caldo e angoli al sole quando fa freddo.

per la tigrata il cortile è un potenziale di pericoli non colti, non capiti, solo temuti.

poco lontano nasolungo, il nobile decaduto fratello di gattorosso, si lecca la coda con aria bohémienne, secco e spesso ammalato, assomiglia a quei nobili ottocenteschi che frequentavano sanatori e guardavano il mondo col distacco di chi non desiderava prenderne parte.

il cielo si fa di un azzurro intenso, mentre la torre delle ore proietta l’ombra sul muro di casa facendo tramontare il sole solo in sala da pranzo.

la gatta scappa, il gattorosso si mette in posa, come ha imparato a fare quando passano i turisti.

2014-08-17 19.57.56

Pubblicato in Uncategorized | 1 commento

utensili e parole

il bello della germania è che hanno un utensile per ogni cosa e una parola per ogni utensile.

in effetti loro barano, perché la parola che definisce l’utensile è solo l’unione delle parole che noi metteremmo in una frase, diciamo che hanno portato agli estremi il concetto di parola composta, come noi diciamo “attaccapanni” o “reggiseno” loro possono dire che so, “getränkegroßhandlung” (commercio all’ingrosso di bibite) o “arbeitslosigkeit” (disoccupazione) che può diventare “jugendarbeitslosigkeit” (disoccupazione giovanile) e via giocando.

così funziona per i miei amatissimi utensili da cucina. c’è il Melonenausstecher (svuota melone), il Pizzaschneider (rotella della pizza), l’ Austernbrecher (apri ostriche), il Muskatreibe (grattugia per noce moscata), l’Apfelausstecher (il coso che leva il torsolo dalla mela), il Kartoffelstampfer (meraviglioso spiaccica-patate), e mille altri cosi, tutti naturalmente “spülmaschinengeeignet” cioè lavabili in lavastoviglie.

l’obiettivo di questo viaggio era anche procurarmi un coso che leva i noccioli dalle ciliegie.

(o dalle Ulive, naturalmente, in germania immagino saranno due diversi ma io contavo di fare da bosco e da riviera).

avvicino una commessa e con timidezza mi lancio nella descrizione dell’amato utensile.

“ehm, buongiorno, cercavo un coso che serve per togliere il nocciolo dal dentro delle ciliegie”.

“uno svuotaciliegie?”

“esatto”.

“non è stagione”.

“come?”

“non è stagione”

mi hanno detto proprio così.

“ora è la stagione delle prugne, infatti abbiamo lo snocciolaprugne”.

WM-4010_01

io li amo i tedeschi.

(poi mi spiegheranno come mai avevano l’affettamango, quando diavolo è la stagione del mango in germania?)

 

 

 

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , , , | 4 commenti

outing

al supermercato HDC fa drammaticamente outing. prende fiato e dichiara con aria grave:

“senti, te lo devo dì? a me piace il caffé tedesco!”

“ognuno ha le sue perversioni”

sospiro.

e decidiamo di comprare il caffé, i filtri e l’imbutone.

un passo mai fatto in tre anni di germania, si compie così, come se niente fosse, in un rewe del centro di monaco di baviera.

imbuto e filtri ok, è facile, uno è di plastica, quegli altri di carta, non c’è molto da capire.

ma quando  si arriva a scegliere la marca di caffé… inizia il mistero.

si guarda, si leggono le marche, si analizzano i colori, ma non ci sono molti punti di riferimento noti, che so, qualche frase che ci induca in tentazione, tipo “vesto vì è bono, fidatevi” o “mmm, ecco, vesto vì è meglio ancora!”

no, sono tutti anonimi, simili, a prima (mia) vista, tutti classificabili come imbevibili.

una signora ci passa accanto, decidiamo di fermarla.

“skuzi zignora autoktona, lei qvale marka ti kaffé befe?”

sfoggiando quel che resta del mio perfetto sassone.

“io, kara straGnera ke fa tomante perZonali in züpermarket, pefo zolo eZpresso, Illy, per precizione. qvuello tetesko fa kakaren.”

e ride divertita.

“mi tia retta! kompri kaffé italiano!!!”

con HDC aspettiamo che si allontani per agguantare di nascosto un jacobs a caso, e infilarlo nel carrello.

un’altra cosa che cerco sempre in un supermercato tedesco sono i coltellini da frutta, è un po’ come le coppette, ne abbiamo per un esercito, ma si vede che occupano poco posto o che HDC non se ne è ancora accorto.

mentre guardo fra i vari coltelli, HDC si ferma incuriosito nel reparto della carta igienica.

