la scatola dei pennarelli

ci sono luoghi di cui non si conosce l’esistenza, ma che devono esistere per forza.

che poi, quando ci passi per caso e li vedi, ti pare di aver conosciuto la casa di babbo natale, o di aver incontrato candy candy che fa la spesa alla coppe.

ricordo quando vidi per la prima volta la fabbrica della barilla, passando in autostrada, blu come un pacco di pasta, ero una bambina e rimasi a bocca aperta, non avevo mai realizzato prima che un oggetto tanto comune in casa mia dovesse essere “fabbricato” da qualcuno.

e così, quando HDC mi ha detto “andando a torino ho visto la fabbrica dei pennarelli carioca” sono impazzita di gelosia.

i pennarelli carioca mi hanno cresciuto, direi che se dovessi fare un riassunto dei miei pomeriggi da bambina potrei dire “pennarelli carioca, adica pongo e das”.

a questi tre prodotti devo le mie introgolature, il mio divertimento supremo, la sensazione di onnipotenza che si prova davanti a una scatola di pennarelli nuova, davanti a dei  blocchetti di pongo  ben chiusi, davanti a un intero panetto di das.

i pennarelli carioca, quando ero molto fortunata, arrivavano nella versione da ventiquattro, in una scatola trasparente col coperchio colorato, un parallelepipedo rigido che ora non esiste più.

sul fondo della scatola una specie di rastrelliera a doppia fila permetteva di ordinare i pennarelli, operazione già quella gratificante quasi quanto disegnare.

amavo fare il lato dei colori belli e quello dei colori brutti, e adesso ripenso con tenerezza a quei criteri, che mi si sono col tempo completamente rivoluzionati e mescolati: nel lato bello mettevo il rosa con accanto il rosso e tutti i lilla, il lilla sfumava nel viola, passava al blu e al blu collegavo tutti i verdi, accanto al verde il giallo e accanto al giallo l’arancione, che, se la scatola fosse stata circolare (unico mio cruccio) sarebbe stato a sua volta accanto al rosso.

nel lato brutto mettevo i grigi, il nero, i marroni, compreso il mio Spreferito in assoluto, il “beige” che  chiamavo invece “color cacca di cane”.

c’era un pennarello misterioso e un po’ tenebroso, che era grigio fuori e che invece dentro era quasi blu, serviva per la pioggia e  per le nuvole e io non capivo mai da che lato doveva stare, se coi buoni o coi cattivi.

e poi, ogni pennarello aveva un carattere e una sua personalità.

il rosso era la mamma dei pennarelli buoni.

rosa e arancione le due figlie: rosa la più piccola, arancio la primogenita.

l’altro lato dei pennarelli buoni aveva il blu come re, il verde come cavaliere e il viola come ambasciatore verso il regno del rosso, perchè era un po’ di tutti e due.

spesso il rosa si innamorava del celeste e l’arancione del verde. il rosso riceveva il blu a palazzo con regale distacco, ma erano vecchi innamorati, lo sapevano tutti.

il giallo era il giullare, perchè era allegro e perchè le parole “giallo” e “giullare” nella mia testa si assomigliavano come sorelle.

spesso la scatola di plastica dura si rompeva, capitava di camminarci inavvertitamente sopra, o di  lasciarla dove non doveva stare, scatenando le ire dei grandi.

allora i pennarelli finivano legati con un elastico in un cassetto, nel quale non stavano bene e li ritrovavi in giro per la stanza dei giochi, magari col cappuccio tolto, a macchiare la moquette.

non so perchè dessero sempre la colpa a me delle fughe solitarie dei pennarelli.

a volte, tragedia delle tragedie, i pennarelli finivano. allora si cercava l’alcool, in giro per la casa, ma non si trovava mai, con poche gocce avrei potuto finire il cielo o il prato, elementi del paesaggio che più incidevano sul consumo dei pennarelli, ma proprio non saltava fuori. allora mettevo la grappa, e per giorni il mio astuccio sapeva di alito di vecchio di paese.

c’erano anche i pennarelli grossi, “i jumbo”, che però la mia maestra non vedeva di buon occhio, diceva che erano per pigri. ma  a volte, alcuni carbonari li compravano, e, pur se raramente, anche io.

li usavo con religiosa parsimonia,consapevole che pennarelli grandi danno assuefazione, si vorrebbero sempre più grandi e ci si ritrova a prendere l’anima di feltro imbevuta di inchiostro dentro al pennarello per colorare con quella, rendendo le mani una giostra color tutto.

credo che il profumo dell’infanzia sia il mix perfetto di pennarelli, pongo, das e spezzatino coi piselli.

