sulla tortura

ci ho fatto caso oggi entrando da porta santa maria, ma a pensarci bene credo che ce ne sia uno identico entrando da porta san pietro.

un banner pubblicitario alto quanto le mura e alle mura attaccato, di quelli che di solito vengono usati per promuovere medio-grandi eventi cittadini (è tutto in proporzione, per carità,  grande evento cittadino a lucca si può intendere dalla processione al torneo di burraco sulle mura) pubblicizza “il museo della tortura” utilizzando una ghigliottina come attrazione per i turisti.

non so se siete mai capitati in uno di questi posti degni di un gardaland della sofferenza altrui.

a me, sinceramente, fa un po’ specie che si usi il tema della tortura come spettacolo da mostrare ai bambini, ai turisti, alla gente in generale.

provate a mettere “museo della tortura” su google immagini.

corpi straziati, fruste, inquisitori, strumenti, streghe, eretici, presentati come un fumetto, come qualcosa su cui meravigliarsi ma non su cui riflettere, un selfie davanti a una gogna, perché no? taggare un amico in una foto con una macchina delle torture, ma sì, che male fa?

in questo mondo fatto di niente siamo tutti sempre più liberi e più scemi, guardiamo bombardare gaza con in mano uno spritz, assistiamo agli spettacoli più agghiaccianti con apatica noia e portiamo bambini a guardare le torture subite da altri uomini con la leggerezza di chi viene portato a vedere cinecittà.

ma nel mio inguaribile e ormai quasi pateticamente romantico senso delle istituzioni, vedere le mura della città, simbolo del posto dove vivo e custodi della sua “libertas”, pubblicizzare uno strumento di morte come fosse una mostra di giardinaggio, mi mette addosso lo sconforto e la rabbia di chi ancora pensa che il posto della ghigliottina sia in fondo al mare di viareggio.

“Il 10 ottobre mentre nel Palazzo Ducale il marchese Rinuccini prendeva possesso di Lucca a nome di Leopoldo II, il popolo percorreva la città gridando evviva ed abbattendo gli stemmi borbonici. Uno dei motivi per i quali il Granduca di Toscana meritatamente si acclamava era l’abolizione della pena di morte da lui decretata il 4 ottobre, cioè il giorno prima quello dell’atto di reversione. Al grido popolare di abbasso la pena di morte, un altro ne seguì: fuori la guigliottina. A quella parola d’ordine la massa dei dimostranti si precipita verso le carceri di S. Giorgio ed esige la consegna della guigliottina e del palco. Sulla piazza si fa un monte di tutti i materiali, poi vi si appicca il fuoco. Mentre il fumo e le fiamme di quella pira si allungano verso il cielo il popolo applaude e le campane di S. Anna suonano a stormo. Dirigeva quelle operazioni Don Alisio Giambastiani, un tipo di prete assai strano, temperamento sovreccitabile che terminò la vita al manicomio. Il Giambastiani s’intitolava cappellano del popolo ed era sempre l’auriga d’ogni dimostrazione popolare”.

“nei giorni che seguirono Giambastiani andò con alcuni amici a Viareggio portando seco la lama della guigliottina. Noleggiata una barca prese il largo e gittò quella lama negli abissi del mare”.

Cesare Sardi nel volume “Esecuzioni capitali a Lucca nel Secolo XIX “, stampato dalla tipografia G. Giusti, Lucca 1911, testo trovato qui.

 

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2 risposte a sulla tortura

  1. pensierini ha detto:

    Sì, è capitato anche a me, di passare davanti a tali strumenti, visitando non so più quale castello medievale. Un orrore.

  2. AD Blues ha detto:

    Non sono mai entrato in uno di questi posti e probabilmente non lo farò mai.
    Mi mette angoscia il pensiero delle sofferenze terribili inflitte spesso per costringere innocenti a dichiararsi colpevoli e quindi produrre l’effimera illusione del trionfo della giustizia.

    Museo o non-museo però l’orrore della tortura, medioevale o moderna, compiuta nelle segrete del carcere di S.Giorgio o in una caserma di Bolzaneto resta ben presente, anzi ti fa pensare che ancora oggi il reato di tortura non è presente nel nostro codice penale.

    Magari chissà, visitando un o di questi posti qualche coscienza potrebbe risvegliarsi .

    —Alex

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