quattro di notte

“oddio, ma cos’è?”

“il terremoto, vedrai che ora passa”

“che si fa? e perchè non passa?”

“tutto regge bene, è una brava casa”

“non sta passando, non sta passando per niente, ma continua?”

“ecco, è finito, vieni, andiamo a controllare fuori”

ci siamo affacciati, nessuno in strada, nessuna luce accesa, sembravamo gli unici ad averlo sentito, così forte, così aspro, così incredibilmente somigliante a un incubo notturno, quando si sogna di cadere e ci si sveglia mentre si rimbalza davvero sul materasso.

“che cosa dobbiamo fare se ritorna?”

“ci mettiamo sotto gli architravi, inutile prendere le scale, quattro piani sono troppi da fare durante la scossa, poi, quando smette, usciamo”.

“va bene”.

mi chiedo se mia madre lo ha sentito, se ha avuto paura e se tutto ha retto, intorno alla città, penso ai miei amici, sono le quattro di notte, non è il caso di chiamare.

mi chiedo se stanno tutti bene, cosa possa essere successo altrove.

l’ansa non lo ha ancora sentito. su internet nessuna notizia.

il mattino le notizie arrivano, si legge di crolli, di morti, di operai italiani e marocchini sorpresi dal turno di notte.

HDC mi fa riflettere su una foto nella quale si vedono le macerie essere sopra E SOTTO una macchina. la forza della scossa è stata tale da sollevarla mentre la seppelliva di mattoni.

mi spiega che la zona dell’epicentro non è neanche considerata sismica, che verosimilmente si carica di energia molto, molto lentamente, così lentamente che nei secoli scorsi nessun terremoto era stato registrato o sentito.

ascolto, annuisco, mi resta addosso la stessa fibrillazione della notte, il battito accelerato, la sensazione di cadere, la sensazione di impotenza che resta sulla pelle davanti al terremoto.

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voto

sono giorni lugubri, segnati dalla morte e dalla ferocia.

quello che è successo a brindisi mi è ancora indecifrabile, non riesco a capire, a incasellare, a catalogare, e a capire se è importante farlo. sicuramente sì, occorre capire, occorrerà capire, domani, quando la sensazione bruciante della ferita lascerà il posto a un minimo di lucidità.

oggi no, oggi non c’è la testa, oggi si va avanti come automi, aspettando che il tempo passi, facendo rabbiosi refresh sulle pagine di repubblica, per vedere se alla fine li hanno presi, per vedere se questo incubo trova la sua fine.

e oggi, noi di lucca, come in tante altre città, siamo usciti sotto la pioggia, con un documento e il certificato elettorale in mano, e abbiamo cercato la nostra sezione elettorale.

la mia è la numero sette, ed è, come quasi tutte, in una scuola.

da lontano la prima cosa che si vede è il carabiniere.

e io, sciocca amante della democrazia, che sono, sento un groppo in gola mentre mi avvicino al seggio.

mi fanno cenno di entrare, controllano i miei documenti e sento la frase di rito “può votare”. non so come ma la frase in qualche modo mi commuove.

chiedo che mi dicano di nuovo come devo votare, non voglio rischiare nulla, sono tesa e nervosa.

“faccia una croce sul nome, così non c’è rischio”.

mi dice il vecchio presidente di seggio.

lo faccio, in un secondo, una ics, a dire il vero, non una croce.

chiudo la scheda, cosegno la matita,  mi avvio fuori, supero il  carabiniere, mi sorride, gli rispondo.

ho votato. mi è piaciuto, come sempre.

e ora torno a fare il refresh sulle pagine di repubblica.

