sulla via di arsina

c’ero già stata, un’altra volta in una vita precedente, anche allora quattro ruote da spingere, ma equamente divise, due io e due HDC, le ruote di due bici.

e io sopra, come una locomotiva, con le puppore sul manubrio.

stavolta le quattro ruote erano tutte mie, mentre spingevo il passeggino con sopra un principe che non voleva arrendersi al sonno.

e la strada era proprio quella, quella che porta a arsina.

da piccina i miei nonni litigavano sul cimitero dove volevano riposare le ossa: uno voleva andare a arsina, l’altra no, perché, diceva, “era in discesa” e ci stava scomoda.

la strada che porta a arsina è un serpentello grigio, in mezzo al verde umido delle piane, costellato ogni tanto di mimose impazienti di fiorire, come innamorati che non sanno aspettare l’ora, cipressi gonfi come le code dei gatti e salici in fiamme (ma a lucca si chiamano sarci).

anemoni fatati sbucano da oliveti ingrassati a pattume di vacca, e cardoni argentati decorano gli orti impoveriti dall’inverno.

su una quercia un cartello dice “vendesi” e su un cipresso un altro dice “vietato l’accesso”.

rido, all’idea di vendere una quercia o di entrare in un cipresso.

da un campo sale un fumo bianco di foglie umide, in lente volute come il latte versato in un caffè troppo lungo. sono in una tazza rovesciata e il cielo è il mio fondo di caffè.

vedo la chiesa di san concordio, alla fine ha vinto mia nonna, sono entrambi a quel cimitero, ci arrivo dopo qualche curva e qualche sbuffata, il principe dorme, io sono in cima al mondo.

scolletto e torno in giù, verso casa di mia nonna, oltrepassando panni bianchi stesi in giardino, ringhiere liberty arrugginite di vecchie ville un tempo gloriose, olivi nodosi e sbiancati come moby dick.

il principe si sveglia, davanti alla vecchia scuola elementare, con una filastrocca si calma, guarda il ciglio della strada e di nuovo chiude gli occhi, spegnendo il mondo dintorno in un attimo.

 

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