Il fertility day after

Il grande errore del governo (la dichiarazione di rensie che se c’era dormiva è stata peggiore di un imbarazzato silenzio) non è stato quello di fare il fertility day tout court.

È stato quello di ideare un “fertility day” in un momento storico nel quale il paese, e con lui la sua generazione “ggiovane” (bambocciona quanto si vuole) attraversa un periodo di incertezza forte e dalla fine poco prevedibile. 

Avrebbe avuto senso una campagna sulla fertilità  quando le condizioni per fare una famiglia fossero state poste. 

Ma nel nostro paese i nonni sono spesso l’unica risorsa delle neofamiglie, gli assegni familiari sono ridicoli e destinati solo a pochissimi sfortunati, i contratti di lavoro (checché ne dica la propaganda del job act) pochi e malfermi.

Spesso si va fuori, negli “anni migliori della fertilità”, per lavorare, per avere una sicurezza economica, o una gratificazione professionale. 

Si va magari in Francia, o in Germania, e siamo invitati ai matrimoni o alle nascite dei figli di amici, e restiamo un po’ lì, fra l’invidioso e il commosso ad assistere alla nascita delle famiglie altrui.

Quando, e se, si riesce a tornare, un po’ appesantiti dal tempo e dai BIUSTE, iniziamo anche noi a fare quello che fan tutti, a volte riuscendoci, a volte no.

Una volta fatti, i figli, si cerca un asilo, un lavoro che ci conceda il tempo di stare con loro, ma può anche capitare che la propria posizione di responsabilità sul lavoro, guadagnata magari proprio negli anni passati lontano venga messa in dubbio da questa nuova condizione.

A molte donne che tornano dopo il congedo di maternità viene di fatto chiesto di scegliere fra la famiglia e la carriera. 

Nel secolo della tecnologia galoppante, dello sbriciolamento dei tempi morti e della velocità della comunicazione, non esiste, in questo paese, un progetto per far lavorare la gente meno ore o in remoto.

No. Il lavoratore appartiene ancora all’azienda, la deve frequentare, anche più del necessario, per dimostrare che niente vale più della pausa caffè passata in compagnia del direttore marketing.

Le città sono posti per vecchi e per automobili, non ci sono parchi tranquilli, piste ciclabili, marciapiedi sicuri.

La campagna non ha un servizio di trasporto pubblico degno di questo nome attrezzato per carrozzine o passeggini o semplicemente bambini. 

Le scuole elementari crollano.

Gli adolescenti non ricevono alcun tipo di educazione sentimentale, né  sessuale.

Ma il tempo scorre e le priorità sono quelle di spiegare alle donne che hanno stampata in corpo una scadenza come le mozzarelle. 

Come se questo non fosse già un cruccio e un dolore di tante.

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2 risposte a Il fertility day after

  1. pensierini ha detto:

    Dio come condivido!!! (y) sei una grandissima, LdL, once more. questi stronzi di pseudo PD, maschi e femmine, non hanno idea di quello che si fa all’estero, per incentivare la cura della famiglia (non solo i bambini, anche gli invalidi e i vecchi sono sulle spalle delle donne). cose come congedi parentali, asili aziendali, agevolazioni, part time, da noi sono miraggi. solo nel pubblico impiego c’è qualche diritto, e non tanto neanche lì. perfino in Moldavia (!!!!!) il congedo per maternità delle insegnanti statali dura fino al terzo anno di vita del bimbo, da noi è di tre mesi, poi ti arrangi, con nonne, baby sitter, nidi, quando e dove ci sono, ad esempio qui in Emilia quelli comunali sono splendidi, quelli statali penosi, e i privati penosissimi e costosissimi.

  2. nonsonosola ha detto:

    Tristi considerazioni che condivido pienamente, io purtroppo figli non ne ho; quando ero giovane riuscivo a malapena a provvedere a me stessa con i contratti a termine rinnovati anno per anno. Ed è vero che nel resto d’Europa è molto meglio, in Norvegia puoi fare un figlio con la fecondazione assistita e crescertelo da sola se ti va, in Danimarca se sei ragazza madre è lo stato che pensa a te…

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