(non me lo chiedete, come mai lo incuriosisce la carta igienica, beve caffé tedesco, può avere qualsiasi perversione a questo punto).

mentre ha in mano un pacco marca “lucart” (fatta a lucca-nota di lucettina) passa la stessa signora di prima, indica una marca diversa e gli fa: “ach, no, qvuesta teteska è miGliore!”

a ognuno il suo.

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , | 4 commenti

vecchi amori, il kohlrabi

cavolo-rapa

era al supermercato, anche se non credevo fosse stagione, il disco volante con le orecchie.

il kohlrabi ha le foglie di un cavolo e la palla del ravanello, e mi fa ridere da morire, perché spuntano sempre le orecchie dalla borsa, quando si compra.

e dare un morso al kohlrabi mi ha riportato alla scrivania bianca davanti a hans jurgen jaegermeister II, dietro al mio ficus beniamino, con frau patata in agguato alla porta e frau magò che poteva chiamarmi da un momento all’altro.

ho risentito il vento in bicicletta sopra i ponti di dresda e il rumore ovattato del trammino giallo.

il terribile pavé, il cielo lavato e teso di celeste, il cavaliere d’oro che brilla come appena costruito.

con in mano il kohlrabi ho rivisto le terribili pettinature delle frau, le camicione a righe e tropicali portate sopra a pantaloni tagliati alle caviglie e sandali intonati coi calzini.

ho sentito il profumo del ristorante indiano di alaustrasse e ho giocato con la schiuma della radeberger.

ho progettato marmellate di sambuco (holundergelee) e kartoffelnsalad.

la germania è un posto strano, del quale ci si può innamorare tenendo un kohlrabi per le orecchie.

 

Pubblicato in Uncategorized | Contrassegnato , , | Lascia un commento

Regensburg e l’angelo che sorride

Non ho potuto fargli una foto, ma se mettete su google immagini “regensburg lachende engel” (in italiano ho provato ma non si trova nulla) vedrete un angelo medievale sorridente e riccioluto.

L’angelo in questione si trova nel duomo, non lontano dall’altare, a testimoniare che perfino i tedeschi, e perfino i tedeschi cattolici come quelli bavaresi, amano i sorrisi. Incredibile ma  vero.

Sulla minuscola guida ho letto che l’angelo sorride per mostrare la benevolenza di dio e che si tratta dell’angelo gabriele, nell’atto di dire a maria di non temere.

Potrebbe anche essere che sorrida di quel che vede, tedeschi color pesca in sandali, calzini e bermuda, italiani caciaroni (come mai ci si deve sempre vergognare in germania perché si sentono gli italiani schiamazzare come oche?) francesi col naso all’insù.
Potrebbe anche essere che sorrida dei tanti passanti che si inchinano da millenni davanti a coloro che chiamano madre, padre, fratello e che invece trattano e adorano da signore onnipotente, come uno zeus, un apollo e una venere qualsiasi.

Non temere, dice l’angelo sorridente.

E tutti, sotto, a pregare e ad accendere candele.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

pensieri a rosenheim

Io a rosenheim c’ero già stata, fra l’altro.
Feci da queste parti la mia ultima trasferta come “lavoratrice tedesca”prima di essere trasferita in italia.
Mi piacque, la piccola città dai muri di glassa di zucchero (le cittadine tedesche sembrano spesso uscite da una pasticceria americana) e con la chiesa che ospitava un quadro dal nome conosciuto: “due pellegrini in visita al volto santo di lucca”.
trovammo la chiesa chiusa quella sera, ci tornerò stamani, curiosa come sono, torno sempre dove trovo una porta chiusa, per vedere se magari prima o poi si apre.
ero con yannick, il prode collega francese compagno di mille viaggi, la strana coppia in black che ha girato il mondo.
adesso sono passata da rosenheim in un giorno di vacanza, prima di arrivare a dresda, e gli occhi sono diversi.
passeggio, vago, ciabatto allegra i sandali sul marciapiede.
nelle vetrine dei negozi vestiti bavaresi, panchine di legno con enormi vecchi color pastello che bevono birra,
la luna, sopra la piazzetta.
rosenheim, insomma.

Pubblicato in Uncategorized | 1 commento