resurrezione

si arriva all’antro del corchia dopo un’ora di macchina, e un quarto d’ora di navetta surriscaldata e piena di tedeschi increduli, indecisi se schifarsi per la poca organizzazione o meravigliarsi della bellezza abbagliante delle cave di marmo.

si entra, con una guida e con un gruppo di persone che il caso ti assegna, non è molto diverso che nella vita.

quando l’antro ci accoglie il freddo entra dal naso, e non ti abbandona più.

sette gradi saturi di umidità relativa che ti leccano di gelo in ogni parte del corpo.

ma la vista subito distrae.

quello che ci si para davanti è una cattedrale di carbonato, alta e solenne, che si perde in navate e colonne a perdita d’occhio, senza tregua si passa dalle concrezioni a corallo alle vele, alle stalattiti, alle stalagmiti, alle vene che l’acqua, un filo alla volta ha lasciato dietro di sé, come la bava di una lumaca di pietra, instancabile e inesorabile, praticamente impassibile davanti al chiasso dei visitatori, al flash dei telefonini, allo sbattere degli scarponi sul sentiero di acciaio.

dopo un’ora di cammino sono abituata alla penombra, al freddo, all’umido, al ritmo cadenzato dei miei piedi sulle scale.

mi scopro a sbadigliare.

sento che potrei quasi dormire.

la cosa improvvisamente non mi attrae più.

davvero mi potrei fermare in questo gelo, in questa apparente assenza di vita, in questo mondo pietrificato fatto  di roccia e di acqua e di mistero?

il solo pensiero mi taglia le gambe.

mi prende lo stomaco e me lo stringe in un pugno di paura.

penso che non sono ancora a metà del giro, penso che sono viva, sono calda, mi muovo, non sono un sasso, sassi sono intorno a me, sopra di me, alla mia destra, alla mia sinistra, sotto ai miei piedi, ma io no, io pulso, io penso, io guardo e sento e vedo e sudo.

mi guardo intorno, decido di farmi accarezzare ancora dalla bellezza, senza farmi spaventare, decido di non pensare troppo, di camminare, un passo dopo l’altro, verso la metà del percorso, quello dove, mi dice la guida, vedremo le formazioni di roccia più belle.

ha ragione, la stanza delle stalattiti è un capolavoro della natura, che colpisce e affascina, che esisteva anche prima che gli occhi di qualcuno, compresi i miei, la vedesse, silenziosa, imprevista e indifferente.

e dopo di lei il ritorno, la risalita, l’uscita.

all’uscita la prima cosa che ti accoglie sono gli odori.

lazzaro resuscitato avrà anche lui sentito il suo puzzo orrendo di carogna, come gli amici che da giorni lo piangevano morto, e avrà sentito la mirra, l’odore dei fiori, del mondo, del deserto vicino e degli alberi e dei cani randagi e degli uccelli del cielo.

perché la prima cosa che ti accoglie fuori dalla grotta sono gli odori, amplificati e ingigantiti dal naso ripulito dalla lunga inattività.

dura solo qualche secondo, perché insieme agli odori arriva il caldo, il caldo feroce e la luce abbagliante del giorno, sul ghiaino di marmo e sui prati verdissimi.

improvvisamente capisci che niente è bello come il mondo, che le foglie, le nuvole, i fili dell’erba e le righe del cielo sono fuori dalla grotta, come te, viva e felice di sentirlo con ogni fibra del corpo.

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4 risposte a resurrezione

  1. crash ha detto:

    …parole sante !!…

  2. laperfezionestanca ha detto:

    E il geotrogolo si rotolava per terra dalla goduria?

  3. tittisissa ha detto:

    Che sensazione di soffocamento! mamma mia :)

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