Cara nonna

Cara nonna,

Anche quest’anno stiamo cercando di rimettere in piedi casa tua.

L’erba da tagliare, il pavimento da lavare, le finestre con lo stucco secco, le piante che hanno resistito all’inverno e che adesso ripartono e quelle che non ce l’hanno fatta.

A togliere le erbacce dalla soglia di casa mi pare di accudire una tomba, come facevi tu, con calma paziente, vestale del culto dei morti nel cimitero di paese in cima al mondo.

Ma più che una tomba, più che un sepolcro, casa tua è un vivaio, dove far crescere un bimbo, dove sporcarsi le mani, dove fermarsi a chiacchierare coi vicini e farsi invitare a bere un caffè.

Mi ha raccontato Marilena che quando andai a vivere da sola eri molto preoccupata.

Non me lo hai mai detto.

Ma so che eri felice quando tornai.

Ho acceso la stufa in cucina, come avresti fatto tu, non l’ho mai fatta spegnere, fino a sera.

Alla fine ci sapeva quasi di te.

Delle cene passate.

Della tua sedia vicino al caminetto.

Dei tuoi occhi color acqua.

Il prossimo fine settimana il tuo bis nipote festeggerà i suoi quattro anni a casa tua.

So che avresti fatto la torta di mele più buona del mondo.

E fatto la trina a qualche completino per l’asilo.

Lui, lì, ci chiama da nonna Ida, perché così ci chiamo io.

Lui che non ti ha mai visto mi chiede di te.

E io allora ti racconto.

E ti vedo in mezzo alla lavanda e al rosmarino.

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