italian cooking

ieri sera sono tornata a casa morta dal lavoro, mi sono stravaccata sul divano, ho acchiappato il gatto e ho pensato: e ora, cervello, dormi!

e così ho scelto di accendere la televisione su un programma scemo, una cosa qualsiasi, mi andava bene anche vedere le fabbriche dei lapis, delle macchinine o dei BIUSTE (quanto tempo che non usavo questa parola magica! che nostalgia!!!), ma invece c’era uno che cucinava e che spiegava agli ammeregani la buona cucina italiana.

purtroppo non era lo chef tony dei miracle blade, che lui sì che era un mito, ma mi ha incuriosito e così ho deciso di imparare a cucinare “made in italy”.

questo il menu:

spaghetti al pomodoro

cotolette di pollo

insalata

zabaione con le fragole

ed ecco i procedimenti assolutamente italiani DOC.

ha fatto la salsa per gli spaghetti partendo da olio, aglio, sale e pomodoro al quale ha aggiunto due cucchiaini di zucchero.

poi ha messo l’acqua a bollire  e al momento giusto l’ha salata, ha rotto “come faceva sempre sua madre, italiana” gli spaghetti in due, e li ha cotti.

poi ha preparato l’insalata: partendo da una vinaigrette, formata da erbette varie essiccate, sale, aglio, zucchero, aceto, olio di oliva e olio di semi in parti uguali.

poi la cotoletta, che ha fritto, dice lui, in modo “leggero” perchè nella padella c’era poco olio.

prima di passare allo zabaione, ha composto il piatto.

eccerto.

un piatto con gli spaghetti al pomodoro, la cotoletta fritta e l’insalata.

come fanno i veri italiani.

e adesso qualche riflessione semiseria:

possiamo considerare “cucina italiana” quella che ho visto? forse sì, in effetti, c’erano tante cose che anche io cucino, magari non metto lo zucchero nell’insalata, ma so di gente che lo mette nella salsa di pomodoro, e soprattutto non spezzo gli spaghetti, ma so di gente che lo fa, specialmente, credo, proprio al sud. di sicuro però non metterei mai nello stesso piatto “primo e secondo” proprio perchè questo susseguirsi di portate è una delle cose tipiche della nostra cucina.

possiamo considerare uno che spiega queste cose, in questo modo, agli americani, una fonte di informazione credibile? voglio dire, ci saranno degli americani che da domani inviteranno la ragazza a cena e le diranno: “sai che in italia spezzano gli spaghetti in due prima di cuocerli?”

la cosa è davvero importante? per me sì, lo riconosco, mi infastidisce parecchio vedere barbaramente sfregiata la cucina italiana, ma cosa è DAVVERO la cucina, se non il posto dove si sperimentano vie diverse e si concilia la strada vecchia per la nuova?

qual è il confine fra questo e la pizza col gruviera?

e le cucine degli altri paesi, che io stragio ogni volta che posso, come quando cucino indiano e spaccio la “linea osella” per il paneer, oppure quando mi rifiuto categoricamente di inquinare col wasabi il mio adoratissimo sushi?

quanta cucina cinese, greca, messicana, giapponese, indiana che entra nelle nostre case o che mangiamo al ristorante non è in realtà la declinazione italiana di quelle cucine, riadattate ai nostri modi di vedere e concepire il mondo?

e forse è questo il bello, assaggiare, mescolare, mescolarsi.

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16 risposte a italian cooking

  1. AD Blues ha detto:

    Quello che il telechef ha preparato era il classico modo di cucinare del sud Italia una 60ina di anni fa. Ossia quello della sua mamma quando è partita dall’Italia.

    Nel frattempo i gusti si sono modificati, così come le ricette…

    (lo zucchero si mette per stemperare l’acidità di certi pomodori mentre gli spaghetti si spezzavano perché quelli artigianali erano veramente lunghi. Il salmoriglio con tutta quella roba lo faceva sempre mia nonna calabrese e, toh guarda caso, lo prepara ancora mia zia quella nuiorkese! ;-) )

    —Alex

  2. Bianca-Hamburg ha detto:

    Io al sud non ho mai visto nessuno spezzare gli spaghetti…almeno non gli spaghetti normali, forse quelli lunghissimi si. Ma io dico, se mette la pasta al sugo nello stesso piatto dell’insalata, non si ritrova con le foglie di lattuga “ammosciate”?
    Orrore e disgusto :-/

    • Lilith ha detto:

