I mondiali in braccio a nonna

Al piccolo piace il pallone.

Alla nonna piace il pallone.

Belgio – Giappone lo guardano insieme, lui in braccio a lei, lei sulla poltrona.

Che vuol dire “colpo di testa”?

Chiede il piccino, nella fase delle mille domande.

Io mi diverto a guardare i colori dei belgi, dal calciatore quasi albino a quello nero come un tizzone.

Viene da ridere a sentire i poveri proclami nostrani.

La nonna commenta, si diverte, avrei scommesso sul Belgio dice, invece guarda ganzo, ne pigliano dal Giappone…

Poi il Belgio rimonta, la partita si riapre, la nonna incita entrambe le squadre, quello che le piace è il gioco, beh, se non gioca la Fiorentina (che deve sempre vincere) o la Juve (che deve perdere in Italia ma vincere contro squadre straniere) o qualsiasi squadra per la quale lei non tifi, che sono, alla fine della fiera, praticamente quasi tutte.

Poi il Belgio fa il goal del tre a due.

E le facce dei giapponesi tristi diventano istantaneamente un fotogramma dei cartoni animati di mio fratello alla fine degli anni ottanta, quando eravamo rigorosamente gender: io Mila e Shiro due cuori nella pallavolo e lui Holly e Benji.

E c’erano quelle partite infinite quanto il campo da calcio, il cui orizzonte dimostrava addirittura la curvatura terrestre, i colpi ad effetto, le eroiche parate, le grandi vittorie ma anche le tremende sconfitte, il fuoco disegnato nelle pupille e i pugni serrati a stringere l’erba del campo per soffocare le lacrime.

Mi è dispiaciuto per i ragazzi del Sol Levante, sono stata felice per un paese che ricordo con amore, quando l’Europa era un faro, una meta, una speranza.

Alla fine della partita ho portato il piccolo a letto.

Che vuol dire vincere?

Te lo spiego domani…

No, adesso!

Zzzzzz…

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2 risposte a I mondiali in braccio a nonna

  1. donna allo specchio ha detto:

    troppo bello il tuo post!! io pure ho visto la partita perchè il biondino che inizialmente non amava il calcio da quando mi frequenta è diventato un appassionato e abbiamo tifato rigorosamente belgio, ma con rispetto e ammirazione per i giapponesi che hanno giocato da dio.
    P.S. il giocatore quasi albino lo chiamavo affettuosamente “il porcellino rosa” (tanto per essere politically correct), ma mi faceva tenerezza, di inuit dicevo che era “inouit” e via cavolatre varie

  2. pensierini ha detto:

    Cara la mia Luci, saranno più le sconfitte delle vittorie, anche per il piccolo principe come per tutti noi. Lascia che impari da solo, sia le une che le altre, ma, dopo che avrà assaporato l’amaro gusto della sconfitta, stai al suo fianco e aiutalo a rialzarsi con le sue sole forze. Ma tutto questo lo sai già.

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