pallastrada

Tre del pomeriggio di una domenica gelida di inverno.

Si sente un urlìo di bimbi e una palla che rimbalza con violenza sul muro del palazzo.

Sorrido.

Bimbi e pallone.

Non ne vedevo da un po’, da quando a dresda mi capitava di passare nel mezzo di una partita fra i ragazzini della scuola di fronte portando i vecchi giornali alla raccolta differenziata e mi chiedevo se i bimbi tedeschi giocano a calcio con la stessa passione degli italiani, mi immaginavo un campionato del mondo giocato dai bambini, un po’ come la pallastrada di stefano benni ne “la compagnia dei celestini”.

Quando io ero piccola i bambini che giocavano a palla erano visti come le cavallette.

“qui no che ci sono i vasi”.

“qui no che c’è il fieno”.

“qui no che c’è il granturco”.

“qui no che c’è seminato”.

Alla fine protestavamo vivacemente, che cavolo ci vivevamo a fare in campagna se avevamo più divieti che in una cristalleria?

Ma alla fine ci si riusciva sempre, certo,

“non di mattina presto che chi torna dal turno di notte deve riposare”.

“non il pomeriggio d’estate che dopo pranzo la gente riposa”.

“non la sera tardi che la gente è stanca e va a letto”.

Ma insomma si giocava, pare un miracolo, in mezzo alla giungla di divieti, ma si giocava e tanto.

Ricordo partite finite “trentadue a ventisette” e interrotte soltanto dalla chiamata inflessibile per la cena.

Decido di affacciarmi alla finestra e di godermi lo spettacolo.

Pochi bimbi, ma ne bastano due per giocare a palla, a volte, figuriamoci, ne basterebbe uno contro un muro.

Urla da spazzacamini.

Penso con sollievo che esiste ancora un mondo normale per i bimbi di città.

Che non esiste solo la play station, che non esiste solo la televisione.

Che col freddo cane che faceva, in un fazzoletto di pietra con un arancio al posto del centrocampo, i gatti in tribuna d’onore, i vecchi a guardare con le mani dietro la schiena, dei bimbetti casinisti facevano rimbalzare un pallone con tutta la forza e, come speravo, nessuno gli stesse dicendo “qui no, qui c’è una vetrina”.

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8 risposte a pallastrada

  1. AD Blues scrive:

    Beh credimi, tutto questo suona veramente come un mezzo miracolo! (e non certo per colpa della Playstation)

    —Alex

  2. nonunacosaseria scrive:

    quando ero in vacanza dai nonni, in estate, giocavamo sui campi dove andavano a pascolare le mucche e pazienza se erano un po’ in discesa: il problema vero era non calpestare le ciotte di vacca…
    oppure giocavamo nella piazzettina del paesino più piccolo del mondo, piazzettina che confinava con un orto, di proprietà di un tale conosciuto come “carnera” (un nome, un programma). quando il pallone finiva lì, iniziava il secondo divertimento: andarlo a recuperare senza che il carnera o sua figlia se ne accorgessero. e potevano accorgersene perché bisogna aprire un cancello che cigolava in maniera assurda. ciò significava ideare stratagemmi ancor più assurdi per riprendersi il bene comune.

  3. peppe sidoti scrive:

    Nel nostro piccolo fiorentino ogni pomeriggio grandi partite, ma tutte internazionali ieri filippine marocco, talvolta interviene il pakistan. Arbitro spesso italo-giapponese. Ma stiamo in un piccolo relitto di tessuto industriale quasi in centro, con una piazzetta dove i miei figli hanno giocato fino a che sono stati grandi ora talvolta le nipoti, ma la palla a volo non è amata dal club internazionale.

  4. crash scrive:

    …è bellissimo vedere bambini che giocano…così…all’aperto… Il pallone è sempre stato un elemento aggregante (oltre alla fionda ed alla cerbottana….)

  5. pensierini scrive:

    Anch’io giocavo sempre all’aperto, sia in campagna d’estate dai nonni sia nei cortili che circondavano i condomini di periferia dove abitavo da piccola. Che bei ricordi, spensierati.

  6. spiessli scrive:

    “No che mi spacchi le gemme dei meli!” – mio nonno -
    :o)

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