Made in German Democratic Republic

C’è una fantasia di porcellane che amo molto, è quella della fabbrica Jäger, di Eisenberg, in Turingia, della quale ho trovato poche notizie se non quella che è chiusa da una quarantina d’anni.

La fantasia, per capirci, è questa:

ogni volta che vado a Dresda, a un Trödel (robivecchi) o a un Flohmarkt (il mercatino lungo l’Elba del sabato mattina) mi resta sempre qualcosa attaccato alle mani.

Tazzine, piattini, bricchi, barattoli. La Jäger faceva un po’ di tutto e, nonostante la fantasia paia ricercata, erano stoviglie popolari, da mensa, da casa, da esercito, da comunità.

Anche per quello, ancora adesso, a distanza di un’era geologia dalla caduta del muro, i mercatini ne sono pieni e a prezzi molto popolari.

Sabato mattina, mi sono svegliata molto presto, seguendo il filo di pensieri contorti e sono andata in cucina per un anticipo di caffè sulla colazione.

Ho preso una tazzina Jäger, e mentre versavo il caffè appena fatto ho pensato alle tante vite di una tazzina, alle tante labbra, alle tante mani che l’hanno sfiorata, toccata, afferrata, pulita, asciugata.

Ho pensato alle case DDR che vidi per la prima volta nel 1992, a muro caduto da un soffio, i divani marroncini e arancioni, le tendine di finto pizzo alle finestre, gli assurdi arredi da bagno di peluche rosa.

Ho pensato alle strade di Jena, con la pioggia d’agosto, i Wurst bolliti e la birra rosata.

Ho pensato alle Frau di Dresda, molti anni dopo, a quanto quel mondo mi abbia insegnato, regalato, stritolato a volte, mentre a colazione, in azienda, mettevamo il caffè appena fatto in una tazza Jäger.

Le tazzine da caffè potrebbero raccontare il mondo, le labbra scarlatte delle donne, i baffi dei generali, le unghie terrose dei muratori, le dita odorose di disinfettante delle infermiere.

E forse racconterebbero quell’odore fatto di caffè, linoleum e mobili di un tempo, che per alcuni anni ha accompagnato i miei giorni, quando ero straniera.

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