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mi sbagliavo

mi ricordo che tanti anni fa finii a una cena kosher, a pisa, al termine di una rassegna di cultura ebraica.

al tavolo con me erano seduti un’insegnante di una scuola alberghiera con due alunni, i miei amici mimma e silvio, una coppia di ebrei scozzesi e un’altra di ebrei israeliani.

tra sconosciuti si cerca sempre di parlar di cibo, e quella era la serata giusta, ma dopo poco la conversazione passò rapidamente alla politica e alla situazione in israele.

notai subito come la coppia ebrea residente in scozia avesse tutt’un’altra percezione della coppia residente a tel aviv.

chi non viveva lì, noi compresi, pensava che la pace fosse un obbligo da perseguire, una via da ricercare con passione e volontà. lo penso anche adesso, ma la risposta che mi dette la signora di tel aviv mi fece capire che il mondo è assai più complesso di quanto si creda.

“ha mai mandato suo figlio a scuola senza sapere se tornerà a casa?” mi disse.

e io dovetti, grazie al cielo, rispondere che no, non mi era mai capitato e che forse, per questo, mi  era facile parlare.

questo è stato il dialogo al quale ho pensato stamattina, quando ho sentito della scuola di brindisi.

ma mi sbagliavo.

i terroristi che mettono una bomba sull’autobus a tel aviv sono delle bestie: sanno che potrebbero morire donne, bambini, ragazzi.

ma quanto può essere bestia chi mette una bomba PER colpire scientemente delle ragazzine?

pare che chi ha premuto il telecomando le abbia viste camminare verso la morte.

la signora di tel aviv mi passa gentilmente un bicchiere d’acqua con una smorfia amara in viso.

io oggi ho perso la pietà.

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i cosacchi a lucca

comunicato urgente: i cosacchi sono appostati nei campi di pontetetto, pronti a portare i loro cavalli a bere alla fontana di piazza antelminelli.

sulla rete cittadina si moltiplicano gli appelli a non lasciare che la città cada in mano alla sinistra, crudele e bolscevica, amica dello straniero, che insozza le nostre sacre strade di profumi di kebab e spaghetti alla piastra e degli zinghEri, pronti a entrare nelle nostre case con la ferocia di un plotone di esecuzione.

facciamo appello alla storicità dell’arborato cerchio, affinchè ci continui a tenere rinchiusi nelle nostre piccole quanto rassicuranti idee, che ci impedisca di confonderci col resto della toscana rossa, preda della Coop e del panino col lampredotto.

ma scherziamo? entrare in contatto con pisa? quella banda di manfruiti? firenze? carrara? un posto di cave e di anarchici? ohibò! per non parlare di livorno, dove mancano anche della minima decenza, sempre con quegli infradito ai piedi e i capelli bruciati dal sole. ohimmena. pensi, signora mia, io una volta ci sono anche andata a livorno, ma son subito venuta via, tutto un vociare, tutto quel mare, tutta quella luce, tutto quel sole… ah, no no… non fa per noi.

no, cari cittadini lucchesi! non lasciate che le nostre sacre pietre, indenni all’ingiuria del tempo, siano calpestate dal piede invasore di genti provenienti da terre lontane, come capannori o porcari o perfino massarosa. no!

votate per l’isolamento! votate per i sacri principi dell’autoesclusione lucchese dal resto del mondo, votate per restare per sempre una piccola città ignorata dal mondo e felice di esserlo!

ps: attenzione, quanto riportato in questo post non è molto diverso da quanto davvero si sta leggendo in questi giorni nella stampa locale. giurin giurello.

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fazio, saviano e i rosiconi

questi giorni di divano forzato mi hanno permesso di gustarmi il programma di fazio e saviano, rispescando su internet, il giorno dopo, quello che per vari motivi mi ero persa il giorno prima.

e girellando su internet ho trovato anche i mille commenti dei rosiconi, giuliano ferrara in testa, che  non possono pensare che per tre giorni, milioni di persone abbiamo guardato una bella trasmissione.

perchè la trasmissione di fazio è saviano questo è stato: una bella trasmissione, con contenuti belli, per niente scontati, esposti in una scenografia bellissima, organizzati bene, resi bene, narrati da persone che non si vedono spesso in televisione.

ed è durata tre giorni, non una stagione, tre, piccolissimi giorni, su una rete privata, dalle nove e mezzo a oltre mezzanotte, seguita da tantissima gente.

ma questo consenso dà fastidio ai rosiconi, e cercherò di elencarne i motivi.

