raccontatemi come fate

caro Muhammed, caro Mirko, cara Yunia, caro Apu, cara Sonia e tutti gli altri.

mi chiamo Lucia e sono italiana, non ho mai avuto problemi a sentirmi europea. e sono andata via dall´italia due anni fa per andare in altri due paesi europei, il lussemburgo prima e la germania adesso.

sono partita con un contratto di lavoro in tasca molto migliore del contratto italiano, firmato e sicuro. che mi ha procurato il permesso di soggiorno in lussemburgo prima e la carta di imposte in germania dopo.

sono arrivata e l´azienda per cui lavoro mi aveva trovato un piccolo appartamento dove stare. sono arrivata e la segretaria di dove lavoravo mi ci ha accompagnato in autobus, mi ha spiegato dove si facevano i biglietti e come andare al lavoro tutti i giorni.

sono arrivata a lussemburgo e conoscevo perfettamente la lingua del luogo.

sono arrivata con l´idea di stare poco tempo, giusto per rendere il mio curriculum un po´piú decente, un paio di anni al massimo, e poi tornare a casa.

sono arrivata sapendo che prendendo un aereo potevo passare a casa il fine settimana.

e a volte li ho odiati.

ho odiato i lussemburghesi, con quella spocchia sotto il naso, che ascoltavano il mio leggero accento italiano, loro, che il francese lo parlano come una mucca.

ho odiato i tedeschi, incapaci di mettersi nei miei panni, incapaci di capire cosa vuol dire vivere lontano dai propri affetti, dai propri libri, dai propri riti quotidiani, incapaci di capire cosa sia un saluto in un aeroporto, un paese sconosciuto, una lingua da scoprire e da capire. impossibile guardare un film serenamente, impossibile capire cosa dice l´avviso sulla porta di casa messo dall´azienda elettrica e che dice: “attenzione!!!” e poi “mvkfdlämjgfiräjdfoiapäksfdoöa#ä,lö”.

impossibile capire come mai i colleghi ridono tutti per una battuta che non puoi capire.

impossibile trovare delle semplici cose da mangiare nel mondo della globalizzazione, il riso per fare un risotto normale, del parmigiano che non costi oro, del buon olio di oliva.

come fate ad arrivare nel mio paese e trovare la mia gente che vi odia?

come sopportate tutto questo?

come capite i caratteri latini se siete arabi e come fate a imparare la mia lingua, cosí lontana dalla vostra?

come fate a lavare i nostri vecchi o a morire nelle nostre ferrovie e poi sentirvi dare dei delinquenti quando uno di “voi” commette un reato di quelli che commettono anche i “nostri”?

come fate a non avere voglia di strangolarci tutti nel sonno?

come fate a resistere?

io frau patata lei e la sua “tedeschitudine” la metterei nel microonde.

come fate a farvi venire a prendere dai caporali per andare a lavorare nei campi o nelle fabbriche? senza provare dentro una voragine?

io a volte ho dentro una cosa orribile, un senso di diversitá scritto addosso, un girare per strada e non sentirmi bene. voi come fate? 

come fate ad andare avanti tutti i giorni, con i figli o i genitori lontani un mare o troppi soldi, come fate come fate a non diventare matti, cattivi, ubriachi, disperati?

io a volte ho avuto voglia di disperarmi. su questo blogghino mi sono spesso lamentata.

e io non ho veri problemi. io ho i miei documenti, ho il permesso per parcheggiare una macchina che non uso, sto imparando un sacco di cose e ho conosciuto la Bionda Ines, la Rossa Priska, il Gentile Urs e molti altri.

eppure a volte mi sento sola. mi sento sulla luna senza possibilitá che qualcuno mi capisca.

come fate voi? 

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16 risposte a raccontatemi come fate

  1. Andrea ha detto:

    Bello Luci… non sai quante volte c’ho pensato anch’io a queste cose..

  2. fatigna ha detto:

    Luci non sei sola, non sai quante migliaia di volte ho pensato tutto questo, quante volte mi sono disperata e quanto sia stato brutto a volte essere così diversi da tutti….ma è proprio questo che poi ti rende più tollerante, più umano, più sensibile. spero il mio abbraccio ti arrivi forte forte.

