Un mostro si aggira per le scuole…

il gender!

Una cara amica mi ha scritto ieri in seguito al post sull’omofobia.

“oh lucettina, ma mi dici, tu lo avresti voglia di spiegarmi cosa si intenda per “Gender”? e come mai la gente ha così tanta paura che si insegni nelle scuole? Visto che io non ci vedo nulla di strano, non so se sono io che non capisco…”

La mia amica ha ragione, e ammiro molto chi, nel dubbio, chiede in giro. Non che io possieda la scEnza infusa, ma il confronto, mettere insieme le informazioni, approfondire, studiare, leggere, è sempre qualcosa che arricchisce l’animo di ognuno di noi.

Se si digita intanto “gender” su google, si trova la definizione secondo un vocabolario:

“l’appartenenza a un sesso in senso culturale e non biologico”.

Interessante è anche l’incipit di wikipedia sull’argomento:

Teoria del gender è un neologismo nato in ambito cattolico negli anni novanta del XX secolo per riferirsi in modo critico agli studi di genere: coloro che fanno uso di questa locuzione sostengono che gli studi di genere nasconderebbero un progetto predefinito mirante alla distruzione della famiglia e della società fondate su un presunto “ordine naturale”.

Di recente anche questo blogghino è stato blandamente attaccato di non rispettare “gli aspetti di genere” cosa che mi ha fatto in realtà parecchio sorridere, qualcuno ha insinuato che non avessi comprato a mio figlio sufficienti giocattoli “da femmina” in modo da instradarlo, inconsapevolmente, alla mascolinità non richiesta.

Mi ha fatto molto ridere questa osservazione perché mi è parsa assurda tanto quanto coloro che si scagliano contro questo tipo di considerazioni.

Parto dal fatto che io a mio figlio non ho comprato giocattoli “da femmina” perché detesto pensare che ci siano, giochi da “femmina” e giochi “da maschio”.

Il principe mette a letto bambole e scimmie di peluche (la sua preferita io pensavo fosse uno scimmio e invece l’ha chiamata “bimba”, bada te), beve con me il tè in tazzine di plastica elegantissime, guida trattori, tira calci alla palla e scaraventa matite per casa. Nessuna di queste attività le considero “da maschio” o “da femmina” come del resto il colore dei vestiti, i miei preferiti essendo blu e rosso non mi pongo affatto il problema.

Sono forse fortunata ad essere la mamma di un maschio, perché temo che le mamme delle bimbe siano invece assai più costrette, e mi rendo perfettamente conto che i negozi di giocattoli si dividano in settori “rosa” e “celesti” dove non a caso sono disposti nel primo settore giocattoli che mimano attività casalinghe, e nel secondo giocattoli che mimano più attrezzi da lavoro.

Questo mi pare triste e limitante.


È qui c’è l’unico aspetto reale di questo tanto famigerato “gender”: la considerazione che la società in qualche modo influenzi i futuri atteggiamenti dei bambini influenzando il loro futuro: i giochi “da maschi” inducono un certo tipo di messaggio, a volte perfino violento, quelli destinati “alle femmine” sono spesso connotati da lavoro domestico, oggettizzazione del corpo femminile, sottomissione.


Questo è purtroppo vero e sicuramente non farebbe male rifletterci un po’ su.

Un’ educazione attenta a questi concetti non fa nulla di male, anzi. 


E un’educazione corretta insegna il rispetto delle diversità, del modo di essere di ciascuno di noi, i gay c’entrano solo perché ce li hanno fatti entrare, ma ognuno di noi è diverso dagli altri e merita rispetto. 

Non viviamo in un mondo di soldatini di plastica tutti verdi uguali.

Viviamo in un modo dove ci sono uomini, donne, bambini, bambine.

Uomini che amano le donne, che amano gli uomini, e donne che amano donne o uomini.

E bambine e bambini che possono avere in famiglia esempi di alcuni di questi tipi di amore, o bambine o bambini che iniziano a pensare, a concepire, a immaginare i propri sogni e i propri desideri.

Nessuno vuole costringere nessun altro a diventare gay, né a diventare eterosessuale.

Occorre solo spiegare al mondo, alla società, che ognuno è semplicemente come è, che sia bianco, nero, biondo, moro, etero o gay o pure indeciso.

Sono tutti modi di essere che chiedono cittadinanza, che chiedono di poter vivere serenamente la propria vita.

E gli atti di femminicidio, di bullismo, di violenza contro chiunque sia diverso, da parte non solo di adulti, ma anche, terribilmente, di ragazzini, ci dicono che la violenza e la prevaricazione sta diventando un modo di vivere l’altro da sé in modo conflittuale e preoccupante.

Il gender quindi non vuole insegnare nelle scuole che essere gay sia migliore di essere eterosessuale o che tutti dobbiamo metterci una parrucca, tette finte e ciglia lunghe.

Ci insegna che il rispetto si deve a chiunque faccia scelte diverse dalle nostre, che si tratti di come vestirsi, di come amare, di come vivere.

Ricordate i tanti film sulla conquista dei diritti civili negli stati uniti?

Anche allora la gente temeva che dare diritti ai neri togliesse dignità ai bianchi.

La stessa cosa si è pensato per secoli delle donne.

Non è accaduto.

Quando i diritti si allargano si vince tutti, i diritti non sono una scatola di cioccolatini, che si svuota se si offrono in giro, i diritti sono additivi, come l’amore, la libertà e i sogni.


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2 risposte a  Un mostro si aggira per le scuole…

  1. pensierini ha detto:

    Bravissima. Aggiungo il mio contributo minuscolo,cioè la mia repulsione verso giocattoli, abiti e accessori ‘da femmina’. Sono tutti, tutti indistintamente, di color rosa, lilla o viola. Le malefiche Barbie, le trousse di trucco e tutto il resto. Tutta roba plasticosa, melensa, diseducativa, indottrinante, niente di stimolante, istruttivo e interessante. Le mie studentesse non hanno mai giocato da piccole con palle, calamite, lenti, molle, circuiti: ecco perché ‘le femmine non capiscono la fisica’. Per quanto mi riguarda, io non amo il rosa, il lilla ed il viola, non mi trucco, e, soprattutto, sono sempre stata fiera ed orgogliosa del mio cervello, molto più che delle mie tette, e sono sicura che, se fossi stata una bambina negli anni Novanta e successivi, avrei provato disagio e mi sarei sentita un pesce fuor d’acqua. In più ero figlia unica, cittadina e timida: con i maschi non avevo confidenza e per forza stavo con le altre bambine e avevo le amiche del cuore. Insomma, sono quasi sicura che mi sarebbero perfino venuti dei dubbi e delle insicurezze sulle mie inclinazioni sessuali. Che negli anni a venire sarebbero svaniti, insieme alle prime inequivocabili pulsioni etero, ma che nel frattempo, mi avrebbero messo inutilmente in crisi. Meno male che, ai tempi miei, eravamo tutti molto più ignari e semplici: per dirne una, mio nonno (ex muratore) indossava camicie di ogni tinta, anche rosa pallido: roba che mio suocero e suo figlio considerano tabù.

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