1) il più semplice, e anche quello al quale si può ricondurre tutto principalmente è senza dubbio l’invidia. giuliano ferrara tromboneggia dal suo ridicolo megafono RAI ogni giorno e ne ricava briciole di ascolti, questi due qua, insieme a  un parterre di autori che rappresentano tutti insieme il mio gruppo preferito di giornalisti (giacomo papi, francesco piccolo-ah, quanto mi manca diario della settimana…- e michele serra) hanno messo in piedi una trasmissione seguita e mai noiosa, senza donne nude, senza urla, senza santanchè, senza annamaria bernini  che dice in continuazione “mi faccia finire, io l’ho lasciata parlare!” e non ha mai nulla da dire.

2) il meno semplice da spiegare ma altrettanto evidente è il malcelato quanto evidente senso di inferiorità culturale che da sempre, direi quasi  geneticamente, affligge certo pseudointellettualismo di destra (e non): viene maldigerita una trasmissione dove si parla di diritti, civiltà, democrazia, giustizia, correttezza, per un solo semplice motivo: lo specchio degli altri ci riflette quello che non siamo, e la cosa ferisce il nostro piccolo orgoglio. tutti i distinguo acidi di questi giorni, “tv dell’indignazione”, “mercimonio delle idee peggiori della società italiana”, e tutto il resto che giulianone ha vomitato assomigliano tantissimo a una bizza da bambini, col ciccione della classe (ne esiste in ogni classe, di solito è il figlio della maestra della classe di fronte e se ne fa forte) che butta le tempere sul disegno del compagno e smargiasso gli ruba la merenda. e questo fenomeno esiste anche a sinistra. invece di pensare “accidenti, avrei potuto dirlo io…” viene più facile il distinguo, la critica fine a se stessa per mostrare al  mondo di quale brillante autogestione intellettuale si goda. di questo secondo fenomeno, presente, appunto anche a sinistra, mi accorsi la prima volta quando uscì il film “Amélie”: “stucchevole cartolina di parigi”, “mondo finto e sciropposo”, “film ruffiano e facilone” sentivo pronunciare da tante donne che così si davano un tono uscendo dal cinema.

è una cosa che malsopporto, mascherare il proprio rosichismo da indipendenza intellettuale.

perchè, se proprio uno si guarda dentro, il motivo del nervosismo è sempre uno: il rosico di non averci pensato noi, di non averci pensato prima.

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omofobia

dal 2007 oggi è la giornata europea contro l’omofobia.

il termine mi ha sempre acceso campanelli nella testa.

le parole che finiscono in -fobia designano sempre qualcosa di più forte della ragione, chi è aracnofobico sa benissimo che può schiacciare un ragno con una ciabattata, ma è impossibilitato a farlo, paralizzato dalla sua stessa paura, chi è claustrofobico ha paura a prendere un ascensore, anche se a livello razionale sa benissimo che non c’è alcun pericolo.

in biologia dividiamo il mondo in particelle idrofobiche e idrofiliche: il nostro mondo è fatto di acqua, e il gioco fra idrofili e idrofobici governa la nostra esistenza, decidendo di fatto la conformazione delle molecole, che segue leggi fisiche, immutabili e immutate da sempre.

per questo mi sono interessata a cercare di capire la parola “omofobo”. per togliere ogni alibi di irrazionalità a questo  termine, per capire cosa ci sia di irrazionale o invece di strumentale.

ho iniziato cercandone il suo contrario, sul dizionario on line del corriere della sera.

ma non ho trovato corrispondenze. l’ho cercato allora su altri dizionari,  ma senza risultato.

seguendo la logica rigorosa del libro di biochimica dovrei opporre a “omofobo” la parola “omofilo”, ma non mi pare renda l’idea.

l’omofobia non è qualcosa di irrazionale e di irresistibile, come l’aracnofobia, l’agorafobia o la claustrofobia.

