Vento

Da quando sono arrivata a napoli tira vento.
Tira vento in via Roma, fra le catene di negozi omologate che  intervallano vicoli strettissimi.
Tira vento sul lungo mare di mergellina, portando verso le nuvole le chiacchiere e le risate di tre donne a zonzo felici.
Tira vento a via medina, fra la fontana e la questura.
Tira vento fuori dal  ristorante, dove ho mangiato paccheri ai frutti di mare.
(Ho mangiato paccheri ai frutti di mare quattro sere su quattro, posso fare la guida michelin dei paccheri, ma questa è un’altra storia).
Tira vento fra i capelli e la camicia troppo leggera.
Tira vento sul mare e sbatacchia le onde sugli scogli e profuma d’estate.
Tira vento fra i fiori della siepe di gelsomino, già fiorita, prima della classe dell’estate.
Tira vento e lo seguo per tornare a casa a Lucca, dove mi dicono che pioverà, forse senza più vento.

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proviamo

(prima di scrivere qualsiasi cosa, anche io vorrei mandare un pensiero a don gallo, ovunque esso sia, per salutarlo scelgo una delle mie canzoni preferite, che sospetto fosse anche una delle sue)

sono a napoli da tre giorni.

a napoli vero, centro cittadino, finestra davanti al maschio angioino, mare e cielo blu (anche se spesso piove).

e sono tre giorni che provo a cercare di capire come tornare su un argomento che l’ultima volta ha generato un vespaio ma sul quale sento che è giusto tornare, sul quale voglio tornare, sul quale desidero tornare.

per cui, cercando di fare il possibile per non essere fraintesa, proverò a dire quello che ho da dire.

la prima cosa che vorrei dire è un paragone.

immaginate una persona a cui volete bene, molto bene. una persona di cui vi importa. immaginate che sia bella, una figura elegante, che ammirate da quando eravate bambini. tipo un fratello più grande, o un cugino o uno zio che arriva in motocicletta e vi fa sognare che da grandi diventerete come lui.

immaginate di incontrare questa persona un giorno in centro, che passeggia distrattamente per la città, con le dita nel naso, i pantaloni sporchi al sedere, i denti gialli e i capelli sporchi di mesi.

non provereste a dirle qualcosa? a chiederle che cosa sta succedendo, come ha fatto a ridursi così?

è quello che provo qui a napoli, da tre giorni.

ho davanti agli occhi una realtà desolante, di mucchi di spazzatura (e i miei amici mi dicono che in confronto a “prima” quasi questa non si nota), di case scrostate, di strade sconvolte e di motorini contromano, di illegalità diffusa, nel piccolo e nel grande, dal vecchietto che vende finti rayban davanti alla questura a me che come una cretina stringo la borsa addosso quando cammino per strada.

e lo so che a copenhagen mi hanno rubato il telefono.

ma copenhagen, per qualche motivo che ancora non mi è chiaro, non è la persona che vi ho chiesto di immaginare, copenhagen non è “casa mia”, napoli invece sì, napoli è casa mia, l’italia è  casa mia, quello che succede qui mi riguarda come mi riguarda incontrare quella persona con i denti sporchi invece che un’altra che non conosco, che magari ha i denti ancora più sporchi, ma di lei “non mi importa” quanto dell’altra.

io non so se riesco a spiegarmi, vorrei che fosse chiaro.

vedere napoli mi fa male, mi fa male al cuore, perchè di napoli mi importa.

perchè la sogno diversa e migliore, perchè so che potrebbe esserlo se solo si amasse un po’ di più.

perché ho visto in india maggiore povertà e maggiore sporcizia di quella che vedo qui, e “maggiore” è un eufemismo.

ma non ho mai visto questa amara disperazione che mi ammazza l’anima.

 

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viaggiare

viaggiare è cambiare strada, viaggiare è cambiare idea, viaggiare è farsene una ogni volta diversa e ogni volta uguale.

viaggiare è vedere la stessa città con occhi nuovi, passeggiare per una strada vuota davanti al mare, chiedendosi cosa ci sarà dopo la curva, perché non siamo mai stati lì.

viaggiare è guardare fuori dalla finestra un panorama fatto di luci e di macchine e di persone che non sono le tue, anche se le macchine sono macchine quasi dappertutto e quasi dappertutto le luci sono luci.

viaggiare è vedere cattedrali, piazze, palazzi, entrare di sguincio dentro a un teatro, solo perché da fuori senti qualche nota di rigoletto che ti chiama e ti obbliga a ficcare il naso fra stucchi dorati e lampadari brillanti d’oro pacchiano.

viaggiare è entrare in una libreria solo per avere la certezza che anche lì, ci sono dei libri e che quindi si può sopravvivere.

viaggiare è assaggiare vino nuovo e buon cibo.

viaggiare è parlare con gli altri, imparare quanto si possa essere diversi e simili, viaggiare è amare un sassolino solo perché è un pezzo di casa e te lo ritrovi per le mani mentre attraversi la strada con le dita ficcate in tasca.

viaggiare è amare.

fondamentalmente.

