“giù le mani dai nostri figli”

quante volte abbiamo letto, sentito, o forse anche pronunciato questa frase?

e quante volte abbiamo davvero capito il significato di quell’aggettivo: “nostri”?

io l’ho sentita dire migliaia di volte.

da difensori della famiglia tradizionale, spaventati che facendo giocare il figlio maschio a stirare e stendere i panni gli confondessimo i ruoli.

dai difensori della religione, spaventatissimi dalle richieste di un minimo di laicità nei luoghi pubblici, nelle scuole, nei centri ricreativi, negli ospedali.

dai difensori di qualcosa che, guarda caso, non riguardava tutti, i figli, ma solo alcuni figli, come se, alcuni figli, fossero più nostri degli altri.

così fin dall’asilo si permette che fra bambini ci si appelli finocchio, bastardo, puttana, negro, mongoloide, ritardato, e molto altro.

provate a rileggerli con calma, questi paroloni.

immaginate vostro figlio.

ognuno immagini suo figlio, un bambino, una bambina che ama, sentirsi appellare da un branco.

immaginate che questa cosa inizi da piccoli e non smetta più.

immaginate cosa possa essere, fin da piccoli, sentirsi “meno”, “peggiori” degli altri per qualcosa che si capisce fino a un certo punto.

immaginate che sia vostro figlio.

il finocchio.

la troia.

il mongoloide.

il negro.

immaginate il peso delle parole sulle spalle gracili di un bambino, immaginate il dolore, che cresce, insieme alle gambe, insieme ai peli sulle braccia, insieme al sorriso che cambia e diventa quello, triste, di un ragazzo troppo annichilito per vivere.

e immaginate che sia vostro figlio.

cosa fareste per lui?

come consolereste il suo pianto notturno, il suo immenso dolore, la sua immane fatica di vivere?

cosa dareste per salvarlo?

salireste con lui su una barca in mezzo al mare?

uccidereste con le vostre mani chi gli ha fatto del male?

cavereste gli occhi a chi lo ha guardato con disprezzo?

combattereste come una tigre furiosa, se fosse successo a vostro figlio?

Notizia recente è che non sia stato il razzismo a spingere al suicidio il ragazzo di Nocera.

Notizia sempre da tenere a mente è che non sappiamo mai davvero, cosa spinga, un ragazzo, con tutta la vita davanti, a preferire di morire.

Ma resta il fatto che ognuno di noi debba farsi la domanda se davvero facciamo il possibile, affinché tutti si sentano davvero accolti, parte del mondo, parte della scuola, parte della società.

I bimbi adottati, i bimbi con disabilità, i bimbi che mostrano fin da piccoli orientamenti sessuali o identità sessuali diverse, i bimbi più sensibili degli altri, quelli che piangono davanti a una storia d’amore, quelli che non sanno fare le somme, quelli che non mettono mai le doppie.

Sarebbe andata allo stesso modo, se lui e tanti, troppi altri, avessero trovato un’accoglienza diversa?

Il ciccione.

La grissina.

Il quattrocchi.

La brufolosa…

io non smetto di pensare ai suoi genitori.

e non posso fare a meno di pensare che i figli sono quelli di tutti.

E che dovremmo imparare a gestire i figli degli altri come fossero tutti figli nostri.

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