Camminando

San Concordio di Moriano

La domenica mattina, camminare sulle colline, fa sentire un po’ in vacanza.

Un po’ tedeschi nach bella Italia, un po’ bambini a casa della nonna, dove in effetti sono.

E curva dopo curva annuso la ginestra e il tiglio, e l’odore di un albero tagliato che sa di chiesa il giorno prima di Pasqua, e l’erba maciullata da qualche detestabile frullino, il cedro del Libano nei giardini delle ville, le foglie dei fichi scaldate al sole, perfino l’asfalto della strada ha un odore piacevole, mescolato a quello del mondo quassù.

Le vigne cominciano a mostrare l’uva bambina, gli olivi cullano i primi frutti dopo l’imbocco (se imbrocca d’aprile ci si va col barile, se imbrocca di maggio ci si va per l’assaggio, diceva la mi nonna) e sembrano tartarughe eterne assopite al primo sole.

Un gatto mi guarda disturbato dal mio camminare, pochi animali come i gatti sanno essere sinceri nel guardarti con disprezzo.

Alcuni cipressi mostrano la strada fra la stalla e la villa del padrone, in fondo alla rete di un giardino conto 1, 2, 3, 4, 5 palloni, finiti nella siepe dell’infanzia e lì abbandonati e sgonfi.

Il panorama cambia da un versante all’altro, Lucchesia da un lato, piana dall’altro.

Fra me e il mondo discese di filari, di orti, di giardini.

Alle sette suonano le campane di San Concordio.

Arsina risponde dopo pochi secondi.

Io sono sveglia da tempo e sto bene, coi calzini a righe e radio 3 nelle orecchie.

Posso camminare ancora un po’.

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