 

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il gatto dai denti splendenti

il gattonero sta studiando da essere umano.

credo che si consideri un po’ l’etologo di casa, tiene un taccuino dove segna le nostre abitudini, dove racconta le sue osservazioni e dove annota le impressioni che gli facciamo.

presto lo renderà pubblico su questo blogghino, per la gioia vostra e soprattutto per l’ego suo, smisurato come solo l’ego di un gattonero può essere.

per ora vi racconto io, però, una cosa sul gatto nero.

il gatto nero ha imparato che di notte può andare a curiosare nelle cose degli umani, annusarle, toccarle, ciancicarle, senza essere scoperto.

e quindi lo fa, con spudoratezza felina.

stanotte mi sono alzata perché sentivo un rumore strano in sala.

contro il parquet sbatacchiava un oggetto che non era la solita pallina, non era neanche una penna, come a volte succede, oppure un mio orecchino, perché fa anche questo, signore e signori della giuria, il gattonero si prova i miei orecchini.

no.

niente di simile.

il gattonero era salito nottetempo sul lavandino.

aveva delicatamente preso fra i denti UNO SPAZZOLINO e lo aveva sfilato dal barattolo senza far cadere niente di niente.

poi era sceso, forse con lo spazzolino in bocca, forse cercando il dentifricio.

una volta arrivato a terra però la sua natura di gattaccionfingardo aveva ripreso il sopravvento e aveva fatto sì che il gatto iniziasse a giocare come il gatto col topo ma con il mio spazzolino.

quando HDC ed io ci siamo alzati, vinti dalla curiosità, il sorriso del gattonero brillava nel buio della notte ed io avevo bisogno di uno spazzolino nuovo.

ditemi voi.

quale sarà la prossima mossa del gattonero?

nel dubbio la notte stiamo iniziando a chiudere la manopola generale del gas.

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pezzi

domenica trascorsa a mettere ordine nel passato.

sono passati tre anni dal trasloco e ci sono ancora scatole, posti, anfratti di ricordi nei quali non ho messo ordine.

il pomeriggio è stato quindi dedicato a capire con che criterio sistemare alcune cose che, come una chiocciola, mi ero portata dietro da lucca a lussemburgo, da lussemburgo a dresda e da dresda di nuovo a lucca.

appunti di lavoro, biglietti da visita di aziende ispezionate, biglietti di musei visti in un giorno di pioggia, cartoline da parigi, cartoline da barcellona, cartoline da berlino.

vecchie foto, vecchi sassi, vecchie biglie di vetro tenute in tasca per un po’, vecchie canzoni di natale attaccate al muro di casa, vecchie ricette fatte qualche volta in una cucina che non era questa, vecchi nastri per regali, vecchie carte del metro, vecchi sogni e vecchie arrabbiature, vecchi amici e nemici dimenticati.

la polvere mi anneriva le mani e disturbava il tatto che mi volevo riservare per le cose importanti, il libro sulla vita di eugenio curiel comprato a lussemburgo, o la foto che frau orsakkiottonen mi ha mandato per ricordarmi di lei, le mucche antistress che un’azienda di chicago mi aveva regalato, una pubblicità di un giornale buffo di tokyo, uno scontrino di un ristorante indiano, un biglietto aereo per monaco di baviera, spesso tappa di metà strada “verso casa” ovunque “casa” volesse dire.

e così mi sono accoccolata nei ricordi bellissimi degli ultimi anni, tenendomeli vicini e ordinandoli con cura negli scaffali in mezzo ai libri.

ho ripensato agli aerei presi al volo, agli aeroporti nei quali sono stata felice di arrivare e triste di ripartire.

ho rivisto la mia vita recente.

e mi è piaciuto tanto.

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L’uomo con le palle in mano

Passaggio a livello. Chiuso. Io e thelma ferme in macchina.

Chi sia thelma ve lo dico dopo, per ora ascoltate la storia dell’uomo con le palle in mano.

