Shnorhakalutyun

Ogni tanto il piccolo mi chiede qualche parola in armeno.

Io so dire quasi solo l’indirizzo della Casa dei Bambini, seguito dalla parola “grazie”: Shnorhakalutyun, perché era la cosa che dicevo ogni mattina mentre salivo sul taxi per andare da lui.

So dire quello e poco altro, barev zsez, che significa buongiorno, e motzak, che significa zanzarina, come lo chiamavano le tate.

Lui ripete quelle parole, affascinato e inconsapevole, parole che forse ricordo male, pronuncio male, ma che conservo come posso, al meglio che posso, come sassolini colorati, da lasciargli cadere in tasca senza dargli troppo peso.

Perché le radici non devono essere pesanti, devono lasciar volare, devono poter essere portate con sé, senza trattenerci al suolo.

E al tempo stesso non vanno tagliate, affinché la pianta cresca bene occorre solo crearne di nuove, senza sciupare le vecchie.

E poi sono felice che la parola che ricordo meglio sia proprio grazie.

Ogni volta che si avvicina il Natale ci penso più del solito, alla fortuna ricevuta, al bimbo in bottiglia che una donna ha affidato al mare del mondo e che è arrivato da noi, alla luce che brilla sotto il nostro albero negli occhi di un bimbo che sorridendo ripete Shnorhakalutyun.

Grazie.

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Una risposta a Shnorhakalutyun

  1. pensierini ha detto:

    Shnorhakalut’yun a te, davvero.

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