Kohlrabi

L’ho trovato dal verduraio e mi sono commossa.

In questo periodo dell’anno mi viene sempre la Sehnsucht, mi struggo davanti al meteo di Dresda e di Berlino, aspetto di vedere quando cadrà la prima neve, frugo fra le foto dei miei contatti fb per vedere qualche luce di Weihnachsmarkt (ciao Giulia!), per sentire profumo di Gluehwein, per sentire il freddo nel naso e sulle guance.

Ma qui siamo molto, molto, molto lontani.

Così quando l’ho visto, spelacchiato e non esattamente perfetto, un po’ bistondo e sgraziato, l’ho preso per le orecchie, come facevo sempre e l’ho messo nel sacchetto.

Un kohlrabi, un cavolo rapa, come viene tradotto fedelmente, (a me piaceva di più disco volante dell’est, ma die Ostfliegendescheibe non avrebbe avuto molto successo, come nome).

Il kohlrabi si cattura dalle orecchie, si sbuccia, si fa a spicchi e si mangia crudo (ma non solo) magari a colazione, insieme a un mandarino e a un BIUSTE bevendo tremendissimo caffè in tazza olimpionica.

Il kohlrabi sa di gambo di cavolo, ma è buono, e in più è divertente la storia delle orecchie, e in più sa di casa lontana, sa di giraffa, sa di gioventù, sa di un tempo lontano che odora di Zimt, Nelke e di trammino giallo.

Un tempo che non ritornerà, ma il suo fatto che sia esistito è sufficiente a farmelo godere ancora oggi dopo tanti anni.

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