è qualcosa di scientemente elaborato, fatto passare per buoni sentimenti di una volta, fa leva sull’ignoranza della gente, sulla mancanza di contatto col mondo vero, fa passare l’idea che ci siano persone “pericolose” per la società e per gli altri, come fosse, l’omosessualità, qualcosa di negativo che si attacca, come una peste, una malattia dalla quale proteggersi.

gli omofobi non hanno paura degli omosessuali, hanno paura di guardare il mondo per come è veramente, si sono fatti un loro teatrino esistenziale dove gli attori recitano su un soggetto finto, fatto di luoghi comuni e frasi fatte.

l’omofobia non è paura, è ignoranza, cercata, voluta, coltivata e incoraggiata.

ignoranza della Vita.

 

 

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la solita, vecchia, faccia

in queste sere di cattività casalinga nelle quali tossisco come un trattore, ho guardato saviano e fazio in televisione, godendo dell’alto respiro che queste due persone riescono a dare a ogni loro esperimento televisivo.

ieri sera ho invece guardato, su una emittente locale, il confronto, al teatro cittadino, fra pietro fazzi e alessandro tambellini, che rispondevano a turno alle domande dei giornalisti, davanti a una platea strabordante di gente.

fazzi, maglioncino blu e zainetto ai piedi pieno di foglietti da tirare fuori come un tremonti qualsiasi, tambellini, con un maglione aragosta, armato, come sempre, soltanto delle sue idee.

non voglio scendere nei particolari delle domande e delle risposte, tanti di questo blog non vivono la politica lucchese (fortunelli) e si annoierebbero inutilmente.

voglio solo raccontare quello che mi ha terribilmente colpito dell’atteggiamento del vecchio sindaco (perchè qui siamo di fronte a questo, un vecchio sindaco e un candidato sindaco vecchio): per buona parte del confronto, anzichè ascoltare quello che il suo avversario aveva da dire, ha litigato con gente in platea, ha begato come un bambino, accusando il pubblico di non lasciar parlare ogni volta che è scappato un fischio di troppo. e lì ho ricordato il vecchio sindaco, quando non reggeva il confronto con la gente, convocava assemblee pubbliche nelle quali parlava solo lui, faceva la vittima giocando all’uomo al quale si tappa la bocca, quando invece aveva a disposizione ogni megafono, ogni platea, e ragazzetti che, quelli sì, non facevano parlare chi non la pensava come lui.

ho rivisto esattamente l’arroganza di quegli anni, il volto teso, di chi non è in grado di tollerare una critica, di chi non riesce ad ascoltare il dissenso, di chi, piuttosto che spiegare il proprio operato, lancia accuse sibilline e manda a dire, allude, invece che chiarire quello che vuol dire.

assomigliava a quei giocatori nervosi, che fischiati dalla curva, anzichè giocare e dimostrare sul campo la propria bravura, smettono di rincorrere  la palla per alzare il dito medio alla tifoseria.

mi ha fatto impressione, una così marchiana immaturità personale e politica, sotto la pelle di un politico navigato, che ha deciso le sorti della mia città per quasi due legislature.

un nervosismo tale, davanti ai cittadini, è l’ultima cosa che cerco in un sindaco.

da un sindaco voglio fatti, non bizze.

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confronti

chi vi sembra più credibile?

uno vestito da mickey mouse che in giappone sposa le coppie omosessuali (la notizia è presa da repubblica.it):

“Secondo la legge non possono unirsi in matrimonio davanti a un pubblico ufficiale, ma d’ora in avanti potranno “ufficializzare” il loro  legame davanti a Mickey Mouse. L’apertura del parco divertimenti di Tokyo ai gay include anche la possibilità per le coppie formate da persone dello stesso sesso di usufruire dei pacchetti promozionali riservati alle coppie in generale, con weekend e soggiorni in alcuni hotel di Disneyland. Una decisione storica per il paese del Sol Levante, nata da una protesta – cresciuta online fino a diventare “imbarazzante” – da parte di due ragazze la cui richiesta di “sposarsi” nel parco era stata inizialmente respinta. L’iniziativa ha ricevuto l’ok della casa madre Disney negli Stati Uniti, dove già dal 2007 le coppie omosessuali ricevono un trattamento identico a quelle eterosessuali “

o uno vestito da mago othelma che le paragona al Male?

