Adesso che torniamo in ufficio

Posso scrivere questo post lavorando in un luogo nel quale invece mi auguro di tornare in presenza e in presenza al 100%.

Ma non posso dimenticare le mie numerose vite precedenti.

Quando ho lavorato a 1000 km da casa, ma almeno lì avevo una casa vicino.

Quando ho lavorato a 100 km da casa e andavo e tornavo ogni giorno spendendo la vita in autobus.

Quando ho lavorato a 50 km da casa e se nevicava dovevo prendere un giorno di ferie o lanciarmi in improbabili autostop, e comunque spendere due ore ogni giorno fra andare e tornare (ore spese benissimo, con Thelma, ma questo è un altro discorso).

E ogni volta che arrivavo in ufficio accendere un PC e fare una cosa che avrei potuto benissimo fare da casa mia.

Il tipo di lavoro che facevo richiedeva pochissime cose davvero in presenza.

L’esistenza di colleghi oltreoceano o comunque in altre sedi d’Europa ci aveva da tempo tutti abituati alle conference call e il 90% del mio tempo era scandito dalle email da evadere, accedendo a documentazione su server alla quale potevo accedere da ogni parte del mondo quando ero in trasferta.

Trovavo quindi l’obbligo di viaggiare per chilometri inutilmente faticoso, stancante, costoso e inquinante.

Per anni ho pensato che la vita delle persone come me, manager a medio livello, potesse essere molto più semplice con lo smart working, magari non tutti i giorni, magari tre giorni a settimana o tre settimane su quattro, ma sarebbe stato enormemente più semplice.

Per dare a Cesare quel che è di Cesare, poco dopo che ho lasciato l’ultima azienda per fare l’assessora, lo smart working è iniziato già lì, ben prima del covid, e credo funzionasse già benissimo, ovviamente per alcuni ruoli (in produzione è impossibile, negli uffici è quasi sempre possibile con rientri organizzati).

Lo smart working richiede alcune cose faticose, per il management di un’azienda…

1) premiare non la permanenza in ufficio, come invece accade classicamente nelle aziende italiane, ma il raggiungimento degli obiettivi strategici. Fra l’altro il premiare il semplice “stare lì” fino a notte è spesso vantaggioso per gli uomini e tremendo per le donne.

2) fare un patto di trasparenza e fiducia con i propri impiegati, che devono essere coinvolti personalmente nel raggiungimento di questi benedetti obiettivi. Il problema è che invece spesso, si persegue l’opposto: si blocca la diffusione delle notizie, si mandano le email secondo scala gerarchica e non a chi realmente servono e così via.

Tutto questo richiede una maturazione in chiave moderna del concetto di management, maturazione che in teoria dovrebbe esserci da tempo ma che in pratica manca tantissimo.

Ad ogni corso al quale sono stata mandata mi veniva detto di condividere obiettivi e strategie e poi quando lo facevo venivo immediatamente redarguita, così, per fare un esempio.

Il covid ha imposto una accelerata incredibile al processo di dematerializzazione della postazione di lavoro e dal marzo 2020 le aziende hanno imparato che a distanza si puó.

Adesso mi pare però che ci sia la corsa a far rientrare, a richiudere, a cartellini da timbrare e a scrivanie da occupare.

Comprensibile.

Ma forse adesso è il momento per ripensare una volta per tutti il concetto di sede di lavoro, per moltissime categorie.

All’estero è così da tempo.

Le aziende svizzere offrono assunzioni già in smart working chiedendo la presenza solo in alcune occasioni importanti.

Forse dovremmo iniziare a capire che passare una o due o quattro ore al giorno in macchina per andare a lavorare non è così intelligente e dovremmo iniziare a mettere in pratica quello che questa pandemia ci ha fatto sperimentare obtorto collo.

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2 risposte a Adesso che torniamo in ufficio

  1. Francesca Merlini ha detto:

    Cara Lucy, ti leggo e mi viene da piangere (e tu sai perchè). Tutti noi speravamo che questi 2 anni di progetti seguiti a distanza fossero l’occasione che aspettavamo per dimostrare all’azienda che si può fidare, invece siamo sempre al solito punto, alle solite richieste.
    Del resto, quando il management fa il suo consuntivo sul tempo speso in azienda e non sui risultati ottenuti, non ci si può aspettare molto altro. Però è demoralizzante.
    Così come è sfinente sentir dire che le ore libere servono alle donne con figli: perchè, un ragazzo single non ha il diritto di voler passare 1 ora al giorno facendo qualcosa di divertente fuori dall’ufficio?
    Senza contare che una donna, anche la più stacanovista, se prende 1 ora libera per i figli viene classificata come “persa su altre priorità”, mentre le rare volte che lo fa un uomo tutti lo premiano come “padre dell’anno”.
    Un po’ come la vecchia storia della zoccola e del playboy.

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