io sono stato qui e nessuno racconterà la mia storia (scritta a bergen belsen)

“Eccole. Sono le rose del deserto, le rose di Atacama. Le piante sono sempre lì, sotto la terra salata. Le hanno viste gli antichi indios atacama, e poi gli inca, i conquistatori spagnoli, i soldati della guerra del Pacifico, gli operai del salnitro. Sono sempre lì e fioriscono una volta all’anno.”

(luis sepulveda. le rose di acatama)

una volta all’anno ci viene chiesto di ricordare. ci viene chiesto di ricordare la schoà, ci viene chiesto di ricordare le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati (articolo uno della legge sulla giornata della memoria).
e io voglio ricordare da qui, dalla germania. da 30 chilometri dal confine polacco, lo voglio ricordare in mezzo alle persone che parlano la stessa lingua di chi scrisse “arbeit macht frei” su quel cancello.
lo voglio ricordare da figlia di due generazioni che si sono succedute ormai da quella tragedia.
il ricordo non restituisce le vittime e non consola il pianto dei sopravvissuti.
ma non voglio dimenticare.
sono nata in italia, dove la vergogna delle leggi razziali è stata accettata e bevuta dal popolo incantato dall'”uomo della provvidenza”, ho vissuto a lussemburgo, vicino a “boulevard de la liberté” e a “rue de la déportation”, vivo a dresda, dove una scritta ricorda il rogo dei corpi del bombardamento di febbraio dicendo “l’orrore che abbiamo portato nel mondo è tornato nelle nostre case”.
quando l’armata rossa arrivò a auschwitz trovò 7000 prigionieri ancora in vita. più di un milione di persone vi furono uccise. provate a contare un milione di persone. diceva goebbels che un morto è uno scandalo, mentre mille sono una statistica.
io non riesco a trovare le parole giuste, mi servo ancora delle parole di qualcun altro.

« Mai dimenticherò quella notte, la prima notte nel campo, che ha fatto della mia vita una lunga notte e per sette volte sprangata.
Mai dimenticherò quel fumo.
Mai dimenticherò i piccoli volti dei bambini di cui avevo visto i corpi trasformarsi in volute di fumo sotto un cielo muto.
Mai dimenticherò quelle fiamme che bruciarono per sempre la mia Fede.
Mai dimenticherò quel silenzio notturno che mi ha tolto per l’eternità il desiderio di vivere.
Mai dimenticherò quegli istanti che assassinarono il mio Dio e la mia anima, e i miei sogni, che presero il volto del deserto.
Mai dimenticherò tutto ciò, anche se fossi condannato a vivere quanto Dio stesso. Mai. »

(Elie Wiesel, tratto da La notte. Wiesel fu rinchiuso ad Auschwitz all’età di 15 anni)
non dimenticherò.

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6 risposte a io sono stato qui e nessuno racconterà la mia storia (scritta a bergen belsen)

  1. Lilith ha detto:

    La mia nonna e la mia mamma erano ebree e si sono beccate tutte le leggi razziali all’epoca…hanno subito angherie di ogni genere anche se sono sfuggite alla deportazione. Non ci sono altre parole da aggiungere a quello che hai detto tu. Mi auguro che non si perda mai la Memoria, anche quando l’ultimo sopravvissuto sarà morto…ma ho dei seri dubbi!
    Perfino gli israeliani sembrano aver dimenticato, visto come si comportano nei confronti dei palestinesi…

  2. crash ha detto:

    ….non ci sono parole da aggiungere…..solo una cosa: prenderei chi ha la sfrontatezza di negare…lo prenderei a calci-nel-culo e a forza di pedate lo porterei lì, gli farei respirare – a fondo – la polvere depositata in un qualsiasi forno crematorio oppure, nudo, lo porterei…a farsi una doccia. Scusate, ma ho la pressione che sta salendo.

  3. giovanni62 ha detto:

    un pensiero anche nel mio blog.
    ciao.

  4. Roberta ha detto:

    quoto crash…

  5. icare ha detto:

    Abbiamo il dovere di ricordare, abbiamo il dovere di non farci sopraffare dalla retorica, di comprendere che il male è in noi, che il male è “banale” come scrisse con lucidità la Arendt, e proprio per questo abbiamo il dovere di vigilare. Ogni uomo è mio fratello, ogni donna è mia sorella e io ho il dovere di prendermi cura dell’altro. Ma in questi nostri tristi giorni andiamo alla ricerca di nuovi “poveri Cristi” che possano diventare i nuovi “capri espiatori” su cui scaricare il nostro malessere. Attenti una storia che non si conosce è una storia destinata a ripetersi.

  6. Simona ha detto:

    crash, condivido in pieno quello che hai scritto..anche a me sale la stessa rabbia qundo sento certi discorsi.

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