la vacca e il cachì

(per la definizione di “cachì” vedere post precedente)

farneta, un anno qualsiasi, a caso, negli anni ottanta, non è importante, credo.

fine pomeriggio d’estate, quando le giornate sono così lunghe che alle sei c’è ancora un sacco da fare, da giocare, da vivere, il pallone sotto il braccio, una maglietta sudicia, un fratello e un amico che programmano la nuova partita: “si fa chi arriva prima a 10 goal?” 

il cachì è un albero che si prepara per tutto l’anno all’inverno, mette a primavera dei fiorellini bianchi, che a stento si vedono fra le foglie grasse e verdi, e che lasciano presto il posto al frutto in crescita, come un culo che scoppia in mutande troppo strette, pensavo sempre.

d’estate i cachì diventano palle dure, che a volte si staccano dalla pianta prima del tempo, e il gioco è tirarle, più lontano possibile, nei giochi olimpici di farneta.

a farneta ci sono due cachì principali e due secondari.

i principali sono tali perché vicini alle case, mentre i secondari sono in zona campi e pollaio di santina.

la prima lezione che impari quando sei piccino e hai voglia di un cachì è quella di saper aspettare.

i cachì acerbi infatti allegano come il demonio.

quando uno si ritrova con la lingua allegata deve mangiare una fetta di pane lentamente e il maleficio piano piano se ne va.

quella sera nessuno sa come una palla verde di cachì acerbissimo fosse finita nel fieno, ma la vacca lo azzannò con noncuranza tipica bovina e a lei nessuno aveva insegnato la storia della fetta di pane.

quando gigi andò per mungerla la vacca aveva gli occhi di fuori e la lingua schiumosa.

vide il mezzo cachì e capì al volo.

corremmo tutti, a vedere il cinema nella stalla, le voci corrono velocemente in una corte.

la vacca che allungava la lingua nel tentativo di dissodarla dalla morsa asinina del frutto, gigi che rideva fino alle lacrime, chiedendosi come avrebbe potuto fare per aiutarla e convenendo alla fine che l’unica cosa da fare era aspettare che piano piano passasse da sé.

sospesa la partita, ritardata la cena, la vacca protagonista della serata, mentre fuori piano piano il cielo si scuriva e le rondini volavano basse fra il lastrico e il ghiaino.

 

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9 risposte a la vacca e il cachì

  1. enrica ha detto:

    Che meraviglia! Sì, allega come il demonio, anche se è quasi maturo! Poera bianchina.

  2. cugifà ha detto:

    :D Grazie della risata mattutina! Molto meglio la vacca che il post renziano

  3. Donna allo specchio ha detto:

    Hai fatto ridere anche me ad immaginare la vacca con la lingua di fuori!! Ricambio il baciotto del posto precente!! chissà che non mi si migliori l’umore … chissàche non si possano distribuire tanti cachi qui :)

  4. biba ha detto:

    Povera mucca golosona!
    P.S. Ma al singolare cacò?

    • letteredalucca ha detto:

      Trattasi di uncountable noun. :-), un cachì, due cachì. Fa eccezione a Firenze, dove lo chiamano più scEntificamente diospero, o più italianamente “caco”. Famosa la barzelletta della signora dal fruttivendolo (in Toscana “ortolano”)… “un caco!!!” “La si purghi!!!”

  5. pensierini ha detto:

    Po’ra bestia :-D

  6. marcoghibellino ha detto:

    oltre al fatto che sono golosissimo di cachi , il caco è un albero splendido, secondo forse solo al nespolo del giappone, d’estate è bello con quelle foglie grandi lucide verde scuro, ma d’inverno, nel grigiore dei giorni nuvolosi o di neve quando i colori sono solo bianco nero un infinità di grigi , un grande albero di caco con il tronco ed i rami neri coperti di frutti arancioni è meraviglioso mi mette allegria mi fa pensare ad un albero di natale

  7. Gino il pollo ha detto:

    Alla Cappella si chiamano “cacchì”.

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