Allo specchio

Sabato sono andata a un interessante e bel convegno in curia arcivescovile.

Era sulla figura di un sacerdote, padre Marchetti, che a cavallo fra otto e novecento si è preso cura dei migranti italiani in Brasile, fondando orfanotrofi per chi perdeva i genitori, cercando di fornire lavoro e assistenza ai ragazzi, occupandosi di chi oggi definiremmo come “minori stranieri non accompagnati”.

Quando ero alle elementari la maestra ci spiegò la differenza fra emigrato e immigrato.

Emigrato, diceva la maestra, è quell’italiano che lascia il paese e va a cercare lavoro e fortuna all’ estero.

Immigrato, continuava, è quell’italiano che dal sud Italia si sposta nel nord, per cui lascia la terra dove è nato, ma migra “in Italia”.

Nel 1985, gli immigrati erano italiani in Italia. Dalla Calabria, dalla Puglia, dalla Sicilia, dalla Campania.

Era così. In classe nostra c’erano ragazzi di origine calabrese, in altre classi campane.

Con la Calabria e la Campania si esauriva il tasso di esotismo della scuola elementare Augusto Mancini di Maggiano.

Poi tutti ci ricordiamo i polacchi, seguiti dai marocchini, (che venivano chiamati vu cumprà) e gli albanesi, i primi a riempire le navi con la disperazione della fuga.

Fino a tutta la mia infanzia a emigrare erano ancora gli italiani.

Brasile, Argentina, Stati Uniti, o più vicini Francia, Germania, Belgio.

Minatori, operai, contadini, balie, serve.

Prima della fuga dei cervelli avemmo la fuga delle braccia.

Migliaia e migliaia di persone, masse di diseredati, disperati, analfabeti.

Noi.

Les ritals, die Spaghettifresser, les macaroni…

Cattolici in paesi protestanti, esportatori di strani costumi, con mille figli attaccati alle sottane di mammà, ad accettare paghe da fame rubando il lavoro agli altri, in dieci in una soffitta, accusati di rubare, di puzzare, di non volersi integrare, di ostinarsi a portare quei baffi da paese, ne arriva uno e poi porta tutta la famiglia.

Noi, i disperati, i poveri, quelli che non avevano niente da perdere perché nel solo partire, nel solo viaggiare, avevano già perso tutto.

Noi. I migranti.

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3 risposte a Allo specchio

  1. marcoghibellino ha detto:

    emigrati , immigrati, poi ci sono I Pezzi di Merda , come i secessionisti catalani e i leghisti de noantri ; perchè quando una regione ricca vuole staccarsi, e fanculo tutti gli altri , l’unica definizione adatta è Pezzi di Merda.

  2. pensierini ha detto:

    Che poi, oltre alle braccia e ai cervelli, si porta(va)no dietro tutto il resto, don’t forget.

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