Wir riefen Arbeitskräfte, und es kamen Menschen

(“cercavamo manodopera, arrivarono uomini” max frish)

ho visto un film bellissimo, “almanya-la mia famiglia va in germania”.

racconta di una famiglia turca, il cui capostipite arriva in germania come gastarbeiter nei primi anni sessanta.

ed è insieme dolce e struggente, e come i migliori film fa ridere e piangere insieme.

parla della vita e della morte e di come tutte e due le cose siano una sola.

parla della famiglia, e delle persone che ci portiamo dentro, per sempre.

parla di chi è partito, per cercare lavoro, e di chi si è trovato sospeso fra due mondi lontani duemilacinquecento chilometri e cinquanta anni, più o meno.

i gastarbeiter erano i “lavoratori ospiti”, quelli ai quali la germania chiese di arrivare e di lavorare nelle grandi fabbriche della rinascita industriale tedesca.

gastarbeiter erano turchi, italiani, spagnoli, greci, portoghesi. tutti “tedeschi di serie B”, ospiti, visti con malcelata superiorità mista a quello sguardo di bonario paternalismo che tanti tedeschi sanno avere.

era pochissimo tempo fa, si tratta dei nostri nonni, dei nostri zii, dei nostri padri.

e anche di noialtri.

di noi che abbiamo vissuto per tanto o per poco in un altro paese che sentiamo come una seconda patria, di noi che torniamo e non siamo tornati nel posto dal quale siamo partiti, perchè quel posto non esiste più, panta rei.

una volta, in un kebabbaio di dresda, HDC chiese al ragazzo che ci lavorava: “e tu di dove sei?”

“sono tedesco” rispose quello divertito.

“sono tedesca!” mi dice fiera la bionda quando beve un cappuccino dopo cena, anche adesso che vive in polonia.

“sono tedesca!” mi diceva la mia amica francesca, quando da bambini giocavamo in cortile, e io ci rimanevo male, perchè la sua mamma era la sorella della mia vicina di casa a farneta e allora,  mi chiedevo, come poteva essere tedesca? e invece lo era, tifava germania, mangiava wurst e crauti e portava i birkenstock coi calzini.

“sono tedesca” dico a volte io per divertirmi con le mie piccole manie.

“sono tedesco” dice il pizzaiolo di alaustrasse.

ogni tanto ci farebbe bene ricordarcelo, di quando eravamo gastarbeiter, in fondo siamo tutti ospiti, in quasi tutte le parti del mondo.

conosco un marocchino che da pochi giorni è italiano. dopo venti anni che vive qui, che sempre resterà marocchino, come sempre resterà italiano, come italiani sono i suoi bambini, marocchina la sua tavola apparecciata, italiani tanti suoi amici, marocchini i suoi fratelli.

dedico a lui questo film, che così tanto gli somiglia, alzo il mio bicchiere di vino, brindando con il suo pieno di cocacola, alla vita che va avanti, ai bimbi che crescono, alla gente che si mescola.

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6 risposte a Wir riefen Arbeitskräfte, und es kamen Menschen

  1. AD Blues ha detto:

    La mia è una famiglia di migranti: i fratelli e le sorelle di mio padre (lui stesso) si sono sparsi ai quattro angoli del mondo inseguendo un lavoro ed una speranza di vita migliore.
    Quando li sento o li visito vedo nei loro occhi (e negli occhi degli altri migranti) lo stesso orgoglio del tuo kebabbaio o della bionda e la stessa velata malinconia per i parenti, gli amici ed i profumi della terra natale.

    Non mi stancherò mai di ripeterlo: gli Italiani sono senza memoria ed adesso che trattano i migranti a pesci in faccia (o peggio gli buttano realmente in pasto ai pesci) non si ricordano che un tempo nemmeno troppo lontano (per alcuni drammaticamente presente) erano esattamente come loro; nelle pampas sudamericane, nelle fabbriche statunitensi, nelle miniere del Belgio o nei cantieri tedeschi.

    Prosit al tuo amico italo-marocchino ed alla gente che si mescola senza tanti patemi d’animo!!!

    —Alex

  2. paleomichi ha detto:

    mi ha fatto venire i brividi questo post.

  3. paleomichi ha detto:

    ehm, detta così suona forse male, ma sono brividi di consapevolezza, di comprensione, di partecipazione.

  4. stefafra ha detto:

    Quando andavo in vacanza dai nonni, nel “mitico NordEst” veneto, mi meravigliavo sempre un po’ di vedere tante famiglie che venivano in vacanza da ogni angolino d’Europa, qualcuna anche da piú lontano (in genere Argentina o Cile, qualche volta Australia). Targhe “foreste” in abbondanza.
    Tutti hanno cugini “tedeschi”, “svizzeri”, “francesi”, una festa importante, chessó un matrimonio, a volte hanno una connotazione sorprendentemente internazionale. La lingua di questi parenti é quasi sempre un misto di dialetto locale e lingua straniera, dato che la zona é molto dialettofona, un certo effetto di babele ne consegue, soprattutto dopo l’ennesima “ombra di bianco”.

    Mio nonno faceva l’emigrante intermittente, partiva, stava via un anno lavorando come capomastro/carpentiere, in genere in Argentina, tornava, faceva un bimbo, ripartiva….la nonna si era sempre rifiutata categoricamente di seguirlo.
    Mio padre si “salvó” per il rotto della cuffia, stava per partire assieme al nonno per il Cile poi ci fu un golpe militare e il nonno, socialista, decise che non era aria e stracció le carte. Il mio zio piú grande partí per la Francia e effettivamente fece fortuna.

    Un anno ero da quelle parti il primo di Agosto e il migliore amico d’infanzia di mio padre, uno “svizzero di ritorno”, mise fuori una bandiera svizzera, apparecchió una tavola in cortile con pane, salame e soppressa, e bottiglie, e diffuse la voce che avrebbe offerto da bere a tutti gli “svizzeri” in paese. Ci fu la coda. Solo dopo essere andata in Svizzera pure io capí il perché del festeggiamento. Era francofono, e c’era grande presa per i fondelli tra lui e mio zio, emigrato lui in Francia, per via dell’accento francese “lento” dello “suuuisseee”.

    Tutta gente nordestina che magari poi vota lega, essendosi dimenticata il trattamento da “sottouomini”, o forse perché se lo ricordano e vorrebbero far fare la stessa vita agli emigrati che lavorano nelle varie fabbrichette artigiane, chissá.

  5. Bianca-Hamburg ha detto:

    Bellissimo questo film, fa riflettere, piangere e ridere allo stesso tempo. Io l’ho visto mesi fa qui ad Amburgo, in lingua originale, le parti parlate in turco avevano i sottotitoli in tedesco.
    Sono contenta sia arrivato anche in Italia. Ricordo che dopo averlo visto mi sono sentita un’emigrata…un’emigrata fortunata :-)

  6. Simona ha detto:

    un post bellissimo…e ho ancora più voglia di vedere quel film!

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