viaggi e miraggi

ed eccomi qui, in una camera d’albergo che sembra la solita puntata di arnold della volta prima, con gli occhi pesti e un sonno da urlare, ma tengo botta.

qui sono le sette e mezzo di sera e invece nella mia testa sono l’una e mezzo di notte.

sono riuscita però già a fare cose importanti, nella tana di lucettina. la presa elettrica ammeregana  con un moltiplicatore di prese, (HDC santo subito) il computer, il telefono, la camicia da notte sul guanciale, che fa tanto casa nella prateria.

un’occhiata al bagno, c’è la vasca come piace a me, quelle da film di paura, a dire il vero, bassa e larga, ma almeno c’è, farà comodo durante questa settimana da aliena.

il viaggio è andato bene, ho visto un po’ di mondo che vado subito a elencare.

la medaglia di bronzo per il premio “lucettina va  a giro e si fissa sulla gente prima o poi rimedia due schiaffi” va all’indiano con le tette in giro con la sua mamma: un indianone di un metro e ottanta, piantato, con i mocassini a punta, le cuffie ultima moda e due tette che non si potevano guardare.

la medaglia d’argento va a un fantastico gruppo super yiddish in evidente gita di famiglia: i due sposi novelli con bimbo piccolissimo, lui con la kippah e lei ovviamente no, ma soprattutto le tre accompagnatrici, che io ho deciso essere rispettivamente la mamma di lei e le due sorelle.

le tre donnone rappresentavano in pieno il mito della yiddish mama, un sacchetto pieno di panini ciascuna, attrezzate come se dovessero andare alla guerra del kippur, con guanciali (uno, bellissimo, di peluche rosa), poggiapiedi, brse, borsette, borsettine, scatole, scatoline, porta cose, porta porta cosa, porta scatole, buste di plastica e chilometri di carta alluminio.

una cosa che non ho capito: tutte e tre avevano la parrucca, dello stesso identico taglio, ma di tre colori diversi, una bionda, una mora e una castana.

(cercando su internet potrei aver trovato qui la soluzione alla mia curiosità.)

in tre sono riuscite a sfinire il poveretto con la kippah, la moglie, due hostess e uno steward.

non erano mai veramente certe che il cibo fosse kasher. per questo, dicevano, avevano i panini di riserva. nel dubbio comunque hanno mangiato sia l’uno che l’altro.

ma la medaglia d’oro va al vincitore assoluto della competizione, che ha staccato di varie lunghezze tutti gli occupanti del’aereo.

il  vecchio col passamontagna.

ora, spesso avevo visto gli indiani e pakistani soffrire il freddo in modo strano, tipo i guanti in aeroporto, ma il vecchio in passamontagna aveva davvero un’aria da romanzo.

è arrivato barcollando, le lunghe unghie gialle che parevano il continuo perfetto delle vene gialle anche loro, un giubbotto di pelle marrone chiuso fino al collo dal quale spuntavano lunghissimi peli bianchi, una testa da pollo che sbucava da un passamontagna grigio che lasciava vedere il viso ma che copriva fronte, mento e orecchie, in viso il silenzio ostinato di chi non capisce nssuna delle lingue che lo circondano.

“parlez-vous français?” gli ha chiesto la hostess alta una testa più di lui.

non ha battuto ciglio.

“do you speak English?”

niente.

una statua di sale, lui, la sua valigia ondeggiante e il suo passamontagna.

la valigia gliel’hanno aperta, ha aspettato che finissero.

gli hanno detto di togliersi il passamontagna, li ha guardati come si guarda un quadro al louvre, senza dire una parola.

gli hanno fatto cenno, descrivendo l’atto di toglierselo con le mani in aria.

lo ha tolto e rimesso, un secondo, solo per sfoggiare i pochi capelli ritti  e bianchi identici ai peli del collo,  e se lo è rificcato in testa, seccato dalla strana richiesta.

all’atterraggio mi sono voltata verso di lui e era ancora così, col giacchetto di pelle chiuso fino al mento, con il suo passamontagna grigio e le unghie gialle da rettile.

ostinato e infreddolito, in un modo assurdamente diverso, muto, irremovibile e giallo.

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6 risposte a viaggi e miraggi

  1. pensierini ha detto:

    Sei negli States, che bello! Divertiti e raccontaci ancora tutto quello che osservi, eh? :-)

  2. stefafra ha detto:

    La parrucca é effettivamente normale per le signore ebree ortodosse dopo il matrimonio. Io per un po’ a Zurigo mi chiedevo come mai le mie vicine, in un quartiere molto ebreo ortodosso, avessero tutte la stessa pettinatura, e girassero in maniche lunghe e calze pesanti pure a agosto con 35 all’ombra. Poi mi sono informata sulle norme di abbigliamento degli ebrei ortodossi e ho capito. Parrucca dopo il matrimonio, o almeno fazzoletto o cappello che raccolga e copra tutti i capelli, niente sandali, calze sempre, gonne sotto al ginocchio, camicie che coprono dai gomiti alle clavicole come minimo

  3. melograno19 ha detto:

    Michel Houllebecq scrive che l’esperienza degli aeroporti è infantilizzante e concentrazionaria

  4. donna allo specchio ha detto:

    io ne incontro di ebree ortodosse nel mio quartiere, effettivamente sono come stefrafra le descrive, anche se non le ho mai viste con la parrucca. Sembrano uscite dagli anni 30 o 50 del secolo scorso. io le chiamo le anacronistiche, ma vivo e lascio vivere, come vivo e lascio vivere quelle donne che camminano tutte coperte col loro velo che lascia scoperte solo il viso, purchè queste ultime non rompano quando cammino col “canard enchainé”, come mi è successo di recente. Là potrei cominciare ad inkazzarmi in nome della laicità.

  5. stefafra ha detto:

    Le parrucche sono belle, fatte bene, di capelli veri, ma dopo un po il dubbio ti sorge: fa un caldo boia, c’é umido, ma tutte ste signore riescono a andare in giro con la stessa identica uguale pettinatura perfetta, capello drittissimo, riga da una parte, fragina, cambia solo il colore?
    Poi guardi meglio e vedi che i capelli sono appoggiati….molto raffinatamente ma in prestito.
    A volte le vedevo in “libera uscita” al parco,a far prendere aria ai bimbi, d’estate, e invece della parrucca avevano una specie di “cappuccio” di stoffa morbida a raccogliere tutti i capelli, tipo cuffia da doccia ma piú lunga e di stoffa o maglina (in inglese si chiama “snood”), o d’inverno un berrettone di maglia.
    La cosa é molto dipendente da che sottogruppo di ortodossi sono, se sono originariamente dell’est europeo le parrucche abbondano, altrimenti sono piú cappelli, berretti, e altre coperture, anche foulard e veli.

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