budini d’uva fragola

l’uva fragola cresceva vicino al capannone da falegname dello zio.

e nonno, quando ci andava, la prendeva, la metteva nella sporta del motorino o in un sacchetto dondolante al manubrio della bicicletta e trionfante entrava in casa.

generando la disperazione di nonna.

perché già la vedeva, la cucina introgolata di sugo viola e zucchero, impolverata di farina, leta di bucce strizzate, di vinacce lasciate sul tavolo, di canovacci lasciati, macchiati per sempre del colore della nostra merenda preferita.

ma noi eravamo felici.

e allora nonno rideva, corto e robusto, dalle mani come tenaglie e le unghie tagliate con le forbici, alla bell’e meglio, sudicie non di sporco, ma di vita.

rideva e cominciava la magia, alla quale era stato iniziato anche lui da bambino, da sua nonna lucia forse, o dalla mamma temide (in famiglia i nomi delle donne hanno sempre avuto un certo fascino).

prendeva noi bimbi e ci faceva spippolare l’uva.

il taglio della manina era minacciato per chi si ficcava di straforo un chicco senza metterlo nel pentolo.

allora il gioco diventava quello, per un po’, i pollicini che sfidavano l’orco e l’orco che fingeva di arrabbiarsi per un po’, e prendeva le manine tenerine fra le dita ruvide e con l’altra mano aperta a forbice fingeva di tagliarcele senza pietà.

e noi si strillava e si rideva, che si sapeva che mica faceva sul serio, ma un po’ paura ce l’avevamo lo stesso.

poi prendeva l’uva (quanta? quanta ce ne aveva!) ci metteva un pochino d’acqua (quanta? un pochino, che ne so…) e la faceva cuocere cuocere e cuocere, mescolando con un cucchiaio di legno che diventava viola.

quando le bucce si erano staccate, i chicchi avevano perso la forma e tutto era diventato poltiglia, allora prendeva un canovaccio (ma a lucca si chiama asciughino) e passava il tutto strizzandolo con forza, schizzando ovunque, ridendo come un matto, al limite bestemmiando se qualcosa usciva di fuori, non tanto per la cucina, quanto per lo spreco di mosto che non sarebbe andato in budino.

al succo così ottenuto aggiungeva zucchero e farina, e faceva di nuovo bollire, fino a che non si rapprendeva e sembrava una crema.

poi occorreva mettere tanti ciottorini su un tavolo (non sapete cosa sono i ciottorini? MALE! sono ciotole piccole, piattini, contenitori di coccio di qualsiasi foggia, purché utili a contenere il budino) ce ne volevano tantissimi, perché non se ne doveva sprecare neanche una cucchiaiata.

per cui il grosso tegamone veniva ripartito mille volte in mille contenitori diversi, con grandi sbrodolature, bestemmie conseguenti, risate nostre e avemmarie di nonna.

era come un grande rito familiare, dove ognuno aveva la sua parte, il demonio col pentolone, la santa pallida e i nipotini, un po’ cherubini e un po’ diavoli a decorare la tela.

alla fine tutto era pronto.

la tavola coperta di budini a raffreddare.

i pentoli da lavare, l’asciughino da buttare, il mestolo viola e mio nonno, soddisfatto, che lasciava tutto nel caos e felice sentenziava: “vado a giocare a carte, ci vediamo per cena!”

mia nonna sospirava.

ps: la ricetta con le dosi la trovate qui, non usano un canovaccio ma un pulibile colino, non hanno nipoti o ciottorini, non ci sono nonni nella lista degli ingredienti, ma bisogna sapersi accontentare.

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4 risposte a budini d’uva fragola

  1. pensierini ha detto:

    Quanti ricordi! :-) Da noi si chiama(va) sugo d’uva, e si faceva col mosto normale, non d’uva fragola. E lo si metteva nelle fondine, i piatti fondi.

  2. Cugilé ha detto:

    Grazie per la ricetta Luci!! Ma preferisco la ricetta di tuo nonno a quella del sito di ricette … senza asciughino però eh?!?!?! Che tocca a me pulire …. :)

  3. laperfezionestanca ha detto:

    Brrrr, una ricetta da giallo zafferano. Mai mai mai, che quella è un’imbrogliona e ha avuto successo rubando ai blog di tutti gli altri. Quel sito è un aggregatore, non un blog e quella lì non sa distinguere lo zucchero semolato da quello a velo. Manco morta. Piuttosto tento di inventarla a partire dal racconto della procedura nonnesca.

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