E Santina andò a scuola

Santina, classe di ferro 1933, una vita da contadina che non si ferma mai.

L’altra sera ci ha raccontato come fu che andò a scuola.

Aveva fatto la terza, a Torre, ma il babbo, che aveva visto la guerra, la deportazione, Berlino ed era stato alla fine liberato dai russi e messo su un treno a direzione Brennero, si era messo in testa che quella sua bimba doveva studiare. Almeno la quinta, in una scuola vera, voleva una classe, un maestro, dei compagni, l’esame.

Così la mandò.

E la scuola, dopo la terza, era a San Martino in Freddana, un’ora di bosco, o una e mezzo di strada ad andare e altrettante a tornare.

Partiva presto, Santina, per non fare il bosco, aveva paura di quei cespugli neri dell’alba, meglio la strada, anche se più lunga.

Dopo poco si fece un paio di amiche, che facevano la strada con lei.

Avevano escogitato un segnale: un sasso in un punto della strada per far capire che erano passate da lì, che c’erano, poche curve più sotto, per andare a scuola insieme.

Quando finì la scuola Santina diventò il punto di riferimento intellettuale del paese: leggere lettere, fare conti, sapere la storia e la geografia.

Tutti andavano dalla piccola Santina, che aveva fatto la quinta elementare.

Quei due anni passati a studiare non erano stati sprecati.

Santina sapeva tante cose che gli altri non sapevano, conosceva il mondo da dentro un libro.

Nessuno si permise mai di prenderla in giro perché aveva studiato, tutti sapevano quanto era lunga la strada verso scuola e quanto erano costati a Santina quei giorni freddi nei quali camminare verso San Martino.

Vorrei che Santina potesse rispondere, a tutti quelli che osannano l’ignoranza, canzonano lo studio, denigrano l’impegno.

Vorrei che raccontasse loro dei sassolini messi sulla strada con le amiche, del freddo alle gambe e alle mani, della fatica di alzarsi alle sei dopo aver aiutato la famiglia nei campi.

Vorrei che raccontasse come mai lo ha fatto, come mai suo padre pensò che la scuola era la cosa più importante da fare dopo aver visto la guerra.

Ma Santina ha da fare, c’è ancora un poggio da segare, governare i conigli, sistemare l’orto.

Così ve lo scrivo io, ma se volete, vi ci porto, dietro a Santina, per i campi di farneta, ad ascoltare le sue parole, in dialetto torrigiano, perché, quello, anche se ha studiato, non lo ha mai perso.

Come mai parli così male, se scrivi tanto bene?

Le chiesero una volta.

Perché questo è il mi’dialetto, questa son io.

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3 risposte a E Santina andò a scuola

  1. Chiara ha detto:

    Lucia…
    Sai da dove vengo, sai di chi sono figlia (classe 1934 che purtroppo non può raccontare più e che invece raccontava tanto, proprio con quel dialetto… ).
    Mi hai scaldato il cuore e commossa tanto ♥️.
    Grazie a Te e a Santina
    Un abbraccio,
    Chiara

  2. donna allo specchio ha detto:

    Hai commosso anche me. Questa esaltazione dell’ignoranza proprio non la capisco. Ho l’impressione che l’italia retroceda (e una parte de l’mondo)…

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