“l’omosessualità rimane qualcosa che è contro la natura di quello che Dio ha originariamente voluto.” Benedetto XVI nel suo libro “Luce del mondo”.

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i’rame

la mia amica Ilaria mi ha regalato una pianta di pomodori da balcone.

è piccola e bellissima, qualche settimana fa aveva piccoli fiori gialli e adesso  sono già minuscoli pomodorini rotondi.

io non ho un balcone, ma ho una grata alla soffitta alla quale si possono appendere le piante, è un clima difficile, così sui tetti, ci può fare un gran caldo e soffiare un gran vento.

ma il pomodoro è coraggioso, è un pomodoro da balcone, è forte e sa cosa voglia dire crescere col minimo, è una questione di geni.

accando al pomodoro vive un’amante del sole che sta diventando enorme, a lei piace quel posto desertico e sfoggia i suoi fiori larghi da farfalla.

vicino a loro quattro piante grasse, un’aloe che ricorda uno stegosauro e due cactus rimediati al lidl che se li lasciavo lì morivano di sicuro, io raccatto sempre le piante moribonde. sul tetto stanno bene.

e poi gli immancabili convolvoli di mimma, ormai con me da generazioni, grazie a quell’invenzione meravigliosa che si chiama “seme”.

i semi dei convolvoli me li regalò mimma un natale di qualche anno fa, nati a dresda sul balcone della  giraffa, sono di nuovo tornati a casa e passando per montecarlo l’anno scorso sono tornati da me sotto forma di piantine. le piantine hanno di nuovo fatto i semi e quest’anno sono di nuovo spuntate con coraggio sulla fioriera del tetto.

“di cosa ha bisogno questo pomodoro, Ila? non ho mai avuto un pomodoro…”

“praticamente di niente, solo acqua e una ramatina ogni settimana contro la peronospora…”

una ramatina…

e come faccio? mica posso andare in soffitta con la macchina del rame per una pianta minuscola?

perchè io sono cresciuta in  campagna, e quando c’era da ramare era una cosa seria. la vigna, l’orto, tutto doveva diventare azzurro con cadenza regolare.

mio nonno, o mia madre, o mio padre preparavano con la poltiglia bordolese (il parentmeno tossico del rame tout court ma azzurro uguale) una carriola piena di liquido blu, collegata con un tubo a una canna di metallo con un nebulizzatore in cima e passavano così tutta la mattinata,  uno a pompare, l’altro a ramare, colorandosi di blu i vestiti, il cappello, la pelle.

mio nonno ne conservava l’odore per tutta la stagione. quando andavo a dormire a casa di mia nonna volevo sempre stare nella sua metà, odorante di colonia, carbolina e varichina, e non da quella di nonno, che era un miscuglio di rame, zolfo e cipolle.

era incredibile come la linea olfattiva che li divideva fosse lineare e perfetta, sapevo perfettamente quanto spazio occupava mia nonna e quanto mio nonno, con la semplice mappa del mio naso.

mio nonno considerava ramare come un rito pagano, che andava fatto con regolarità sacra, ogni mancanza avrebbe comportato la peronospora, e dannato il vino per sempre.

andava anche scelto con cura il giorno, che non piovesse quello successivo, altrimenti andava di nuovo fatto tutto.

per questo guardavamo alla sera il colonnello bernacca, che ci diceva se  nonno sarebbe arrivato l’indomani, verso le sei di mattina a svegliare tutti per preparare il rame.

non sono salita in soffitta con la macchina del ramato.

sono andata da mia madre, con un ignobile spruzzino verde comprato alle coppe.

le ho chiesto un barattolino e le dosi per preparare la poltiglia.