      Ahahahah!! Lui è Buddy Valastro!! Fa delle improponibili ricette italo/americane…degli intrugli immangiabili! E’ un bravissimo pasticcere, ma come cuoco ITALIANO, come dice lui ha ben poco…Usa chili di burro, frigge tutto, mette pancetta ovunque, della cucina mediterranea non ha proprio niente. E poi mescola tutto, piatti enormi dove c’è di tutto…
      Una volta ha preparato spaghetti al sugo di pomodoro (e che sugo!), sopra vi ha appoggiato melanzane passate per uovo e pangrattato e fritte, ancora sopra cotolette di pollo ri-fritte, una bella passata di formaggio e via in forno! Risultò un intruglio che ricordava gli avanzi delle mense…:-(((

      • Megant ha detto:

        L’ho vista anche io quella puntata!!!!!! sono rimasta a bocca aperta! Se si fermava giusto un passaggio prima di affastellare tutto e passarli in forno sarebbe anche stato passabile!!

  3. giappocrucca ha detto:

    Una mia amica giapponese dice spesso che sono troppo rigida e dovrei essere piu’ aperta verso la cucina “fusion”. E’ che non mi convince! La provo, ma spesso mi sembra che i sapori non stiano bene assieme. Ho provato anche gli spaghetti con una salsa nipponica a base di uova di pesce e alghe ma non ne sono rimasta entusiasta. Io credo cha la cucina di una popolo sia parte fondamentale della sua cultura e mi piacerebbe, se possibile, che rimanesse il piu’ tradizionale possibile.

  4. crash ha detto:

    …mah…secondo me…non si può mangiare mediterraneo a NewYork, per lo stesso motivo che non riesco a mangiare il cannolo siciliano in viale Monte Santo a Milano, piuttosto che i canederli davanti al Pantheon a Roma, oppure la cotoletta alla milanese in Piazza Santa Lucia a Siracusa…gli americani hanno la dieta McDonald’s….io gliela lascio (stando in Italy)….se – invece – mi trovassi a spasso per Philadelfia non disdegnerei un bel panino (ma una tantum). In ogni Paese – secondo me – bisogna cibarsi di quello che offre quel Paese, è giusto mangiare cose locali…anche se possono fare schifo….all’inizio….

    • Lilith ha detto:

      Infatti Crash! Concordo…
      Ma il mitico Buddy si picca di cucinare con ricette RIGOROSAMENTE italiane, tramandate da sua nonna e da sua madre. Mi sà che ha dimenticato un pochino cosa sia l’arte culinaria italica…;-)

  5. Donna allo specchio ha detto:

    cucina fusion ? non fa per me!! è che sono allergica al pesce quindi la sola idea di non sapere cià che mangi col rischio di dover andare all’ospedale di corsa non mi garba per niente!

    in genere concordo con crash, ma quando vivi all’estero da tanto tempo una bella pizza pseudo-italiana ti viene pure voglia di mangiarla, anche con l’emmental

  6. marcoghibellino ha detto:

    dopo Fukushima è ovvio che ai giappo piaccia la cucina “fusion”… o mangiar questa minestra o …

  7. icittadiniprimaditutto ha detto:

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  8. angelina66 ha detto:

    Mah, dalle mie nonne (siciliane) non ho mai visto salsa con lo zucchero, spaghetti spezzati e insalate condite in quel modo. Vero che qualcuno spezza gli spaghetti, e qualcun altro usa lo zucchero per rendere i pomodori del proprio orto meno acidi, ma non la chiamerei “cucina tipica”. La lista degli orrori di “cucina italiana” all’estero sarebbe veramente lunghissima. Certo, la sperimentazione va benissimo, quello che non va e’ spacciarla per autentica cucina tradizionale.

  9. Megant ha detto:

    MIa mamma spezza gli spaghetti per cuocerli come faceva sua mamma e sua suocera. Deriva sia dagli spaghetti artigianali che sono più lunghi ma anche, credo, da quando al posto delle “penne rigate” già a misura c’erano le candele lisce e mia nonna le spezzava con le mani e la parte più buona erano i pezzettini di pasta che rimanevano sotto alla pentola. Mio padre e mia madre adorano talmente tanto il rumore della pasta che si spezza che lo fanno anche con gli spaghetti. E forse deriva anche da un piatto tipico del Sud: la pasta e patate dove gli spaghetti non devono essere troppo lunghi ma neanche ci puoi mettere la pastina perchè non rende.
    Di Buddy quello che mi fa sempre accapponare la pelle è proprio lo zucchero ovunque: nel pomodoro consiglia una bustina di zucchero ogni 100 g di pomodoro, ora mi dici che lo mette anche nell’insalata…ma la prevenzione di diabete e obesità dove la mettiamo!!!!
    E poi sì, cucina magari anche cose tipiche della cucina italiana (di 60 anni fa quando i suoi genitori sono emigrati come ha giustamente detto qualcuno) ma che senso ha poi questa abitudine tutta americana di fare il “monopiatto” e affastellare tutto in un unico piatto???

