luci basse

sono uscita di corsa dal lavoro, dovevo andare a una riunione (dio, da quanti anni non dicevo una frase del genere, questa campagna elettorale vuol dire anche questo), mi sono precipitata in macchina, perché già sarei arrivata tardi, non volevo arrivare troppo tardi.

ho sorpassato tir, sopportato vecchietti con la panda, ascoltato radio tre, schivato buche e assecondato curve.

per trovarmi ferma, in coda, alle porte di lucca.

prima, seconda, stop.

prima, prima, stop.

prima, seconda, stop.

stop, stop, stop.

spengo il motore, inutile inquinare, la coda non si muove.

fuori fa caldo, forse l’estate inizia davvero.

in direzione contraria vedo passare camion, signore con la pinza in testa e sigaretta in mano, ragazzi sulla panda a metano.

poi si sblocca, scappo veloce come posso alla riunione, parcheggio, vedo il verde pedonale e corro, la borsa in mano come una ladra, per grattare un minuto, forse due.

alla fine della riunione “luci resti?”

“no, devo scappare a casa, mi aspettano, davvero, devo correre!”

e di nuovo corro in macchina, faccio il giro della circonvallazione, entro nelle mura, inizio il labirinto delle strade cittadine alla ricerca di un parcheggio, prima strada nulla, prima piazza nulla, seconda strada, terza, quarta, quinta, nulla.

alla fine la lascio, neanche troppo lontana, raccatto le mie cose sparse dalla fretta fra i sedili della macchina e corro, corro a casa.

corro per le scale, saluto il vicino ansimando, corro alla porta, giro la chiave.

a casa nessuno.

sono in ritardo.

entrambi.

giro per casa, la casa deserta, la luce radente delle otto di sera, che fa brillare il gattonero, che risalta le patacche sui vetri del soggiorno, che tinge di giallo le pareti, le lenzuola del letto da rifare, i cuscini del divano.

e decido che forse è il momento di respirare.

tolgo le scarpe.

infilo ciabatte tedesche compagne di mille traslochi.

una pentola sul fuoco per minimo sindacale, un sugo di zucchine che si cucina da solo.

divano.

tv.

che strana sensazione.

 

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