La prima di due storie 

(Sentite nell’aria di fronte a uno spritz)

Lo zione

Da bambini occorre un mito e il nostro era lo zione.

Non era lo zio di nessuno, ma si faceva chiamare così perché era grosso e perché a Livorno occorre sempre un soprannome importante.

Lo zione odiava il caldo, e amava il ping pong. 

Ogni sera, quando il sole dell’estate al mare si calmava un pochino, sfidava grandi e piccini al grande tavolo della parrocchia, che faceva da tavolo per il catechismo il sabato alle tre e da ping pong il resto del tempo. 

Era di bocca buona, lo zione, chi volesse provare a giocare con lui non trovava mai un no.

Aveva le mani grandi come una racchetta e piantava i lunghi piedi sul pavimento, a gambe leggermente aperte.

Non le muoveva per tutto il tempo, ruotando semplicemente le spalle e allungando le braccia arrivava a coprire ogni lato della sua metà campo, quella che al catechismo del sabato era riservata al prete e ai peggiori della classe. 

Un pomeriggio, mentre giocavamo tra di noi lo zione entrò e al bar del circolino chiese un ghiacciolo alla menta. 

Se lo mise in bocca tutto, per restituirlo alla luce del sole lucido e verde come un ramarro.

Noi continuammo a giocare. 

Il mio avversario mi rimandò indietro la pallina con un colpo secco e angolato. 

Non riuscii neanche a vederla.

Ma dietro le mie spalle sentii un colpo secco e vidi la pallina tornare al mondo, nello sguardo incredulo di chi mi stava davanti. 

Lo zione aveva schiacciato col ghiacciolo, poi, come tutte le leggende, era sparito all’orizzonte, lasciando dietro di sé solo il lieve ciabattare delle infradito nere consumate come un’ostia.

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