La porta

La porta della federazione era stata sfregiata dai fascisti di forza nuova.

Con lo spray argentato avevano disegnato un abete, ci avevano scritto buon natale e avevano gettato dalla finestra un lumino strappato a un cimitero nella stanza delle riunioni.

Sergio era incazzato come una bestia.

Non mi preoccupa che sono fascisti, mi preoccupa che sono scemi. Bimba, fai ammodo quando torni a casa, facciamo la strada insieme.

Facciamo la strada insieme.

Per stare tranquilli, per chiacchierare fin sotto al portone, perché quelli lì ci avevano promesso qualcosa di brutto.

E allora Sergio faceva la strada con me, faceva la strada con noi.

Sergio. Che era alto un metro e sessanta.

Ma insomma, la porta, dicevo.

Prima dell’albero di Natale Sergio l’aveva sistemata tutta.

L’aveva sverniciata, scartavetrata, stuccata e ridipinta, perché com’era un si poteva vede’.

Ma adesso un si poteva vede’ neanche con l’albero di Natale dei fascisti.

Così Sergio ricominciò.

Cartavetra, pennello, vernice.

Moccoli.

Pazienza.

Sigarette.

E la rifece tutta un’altra volta.

Poi la primavera arrivò.

E con lei la guerra in kossovo.

E nessuno era d’accordo con nessuno.

Si discuteva, ci si incazzava, io andai alle manifestazioni per la pace con la bandiera del partito, a prendere gli sputi.

Te l’ha ordinato il dottore?

Mi chiese al ritorno.

Me l’ha ordinato la coscienza. La guerra è guerra.

Fosse sempre tutto così semplice bimba…

Sergio sapeva cogliere, in ognuno di noi, la parte giusta del ragionamento e la metteva insieme, negli interventi in direzione, nelle grandi assemblee.

Lui cuciva.

Tesseva.

Teneva insieme.

E mentre in federazione ci si strappava i pensieri e i capelli in riunioni e discussioni, qualcuno pensò bene di tirarci, sulla porta, un secchiello di vernice rossa.

Macellai, eravamo. Per la sinistra antagonista.

Vernice color sangue, per farci sapere che loro erano più puri, più ganzi, più salvi di noi, che invece meritavamo l’inferno destinato a chi non ha certezze.

Girai la chiave nella toppa imbrattata e la prima persona alla quale pensai fu Sergio.

Ora arriva e senti moccoli. L’ha sistemata ora…

Arrivò Sergio.

E moccolò, come da copione.

Moccoli spesso castigati, che prendevano in considerazione soprattutto birbanti e serpenti, credo per amore d’assonanza.

Avrei cavato gli occhi con le mie mani agli imbecilli massimalisti.

E non per il gesto gratuito, teatrale e cretino.

Perché era la terza volta che Sergio doveva rifà la porta.

Io serpente.

Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...