“un cucchiaino raso da té per mezzo litro d’aqua, da quando la fai va  usata entro due giorni, poi perde l’effetto”.

e così ho ramato il pomodoro con uno spruzzino, in una soffitta di città appollaiata  sui tetti.

mio nonno si sarebbe scompisciato dal ridere.

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un po’ di lucca

questo blogghino, nato in un granducato grande come una noce, adesso si chiama letteredalucca, e di lucca un pochino adesso vorrei parlarvi.

fra qualche giorno ci sarà il ballottaggio per eleggere il nuovo sindaco, si sfideranno alessandro tambellini, che ha sfiorato di pochissimo la vittoria al primo turno (no, niente colpevoli, né grillini né astenuti, in politica non esistono colpevoli, se gli elettori non vanno a votare o votano una lista che parla di niente sotto vuoto spinto vanno convinti a farlo, la colpa non è mai di chi non ti vota) e un signore che ha fatto il sindaco a lucca per dieci anni (lo ripeto? dieci anni) e che ha saltato un giro l’ultima volta, impresentabile e impresentato dal pdl.

io ho vissuto molto da vicino l’era fazzi, io c’ero quando il 25 aprile 2001 concesse per la prima volta una casermetta delle mura cittadine a forza nuova affinchè celebrassero salò nel giorno della liberazione dal nazifascismo, c’ero quando quelli di forza nuova picchiarono daniele e lui, fermato per strada scosse la testa e commentò “ah, cominciano…” come se si fosse aspettato la cosa.

io c’ero quando alle assemblee non faceva parlare chi non la pensava come lui, c’ero quando svendette la città per pochi spiccioli, quando iniziò la sua personale e folle gestione del calcio cittadino, blandendo i peggiori istinti di una delle curve più brutte del calcio provinciale.

io ricordo quando governava pietro fazzi.

e voglio che questa città cambi strada, desidero ardentemente che i miei concittadini inizino a respirare aria pulita.

in questi giorni leggo sui giornali locali on line degli assurdi quanto finti commenti di gente che “al primo turno ha votato tambellini come voto di protesta ma al secondo voterà fazzi per difendere lucca e la lucchesità”.

so che sono fake messi apposta per gli allocchi, ma comunque danno da pensare.

la lucchesità di cui ci si sciacqua la bocca è un triste miscuglio di interessi di bottega, ignoranza e ristrettezza mentale.

la lucchesità che vorrei è la capacità di mettersi in rete, di ascoltare gli altri, di mescolarsi senza paura al resto del mondo.

la lucchesità che vorrei non ha bisogno di difendere il 25 aprile da forza nuova perchè nella lucca che voglio per forza nuova e quelli come lei non c’è né spazio né terreno.

la lucchesità che voglio è un territorio di tutti e non affidato ai soliti noti e ai soliti furbi.

la lucchesità che voglio è attenta al debole, al diverso, alle donne.

la lucca che voglio è una città viva, con la gente nelle strade, che passeggia, chiacchiera, guarda un film, compra un libro, mangia un gelato.

non è una triste città illuminata a giorno anche di notte perchè dalle sette di sera nessuno esce di casa.

la lucca che voglio è diversa da questa lucca qui.

è  più bella.

ps: per chi avesse la memoria corta (io stessa mi sono resa conto che avevo dimenticato alcuni di questi episodi) qui si trova una lista di quello che l’estrema destra ha fatto a lucca negli ultimi dieci anni. l’ho presa da un giornal on line che si chiama “il post“.

25 aprile 2001: il sindaco di Lucca, Pietro Fazzi (FI), autorizza – è la festa della Liberazione – in una sede comunale la presentazione di un libro sul gerarca fascista Pavolini organizzata da Forza Nuova.

