Gemäldegalerie Alte Meister

Di corsa a salutare la Madonna Sistina e i suoi angeli annoiati.

Passando accanto a Antonello da Messina, Van Dyck, Botticelli, Poussin, e naturalmente i Canaletto.

Con un amico, che mi ha chiesto mi ci porti.

E iobono, ce lo porto sì.

Nelle sale splendide, accoglienti quando fuori fa meno tre e anche quando il sole morde come mai a Dresda e si sentono trenta gradi tutti sulla testa.

Adesso, alla Gemäldegalerie, c’è una nuova ala.

Copie antiche in gesso delle opere più belle di Michelangelo. La pietà, la testa del David, alcune statue delle cappelle medicee.

Passeggiando per quelle sale, ci si interroga sul senso di autenticità, e si pensa a Dresda, ricostruita barocca fino a ieri.

Cosa rende vero?

Cosa rende bello?

Vero e bello sono per forza insieme o la copia di chi eravamo è bella lo stesso?

La vera Dresda è persa per sempre.

Cancellata da un bombardamento assurdo e crudele.

La sua copia ne porta fiera il testimone nel mondo.

Le copie in gesso e alabastro dei capolavori fiorentini permettono di avere anche solo l’idea di cosa sia la bellezza a chi, a Firenze, non può andare.

C’è differenza fra questo e la riproduzione di Venezia che c’è a Las Vegas?

D’istinto penso di sì, penserei a quella come a un’ americanata, mentre a questa come a un nobile tentativo.

Forse sì, nel senso del rispetto per l’oggetto della copia, qua un museo con le spiegazioni, là un hotel di plastica con gente che mangia donuts col cappellino e la camicia a quadretti.

Però, a dire il vero, non lo so.

Hanno visto Venezia, gli americani di Las Vegas?

Hanno visto Michelangelo, i tedeschi della Gemãldegalerie?

Vediamo Dresda, tutti noi che ci camminiamo dentro?

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4 risposte a Gemäldegalerie Alte Meister

  1. marcoghibellino ha detto:

    Sai, mi sono sempre chieste perchè si vada ( o meglio, perchè io vado) in un museo, per imparare? no, non che non abbia da imparare, dimmi te quando mai si smette di imparare e sopratutto quando si smette di aver bisogno di imparare . Penso che io vado in un museo per emozionarmi , credo però che la conoscenza influenzi il piacere dell’emozione . La pietà di Michelangelo mi darebbe la stessa emozione se non conoscessi i tormenti dell’anima dell’artista?

    • marcoghibellino ha detto:

      00 woow
      Cosa rende vero?

      Cosa rende bello?

      Vero e bello sono per forza insieme o la copia di chi eravamo è bella lo stesso?

      domande mica da ridere sono millenni che si cercano risposte

      http://www.laricerca.loescher.it/filosofia/1594-la-questione-del-bello-le-romanae-disputationes-2018.html
      Ps comunque ^^ alla fine i greci si ruppero parecchio della Kalokagatia e scoppiò l’ellenismo ^^ , durante il quale , artisticamente parlando ruppero ogni limite
      così da soggetti “elevati” ( per esempio Prassitele la venere Cnidia )

      passarono a rappresentare anche soggetti più prosaici , addirittura volgari; vecchi sdentati , cani che cagano, bambini che fanno pipi ecc, insomma praticamente capovolgendo il concetto di : è buono ciò che è bello in : è bello ciò che è reale

    • pensierini ha detto:

      Lucia, se tu hai conosciuto e amato l’originale, ne puoi apprezzare forse anche l’evoluzione invecchiata e sbiadita, perché ti ricorda quello che l’opera era un tempo. Altrimenti non credo.

  2. Isa ha detto:

    Ovviamente visitare luoghi o raccolte storiche può avere mille motivazioni, Imparare però è stata ed è una motivazione importante, e – come dire – si fa come meglio si può. Le copie in gesso di sculture storiche (che ora non si possono più fare per salvaguardia materiale degli originali e per tutelarsi da riproduzioni non autorizzate) servivano per gli studenti delle scuole d’arte o gli artigiani, perché magari 100 o 200 anni fa un viaggio a Firenze o Roma era una cosa epocale, che molti nn avrebbero potuto affrontare mai in vita loro. La copia fatta a calco permette di apprezzare ogni minimo dettaglio, non solo della bellezza, ma anche di certe soluzioni tecniche. Erano anche spese forti, bisognava mandare specialisti, farsi autorizzare, pagare tutto, riportare in patria un oggetto delicato… Spesso sono frutto di mecenatismo, oppure rimaste da studi di artisti di gran successo che potevano permettersi di farsi fare una copia. E poi dalla copia si ama l’originale, qualche artigiano o artista sicuramente sarà anche partito a piedi per poter finalmente vedere dal vivo e schizzare su un blocco qualcuno degli originali nel loro contesto. Quanto alla città ricostruita, mi sono domandata la stessa cosa in molte parti d’Europa – tipo la Polonia – dove dopo la guerra molti luoghi e interi quartieri antichi (tipo a Varsavia) sono stati puntigliosamente ricostruiti “com’erano”. Si potrebbe discutere a lungo se una città la fanno i muri o la vita che c’è dentro, se rifare sia falso o meno. In Italia per esempio abbiamo un’altra “scuola”… però sono arrivata alla conclusione che certe violenze ti possono anche lasciare il desiderio feroce e chissà, irragionevole, ma fortissimo, di tornare ad essere “come prima”, rivedere la tua faccia nello specchio com’era l’ultima volta che l’hai vista prima che tutto succedesse. Ritrovare, anche illusoriamente, il vecchio pare essere più forte della fiducia di poter costruire un “nuovo” che sia all’altezza, che soddisfi gli stessi bisogni e anche di più. Il motivo per cui le ricostruzioni – comunque oculate e selettive, almeno quelle che conosco, evidentemente ci sono memorie più sacre di altre e del resto la cultura è fatta di scelte – hanno avuto successo probabilmente sta anche in questo fenomeno. Credo che la conoscenza della storia sia fondamentale per valutare, e anche quella del presente. Ci sono città conservate anche bene dove però non c’è più vita, sono come scene di teatro, e altre magari rifatte dove però la vita ferve, e credo che questo “faccia” una città (o un museo, mutatis mutandis) oggi, nel bene e nel male.

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