tre avemmarie e un atto di dolore

reduce dal dentista.

denti pulitissimi e grattati per benino.

tutto a posto, nessuna carie, tartaro levato, gommine, dentifricio e sciacqua bene.

tre avemmarie e un atto di dolore e poi puri come la neve.

adesso per un mese mi laverò i denti tre volte al giorno, spazzolando dall’alto verso il basso per otto volte ogni due denti, prima di sopra e poi in direzione opposta di sotto, per almeno due minuti.

anche quando mi confessavo duravo un pochino a non peccare più.

resistevo fino alla prima macchia sulla coscienza.

dopo la prima litigata col mi’fratello, dopo aver mandato in bestia la mi’mamma, tutto andava a rotoli, la mia anima si concedeva l’inesorabile declivio verso la perdizione in un crescendo di letti disfatti, piedi non lavati e di parolacce dette sbofonchiando in mezzo ai prati assolati dell’agosto farnetino: l’estate era più portata alla perdizione perché andare alla messa, con le vacanze e il mare e tutto il resto era meno assiduo e con questo anche il controllo sul candore della propria anima.

ma ogni sabato di confessione tutto poteva ricominciare daccapo.

così come ad ogni uscita dalla dentista, assolta con formula piena per non aver commesso il fatto, ci si immagina lavarsi i denti a ogni caramella.

e si finisce per comprare chewing gum, che come tutti sanno, sono l’anticamera dell’inferno.

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