Novembre 2002: il Comune autorizza un’ iniziativa di Forza Nuova contro l’immigrazione, i muri della città vengono imbrattati con scritte xenofobe. Nasce l’associazione “Altro Volto – Lucca gay e lesbica” due studentesse partecipanti sono circondate da un gruppo di Forza Nuova, spintonate e minacciate.

4 aprile 2003: manifesti e scritte fasciste sulla sede della CGIL in via Fillungo. Danneggiata la moschea nel centro cittadino. Una svastica compare sul portone dell’Istituto Storico della Resistenza.

27 agosto 2003: infranta a sprangate la vetrina della libreria Baroni. Scritte naziste e omofobe sui muri attorno.

27 settembre 2003: l’amministrazione comunale autorizza Forza Nuova a tenere a Lucca il proprio raduno nazionale.

8 aprile 2004: nella discoteca KuKu viene aggredito un giovane dei collettivi studenteschi: ferite alla testa e frattura del setto nasale.

18 aprile 2004: violentata una ragazza lesbica da due fascisti rimasti sconosciuti.

15 agosto 2004: aggredito e picchiato da cinque nazifascisti un esponente di sinistra, Edoardo Seghi a cui sarà innestata una placca metallica al padiglione orbitale.

dal 28/11/04 al 25/03/07: debuttano i Bulldog allo stadio. Si registrano nove episodi di violenza che sanciscono la loro egemonia nella curva Ovest della Lucchese.

29 ottobre 2005: 25 nazifascisti assediano lo Ska Sankara di S. Anna. I cinque militanti presenti per liberarsi sono costretti a chiamare la polizia.

10 dicembre 2005: lanciati un mattone e due molotov contro la finestra del Sankara durante una festa.

26 agosto 2006: un gruppo di 25 estremisti di destra in assetto da battaglia prova a impedire l’inaugurazione del torneo di calcio interetnico “Asì es mi futbol”. Giunge un’auto delle forze dell’ordine ma non li identifica.

8 dicembre 2006: di notte un gruppo di nazifascisti sfonda il vetro di un’auto di un ragazzo di sinistra e tentano di incendiarla.

15 gennaio 2007: la mattina, durante le ore di autogestione, si presentano al Liceo Artistico quattro individui di estrema destra che provano a sfondare. I professori sbarrano il portone.

27 gennaio 2007: nel “Giorno della Memoria” le istituzioni e le forze dell’ordine consentono lo svolgimento di un concerto naziskin a Nozzano che richiama estremisti di destra di tutta la Toscana.

23 febbraio 2007: al processo per il pestaggio del 15 agosto 2004 una ventina di naziskin all’interno del tribunale, indisturbati, provocano ed intimidiscono il ragazzo vittima del pestaggio e i presenti.

24 febbraio 2007: verso le tre di notte un ragazzo, Emanuele Pardini, viene inseguito per chilometri da tre macchine di estremisti di destra. Il ragazzo perde il controllo dell’auto. Viene preso, atterrato, accoltellato, coperto di calci, pugni e sputi finché stremato non perde i sensi. Alcune persone sopravvenute danno l’allarme, scongiurando una tragedia.

22 marzo 2007: dopo un’assemblea al cinema Moderno sulle violenze neofasciste, in sette, a volto coperto, circondano una studentessa del liceo classico minacciandola.

elezioni comunali 2007: il candidato sindaco, Mauro Favilla, si fa appoggiare per il ballottaggio dalla lista Forza Nuova che espone ovunque i suoi manifesti a sostegno.

5 maggio 2007: un ragazzo di colore di 17 anni viene picchiato, gli urlano: “qui non vogliamo neri di merda”. Prognosi di 20 giorni.

24 maggio 2007: danneggiata a sprangate, in pieno centro, l’auto di un esponente di Rifondazione Comunista.

giugno 2007: scritte e svastiche sui muri del Liceo Artistico.

luglio 2007: festa della Birra a Borgo a Mozzano: un esponente del Cantiere Resistente, Martino Terranova, viene intimidito e definito “infame” da Andrea Palmeri e da altri due Bulldog, perché ritiri la denuncia per un’aggressione subita.