  10. franceskaos ha detto:

    Concordo con Crash, paese che vai, cucina che trovi e bisogna imparare ad adattarsi di località in località, non pretendere di mangiare come a casa e poi lamentarsi se fa schifo (come fanno i miei suoceri): è ovvio, se vuoi mangiare come a casa, stai a casa!
    Però è bello anche sperimentare, unire il curry al parmigiano, la salsa tzatziki all’hamburger. io sono convinta che gran parte della cucina italiana sta anche nel modo in cui si cucina, e non solo in cosa si cucina.

  11. stefafra ha detto:

    Io sono “noddica”.
    La mia mamma nel sugo al pomodoro un po’ di zucchero lo mette(va, che non cucina quasi mai per lei da sola) quasi sempre, per “arrotondare” l’acido dei pomodori “nordici”, che non maturano belli dolci e zuccherosi neanche nell’agosto della bassa padana.

    Gli spaghetti li abbiamo spezzati in due per anni casa….poi ci si é lentamente “civilizzati” pure noi. Ma rotti sono molto piú comodi da mangiare e da mescolare, ecco.

    Lo zucchero nell’insalata non lo mettevamo, ma solo perché facevamo metá e metá aceto balsamico/aceto di vino da botticella di avanzi in cantina….(prima che il balsamico diventasse di moda e si trovasse ovunque, ma metá della mia famiglia viene dalla patria del balsamico).
    Le cotolette si friggono in misto olio di semi/burro in padella, ma con giusto quel tanto che basta a coprire il fondo.

    Quanto a servire tutto sullo stesso piatto, lo so che per gli italiani é strano, ma nel resto dell’universo mondo si fa cosí, non solo in america, i francesi vanno di “nouilles” come “amido di accompagnamento” che é un piacere, e se sono ben fatte e burrose sono una meraviglia…

    PS: Valastro, il cognome é siciliano d’origine, sembrerebbe, ma da come descrivete la sua cucina forse la sua mamma era nordica (veneta? Buddy in realtá si chiama Bartolo, nome non proprio siculo)

  12. Alessandro ha detto:

    Ciao, ho trovato questo blog cercando info sul motivo per il cui alcuni spezzano gli spaghetti (m’era venuto il dubbio che fossi l’unico a non farlo :P).
    Buddy Valastro è un buon pasticcere (sono andato alla sua pasticceria ad Hoboken un anno fa, dolci buoni per essere in america, ma troppo smielati e zuccherosi .. insomma all’americana), ma purtroppo come tutti gli americani di seconda e terza generazione crede di cucinare italiano, quando invece non è così.
    In tutta la sub-cultura italoamericana le prime generazioni di migranti sono state le uniche che hanno mantenuto un vero legame con l’italia, le altre hanno fatto di tutto per “americanizzarsi”, sotto ogni punto di vista, proprio perchè era l’unico modo per integrarsi. Ad inizio secolo, nella costruzione dei grattacieli e nei vari cantieri, gli italiani erano pagati (da tariffario visto in un museo dell’emigrazione) ancora meno degli operai neri … l’unico modo per le nuove generazioni di non subire tutto ciò era di diventare più americani possibile.
    E questo ha coinvolto anche la cucina (ecco anche spiegato lo smodato uso di PIATTI UNICI, e soprattutto l’inserimento di bacon fritto nell’insalata … da noi un’insalata è un’insalata, per quanto ricca con mais, noci etc…, punto!)… non è raro trovare nei ristoranti italiani intorno a Mulberry Street a NY delle ricette con delle vere castronerie, tipo la CARBONARA con i PISELLI, o i sughi fatti con il ketchup, pizze immangiabili, o ancora l’uso di pancetta lì dove inceve servirebbe il guanciale (ma questo accade anche in Italia).
    Fondamentalmente Buddy fa inconsapevolmente quella che è una cucina tipica italoamericana, in tutto e per tutto diversa sia da quella Italiana che da quella americana; un mix dei due anche dovuto alla mancanza di materia prima dei primi italiani in America, che dovettero arrangiarsi con ciò che trovavano lì, adattando le ricette italiane alle materie prime americane.
    Se andate a Little Italy, per stare certi, fatevi un panino da ALLEVA (salumeria storica) o una pizza da FLORIO’S … tutto il resto è un rischio!!

    Alessandro

    PS: Salutami Lucca, ci sono stato spesso (ho lavorato in Toscana per un po’) … veramente INCANTEVOLE!!!!

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