Lucca accoglie, Lucca ama, Lucca vive

Nei pratini dietro San Martino abbiamo festeggiato la giornata del rifugiato.

C’erano tante persone, di mille colori diversi, c’era il nuovo vescovo, che dà le paghe a certo giornalismo locale e mi fa ben sperare, c’erano bimbi, buon cibo e tanti tamburi.

Il piccolo è stato immediatamente accolto nel drum circle, ha batacchiato l’anima sua, insieme a ragazzoni dalla pelle d’ebano e signore dai bianchi capelli.

Una suora, mentre mi ringraziava del discorso fatto, mi ha chiesto di pregare il signore per lei.

Ho sorriso, non aveva specificato quale signore e uno lo troverò pure.

Accogliere, che significa accettare senza chiedere, imparare e impararsi, conoscere e conoscersi.

Ho assaggiato riso srylankese e buonissimo umido alla lucchese con le olive amare, buccellato e dolci al cocco, mangiato halal e qualche würstel nel riso freddo.

Perché è di nuovo sempre, la solita storia: è nella diversità la ricchezza, nella moltitudine delle cose la bellezza.

Un popolo chiuso, dai porti chiusi, dal cuore chiuso è un popolo morto.

La mia città vive, ama, accoglie.

E ne sono fiera.

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