un cartello col mio nome e un tassista di nome eric

new york, ultimo giorno e rientro con scalo a parigi.

scrivo questo post dal letto della casa dell’arancio, con le gatte sulla pancia e HDC che frulla per casa perché domani parte per potsdam (invidia, invidia, invidia, invidia…).

ma ancora penso a me, che con la valigia, la sciarpa e il berretto scendo dal palazzo che ospita gli uffici per cercare l’autista che mi porterà fino a JFK.

frank al telefono era stato chiaro: “non posso venire io a prenderti, il tuo tassista si chiama eric, ricordatelo, eric, non salire su nessuna macchina il cui tassista non si chiami eric, hai capito? ERIC!”

così scendo nel vento scevro di neve della piazzola sulla superstrada e ci sono due macchine, entrambe nere, entrambe lunghe, entrambe con un autista dentro.

bisbiglio il suo nome.

“eric?”

poi guardo meglio, sul finestrino di una delle due macchine c’è un foglio, e sul foglio una scritta a matita, in stampatello azzurro.

“L U C I A”

sorrido, chiedo all’autista come si chiama.

“eric, I’m eric, nice to meet you, LUSSIA, such a nice name, LUSSIA!”

chiedo se posso sedermi davanti e il viaggio comincia.

eric non è nato a new york, è qui da poco, viene dalla repubblica dominicana, qui ha portato anche i genitori, che però non si trovano bene, perché la sua mamma non parla inglese e difficilmente esce di casa, così lui ogni volta che può va a casa sua e prova a insegnarglielo, l’inglese di new york.

eric va a scuola di sera, dietro al mio nome, scritto in stampatello azzurro ci sono due esercizi di grammatica.

eric sa guidare nel traffico di new york ma dice che è un posto di pazzi, dice che se non fosse stato per provare a campare mai avrebbe lasciato il mare, e mai avrebbe portato via sua madre.

così è la vita.

mi chiede se l’italia è bella, gli dico di sì, che è bella, e anche brutta a volte, e che anche in italia arriva gente per lavorare che avrebbe preferito rimanere dov’era e che anche dall’italia si parte per cercare lavoro da qualche altra parte.

e io che ci faccio a new york, chiede eric.

io sono venuta solo per pochi giorni, nella crazy town, come la chiama lui, full of crazy people.

riparto senza averla quasi vista, gli dico e mi dice che è un peccato e che la prossima volta mi porta a giro, a vedere cosa sono capaci di fare questi pazzi ammeregani.

ringrazio e chiedo quanti chilometri mancano, siamo bloccati nel traffico.

eric non capisce, mi dice di rifare la domanda.

mi chiedo cosa posso aver sbagliato di grammatica, la riformulo, “quanti chilometri ci sono fra qui e l’aeroporto?”

eric non capisce.

alla fine mi cade l’occhio sul tachimetro.

“how many MILES?”

eric sorride, io gli dico che sono pazzi, lui e tutti gli altri americani con le loro miles, i gallons, i gradi farenheit e gli square feet.

eric non vede cosa ci sia di folle. io sorrido e guardo a destra lo skyline della città accarezzata senza vederla veramente e pensando che è tutto solo rimandato.

tornerò.

 

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized. Contrassegna il permalink.

4 risposte a un cartello col mio nome e un tassista di nome eric

  1. AD Blues ha detto:

    Devi tornarci.
    Sarà anche piena di pazzi ma è tanto figa!

    —Alex

  2. pensierini ha detto:

    E’ mille città in una. Io la preferisco vista dall’alto della High Line, la lunga passeggiata pedonale panoramica tra prati e panchine, lontana da traffico e dallo smog.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...