L’uomo con le palle in mano parla al cellulare fuori dalla palestra.

….

visto che queste tre righe pubblicate per sbaglio hanno suscitato ieri tanto apprezzamento, le lascio qui e ricomincio, come alle elementari, a pagina nuova, qui sotto.

io non conosco ovviamente l’uomo dalle palle in mano, ma thelma sì. perché thelma abita nel quartiere e già una volta si era fermata al passaggio a livello e l’uomo con le palle in mano era al telefono e palleggiava. e così decidiamo di contarle.

“sì, ciao, sono io, tutto bene?”

plin! (uno)

mentre parla flette la gamba muscolosa fasciata dai pantaloni da palestra tagliati sotto al ginocchio e così aderenti da semprare pitturati. la poggia con eleganza discutibile sopra a un paracarro, in modo da avere più aria fra lì e là, come diceva la mi’nonna.

“e poi gli ho detto che non può mica fare così!”

“plin!” (due).

“no, infatti!”

“plin!” (tre) ….

da brave femmine curiose ci viene da porci delle domande, mentre con le lacrime agli occhi guardiamo fra martino campanaro din don dan.

“avrà i pantaloni scomodi?”

“perché se li mette se sono scomodi?”

“sono i soliti della volta prima”

commenta thelma alla quale non sfugge mai nulla.

“e se sono scomodi, perché scampana sul marciapiede davanti a una fila di auto ferme?”

intanto lui continua la telefonata e il massaggio, il passaggio a livello riapre e a me vengono in mente le varie categorie di uomini con le palle in mano (farò una richerchina ma mi pare pure di averne già parlato qua sopra), dal meccanico che scampana e poi sentenzia “c’è da cambiare il radiatore” all’elettricista che prima scampana, poi alza lo sguardo al cielo, poi sospira e sai che sarà una cosa lunga, all’avvocato che prima scampana e poi ti da la mano.

uomini! rivelateci il vostro segreto! sono le cuciture? la stoffa dei pantaloni? l’amore per la simmetria? cosa dondolano, esattamente, i dondolatori?

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buon viaggio

piccolo e blu, neanche tanto comodo, era la casa del drago e della rana verde.

l’avevo comprato per partire, all’ikea di sesto fiorentino, doveva venire a liussembiurghio, dove la casa era piccina piccina, dove non sapevo che cosa avrei trovato e dove mi volevo portare qualcosa che avevo scelto io.

così, col trasloco, insieme a una lavatrice, un congelatore piccolino, un billy verde e una bicicletta arrivò anche lui, il divanetto blu, che se lo aprivi diventava un letto, scomodissimo ma un letto.

a liussembiurghio entrava perfettamente nella microcasa di boulevard de la pétrusse.

aveva davanti un tavolino rosso, anche lui ikea, sopra al quale un computer perennemente acceso faceva da cordone ombelicale col mondo, con questo blogghino, con l’italia, con skype e con gmail.

sopra al divano arrivarono presto il drago e la rana, che si trovarono subito a loro agio.

poi il vento portò me e il divano in germania, e ci mettemmo tutti e due nella casa della giraffa, che però era grande, per un divano così piccino, e così fu raggiunto da un altro divano rosso e due sedie blu, montate una domenica mattina di sole ascoltando uomini e profeti.

e poi il vento mi ha riportato qui, in una casa ancora diversa, ancora più grande, e il divanino aveva perso il suo ruolo centrale, il suo posto in mezzo agli uomini.

e così ora vive in un’altra casa, nella casa di un’amica che parte anche lei per un lungo viaggio, il viaggio di una casa comprata con la fierezza di poter dire “tutta da sola”.

una casa che sta per partire e che presto si riempirà di amici, di fiori, di cene, di bicchieri di vino e di candele accese.

e allora spero che il divanino blu porti a Nora la felicità che ha dato a me, in giro per il mondo, spero che si apra spesso per accogliere a dormire chi si accontenta di un divano scomodo pur di stare in compagnia e che, come nella foto sotto, possa assistere a delle splendide serate di salsa sudamericana.

buona vita bella mia, e buon viaggio.

