Un ragazzo, al bar

Li ho sentiti per caso, due operai in pausa pranzo in un bar di paese.

E non ce l’ho fatta a farmi gli affari miei.

Seduti al tavolino, in mezzo al loro i resti del pranzo, in mano la tazzina del caffè da bere al volo prima di riprendere il lavoro.

E quindi secondo te come dovremmo fare? Li dovremmo lasciar morire?

La risposta dell’altro mi manca, di spalle, parla piano, parla poco, ma si intuisce dalle frasi successive.

Malta? Ma sai che ne hanno presi più di noi in proporzione a quanti sono?

E comunque quando sono a Malta poi che fai?

Sai che viaggio terribile fanno? Le donne vengono tutte violentate, gli uomini torturati…

Hai presente lo sterminio degli ebrei? Furono annientati perché dicevano che erano diversi in quanto ebrei, che avevano meno diritti in quanto ebrei, che si potevano arrestare in quanto ebrei. È uguale. Dire che chi arriva qui ha meno diritti in quanto migrante è la stessa cosa.

L’amico continua a ribattere brevemente, ma l’altro è appassionato.

Se succedesse a te, non proveresti? Non la vorresti una vita migliore?

I porti chiusi sono una scemenza, perché se su una barca di cinquanta persone ce n’è anche una sola che ha diritto d’asilo, come fai a proteggerla se non li fai sbarcare e non chiedi a ognuno di loro?

Io vorrei alzarmi e dirgli grazie, dirgli che mi sento meno sola, che mi piacciono le sue parole, che ci vorrebbe che tutti quelli che la pensano come lui e come me e come tantissimi di noi, si prendessero la pazienza, a pranzo, col caffè, di parlare a ognuno degli altri, da pari a pari, da amico a amico, da collega a collega, e dire tutto, aprire bocca e parlare, tentando un argine contro l’odio nel ricamo quotidiano della parola vera, a tavola, non su facebook, ma con le gambe sotto al tavolino e le mani sopra, che i gesti, lo sguardo, il tono della voce aiutano.

Grazie ragazzo sconosciuto, grazie per aver preso la barbarie e aver tentato di addomesticarla e condurla alla ragione, grazie di aver speso del tempo, delle energie, il cuore, per parlare, per discutere, confrontarsi.

Senza nascondersi dietro una tastiera, senza nascondersi dietro un nickname.

Con la tua faccia, il tuo sorriso e le tue mani che tengono la tazzina del caffè.

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3 risposte a Un ragazzo, al bar

  1. marcoghibellino ha detto:

    raro ahimè raro ; sento molti più discorsi di un razzismo becero e ignorante pieni di una paura immotivata suscitata ad arte da sappiamo chi; bhè se non altro questo mi aiuta a sviluppare il mio scarso autocontrollo, perchè se ,mi lasciassi andare …

    la mia principessa , che è metà giamaicana e metà inglese mi sfotte , abbandona il suo perfetto accento Oxoniense e mi dice :

    deh bimbo te non lo sai che è il razzismo

  2. donnaallospecchio ha detto:

    mi risollevi il morale, almeno un po di speranza c’è!!!
    io mi sto deprimendo a sentire il moi compagno che brontola sulle nefandezze di macron, ma si limita a brontolare, in questi casi io sento il bisogno di rendermi utile, senno deperisco sempre di più

  3. marcoghibellino ha detto:

    no prisoners!

    [video src="https://zippy.gfycat.com/GiddyPointedHeron.webm" /]

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