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11 risposte a la scatola dei pennarelli

  1. hetschaap ha detto:

    Pure io mettevo in ordine i colori brutti e i colori belli! Tra i belli c’erano il giallo, il rosa, il viola, il verde e l’azzurro. Tra i brutti il rosso, l’arancione (che proprio odiavo! Mentre adesso lo amo) e, anche per me, tutti i marroni e i neri :-)

  2. AD Blues ha detto:

    Che trip!!!

    Io adoravo i pennarelli ma me li compravano raramente perché riuscivo a macchiare tutto irrimediabilmente e con la mamma che faceva la sarta in casa se macchiavo le stoffe delle clienti erano cazzi amari!

    Quindi mi compravano le matite ma le odiavo perché non riuscivo a fare i colori decisi come li volevo io!

    Poi sono cresciuto e finalmente mi hanno giudicato abbastanza responsabile per i pennarelli ;-)

    Adoravo i pennarelloni con i quali si poteva colorare in modo più uniforme (e sì, fare meno fatica!) quelli che erano i miei disegni preferiti ossia quelli di Goldrake, del Grande Mazinga e di Jeeg il robot d’acciaio… :-D

    —Alex

  3. gipo ha detto:

    Oh le matite giotto con la pecorella sulla scatola e i nomi improbabili tipo rosso carminio e terra di siena?

  4. 4ngelo ha detto:

    @gipo: Quelle erano fantastiche! peccato che appena cadeWano per terra non era più possibile fargli la p’unta…

  5. icittadiniprimaditutto ha detto:

    Reblogged this on i cittadini prima di tutto.

  6. laperfidanera2 ha detto:

    I pennarelli no, li ho conosciuti solo all’epoca dei miei figli bambini, però i pastelli Giotto!!! la sensazione di ricchezza quando si apriva una scatola nuova (magari solo da 6, ma bastava a dar gioia) con quelle punte perfette, un po’ untuose al tatto, che uscivano dal legno greggio… E l’immensa felicità quando arrivava la scatola grande, quella da 24! mescolando i 24 colori potevi disegnare tutte le sfumature del mondo!

  7. nonunacosaseria ha detto:

    @ letteredalucca
    io con i pennarelli, soprattutto i jumbo, litigavo: come tutti i mancini, del resto.
    però ricordo anche che in prima avevo i carosello, che si distinguevano dai carioca per il design (pallini bianchi sul fusto) e per la punta un po’ più fine. a me sembravano da sfigato, visto che i miei compagni avevano i carioca. l’anno successivo puntai i piedi e li ebbi… nel parallelepipedo trasparente, per di più!

    @ gipo
    le matite giotto con la pecorella erano fenomenali. sul retro della confezione c’era la storiella di giotto e cimabue. ma soprattutto chiedo se c’è qualcuno abbastanza anziano da ricordare una cosa. nel 1973 c’era l’austerity e la domenica potevano circolare o soltanto le auto con targhe pari o soltanto quelle con targa dispari. ebbene, durante quel periodo nelle matite giotto c’era un tagliandino o qualcosa legato a un’iniziativa che aveva a che fare con le targhe alterne, ma ora non ricordo bene… qualcuno mi rinfresca la memoria?

  8. spiessli ha detto:

    Uh che bei ricordi che mi fai venire in mente! Quando andavo da mia nonna il dopocena era IL momento dei pennarelli (carioca pure i miei). Prima no, perché a pranzo subito dopo (o durante, non ricordo) c’era “Il pranzo è servito”, poi “Furia il cavallo del West”, poi si usciva a giocare. Quindi è solo dopo cena che coloravo. Chiaramente essendo mia nonna spilorcia mi prendeva i quaderni con la carta riciclata che assorbiva troppo l’inchiostro… ma stranamente non ricordo di aver mai usato pennarelli nuovi da lei, quindi andavano benissimo per quella carta!
    Poi qualche anno dopo ho ricevuto il valigiotto, in cui c’erano pennarelli, neocolor (pastelli) e mi pare anche qualche matita colorata.

  9. Laperfezionestanca ha detto:

    Ussignur, sento perfino l’odore dei pennarelli e dei pastelli! A me i pennarelli non piacevano, erano troppo “fermi”, non ci si potevano fare le sfumature…i pastelli, invece, che meraviglia! E il color carne, quello per fare le facce, dove lo mettevate? E vi ricordate i pastelli a cera e quel giochino che si faceva, che si stendevano mille strati di pastello a cera uno sopra l’altro, dal più chiaro al più scuro e poi con uno spillo si disegnava, scoprendo i colori… Se eri bravo bravo e riuscivi a dosare la forza con cui scavare, che bello, venivano dei disegni “al contrario” bellissimissimi.

  10. Laperfezionestanca ha detto:

    E il DAS? Ci ho costruito universi paralleli con il DAS. E il rito di cuocerlo in forno con l’aiuto della mamma?
    Aiuto, hai dato la stura a mille bei ricordi …..

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