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profumi

serata lucchese, davanti al computer, scrivo cose serissime e compite.

dalla finestra aperta entra un soffio di dolce profumo di acacia.

resisto.

di nuovo arriva, stavolta insieme a qualche filo d’erba tagliato e a qualche pelo di pioppo scaldato dal sole.

guardo fuori.

ci sono le rondini che volano come matte, un arancio che è quasi fiorito, due api che si rincorrono e sbattono nel vetro delle finestre.

e allora divento ape anche io, esco dallo spiffero della finestra aperta, rasento il muro della facciata, un po’ sbriciolato dal tempo e dalle piogge troppo abbondanti di questo inverno, scampo ai piccioni che montano la guardia sulla canala e plano verso la strada grigia, piena di bimbi impataccati di gelato, di palloni calciati e di genitori spettinati.

raggiungo la mia vecchia scuola delle elementari, dove la mia maestra sta riconsegnando i quaderni finiti durante l’anno scolastico, rito di chiusura ufficiale dell’anno atteso da tutti noi quanto la messa di natale.

passo sotto ai tigli del giardino, sono quasi fioriti, fra pochi giorni il loro odore vincerà sulle acacie, anche se per adesso possono solo avanzare timidamente qualche piccola zaffata di profumo ancora acerbo.

il ghiaino infido brilla di bianco lungo la strada di farneta, trovarselo nelle ginocchia era un volo, e poi toccava l’acqua ossigenata, che impappava il sangue e la terra della ferita in una schiuma di bolle che pizzicava da morire e maledivi il ghiaino puntuto rimesso puntualmente ogni anno per farti cadere dalla bici.

e poi, da un fiore all’altro, eccomi di nuovo sulla via di lucca, verso casa, verso la finestra socchiusa e verso i gatti che mi guardano con le vibrisse accese.

entro di nuovo dallo spiffero di vetro, finisco sul divano, di nuovo davanti al computer.

viva la primavera.

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gubbio

gubbio è rosa e grigio e verde.

ha strade che salgono e che scendono, una san francisco medievale con i fiori alle finestre e il profumo di buon cibo che esce dalle casa.

ha il panorama, gubbio, che il panorama è fatto da quello che gubbio non è, ma è da gubbio che si vede, sulla terrazza del palazzo comunale, che a gubbio è più importante, molto più importante della cattedrale, nascosta in cima a una stradina laterale.

a gubbio c’è il lupo, e san francesco, che si danno la mano.

e la fontana per la patente da matto, che si prende se ci si bagna e si corre intorno tre volte.

a gubbio un vecchio, dalla testa di tartaruga e dagli occhi liquidi mi ha spiegato che i ceri non sono di cera e che la gara la vince sì sant’ubaldo, ma che poi, chi ha vinto davvero “si vede dopo”, mentre con la mano chiusa a pugno sullo sterno si dava il coraggio dei timidi dandosi piccoli colpetti là dove la voce usciva più flebile.

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dialogo sul relativo

(dialogo mattutino fra lucettina e il su’marito)

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“bella la foto che hai messo su facebook”.

“sì,  è la terra, con accanto la luna, vista dall’orbita di mercurio”.

“è bello pensare che anche noi brilliamo come tutti gli altri”.

“eh già”.

“senti, ma noi brilliamo perché ci illumina il sole, giusto?”

“giusto”.

“quindi, un osservatore abbastanza vicino potrebbe vedere le fasi della terra…”

“esatto, come noi vediamo quelle della luna, di mercurio e di venere, ogni pianeta relativamente esterno vede quelli più interni con le fasi”.

“cavolo… non ci avevo mai pensato. ti immagini un romanzo ambientato in una notte di terra piena?”

“eh sì… e poi dovrebbero esserci poeti per cantare la bellezza dei quarti di terra…”

“ma secondo te quanto bisogna avvicinarsi per vedere la nostra elegantissima sfumatura azzurra?”

“non saprei… ma non credo tanto, considera che riusciamo a vedere il rosso di marte da qui…”

“a te piace vivere sulla terra?”

“mah, direi tutto sommato sì!”

“senti una cosa, ma secondo te, se ci sono pianeti abitati lontanissimi, e il buondìo ha mandato il su’figliolo solo qui, loro non lo sanno oppure c’è un salvatore per ogni pianeta?”

“è una buona domanda, che vale anche per la terra. i maya, gli antichi egizi, l’antichissima cina, o anche, perché no, i neandertaliani, è come se da questo punto di vista avessero vissuto su un altro pianeta,  chi crede pensa che il salvatore salvi anche “indietro nel tempo” come un punto nella storia che si irradia sia davanti che dietro di sé.”

“non torna però. perché far nascere una persona 2000 anni fa quando il genere umano esiste da centinaia di migliaia di anni? perché proprio in palestina  e venti secoli fa? tutto il resto? non poteva mandarne uno nel paleolitico e festa finita?”

“buona domanda, non lo so.”

 

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