L’abito fa il monaco

Ogni mattina mi godo il mio piccolo bagno di folla adolescenziale. 

La mia strada verso thelma passa attraverso il liceo artistico, davanti al quale stazionano i ragazzi prima di entrare, qualcuno ancora con le sembianze delle scuole medie (per lo più i ragazzi) qualcuno già dallo sguardo adulto (soprattutto le ragazze).

Non mi sento ancora abbastanza lontana da quei ricordi e da quegli anni per non vederli ancora un poco come ero io, in cerca, con le scarpe di colori diversi, i capelli asimmetrici, gli occhialoni da barbagianni e un sorriso appena accennato per paura che mi si mettesse in evidenza il naso. 

Così mi diverto spesso a guardarli e ogni giorno vedo una faccia nuova, un nuovo esperimento della grande tesi sperimentale del diventar grandi.

Ieri mattina è stata la volta di un paio di baffetti impomatati messi proprio sotto un grosso naso e un paio di occhiali di bachelite marrone, che davano al loro disinvolto portatore un’aria involontaria di maschera da carnevale, e di un ragazzo seduto, serio, un po’ Verlaine un po’ magoG, che ascoltava musica con una tuba in testa, tuba, devo dire, meno bella della mia. 

Dopo pochi passi, identificabile più di un poliziotto, lei. 

Bionda, passo spedito, libri sotto il braccio, rossetto opaco e mani in tinta. 

La gonna al ginocchio, il piumino un po’ anonimo.

Per sicurezza ho sbirciato i libri. 

Ma non ce ne sarebbe stato neanche bisogno. 

Anche senza la tavola periodica ce l’aveva scritto in fronte che avrebbe interrogato, la prof di chimica. 

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Una risposta a L’abito fa il monaco

  1. donna allo specchio ha detto:

    L’altro giorno guardavo in un sito francese che proponeva foto di caompagni di scuola, la classe del biondino e mi ha attirato l’attenzione sulla sua prof di fisica da lui definita” une folle furieuse” e mi sono ricordata di un’altra folle furieuse, la mia prof di educazione tecnica, quella che a 11 anni mi mise in mano una sega e pretendeva che segassi una tavola di compensato per fare un circuito elettrico, di cui ci aveva mostrato vagamente un disegno per me vagamente incomprensibile (tipo Ikea). E io che avevo una gran paura di ferirmi, le chiesi aiuto, si rifiuto di aiutarmi. L’unica in tutta la classe. Tornai il giorno dopo con un gran sorriso, un circuito perfetto e un biglietto dei miei genitori che dicevano che era impensabile mettere in mano uno strumento di quel genere ad una ragazzina di 11 anni (e goffa) e che quindi il circuito elettrico me l’ero fatto fare da qualc’un altro (il moi portiere che era bravissimo con le cose manuali, lui).Se l’accettava bene, senno tant pis. Oltretutto andavo ad una scuola privata e i miei genitori pagavano fior di quatttrini. Anche le due prof avevano il look da te descritto!!!

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