Il tallone di Achille

Il mio piccolo bimbo è molte cose.

Sceneggiatore brillante, cazzaro di professione, robustissimo lettore, attore in erba, d’estate potatore di siepi, tagliatore di rami, cacciatore di conchiglie.

Ha mille interessi e di recente ha scoperto col babbo la TV satellitare, cercavano un canale armeno, si sono fissati su uno giapponese di cucina.

Tutto lo interessa, tutto lo entusiasma.

Meno il corsivo.

Il corsivo gli fa più paura del babao.

Il corsivo gli fa schifo, segue tutti i riccioli senza voglia né anima, facendo le lettere al contrario e mandandomi di fori.

Io, che sono stata una bambina che scriveva prima di saper leggere.

Io, che pensavo nulla fosse più bello di scrivere.

Mi ritrovo un figliolo aedo della Magna Grecia che declama poemi inventati sul momento e che si perdono subito dopo, perché a scriverli gli viene l’uggia.

Ragiona di filosofia, di religione, di scEnza, di cucina e di ogni altro argomento dello scibile umano.

Ma se gli chiedete di scrivere una parola in corsivo sceglie

Ago.

Uno.

Oro.

E si asciuga il sudore come se stesse sollevando il mondo.

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