  3. orsoGiulio ha detto:

    La risposta è sempre la stessa da più di un secolo, a muovere le masse di migranti è la disperazione a farli resistere pervicacemente sempre la disperazione ed anche a farli fortunatamente integrare è la disperazione.
    In questo momento l’aria è molto brutta, non avendo capri espiatori nazionali contro cui accanirsi (non ci sono più neanche i comunisti) per il declino naturale in cui si trova il paese allora è tutta colpa dei Rom e dei mussulmani (per loro non si usa nemmeno più la nazionalità). Certo non è colpa di un capitalismo che fa ridere i polli, di un sistema scolastico che ha considerazione della scienza come del due di briscola, di una politica avulsa dai propri doveri, da un sistema mediatico vomitevole che ormai fa propaganda anche con i programmi sportivi. No siamo un paese che non funziona perche ci sono gli immigrati.
    Io chiedo scusa a tutti i migranti trattati da animali, sfruttati e soli e li ringrazio perchè puliscono i nostri vecchi, fanno e puliscono le nostre strade e case, tengono in piedi il tessuto economico del nord-est facendo gli operai sottopagati.
    Ricordo i segni sulla schiena di mio nonno, macchioline chiare, piccole ustioni, erano segni su un migrante che aveva lavorato in altoforno australiano… a volte dove non arriva la ragione basterebbe un ricordo.

  4. Alex ha detto:

    Lo fanno cara Luci con stessa forza che muoveva gli emigranti Italiani (inclusi tanti miei parenti) quando andavano in USA, in Australia oppure in Sud America. La speranza di un futuro migliore per loro e per i loro figli.

    Le generalizzazioni, in positivo ed in negativo fanno purtroppo parte del bagaglio culturale di qualsiasi essere umano, difficile resistervi.
    —Alex

  5. Donna allo specchio ha detto:

    Cara Lucia,

    che bel post! ti ringrazio, mi hai fatto riflettere. Anche io qui in Francia ho provato le tue stesse difficoltà e la tua stessa solitudine, specie quando sono arrivata. E dire che noi siamo delle privilegiate!

    Grazie perchè mi hai fatto ricordare che c’è chi ha meno di me, grazie perchè mi fai pensare a quanti immigrati rischiano la vita per sfuggire ad un controllo (e visto l’andazzo qui in francia ce ne sono parecchi), a quanti sono considerati dei disonesti o terroristi solo per la loro appartenenza. Troppo spesso ci dimentichiamo di tutto cio

    In ogni caso, se t’interessano questi temi ti consiglio un libro che mi ha regalato un’amica, Bilal di Fabbrizio Gatti

    ciao

  6. giorgiorgio ha detto:

    eh…ti capisco.

    Io francamente non mi sento solo qui in Cina ma io sono un po’ particolare e amo la solitudine. Anzi, mi piace l’idea di non trovare le stesse abitudini e le stesse cose da mangiare (soprattutto mi paice l’idea di non trovare il parmigiano!)!

    Diverso mi sento diverso, si, e spesso mi guardano male. Anche i miei amici se ne accorgono. Ma in questo mi sento meno solo. Alla fine, insisti insisti, ti puoi fare amici tutti. E per me è molto più difficile capire, farmi capire e soprattutto leggere!!!

    Però ci ho pensato spesso anche io. Come fanno? Ma credo che ci viene da posti dove ha sofferto la fame non ha il lusso di sentirsi solo…

    Prendi un italiano medio e mettilo in un posto come l’Africa. Dopo 2 giorni gli mancherà l’aperitivo…

  7. quella di cope ha detto:

    sottoscrivo, oh se sottoscrivo!

  8. luciano ha detto:

    ciao
    il vero problema non è come hanno fatto fino ad ora, ma come faranno per i prossimi cinque anni!.
    Baci

  9. Francesca ha detto:

    che bel post hai scritto! peccato che capiti troppe poche volte di guardare le cose da un punto di vista diverso dal nostro….

