L’aeroplano sommerso

Anche nelle piccole cicladi arrivò la seconda guerra mondiale.

E pure sulla minuscola isola di Eraklia.

L’idrovolante tedesco fu abbattuto dagli inglesi e si inabissò al largo della baia di Alimia, una piccola spiaggia.

Dicono i testi che ho cercato che l’equipaggio si salvò.

Dopo qualche anno l’aereo rimase impigliato nelle reti e recentemente, mi hanno raccontato, è stato ulteriormente avvicinato per permettere a tutti di andarlo a vedere.

In effetti è raggiungibile a un centinaio di metri dalla spiaggia e a una profondità di non più di nove metri.

Il piccolo, maschera, boccaglio e coraggio, è venuto con noi.

A vederlo adesso, sommerso, casa dei pesci, quasi solo col telaio di tubi intrecciati fra loro, pare non possa essere stato una macchina volante che seminava morte.

Come se il mare e l’azzurro restituissero pace e perdono a quello che è stato in vita.

Come se il trasformarsi in rifugio di spugne, in attrazione per turisti, in curiosità per i bambini, in qualche modo ripagasse il debito di paura provata dagli abitanti a sentire il suo motore, la sua elica.

Ho letto che il giorno che fu abbattuto gli abitanti di Panaghìa videro una terribile battaglia aerea fra le forze inglesi e quelle tedesche.

Così siamo noi.

Capaci di portare l’inferno in paradiso.

Capaci di andarlo a ricercare sott’acqua per vedere, capire, come il tempo trasformi una macchina da guerra.

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