Sul pietismo e la sua insopportabile melassa

Con un’amica ci lamentavamo dei finti eufemismi usati per le persone con disabilità.

Lontani i tempi nei quali i vecchi scuotevano la testa e abbassavano lo sguardo dicendo ha un figlio infelice…

A quei tempi seguirono gli handicappati, resi ancora più asciutti dalla singola lettera: H.

Parcheggio H, aula H (a scuola!!! L’aula H, a scuola!) genitori H, bagno H.

Poi vennero gli eufemismi per categorie specifiche.

Non vedente, non udente, non guidante (io)…

Che vi rendete conto? Definire, appellare, una persona per ciò che non è.

Poi giungemmo a disabili, e infine, finalmente a persone con disabilità.

Che questo siamo, tutti, fra l’altro.

Perché la disabilità dipende.

La disabilità è una condizione sì, della persona, ma nella sua relazione con l’ambiente.

È l’ambiente che mette la persona in grado o non in grado di avere una abilità.

Mia zia, nata e cresciuta nel centro di Roma, non sapeva andare in bicicletta, perché in centro a Roma è impossibile imparare.

Questo, è un esempio di disabilità.

A Lucca, sulle mura, mia zia, a quarant’anni suonati, prese il coraggio e pedalò, per la prima volta, in un luogo senza macchine, e imparò ad andare in bicicletta.

Una persona sulla sedia a rotelle, se non incontra barriere architettoniche, è abile.

Le parole sono importanti.

Perché descrivono il mondo.

E decidere che una persona è infelice, handicappata, disabile, inserisce, oltre che un errore concettuale, un senso di fatalità, di destino avverso immutevole, verso persone alle quali possiamo magari concedere compassione ma non diritti.

E invece è coi diritti che si cambiano le cose, e con le parole giuste che le cose si descrivono.

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Una risposta a Sul pietismo e la sua insopportabile melassa

  1. donna allo specchio ha detto:

    il tuo corregionale andrea scanzi che io ammiro molto anche se non ne comparto tutte le idee usa il termine “diversamente abile”. E l’espressione mi piace molto (e anche la cattiveria con cui la usa mi piace :) )

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