  10. emmequadro ha detto:

    condivido, certi giorni si fa una fatica tremenda.

  11. Felipe ha detto:

    Io posso portarvi un esempio ancora migliore di come una gran parte di italiani non riesca a guardare oltre al porprio orticello. All’indomani delle elezioni parlavo di questo ed altro con altri “colleghi” che vengono in palestra con me (e quasi tutti hanno votato per la Santanchè) e, visto che ultimamente si parla sempre più di sicurezza, le apparenze ovviamente potrebbero dare anche ragione a loro, ma non provano ad analizzare il disagio sociale di questa gente, non provano a mettersi nei loro panni (e figurati se si abbasserebbero a farlo!), e via a dire che ormai la sinistra in Italia è morta e noi siamo destinati a scomparire. Insomma, cercare di farli ragionare è come parlare al vento. Per loro ognuno dovrebbe starsene a casa propria e, sempre secondo il ragionamento perverso della destra, gli stranieri ammodo non lasciano il proprio paese perché “hanno il lavoro a casa loro”. Quante fesserie tutte in una volta sola! Concludendo, sapete cosa mi ha detto uno? Che “non abbiamo nulla da imparare da romeni, marocchini ed albanesi se non come si spaccia, ruba e stupra” e “ne riparleremo quando un romeno ti entrerà in casa e ti violenterà tua madre”.
    Se non fosse per il buon senso che mi caratterizza, lo avrei preso a calci in culo (…oddio, forse no, visto che lui è cintura nera di karate e va a fare le gare di combattimento in giro per la regione), ma sarebbe comunque inutile.
    Per quanto riguarda te Lucia, leggo sempre più che hai una certa paura di perdere in qualche modo la tua identità (che non ha nulla a che vedere col concetto di identità applicato al pensiero leghista). Non ti preoccupare: è una fase di passaggio che sperimentano tutte le persone che lasciano il proprio paese. Anche mia madre nei suoi primi anni di permaenza in Italia si sentiva straniera sia qui che a casa sua. Oggi, dopo 30 anni, sa bene dove collocarsi.

  12. valeriascrive ha detto:

    questo post mi ha fatto ricordare che oggi pomeriggio, mentre ascoltavo bella ciao su youtube, ho guardato fuori dalla finestra e mi sono chiesta: “com’e’ possibile provare un senso di intolleranza cosi’ forte verso queste palme alte, questo cielo blu, questa piscina sempre vuota? E soprattutto come e’ possibile sopportarlo?”. Da li’ i pensieri strizzacuore, tipo: “voglio la piazza della mia citta, voglio mamma, voglio sentir parlare italiano”. Per fortuna sono momenti e passano e ne arrivano degli altri, quelli nei quali mi sento felice di essere qui e penso di aver fatto la scelta giusta. E comunque so che non e’ irrevocabile e questo mi fa stare meglio.

    (Il primo anno, detto tra noi, ho rischiato di suicidarmi a furia di testate contro il muro. Troppo estranea, troppo differente, troppo lontana da questa gente e a consolarmi nemmeno l’idea di un fine settimana a casa, Los Angeles e’ troppo lontana).

    scusa se mi sono dilungata.

  13. lucia ha detto:

    ci mancherebbe! un abbraccio pastasciuttoso.

  14. Arianna ha detto:

    Stesse sensazioni pure per me, qui in Danimarca. Che non é molto distante dall’Italia (circa 2 ore di aereo e torno in patria) ma é molto molto diversa culturalmente. E dato che parecchie volte sono stata discriminata in quanto italiana, mi sono spesso chiesta: ma se con me, che sono italiana, europea, si comportano cosí, cosa succede a chi ha la pelle di un colore diverso? A chi viene da un paese piú povero? A chi é straniero e di religione diversa da quella locale?

  15. Alex ha detto:

    Per Arianna: è la paura del _diverso_ che ci frega. Che sia la pelle, la nazionalità, il colore degli occhi o dei capelli. Qualsiasi pretesto è valido per scatenare la paura del diverso.
    —Alex

  16. lucia ha detto:

    il fatto é che siamo TUTTI diversi! :)

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