fra diavolo, sonia e sgancia

non si chiamano davvero così, ma c’è stato un momento nel quale quelli erano i loro nomi.

è stato “in tempo di guerra”.

mia nonna usava questa locuzione “in tempo di guerra” per parlare di un momento della sua vita nel quale erano successe cose inenarrabili, efferate, spaventose, consone soltanto, appunto, a un “tempo di guerra”.

fra diavolo, sonia e sgancia li ho ascoltati ieri a fosdinovo, alla festa del 25 aprile.

fra diavolo che stringeva la costituzione, sonia che ci raccontava di quando attaccava i manifesti alle sedi dei fascisti ancora bambina, sgancia che ci parlava delle donne che si levavano il pane di bocca per darlo ai partigiani sulle montagne.

sonia era ancora una bambina quando suo padre, antifascista fino alla punta dei capelli, scriveva falsi volantini destinati ai fascisti che erano “dei gran vigliacchi” come dice lei, e li firmava “i lupi rossi”.

i volantini servivano appunto a spaventare senza particolare fatica i fascisti, che, dice sonia, si spaventavano con poco. contenevano frasi del tipo “l’ossigeno tedesco sta per finire, state attenti, fascisti che la fine è vicina” e venivano scritti quando ancora gli alleati erano là da venire. lei era ancora una bambina e nessuno immaginava che fosse lei, di nascosto ad attaccare quei volantini, immaginando invece chissà quali forze spaventose nascoste dietro al nome “lupi rossi” quando invece erano solo un padre e una ragazzina con suo fratello.

sonia ha poi fatto la staffetta partigiana, adesso gira le scuole, a raccontare la storia  sua e dei suoi compagni.

sgancia invece dopo la guerra ha fatto il fabbro, è anche emigrato, e poi è tornato. non ha capelli sgancia, ma ha la bocca grande, con la quale parla e tocca le corde del cuore, perchè sgancia ci racconta che aveva sedici anni quando si unì ai partigiani, ci racconta dei morti che ha visto, delle paure che ha sconfitto, dei fiumi attraversati di notte, nell’acqua gelida fino alla pancia, delle notti passate a dormire con le pecore, nascosti come animali, dei borghi rastrellati dai fascisti  che portavano via tutto.

sgancia è l’unico dei tre che sono riuscita a raggiungere e a ringraziare. gli ho porto la mano, gli ho detto “grazie, di tutto” e lui mi ha guardato sorpreso, non capendo, quasi, di cosa lo stessi ringraziando. aveva gli occhi vetrosi dei vecchi, e io gli ho voluto bene.

ha ragione sonia, che in realtà si chiama wanda: ci sono ragazzi che non hanno potuto vedere la vecchiaia.

per loro, e per chi, invece, è diventato vecchio raccontando ciò che è stato, io mi sentirò sempre figlia orgogliosa della storia partigiana.

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6 risposte a fra diavolo, sonia e sgancia

  1. Lilith ha detto:

    Hai raccontato la storia dei miei nonni e della mia mamma! C’è tutto, dai volantini stampati in casa al pane portato ai partigiani…Per non dimenticare mai.

  2. Donna allo specchio ha detto:

    E hai raccontato la storia di una mia cara zia che adesso non c’è più. Ogni 25 aprile ho un pensiero per lei

  3. AD Blues ha detto:

    Ormai ascoltare queste storie dal vivo è un privilegio di pochi.

    —Alex

  4. icittadiniprimaditutto ha detto:

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  5. TreScogli ha detto:

    Ieri ero a Sant’Anna di Stazzema, come ogni anno… e oggi è morta una partigiana versiliese, Didala Ghilarducci. La memoria è come le radici per un albero… e noi siamo alberi… se tagliamo le radici l’albero muore. Grazie del tuo racconto :)

  6. Simona ha detto:

    hai ricordato la storia dei miei nonni…dei quali sono orgogliosissima!
    io invece a Firenze ho conosciuto, il 25 aprile, Sugo e Pillo…mentre già da più di un anno sono amica di Oremus, di Sanremo. è sempre un’emozione unica ascolatarli…

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