giornalai

nella mia città è morto un ragazzo di 23 anni (alcuni giornali dicono 24, ma non mi pare cambi molto), di cui non si sa quasi nulla, se non la nazionalità, il nome, qualcuno, forse, ne conosce la storia.

penso a come ero io a 23 anni, ero impegnata in politica, facevo tardi in riunioni interminabili, studiavo poco e rimandavo esami, ero innamorata, soprattutto della vita, soprattutto della primavera, soprattutto della passione.

gli amici, il cinema, la uno (sì, guidavo la uno bianca di mia madre, forse da allora odio guidare…) con patty pravo e de gregori nell’autoradio, la mia camera da ragazza che mi ospitava per gli ultimi mesi, prima di prendere il volo per un’altra casa, per un’ altra città, per un’altra vita a venti chilometri dalla precedente.

l’idea di andare a vivere a Pisa, come feci in effetti l’anno successivo, mi pareva incredibile come andare su Marte.

invece di questo ragazzo so che è arrivato, in qualche modo, dalla Nigeria.

tutti noi pensiamo di sapere dove sia la Nigeria.

fate una prova.

andate su google maps, e scrivete “Nigeria”.

poi con il tasto “indicazioni stradali” fatevi dire quanto dista la Nigeria da Lucca.

vedrete il viaggio che questo ragazzo ha forse fatto.

schermata-del-2017-02-20-21-32-36

poi provate a mettere una meta per voi “lontana” di dove vorreste andare a lavorare.

che ne so, Milano, Roma, Parigi, Dresda, Berlino.

e confrontate le due schermate.

schermata-del-2017-02-20-21-50-10

e immaginatevi ventitreenni a fare quel viaggio.

su un aereo, a destinazione Parigi, dove state andando a vivere e a lavorare.

chiedendovi se potrete tornare a casa una volta al mese, o per le vacanze di Natale o per quelle di Pasqua.

chiedendovi se troverete un wifi per mandare messaggi a tutti, una volta arrivati, o quale possa essere un provider interessante per restare “connessi” col vostro mondo di prima.

immaginatevi cercare un supermercato e non trovare al volo il vostro cibo consueto.

immaginate di non conoscere la lingua, di non sapere di preciso come muovervi.

poi guardate di nuovo google maps.

e fate le debite proporzioni.

mi sarebbe piaciuto leggere, sui giornali locali, qualcosa che raccontasse della vita, oltre che della triste morte di questo ragazzo.

ma forse non la sappiamo, forse non la conosciamo, forse non ci interessa neanche poi tanto conoscerla.

quello che ci interessa è la frase buttata lì, dal giornalista pescecane, “si dovrà anche accertare se il ventiquattrenne non soffrisse di qualche patologia che possa richiedere una profilassi per chi è venuto in contatto con lui” che ho trovato su un giornale locale, che serve solo a solleticare il panico da bar, dove fra una partita, una slot machine, un bicchiere di vino e una sigaretta, dei vecchi allezziti grideranno all’untore.

chissà come sei arrivato, ragazzo, fino a qui.

chissà che sogni avevi, che vita immaginavi, che gente hai conosciuto, che cose hai visto, di belle e di terribili, nel tuo viaggio disperato.

scrivono, i giornalai, che nessuno ti ha ucciso, nessuno ti ha fatto del male, escludono il suicidio e ipotizzano un attacco cardiaco.

io penso soltanto che forse eri solo quando è accaduto, e che nessuno merita di stare da solo in un momento come quello.

mio nonno amava dire: “un conto è parlar di morti, un conto è dover morire”.

io parlo di te che non so chi sei. penso a chi hai lasciato lontano, penso che forse già ti immaginavano perso, penso a chi, come te, arriva con un sogno in tasca, bagnato dalle onde del mare.

 

 

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4 risposte a giornalai

  1. marcoghibellino ha detto:

    “si dovrà anche accertare se il ventiquattrenne non soffrisse di qualche patologia che possa richiedere una profilassi per chi è venuto in contatto con lui”
    dopo aver letto per anni le tue descrizioni dei lucchesi (non che gli aretini siano molto diversi eh)
    uno si rilegge Boccaccio e sogna:

    nascevano nel cominciamento d’essa a’ maschi e alle femine parimente o nella anguinaia o sotto le ditella certe enfiature, […] le quali i volgari nominavan gavoccioli. E dalle due parti del corpo predette infra brieve spazio cominciò il già detto gavocciolo mortifero indifferentemente in ogni parte di quello a nascere e a venire: e da questo appresso s’incominciò la qualità della predetta infermità a permutare in macchie nere o livide […] E come il gavocciolo primieramente era stato e ancora era certissimo indizio di futura morte, così erano queste a ciascuno a cui venieno. E lasciamo stare che l’uno cittadino l’altro schifasse e quasi niuno vicino avesse dell’altro cura e i parenti insieme rade volte o non mai si visitassero e di lontano: era con sì fatto spavento questa tribulazione entrata ne’ petti degli uomini e delle donne, che l’un fratello l’altro abbandonava e il zio il nipote e la sorella il fratello e spesse volte la donna il suo marito; e (che maggior cosa è e quasi non credibile), li padri e le madri i figliuoli, quasi loro non fossero, di visitare e di servire schifavano.

  2. pensierini ha detto:

    Uh, sono avvoltoi anche gli scribacchini (cartacei e televisivi) della mia città, che un tempo era nota per essere ospitale e democratica. I miei 23 anni sono davvero ad anni luce di distanza emotiva dalla me di oggi, in pratica fino ad allora non avevo praticamente vissuto, non ero ancora io. Terribile, morire a quell’età. E ne ho conosciuti tanti. Uno era stato mio alunno, insieme al suo gemello identico, per cinque lunghi anni. A 23 anni non ancora compiuti ha perso la presa, è scivolato giù da un ghiacciaio e poi è precipitato per centinaia di metri.

  3. AD Blues ha detto:

    Io invece penso alla solitudine al sentirsi male e morire da solo. Una prospettiva terrificante.
    Ma del resto i giornalisti scrivono per i propri lettori e “colorano” le notizie secondo le aspettative dei sopraddetti lettori.
    Non me la prendo mica con loro ma con chi legge.
    I giornalisti non sono educatori e sebbene spesso rimestino nel torbido, non me la sento di addossare a loro tutta la colpa.

    —Alex

  4. donna allo specchio ha detto:

    povero ragazzo, morire da solo ed essere ricordato solo per le eventuali malattie, triste, molto triste. sui giornalisti quoto alex

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