ancora tipi da diciassette

ancora sul diciassette, ma stavolta di pomeriggio.

tutti i pomeriggi prendo il diciassette per agguantare il bus che mi porterà a lucca, dopo qualche coda nel traffico, qualche curvone improvviso, qualche frenata sportiva, un capitolo di libro e un sonnellino.

tutti i pomeriggi sale anche lui, ma scende a san marco.

lui è rumeno non so se sia vero ma a me pare così, per i corti capelli indecisi fra il castano e il biondo,  per la fronte squadrata e gli occhi chiari ma non azzurri, non verdi, forse grigi, chiari di un colore che non si sa.

non solo ho deciso che è rumeno, gli ho anche cucito addosso un mestiere: il muratore. per le mani sporche di polvere bianca e secche, e i pantaloni schiariti dalla calce.

ha il naso largo, corto, schiacciato ai lati, la bocca molto bella, che nasconde denti grandi e muscoli forti.

l’ho iniziato a guardare perchè non capivo cosa avesse di familiare.

poi alla fine l’ho capito.

mi ricorda la mia infanzia. quando avevo cinque anni i miei vicini erano come lui. esattamente come lui. non facevano il muratore, facevano l’idraulico e il carrozziere, come ancora fanno, del resto.

ma come lui guardavano il mondo, come lui avevano il taglio dei capelli, la bocca serrata e lo sguardo di sfida verso tutto quello che sembrava bellissimo e insieme faceva paura.

ragazzi forti, cresciuti in campagna come me, che facevano colazione col latte della mucca appena munta, come me.

quando avevo cinque anni santina veniva a svegliarmi di mattina presto, mia madre era a  scuola, mio padre alle poste di lucca.

quando mi vestiva per “andare giù” mi scaldava le gambe passando rapidamente le sue mani sulla mia pelle e la sua dolce ruvidezza mi sapeva di coccola.

e poi si faceva colazione, e loro, i suoi due figli maschi, ragazzi italiani del 1980, si preparavano per andare al lavoro.

una ciotola di latte che ne conteneva quasi mezzo litro e pane a volontà.

un paio di jeans che venivano lavati al sabato, oppure una tuta da lavoro blu.

giocavano anche a pallone e io li ammiravo come una sorella piccola.

uno feroce stopper, l’altro fantasioso libero.

avevano la stessa bocca, lo stesso sorriso, gli stessi denti grandi e bianchi per mordere la vita.

d’estate segavano il fieno e lo mettevano in capanna con agili giochi di forca. mi sembrava che nessuno al mondo potesse fare un lavoro del genere.

diventarono grandi, si fidanzarono e si sposarono, hanno dei bambini adesso e non vivono più sotto casa mia.

nemmeno io in effetti, vivo più in casa mia.

ma tutti i giorni, a guardare quella bocca e quegli occhi indecisi sotto alle sopracciglia chiare, mi viene in mente che sono stata una bambina felice e che gli italiani e i rumeni si assomigliano molto più di quanto pensino.

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0 risposte a ancora tipi da diciassette

  1. marcoghibellino ha detto:

    com’è vero, d’altra parte ci sono molti italiani a cui io non vorrei mai assomigliare

  2. Gaja ha detto:

    Io sono nata in città, cresciuta in campagna e tornata in città a metà elementari. E i miei vicini di casa erano proprio come i tuoi, una cascina abitata da una famiglia allargata di contadini e piccoli artigiani.
    Quando non c’era scuola e mia mamma lavorava mio fratello ed io stavamo tutto il giorno da loro e per me sono state le più belle giornate della mia infanzia.
    C’erano tre bambine poco più grandi di noi e passavamo le giornate a giocare tra i campi, il cimitero e il bosco. Gli adulti erano ruvidi e buoni come i tuoi e il mio ricordo è di una vita totalmente diversa da quella che mi circonda ora, a contatto con la natura e i suoi ritmi, a misura d’uomo e bambino.
    A volte mi chiedo se il progresso economico che abbiamo raggiunto nelle nostre città, col suo carico di industrie, commerci, uffici, etc. non ci stia facendo pagare un prezzo alto di cui nemmeno di rendiamo conto. Io vivo in città e se avrò dei figli cresceranno probabilmente qui, e mi chiedo come potrò far vivere loro ciò che ho vissuto io in campagna, e come potranno capire che il ritmo vero della vita non è correre da un ufficio all’altro come faccio io…
    Scusa Lucia, sono andata totalmente fuori tema rispetto al tuo muratore rumeno, ma il tuo bel post mi ha suscitato questa riflessione dolceamara.
    Peraltro io ho viaggiato molto in Romania ed è un paese bellissimo abitato da persone bellissime (come ogni altro paese in cui sono stata). Forse la conclusione di tutta questa riflessione è che se insegniamo ai nostri giovani e ai nostri bambini ad osservare quanto li circonda da vicino, e poi a viaggiare e a osservare che ciò che è l’altro, il diverso, il lontano, lo è solo nelle forme ma non nella sostanza, potranno vivere una vita migliore, più consapevole e più completa per sè e per gli altri…

  3. pensierini ha detto:

    I rumeni sono proprio come gli italiani, in media forse meno abituati al lusso e alle comodità. La badante di mia madre è rumena, e per me è come la sorella che non ho mai avuto.

  4. ventus ha detto:

    io sono senese, ma anche se sono senese so che a roma c’è la colonna traiana, che spiega perché i romeni si chiamano romeni. a firenze non vi è giunta voce della conquista della dacia da parte dell’imperatore traiano? certo a leggere sempre la nazione….succedono di queste cose.

  5. lucia ha detto:

    a leggere sempre la nazione succede anche di peggio.
    per questo sulla costa leggiamo il tiReno.

  6. marcoghibellino ha detto:

    maledetti romani , lo dicevo io, tutti comunisti!

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