22 agosto 2007: imbrattata con una svastica la statua di Garibaldi, collocata poche settimane prima a Capannori.

29 agosto 2007: scritte “Bulldog” e svastiche sulla sede di Rifondazione Comunista.

31 agosto 2007: imbrattati muro e vetrata di un ufficio del comune di Capannori.

17 settembre 2007: scatta la maxioperazione della polizia contro i “Bulldog”, dieci arresti, altrettante denunce. Il gruppo viene dichiarato sciolto.

3 ottobre 2007: tre “fiammisti” trovati in piena notte a imbrattare le vie del centro con bombolette spray e con manifesti di propaganda di Fiamma Tricolore. Fermati.

5 giugno 2008: danneggiata l’auto di un esponente di Rifondazione Comunista.

estate 2008: Andrea Palmeri colpisce con un pugno una donna fratturandole la mascella.

11 ottobre 2008: Andrea Palmeri ripreso durante la partita Bulgaria-Italia mentre fa saluti romani e brucia la bandiera della Bulgaria.

20 marzo 2009: scritte fasciste  su una sede Arci di Lucca.

11 novembre 2009: denunciati sette quattordicenni che picchiavano da tempo coetanei in pieno centro si facevano chiamare “Gabber” volevano diventare “Bulldog”. Andrea Palmeri costruisce su Facebook il gruppo “Comandante Idreno Utimpergher ” tra gli iscritti anche il consigliere comunale di maggioranza Alessandro Venturi.

20 dicembre 2009: i Comuni di Lucca e di Altopascio patrocinano la presentazione del libro sul tifo rossonero scritto da Andrea Palmeri. Alla presentazione l’assessore di Altopascio, Alessandro Balduini.

gennaio 2010: il Comune patrocina la mostra fotografica sui luoghi abbandonati a Lucca organizzata da CasaPound.

17 aprile 2010: l’amministrazione concede una sede comunale, il Foro Boario, per la festa di autofinanziamento dei Bulldog per pagare gli avvocati “per i camerati in carcere”.

25 aprile 2010: durante la festa per il 65° anniversario della Liberazione, in piazza San Michele, gruppetti di giovani passano facendo i saluti romani, strappano volantini, sputano, mostrano spranghe nere ricoperte con la bandiera dell’Italia.

9 maggio 2010: due Bulldog davanti al Birrificio Bruton distruggono bicchieri e lanciano raudi.

16 maggio 2010: nuova aggressione al Bruton con conseguenze tragiche: un avventore perde l’occhio sinistro a causa di un bicchiere rotto, lanciato da due esponenti dei Bulldog (Adam Alexander Mossa e Stefano Vannucci, ora arrestati) ad altezza d’uomo in mezzo alla gente.

19 maggio 2010: scritte contro Digos e Magistratura dopo gli arresti dei Bulldog.

20 maggio 2010: finalmente una voce netta dalle istituzioni, è il presidente della Provincia Stefano Baccelli, che plaude all’azione della procura e della polizia, sperando che si possa chiudere così la fase delle violenze incontrollate.

23 maggio 2010: presidio di solidarietà del “coordinamento antifascista” per il ragazzo aggredito. È presente anche il presidente della Provincia che parla di “episodio di una gravità inaudita” e che “pur non volendo indicare precise responsabilità politiche” individua nell’episodio del 25 aprile 2001 l’inizio della spirale violenta.

Giugno 2010
Non si fa attendere la risposta a Baccelli del sindaco dell’epoca Pietro Fazzi (oggi consigliere comunale capogruppo di “Liberi e responsabili”) che critica la sua partecipazione al presidio antifascista in solidarietà a Sasha Lazzareschi, e aggiunge:

“Il Pd a parole vorrebbe chiudere con le frange dell’estrema sinistra, ma il conto elettorale è troppo caro, e così qua e là si riaprono le porte agli estremisti” e si interroga sul fatto se sia il caso per Baccelli di “ammettere un’imperdonabile leggerezza”.

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